Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


17 maggio 2008

E' ANCORA POSSIBILE COSTRUIRE NUOVE PARTI DI CITTA'?

Giulio Rupi

Ho recentemente assistito ad una puntata della trasmissione televisiva “Report” dedicata ai numerosi e poderosi interventi edilizi ultimamente realizzati o di prossima realizzazione nelle periferie romane.

Il servizio, non tenero verso la passata Amministrazione Comunale, seguiva gli usuali cliché delle cosiddette trasmissioni di denuncia: le interviste ai rappresentanti dei Comitati cittadini che lamentavano la mancata realizzazione di alcune delle urbanizzazioni promesse (il parco, l’asilo…), l’alto costo degli alloggi, le cubature realizzate superiori a quelle in un primo tempo ipotizzate; le interviste agli amministratori che rivendicavano la correttezza di ognuno dei mille passaggi burocratici; le interviste ai costruttori che reclamavano la pregevolezza e l’alto livello di finitura degli appartamenti e l’enorme entità degli oneri versati e delle opere pubbliche previste o già eseguite.

Il tutto accompagnato dalle immagini dei luoghi e degli edifici realizzati e dalle immagini dei plastici dei progetti da realizzare.
La trasmissione si articolava tutta, volutamente e inevitabilmente, su un generico atteggiamento critico verso un modello di crescita urbana troppo speculativo, poco partecipato, eccessivo nelle cubature, scarso negli interventi pubblici, accondiscendente nei confronti dei colossi dell’imprenditoria romana.

E tuttavia si avvertiva che dietro questa rappresentazione, dietro l’effettivo disagio delle gente che veniva cosi efficacemente raccontato e dietro il disagio dello spettatore che assisteva alla trasmissione c’era qualcosa di più profondo, qualcosa di profondamente sbagliato, qualcosa che stava all’origine vera di quel disagio e che non veniva rappresentata perché sfuggiva agli stessi protagonisti della vicenda, ai cittadini, agli autori del servizio, agli amministratori, ai costruttori, ai telespettatori.

Tutti quei progetti, sia quelli realizzati, sia quelli da realizzare, pur nelle forme architettoniche più diverse (la cosiddetta qualità architettonica esula del tutto dai contenuti di questa memoria) non erano e non sarebbero mai state nuove “parti di città”: era facile percepire l’assoluta alterità tra quegli spazi e quelli del Centro Antico, percepire che non c’era nessuna innovazione qualitativa rispetto alle periferie degli anni sessanta, anch’esse fatte di edifici residenziali isolati, intervallati da spazi destinati al degrado (anche se urbanizzati e serviti da grossi centri commerciali) prive di vere strade e quindi di vere piazze, prive della mescolanza di funzioni che porta alla forte pedonalità di una città vera.

Dietro quel disagio c’era e c’è dunque una cultura urbanistica impropria, matrice del fallimento di tutte le periferie urbane dell’ultimo secolo, una cultura che ha rinunciato a realizzare i nuovi spazi urbani ispirandosi a quelli, meravigliosi, delle antiche città europee perché segue ancora delle rovinose regole fisse: no alle costruzioni allineate sul filo delle strade e delle piazze, no alla commistione delle destinazioni, si alla concentrazione dei servizi in imponenti centri commerciali e direzionali (i monumenti dell’architettura) in cui finisce per concentrarsi la vita pedonale dei cittadini.

In parole povere allo struscio per il corso principale delle città si va sostituendo il ritrovarsi alla multisala, a causa della rinuncia di quella cultura urbanistica accademica (tuttora imbalsamata sui proclami lecorbuseriani del primo novecento) a porsi l’obbiettivo di creare ancora pezzi di città.
E di questa rinuncia è talmente impregnata la cultura della progettazione, che essa si ripresenta immutata sia negli interventi da un milione di metri cubi della periferia romana, sia nelle più modeste lottizzazioni della piccola città di provincia.

E siccome in Urbanistica e in Architettura un esempio concreto vale più di mille enunciati, sarà utile calarsi nella realtà di una piccola città, nella fattispecie la città di Arezzo, per citare alcuni esempi di interventi urbani a dimostrazione dei suddetti assunti.

Prendiamo dunque in Arezzo la lottizzazione “Il parco” con gli edifici residenziali (ai piani terra sparute attività non residenziali di scarsa attrazione) arretrati sulle strade e con i servizi concentrati su un unico edificio rivestito in metallo dorato.
Dall’altra parte prendiamo ad esempio la cosiddetta “Martini Bisaccioni”, una lottizzazione in cui, almeno in parte, gli edifici si allineano al filo delle strade e hanno i negozi al piano terra.
Ebbene, prescindendo assolutamente dalla qualità dell’Architettura (che, si ripete, in queste argomentazioni non ha alcun interesse), si dovrà ammettere che è nella seconda delle due che si è realizzato un qualche effetto città, una mescolanza di funzioni e un rapporto strada edificio che portano a quel minimo di vera pedonalità (verificabile anche dalla densità dei bar presenti) e quindi al successo degli esercizi commerciali.
Diverso è il caso della prima lottizzazione (“il parco”), in cui le strade che attraversano le parti residenziali non sono vocate alla pedonalità (chi ci va a passeggiare?) e i piani terra, privi di rapporto con la strada, non aspirano ad ottenere alcun valore commerciale: è un complesso monofunzionale in cui le funzioni non residenziali sono concentrate in un unico edificio.
Analoga impostazione si può rilevare nella nuova lottizzazione in zona tribunale: edifici residenziali isolati, in scarso rapporto con le strade, servizi commerciali e direzionali concentrati in un unico edificio specialistico fortemente caratterizzato dal contesto delle abitazioni.

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Sarà compito allora di chi è riuscito a distaccarsi da questa secolare e fallimentare ideologia urbanistica creatrice di periferie e a riconoscerne i difetti, gridare ai quattro venti che è ancora possibile costruire “nuove parti di città” con spazi multifunzionali altrettanto vivibili e passeggiabili che quelli del centro Antico, e capaci di contrapporsi all’attrazione devastante dei grandi centri commerciali.

1 commento:

Arki ha detto...

questo delle periferie urbane è un tema a cui sono da sempre interessato, e credo che tu abbia colto uno dei punti fondamentali della bruttura ed invivibilità delle nostre periferie. Questi difetti credo siano da attribuirsi da una parte al trascinarsi della matrice dell'idea moderna e Le Corbusieriana della suddivisione delle funzioni e quindi degli spazi ad esse destinati (abitare, lavorare, divertirsi ecc.)e dall'altra alla industrializzazione e serializzazione del processo produttivo architettonico: l'uomo non costruisce più per se, per soddosfare le proprie esigenze abitative, lavorative o ludiche, ma costruisce in maniera seriale ed industriale il prodotto "architettura" per poi rivenderlo a terzi, cercando quidi la massimizzazione del profitto e dando scarso valore alle esigenze culturali, estetiche e funzionali dell'utente finale, esigenze che spesso variano da individuo ad individuo e pertanto in un simile processo produttivo non possono essere considerate. L'architettura delle nostre periferie, così come pensate a partire dai piani urbanistici con i loro tipici indici fondiari da palazzinari e spazi pubblici da familisterio, saranno sempre luoghi alienanti e privi di qualità ed identità.

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