Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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7 aprile 2013

LIBERI DI COSTRUIRE

Pietro Pagliardini

Il titolo non è mio ma è quello del nuovo libro di Marco Romano che consiglio vivamente di leggere con animo sgombro da pregiudizi. E’ un libro disinibito, dissacrante, libertario, liberatorio e perfino libertino, tanto è anti-moralista e quindi controcorrente in questa fase della nostra storia così grevemente moralista e giacobina, e lo è con spirito leggero e divertito. Leggendolo viene da immaginarsi la sottile e irridente perfidia dell’autore nello scrivere quelle parti più politicamente scorrette, col gusto per la provocazione intellettuale che ci ha messo, ben sapendo che sarebbe stato sottoposto alle critiche più feroci. Probabilmente andando volontariamente a sollecitarle.

Ma detto questo, il libro è serio, anzi serissimo, fondato sulla profonda conoscenza non solo delle città ma della storia e delle sue pieghe più nascoste, quasi da erudito topo di biblioteca.
Il contenuto è letteralmente politico perché affronta il tema città dal punto di vista della civitas, cioè dei cittadini, ribaltando completamente la visuale rispetto a quella che è la regola generale da sempre: la città europea come noi la conosciamo e come a noi è giunta, è il frutto dell’opera dell’uomo da mille anni a questa parte ed è cresciuta e si è trasformata guidata da una precisa volontà estetica non imposta dall’alto bensì cresciuta in un clima di democrazia e libertà, e quindi il metro con cui leggerla e giudicarla è l’uomo stesso in quanto cittadino, senza divinizzare i manufatti se non in funzione del soddisfacimento dei desideri, oltre che dei bisogni, dell’uomo in quanto appartenente alla civitas. Il valore simbolico dei temi collettivi e dei temi individuali trova la sua ragion d’essere nell’essere stati scelti come tali dai cittadini con l’intento di rendere più bella l’urbs.

Da questo assunto storico, che fa perno sul diritto di cittadinanza garantito dal possesso di una casa, le cui origini Romano spiega con dovizia di particolari, nasce Liberi di costruire, che va preso proprio in senso letterale, almeno di primo acchito, per entrare dentro l’argomento, salvo poi riportarlo entro l’alveo delle regole le quali però hanno sempre come faro il rispetto del diritto dei cittadini a costruirsi una casa secondo le aspettative e le possibilità di ciascuno.
Le regole infatti sono informate, riprendendo quello che sempre l’autore ha sostenuto, dal principio di garantire un godimento della città il più possibile egualitario, a prescindere dalle possibilità economiche dei singoli. Ciò può avvenire, secondo Romano, disegnando piani regolatori che non pongano limiti quantitativi al “dimensionamento” del piano (immagino i funzionari-urbanisti della Regione Toscana saltare sulla seggiola alla lettura di questa parte, ammesso che non sia già messo all’indice e che tutti i dipendenti non vengano perquisiti per evitare che il virus si diffonda), strutturati con rete stradale costituita da boulevard e viali che partano dal centro della città o comunque da luoghi centrali, affinchè la città sia una presenza per tutti gli isolati che affacciano su di essi e per tutte le case allineate lungo le strade, creando così una condizione tale per cui, anche chi non può permettersi di abitare in centro, abbia la percezione fisica di essere comunque parte integrante di quella civitas. E’ la visione tradizionale che Marco Romano ha del disegno della città, che in questo libro si evolve e si arricchisce di indicazioni politiche più ampie.
Leggiamo i titoli dei capitoli che lo compongono:
-Il cittadino europeo e la sua casa
- Limiti alla libertà di costruire
- La democrazia della civitas e la bellezza dell’urbs
- Che fare?
- Liberarsi dalle commissioni edilizie
- Liberarsi dalle norme edilizie
- Una libera casa di vacanza
- Liberiamoci dallo Stato.

Come si capisce, questo è un libro sulla libertà, che non va considerata in alcun modo anarchia o scambiata, ancora peggio, per una bieca visione speculativa, perché Romano non solo non rifiuta l’idea di progetto della città, ma anzi auspica un ritorno al piano disegnato, al piano all’antica, contro la pratica della pianificazione come fonte di corruzione:

E su questo terreno incerto [cioè sulle infinite regole scritte da presunti esperti, Ndr] serpeggia un’endemica corruzione, che non va fatta risalire alla disonestà dei singoli – spesso coperti dai partiti – ma alle stesse procedure della pianificazione: una corruzione che i piani regolatori correnti fino a mezzo secolo fa, con le loro strade tracciate seguendo un’indiscutibile coerenza d’insieme e con una semplice norma regolativa dell’edificabilità, rendevano minima (...)

E se dobbiamo oggi levare una bandiera di difesa della libertà del cittadino nella propria casa, alla nostra generazione toccherebbe abolire subito tutte le norme che concernono il suo interno, dove ciascuno dovrebbe essere libero di ridurre l’altezza dei locali ai quei 2,26 metri che Le Corbusier considerava il modulo perfetto –o beninteso a qualsiasi misura ciascuno creda migliore – di scegliere la dimensione delle stanze, dei corridoi, dei bagni e di quant’altro giudichi confacente alla sua personalità, di decidere se e come illuminarli o arearli, e chissà che una casa senza finestre non faccia riparo alle crescenti polveri inquinanti sparse nell’aria cittadina. (…) La vera difficoltà che incontra questa proposta non è tanto quella concettuale, perché tutti dovrebbero convenire su quanto sia connaturata a una società libera la libertà di conformare la propria casa secondo i propri desideri e non secondo le arbitrarie prescrizioni di quegli esperti che i principi totalitari infiltrati tra noi hanno legittimato, quanto dal semplice fatto che a controllare il rispetto di codeste norme sono impegnati gli uffici tecnici dei Comuni, che spesso non saprebbero a cos’altro venire destinati. Ma se il governo di questo paese vorrà seriamente impegnarsi nella spending review ecco un campo dove il taglio non soltanto sarebbe indolore ma verrebbe salutato con vero entusiasmo da quanti sono quotidianamente impegnati – gli architetti e i loro clienti – ad aggirare queste assurde disposizioni spesso con umilianti sotterfugi: gli attentati alla nostra libertà evocano in ogni campo un popolo di abusivi, e le quotidiane e innocue trasgressioni alle norme più stravaganti consolidano la convinzione che tutte le norme siano di fatto trasgredibili”.

Come si capisce bene, il gusto del paradosso, accompagnato da osservazioni assolutamente vere e a tutti note, serve a provocare una reazione forte nel lettore, a dare una scossa al torpore, al massimo all’indignazione, con cui oramai subiamo ogni tipo di assurde e inutili vessazioni.

Ma allora, c’è un limite alla libertà del cittadino? Il limite c’è e “la civitas è legittimata a porre limiti soltanto quando viene intaccata la sua sfera simbolica, e la sua sfera simbolica non è un campo aperto alle coercizioni dei pianificatori ma può essere soltanto quella sedimentata nei secoli dalla sua democrazia e dalla sua libertà”. La sfera simbolica è, secondo Romano, lo spazio pubblico con i suoi temi collettivi.

Sull’architettura, sulla forma che le abitazioni potrebbero avere, Romano pensa che: “E’ vero che la tradizione moderna pretende che l’architettura abbia il dovere morale di rispecchiare nei suoi progetti il linguaggio estetico appropriato ai tempi nuovi, quello di Gropius e di Le Corbusier, e non di replicare gli stili del passato, ma questa pretesa è anch’essa riconducibile ai principi di una pianificazione che pretende di formare un uomo nuovo piuttosto che soddisfare i bisogni degli uomini in carne e ossa; e se qualcuno tra costoro crederà di essere felice in un paese costruito con un aspetto antiquario è legittimo che trovi un architetto capace di disegnarlo – speriamo con un disegno più sapiente di quello corrente degli outlet , un disegno che del resto va già in qualche caso comparendo – ed è anche legittimo che codesto architetto non debba avvertire alcun senso di colpa per questa sua rara capacità”.

Molti altri sono i temi di grande interesse affrontati da Marco Romano, che conclude il suo libro con una intrigante, anche se di difficile architettura istituzionale, proposta di una Europa delle città, anziché quella di una Europa delle nazioni, sempre fondata su argomentazioni e interpretazioni storiche non certo estemporanee. Questo è il senso del titolo dell’ultimo capitolo, Liberiamoci dallo Stato, non quello di un grido anarchico o di un becero lassismo come qualcuno certamente penserà.
Un libro i cui assunti non tutti possono essere condivisi e tanto meno che se ne ritenga possibile la facile attuazione, ma che tuttavia riporta tutta la materia della città e dell’architettura alla sua fonte originaria, cioè l’uomo come cittadino parte della civitas con i suoi desideri e i suoi bisogni, sottraendo l’urbs alle grinfie dei presunti esperti. Chi mi ha letto un po’ sul blog sa che ho sempre sostenuto che per ridare legittimità all’architettura non c’è altra strada che rimetterla al giudizio dei cittadini. Forse è questa l’unica vera “terza via”, vale a dire quella di tornare alla prima.

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7 aprile 2011

LE VELE DI SCAMPIA? UN MONUMENTO NAZIONALE!

L’intenzione di vincolare le Vele di Scampia da parte del Soprintendente Stefano Gizzi è lo specchio del distacco totale tra la cultura italiana e la realtà. Se si domandasse infatti a qualunque persona comune cosa pensa delle Vele e se andrebbe a viverci la risposta appare scontata.
Se si domandasse a Gizzi forse non risponderebbe come Gregotti per lo Zen, ma dubito risponderebbe affermativamente.
In Italia esiste una cultura che si auto-considera alta ma che non prova disagio a dire che quell’oggetto ha valore storico e architettonico. Gizzi giustifica questa scelta con due argomenti, tra gli altri, che sono significativi (Fonte: La Stampa):
1) le Vele sono state lo sfondo del film Gomorra e, come i casermoni della Germania est sono stati lo sfondo dei film di Wenders, hanno per ciò stesso un valore culturale in senso ampio.
2) uno studio commissionato anni fa dal Ministero dei Beni Culturali a varie università ha decretato il valore di quel progetto.

Si può immaginare quanto possano interessare a chi è costretto a vivere in un inferno i film di Wenders!
Le Vele sono considerate la scenografia di un film dai colori plumbei e i suoi abitanti le comparse di quel film. Il discorso di Gizzi è tutto concettuale in quanto gli edifici dell’Arch. Franz Di Salvo sono trattati come fossero un’idea astratta e ne parla al pari di oggetti d’arte, senza lasciarsi sfiorare dal dubbio che l’architettura esiste per assolvere alla funzione dell’abitare, cioè per accogliere al proprio interno persone che ci vivono e all’esterno persone che lo vedono e che si muovono nello spazio circostante.

Gizzi trascura del tutto il valore civile dell’architettura che significa che la città appartiene a tutti i cittadini, e quindi anche le sue case appartengono, in un certo senso, a tutti e non solo ai loro proprietari. Un edificio è costituito una parte privata, l'interno, e da una parte pubblica, l'esterno, e chi è proprietario di casa non è proprietario di tutta la casa o almeno non ha diritto assoluto su tutta la casa. Lo ha certamente per quello che riguarda l’interno ma l'esterno è parte integrante della città e appartiene a tutta la città ed è per questo motivo che il proprietario ha obblighi di decoro, se non di bellezza, nei confronti dei suoi concittadini.
La città è cioè un luogo e un bene condiviso tra tutti i suoi abitanti e con essa tutti gli edifici che insieme la compongono. Non è casuale che il Sindaco abbia il potere di emettere ordinanze per ripristinare il decoro di edifici in cattivo stato di manutenzione.

Tutto ciò deriva non solo dalla storia della città europea ma dall’essenza stessa della città, che è l’ambiente entro il quale si svolge la vita dell’uomo. Per questo motivo se un’architettura è brutta e indecorosa in quanto invivibile e anti-umana non è civile ma in-civile in quanto rompe e trasgredisce le regole della città e della società e chi abita in ghetti pubblici (vorrei sottolineare pubblici) come le Vele si trova, so malgrado, ad essere automaticamente ai margini della società. Gli abitanti di posti come questo, prescindendo del tutto dai loro comportamenti e dalla loro condizione sociale, sono bollati come emarginati. Quindi la bruttezza è emarginante.

Eppure per Gizzi, che è architetto e che, come quasi tutti gli architetti, ha probabilmente assimilato all’università l’ideologia modernista di Le Corbusier e C., l’ideologia della macchina per abitare, della macro-struttura, dell’oggetto che deve riassumere in sé tutte o quasi le funzioni urbane, del falansterio, cioè dell’anti-città e dell’anti-socialità, viene, prima di tutto, il progetto e il suo progettista, prescindendo da chi lo abita.

Gizzi, con questa sua intenzione di vincolo, perpetra nel tempo e congela, storicizzandolo, l’esperimento di ingegneria sociale fatto in corpore vili.
Il movimento moderno, nato come avanguardia culturale si è trasformato ormai da anni in un movimento reazionario di conservazione dell’esistente, in teoria regressiva.
L’architetto modernista rappresenta per la città quello che il filosofo rappresenta per la polis nella Repubblica di Platone, cioè il migliore che, per questo, è l'unico abilitato a governare. Una visione profondamente anti-democratica e politicamente anti-moderna, vecchia più che antica. Così come Platone irride alla democrazia della polis greca, ritenendo che essa porti, per la troppa libertà concessa agli individui, al disordine, i modernisti sono sostanzialmente contrari al fatto che i cittadini possano avere voce nella forma della città, dove deve invece governare il loro astratto e funebre ordine geometrico. L'architetto modernista si pone da solo sullo scranno del comando, in quanto migliore, per decidere le sorti della città. Il modernismo è quindi una forma attualizzata di platonismo privo però della grandezza del pensiero di Platone. E’ una brutale reazione anti urbana e politica, nel senso di polis. E' autoritarismo allo stato puro.
E dire che a coloro i quali ritengono che i cittadini siano abilitati a scegliere e decidere la politica della città, cioè la forma urbis, viene attribuito il termine di populisti! Evidentemente i modernisti non è che siano poi così culturalmente attrezzati come vogliono sempre far credere.

Il secondo argomento, quello del verdetto delle università, è la riprova di tutto questo, perché dimostra come sia proprio il sistema culturale dell’architettura e dell’urbanistica italiana ad essere rimasto fermo all’ideologia modernista, dichiarando il valore delle Vele. Gizzi non è un’eccezione ma è parte di quel sistema culturale che va profondamente trasformato nella speranza di riportare l’architettura al suo significato originario di casa dell’uomo e per l’uomo, contro un’architettura che è invece per l’architetto e dell’architetto, che ne fa un gioco autoreferenziale sulle spalle dei cittadini.

Una riprova del sistema? Il mese scorso si è svolto un dibattito sulle Vele di Scampia nell'ambito della Fiera d'Oltremare e il Soprintendente Gizzi era annunciato nella locandina come moderatore! E' come se in un processo il Pubblico Ministero facesse anche da  giudice.
Se ha una speranza l’architettura italiana è quella di rimettere ai cittadini le decisioni sulla città, perché è la civitas a dover decidere dell’urbs.

Auguriamoci che il Comune, come ha già annunciato, si opponga al vincolo: evitiamo almeno il ridicolo.

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5 settembre 2010

STRADE - 4°: MARCO ROMANO E CAMILLO SITTE

Questo post è dedicato al prof. Marco Romano, cui il tema strada è particolarmente caro e congeniale, e a Camillo Sitte. Il brano del prof. Romano riportato è, al solito, limitativo rispetto alla ricchezza dei contenuti espressi dall'autore nei numerosi saggi che ha scritto, ma lo scopo di questa sorta di antologia a puntate è una segnalazione, o un pro-memoria, da prendere come invito a leggere il testo complessivo. Ho inserito anche Camillo Sitte, con il suo celeberrimo, L'arte di costruire le città, Jaca Book, 1981, nonostante l'argomento principe del libro sia la piazza; tuttavia il brano che riporto di seguito ha attinenza con un commento lasciato da un collega aretino al post precedente. Non è la risposta ad un quesito ma la riproposizione di un aspetto problematico della strada contemporanea, anche se il libro appartiene alla fine dell'800. Il titolo stesso del capitolo è di grande attualità, purtroppo.

MARCO ROMANO


Strade e piazze tematizzate
Quel che abbiamo fin qui dimostrato è che le facciate delle case nella città europea manifestano una volontà estetica ignota alle altre contrade del mondo, sottolineando poi come a loro volta i temi collettivi siano stati voluti quanto più fastosi possibile. E se il loro diverso radicamento nell’orgoglio civico – dei cittadini in quanto individui nelle facciate delle loro case e come civitas nei temi collettivi – anziché nel desiderio di magnificenza di un sovrano ne modifica il significato, è anche vero che codesta differenza non incide in modo immediato sul nostro apprezzamento. Sicchè le guide turistiche possono senza inconvenienti assimilarli al medesimo universo delle “cose da vedere”, agli edifici monumentali che punteggiano in tutte le grandi città il fondo magmatico delle case, nei quali viene comunque espresso un costante desiderio estetico, sicché dal punto di vista di chi per questo le apprezza non vi sarebbe grande novità.

Ma, accanto a quei temi collettivi, gli europei hanno inventato tutta una gamma di strade e di piazze tematizzate senza riscontro altrove , che hanno consentito di fare davvero della città intera il campo di una pervasiva volontà estetica.
Mentre per Sant’Agostino l’urbs era l’indifferente scenario terreno dove eravamo nati per guadagnarci la vita eterna in una civitas i cui reggitori seguissero la guida dei loro pastori spirituali – per principio liberi dalle umane passioni dei governanti mondani, nella città del Mille l’urbs è la manifestazione materiale della consistenza morale della civitas, perché non si dà cittadino conjurato senza il possesso di una casa, e reciprocamente ogni casa è la famiglia di un cittadino, mentre ogni tema collettivo è a sua volta l’espressione materiale dell’esistenza della civitas come organismo olistico con una propria volontà di forma – una Kuntswollen, diranno secoli dopo – e dunque civitas ed urbs sono unite come il palmo e il dorso della mano: sicché nell’ordine simbolico l’urbs è anche la manifestazione della sfera politica in tutta la sua articolazione e complessità.

Nel XI secolo le città europee consistevano in un aggregato di case fitte fitte, allineate lungo vicoli nei quali spesso incontrare un asino era un problema, circondato dai primi abbozzi delle mura e spesso senza neppure una chiesa, ché la gerarchia diocesana era fondata su pievi di campagna a servizio di una popolazione contadina dispersa in nuclei di poche famiglie.
Quando la struttura politica delle corporazioni verrà rispecchiata nell’urbs distribuendo i molti mestieri in strade diverse, compare una strada principale dove concentrare le case dei mercanti, riconosciuto nerbo della società e tramite della sua ricchezza: perché soltanto i mercanti possono trasformare nelle fiere lontane i prodotti degli artigiani e dei contadini in denaro sonante e soltanto i mercanti possono trarre dal commercio con le altre città quel guadagno che in definitiva alimenta il benessere dell’intera civitas.

Come le case degli artigiani hanno sulla strada i loro laboratori e ai piani superiori o nella corte interna la loro abitazione, così le case dei mercanti hanno al piano terreno le loro botteghe ma ai piani superiori, insieme all’abitazione, altri locali aziendali, uffici o magazzini duplicati talvolta, come a Berna, nei seminterrati.
La forma più ricorrente della strada principale, d’essere affiancata da portici, è a sua volta maturata col tempo: sarà soltanto nel Trecento che alle tende, da decenni montate davanti alle botteghe per proteggere le merci esposte in strada, verrà richiesto un qualche ordine, verranno prescritti dapprima portici in legno e in seguito in muratura, sopra i quali i mercanti amplieranno le loro abitazioni……

CAMILLO SITTE (1843-1903)


I limiti dell'arte nei moderni piani regolatori delle città
Nel campo dell'urbanistica, i limiti delle possibilità artistiche si sono di molto ristretti e un capolavoro come l'Acropoli è diventato addirittura inconcepibile. Per ora simili realizzazioni appaiono impossibili: anche se disponessimo dei soldi necessari per costruirle, sarebbe impossibile realizzarle. Infatti a noi manca il principio estetico fondamentale e la visione del mondo comune a tutti, cioè quella che vive nell'anima del popolo e che dovrebbe trovare nell’opera la sua manifestazione concreta. Anche se fosse priva di ogni contenuto ed avesse un valore puramente decorativo, com’è appunto l'arte moderna, una simile impresa sarebbe ancora d’una grandezza eccessiva per l'uomo realistico del nostro secolo. L’urbanista di oggi deve, prima di tutto, esercitarsi alla nobile virtù della modestia e, cosa bizzarra, vi è costretto non tanto per mancanza di risorse finanziarie, quanto piuttosto per ragioni interne e puramente obiettive.

Supponiamo che nel quadro di un nuovo complesso si decida di realizzare, a fini puramente decorativi un paesaggio urbano, insieme grandioso e pittoresco, che dovrebbe servire unicamente alla rappresentazione e glorificazione del comune. La regola e il rigoroso allineamento delle facciate sarebbero, perciò, degli strumenti perfettamente inutili. Infatti, per ottenere gli effetti degli antichi maestri, dovremmo disporre anche dei loro colori sulla nostra tavolozza. Bisognerebbe integrare artificiosamente nel progetto ogni specie di curvature, di angoli e di irregolarità, cioè, tutta una «naturalezza» forzata e delle “eventualità calcolate”. Ma è possibile immaginare e costruire sulla carta le forme che la storia ha prodotto nel corso dei secoli? Si potrebbe godere davvero di questa ingenua finzione, di questa spontaneità artificiale? Certamente no. Le serene gioie dell’infanzia sono negate ad un’epoca che non costruisce più spontaneamente giorno per giorno, ma che organizza i suoi spazi razionalmente sul tavolo da disegno. L’evoluzione è irreversibile e, senza dubbio, una buona parte delle bellezze pittoresche che abbiamo enumerate, sono definitivamente perdute per noi.

La vita moderna, come le nostre tecniche di costruzione, non permette una fedele imitazione dei complessi urbani antichi e bisogna riconoscerlo se non vogliamo perderci in vane fantasticherie. Le esem¬plari creazioni dei maestri d'altri tempi devono restare vive, ma non mediante un’imitazione senza anima. Occorre esaminare quello che d'essenziale in quelle opere e adattarlo, in modo significativo, alle condizioni moderne. Soltanto allora riusciremo ad ottenere una nuova fioritura da un terreno apparentemente sterile.

Nonostante tutti gli ostacoli, questa impresa dovrebbe essere tentata. Bisognerà rinunciare a molte bellezze pittoresche e tenere in gran conto le esigenze delle attuali tecnche urbanistiche dell'igiene e della circolazione. Ma non si dovrebbe perdere il coraggio e rinunciare puramente e semplicemente a cercare la soluzione artistica, per accontentarci della semplice tecnica come se si trattasse di costruire una strada od una macchina. Infatti, anche nell’affannarsi della nostra vita quotidiana, non possiamo fare a meno degli alti sentimenti suscitati in noi dalla contemplazione delle forme d’arte. Abbiamo il diritto di pensare che l'arte deve avere un suo posto preciso nell’urbanistica, perché la città è un'opera di arte che esercita quotidianamente e in ogni momento la sua azione educatrice sulle masse, mentre il teatro ed il concerto non sono accessibili che alle classi più abbienti.
I poteri pubblici dovrebbero accordare particolare attenzione a questo punto e dimostrare in quale misura i principi degli Antichi possono accordarsi con le esigenze moderne. Appunto a questo studio saranno consacrati gli ultimi capitoli......

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30 luglio 2008

LA RIVINCITA DEL PEDONE

Pietro Pagliardini
Interrompo la sosta estiva perchè solleticato da una bella discussione.
* * * * * *
Sul blog Archiwatch nei giorni scorsi si è sviluppata una, per me, piacevole e ricca discussione sulla eventuale, temuta, odiata, necessaria, auspicata, rifiutata partecipazione dei cittadini al progetto.
Intanto chiarisco la mia terminologia:

Cittadini: uso questo termine non nel senso usato dalla Rivoluzione Francese, ma solo nel senso di coloro che abitano e vivono nella propria città e che, in linea di principio, poi vedremo se e a quali condizioni, hanno il diritto di decidere sulla sua crescita, trasformazione, demolizione, alterazione, restauro, riqualificazione. Uso cittadini perché li ritengo, ma è ovvio che sia così, i padroni della città. O almeno dovrebbero esserlo. Cittadini è cioè termine che ha una forte connotazione territoriale.

Gente: uso questo termine con un significato più esteso, meno specifico, per indicare quello che io ritengo sia il recettore del “comune sentire”. In genere uso gente per indicare il corpo sociale complessivo dell’opinione pubblica non strettamente legato ad uno specifico territorio.

Tutto è iniziato da una lettera di Cristiano Cossu, in risposta ad un mio commento, in cui esprimeva seri dubbi sulla possibilità di coinvolgere la “gente” nella fase decisionale del progetto.

E’ intervenuta, infine, Vilma Torselli. Ho detto infine ma solo come espressione temporale, non di merito, perché Vilma, in genere, solleva problemi e questioni, suscita dubbi, stimola il confronto; questa volta, però, è stata più categorica e, nel caso della partecipazione, direi quasi tranchant, ha usato espressioni molto poco diplomatiche che non lasciano spazio ad interpretazioni. Non è stata demagogica (non lo è mai, in realtà) non ha giocato con le parole, non è stata politically correct e ha detto, semplificando e brutalizzando il suo pensiero, che la partecipazione è una stronzata.

Però…sto esagerando, perché Vilma ha anche detto che l’architetto “non può né deve operare da solo per conto di Dio” e non deve e non può decidere da solo. Ha portato ad esempio “la rivincita del pedone” che è quel sistema, non sappiamo se reale o mitico, per cui in Giappone prima si realizza un parco e poi si fanno i percorsi seguendo i sentieri tracciati dai pedoni sull’erba. In realtà ho visto anni fa un servizio TV in cui, sempre in Giappone, hanno messo, credo come esperimento, le strisce pedonali agli incroci anche lungo le diagonali, perché quello è il percorso che ogni pedone “naturalmente” predilige, per il semplice fatto che la diagonale ha lunghezza minore della somma dei due cateti necessari per andare da un angolo dell’incrocio all’opposto: una importante dimostrazione che la geometria non è solo un’astrazione dei libri di scuola ma risiede naturalmente nella mente della “gente” anche se non l’ha studiata o non la ricorda.

Dalla rivincita del pedone Vilma ne ricava, giustamente, l’esito che l’architetto deve comportarsi come un “cacciatore di tracce, un segugio che scopre i segni…”.
Eduardo Alamaro ha detto, sempre su Archiwatch, che questa parte del testo di Vilma ha qualcosa di poetico, ed è vero, ma è anche, secondo me, la palese dimostrazione del fallimento del nostro lavoro di architetti. Chi, infatti, vuole o può o sa che il metodo indicato da Vilma è esattamente quello che dovrebbe essere seguito per la preparazione e la redazione di un progetto? Vilma ha descritto molto bene, e direi d’istinto, come un segugio, nient’altro che il Genius Loci, che è tutto ciò che lei dice con qualcosa di più. Potrei essere in disaccordo? Ma oggi questa espressione è molto usata, anche troppo, come tutto ciò che dà suggestioni, ma raramente compresa e applicata.

Se dovessi indicare il metodo progettuale che va per la maggiore parlerei di “creatività”, di “libertà di espressione”, di innovazione e sperimentazione, insomma di tutto ciò che consente all’architetto di esaltare solo se stesso e poco il progetto.

E non mi si venga a dire che questo metodo vale solo per gli archistar, per i grandi, perché il dramma sta proprio qui, nel fatto che è una mentalità diffusa alla base, laddove si progetta la massa degli edifici e si fanno i veri danni alle città e al territorio. Poco c’entra il fatto che il cliente intervenga pesantemente sul progetto originario e il povero architetto sia costretto, dai rapporti di forza impari e dalla necessità di sbarcare il lunario, a modificare, aggiungere, togliere in genere. Intanto in molti casi hanno ragione i clienti e comunque quello che conta è l’atteggiamento con cui l’architetto si pone nei confronti del progetto che è sempre lo stesso, con la differenza che gli archistar fanno (quasi) sempre ciò che vogliono, noi architetti condotti subiamo molto di più le ingerenze pesanti dei nostri clienti.

Tuttavia io sono personalmente molto più ottimista nel buon senso della gente di quanto non lo sia Vilma e anche altri che sono intervenuti nello scambio di commenti e sono invece molto pessimista sull’atteggiamento degli architetti , perché questi hanno davanti a sé modelli troppo glamour per non adeguarvisi: soldi, potere, successo mediatico, a chi non piacciono? Un grattacielo a Dubai, che gira, che si allunga, che si piega, isole create dal nulla a forma di…tutto, la tabula rasa, liberi di creare dal nulla. E’ se è vero che a Dubai c’è poco di storia (c’è tuttavia il deserto, il mare, la natura, una cultura) in Italia e in Europa l’atteggiamento è il medesimo.
Il delirio di onnipotenza, il poter dire: “tutto questo l’ho creato io”, come si concilia con il ricercare le tracce, leggere i segni presenti ma non sempre facilmente visibili?

E’ il fascino del reality che prende molti giovani, il bisogno di uscire dall’anonimato di provincia, di essere al centro dell’attenzione. Gli Archistar sono solo la punta dell’iceberg (e in genere è ovvio che sono molto meglio dei loro emuli) il simbolo su cui mirare, la bandiera da conquistare per demoralizzare l’esercito ma non sono loro il problema, il problema è la truppa, numerosa e guidata da abili ufficiali e sottufficiali che hanno i loro quartier generali nelle università, nel mondo dei media, nell’ambiente culturale mondano, nelle amministrazioni comunali a fare PRG senza disegni, con norme assurde e funzionali quasi sempre a quel sistema che rifiuta la storia, la città, il contesto.
Questa situazione, che non è solo italiana ovviamente, ma è globale, da noi è tuttavia aggravata da due fattori:
- l’essere il nostro paese quello con più storia, con più patrimonio artistico e naturale di tutti gli altri;
- l’avere il nostro paese un’università fatta di caste, grandi e piccole, che se la giocano con altre caste, grandi e piccole, nel mondo dell’editoria e dei mass media.

Di qui la mia piccola, modesta, circoscritta proposta di fare giudicare i concorsi anche ai cittadini, gli unici titolari delle decisioni sulla città. Se gli architetti sono, siamo, quelli che ho sopra descritto, perché gli esperti, i professori dovrebbero essere migliori, essendo proprio loro che hanno formato la truppa? Di più: se anche tutti noi architetti fossimo bravi e i professori membri di giuria fossero bravissimi, perché dovrebbero essere loro a decidere le sorti di una città? Quando è mai successo storicamente? Quando mai l’architetto non ha avuto un rapporto conflittuale, se va bene di amore-odio, con il proprio committente, quando mai non ha risposto agli ordini del padrone e del proprio cliente? Chi ha messo in testa agli architetti una simile storia, talché tutti pensano di fare il proprio comodo e di essere portatori di verità? La repubblica platonica dei filosofi, cioè degli esperti, di quelli bravi, è l'esatto contrario della democrazia, è la tirannia.

Oggi non c’è il Principe, lo sappiamo tutti e ne siamo quasi tutti felici ( a Dubai c’è il Principe, in Cina c’è il Principe, andateci voi a godervelo). Amen. Inutili i lamenti di coloro che dicono: la classe politica è incolta; è probabilmente vero ma spostare il problema su altri soggetti non aiuta a migliorare sé stessi.

Da noi ci sono i cittadini che votano i propri amministratori; non è detto che scelgano i migliori ma è il meglio che ci possiamo permettere e, poiché la città è di tutti, come l’acqua, come l’aria, come l’ambiente naturale di cui tanto ci preoccupiamo; la città è una somma di proprietà private disposte su un tessuto che appartiene a tutti, alla collettività, per questo i cittadini, che costituiscono la civitas la quale esiste, è una cosa vera non un’astrazione intellettuale, devono decidere e avere voce in capitolo sulla costruzione dell’urbs.
Che poi decidano per delega, nella maggior parte di casi e per ovvi motivi di organizzazione sociale e politica, o per democrazia diretta, in pochi ma significativi casi, poco importa: ma il principio è questo. Sulle forme concrete non sta certo a me o a noi decidere.

Questo principio è il fondamento storico dell’essere delle nostre città occidentali; se esiste la pianificazione urbanistica (brutto nome), se esistono i Piani Regolatori, se esiste una normativa (snella o voluminosa è un diversivo ai fini di questo discorso), è perché nella città si devono esprimere valori collettivi e condivisi. Questo è l’unico, vero, profondo motivo che giustifica e ha sempre giustificato l’urbanistica come disciplina, da quei paesi in cui, per ovvi motivi geografici come l’Olanda, è più avanzata a quelli come il nostro in cui, per motivi geografici opposti, è più problematica, frammentaria, meno centralizzata e quindi più disarticolata. I colonizzatori hanno portato l’urbanistica in America del nord, terra sconfinata e con poca popolazione e ciò vuol dire che non è proprio possibile che ognuno disponga del territorio a suo piacimento, che c’è bisogno di un disegno che unisca un popolo intorno a valori condivisi che li facciano sentire appartenenti ad una comunità.

E la rivincita del pedone cosa c’entra con tutto questo discorso? C’entra, perché questa espressione non si riferisce solo ai giapponesi ma è la prova della distanza che c’è tra il progetto e la gente; la rivincita del pedone è appunto la libertà del pedone di non passare dai percorsi pedonali disegnati e realizzati nel verde da un architetto che ha lavorato sul foglio da disegno come si trattasse di un quadro astratto, secondo geometrie che nulla hanno a che vedere con quella che c’è in testa alle persone e che, senza ricordare o conoscere le regole dei triangoli, fa loro intuire che la diagonale è più corta dei due cateti. E così avviene che quei percorsi progettati vengono incrociati da sentieri spontanei senza erba che i pedoni scelgono naturalmente, non per maleducazione, ma per libera scelta di buon senso.
Un’altra dimostrazione sull’organicità della città, che deve consentire il massimo grado di scelte possibili, pena sentire la propria città come estranea, perché gli edifici non si possono scavalcare come i percorsi pedonali.

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22 maggio 2008

ARCHITETTURA COME ARTE CIVICA (2)

Pietro Pagliardini

Ritorno ancora sul libro di Marco Romano “La città come opera d’arte” - Einaudi, € 9,00 - nella parte in cui tratta dei temi collettivi, cioè quegli edifici o spazi pubblici che ciascuna comunità assume come rappresentativa di se stessa nella sua interezza, quali cattedrale, palazzo comunale, ecc. e la cui caratteristica, come spiega l’autore, è specifica ed esclusiva della città europea.

La tesi principale del libro è che alla base della città europea ci sia un principio estetico adottato per scelta consapevole della cittadinanza e viene raccontato in che forme si sia manifestata questa volontà che nasce da una volontà collettiva, espressione della somma delle volontà individuali dei cittadini. Ne riporto alcuni stralci significativi:

La civitas europea ha dunque una sua riconosciuta personalità, di ordine superiore a quella dei cittadini che la compongono, e proprio come i singoli cittadini in quanto individui confrontano il proprio status nella facciata della loro casa, così i medesimi cittadini in quanto civitas rappresentano il rango che considerano confacente alla propria città nella grandiosità e nella magnificenza relativa dei suoi temi collettivi, in un confronto che le coinvolge tutte, dal villaggio alla città, mentre nelle altre civiltà del mondo gli edifici monumentali li vediamo soltanto nelle città maggiori e invano cerchereste una moschea o un tempio nella miriade di modeste cittadine e di villaggi nelle campagne dell’Islam o dell’India.
omissis
La democrazia non ha lo scopo di perseguire scelte “razionali”, cioè oggettivamente “giuste”, (omissis) è soltanto una procedura accettabile per prendere decisioni nella sfera collettiva riconoscendo a tutti la dignità dei loro desideri individuali e la legittimità degli argomenti dei loro sostenitori, quali che essi siano, a prescindere dal loro effettivo merito e dunque senza necessariamente farli propri.
La lite su un nuovo tema collettivo è per questo endemica, viene prolungata e ramificata nella scelta dell’architetto, nella conduzione del cantiere, nell’enormità della spesa, finché, una volta realizzato, e archiviati i litigi, il nuovo tema apparirà col tempo, per la sua stessa natura di rispecchiare un tema sociale europeo, esito di una concorde volontà civica, e nella misura in cui in effetti rappresenta il sentimento della civitas della propria consapevolezza di sé, costituirà davvero l’espressione della volontà di fare della città un’opera d’arte.
Omissis
La civitas costituisce in se stessa, nella specifica organizzazione dialettica della sua democrazia, il committente dei temi collettivi, e per questo la loro grandiosa dimensione, come abbiamo accennato, li rende espressivi del suo desiderio di manifestare il proprio rango. Anche se lo stile di volta in volta adottato nasce sempre nell’ambito della sfera specifica della cultura architettonica - spesso con punti di vista contrastanti come conviene a una società dove la competenza e la capacità di innovazione nel mestiere sono oggetto di apprezzamento come quando Brunelleschi riuscì a voltare la grande cupola di Santa Maria del Fiore, rimasta da un secolo incompiuta - il giudizio sulla loro congruità, sulla loro utilità e sul loro decoro costituisce per principio una competenza di tutti i cittadini della civitas in quanto tali, dove tutti siamo legittimati ad avere un punto di vista sul se e sul come realizzarli a prescindere dalla nostra specifica cognizione dell’arte.
Se nel Trecento la forma dei capitelli di Santa Maria del Fiore venne sottoposta e referendum, in uno sketch giornalistico del tardo Ottocento Carlo Collodi tratteggia la lite tra un macellaio e il suo cliente sul come avrebbe dovuto venire completata la sua facciata, allora in concorso, tricuspidata o orizzontale, lite culminata a lanci sanguinolenti.


Tutto quanto sopra spiega bene il significato che del termine di “architettura come arte civica” e che ne fa cosa tutt’affatto diversa da ogni altra espressione artistica. Pittura, scultura (quando non destinata a spazi pubblici), letteratura, poesia sono arti che possono avere certamente una valenza civile nel senso che in esse la società o parte di questa può riconoscersi come nazione o come comunità locale o come gruppo specifico però il loro atto creativo, qualunque ne siano gli esiti, non può essere sottoposto a nessuna censura preventiva, a nessuna valutazione preliminare, non solo per garantire a tutti libertà di espressione, ma perché l’uso che ne verrà fatto dai cittadini dipende anch’esso da una scelta individuale: io posso leggere o no un libro, guardare o meno un quadro, ascoltare o meno un brano musicale; invece nell’architettura io non sono libero di scegliere cosa vedere, perché cammino nella mia città e lungo il percorso mi imbatto, per forza, in edifici che altri hanno progettato e costruito e non dovrò essere costretto a chinare il capo per non guardare ciò che ritengo sbagliato o brutto.

Per questo appellarsi come fanno spesso gli architetti alla “libertà di espressione” per avere mani libere nella progettazione, è argomento usato in modo molto superficiale, quando non in mala fede, se non si inquadra nella giusta prospettiva il rapporto libertà del progettista-libertà dei cittadini.

La civitas, come dice Romano, costituisce in se stessa il committente dei temi collettivi. La città è un bene collettivo, come l'ambiente naturale, su cui tutti hanno il diritto di esprimersi; questo spiega il motivo dell’esistenza della commissione edilizia (oggi in disuso per una errata, e spesso ipocrita, esigenza di snellimento burocratico)che è una logica semplificazione della forma assembleare per la gran massa degli edifici che vengono costruiti dai privati, cioè per l’edilizia di base; ed è sempre per questo che, salendo il livello di complessità e di importanza, i piani urbanistici, di dettaglio e generali, vengono approvati dal Consiglio Comunale, che è un'assemblea rappresentativa dei cittadini, previo esame delle osservazioni da questi presentate. Al vertice per importanza urbana, cioè per aree ed edifici pubblici (molti dei quali sono, come dice Romano, temi collettivi) che interessano tutti, ma proprio tutti gli abitanti di una città, anche i cittadini dovrebbero poter esprimere il loro parere, senza lasciare politici e amministratori in balia delle scelte di architetti o “esperti” a vario titolo o, peggio, senza delegare solo a questi soggetti la decisione ultima.

Con questo sistema, che non è certo lineare come io l'ho descritto ma è sicuramente conflittuale come conflittuale è la democrazia, il progetto della città torna patrimonio comune di chi la vive e l'esperto acquista un ruolo determinante, come progettista e come uno tra i molti soggetti giudicanti, non l'unico.

Mi domando spesso: a chi e perché fa paura il voto popolare?

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