Pietro Pagliardini
Tre coincidenze sono una prova di colpevolezza. Figuriamoci quattro.
In ordine cronologico:
Aragonbiz su Bizblog (il suo nome vero è ovviamente un altro, ma lui preferisce così): "Due approcci del moderno-post";
Vilma Torselli, su Artonweb, con il suo articolo: “Architettura d’autore”;
Giorgio Muratore su Archiwatch con il suo post: "Skyscraper city-no grazie";
PierLuigi Panza sul Corriere della Sera: "L’architettura processa Derrida".
Nessuno dei quattro autori può essere accusato di essere “antichista”, nè seguace del Principe Carlo nè di Lèon Krier. Solo Aragonbiz apprezza certi aspetti del Krier urbanista, ma solo quelli.
Tutti, a vario titolo e con diverse sensibilità e sfumature, apprezzano e nutrono speranze nell’architettura moderna. Vi è chi la pratica, vi è chi la insegna e la pratica, vi è chi l’analizza, la commenta e la spiega, associandola all’arte contemporanea con una funzione divulgativa via Internet, vi è chi periodicamente se ne interessa in relazione al costume, come è d'uso per un grande quotidiano nazionale.
In ognuno di questi scritti usciti tutti nell’arco di pochi giorni è palpabile la stanchezza e la noia, talora il disgusto, verso il dilagare di un sistema di fare architettura che appare tanto vuoto nelle forme quanto consistente nella forza economica e di pressione mediatica di cui è espressione.
Non penso nemmeno lontanamente di accomunare gli autori di quegli articoli in qualcosa d’altro che non siano solo la comune passione per l’architettura, che per alcuni è anche professione, e questa fortuita coincidenza nella denuncia dello "star system" dell'architettura.
Ho detto fortuita solo nel senso che dietro non c’è sicuramente nessun disegno organizzato, tanto i personaggi sono distanti tra loro, sia geograficamente, sia caratterialmente che come interessi professionali; ma non c'è nessuna casualità e non è possibile non leggervi un vento di cambiamento.
Estraggo qualche brano da ciascun testo:
Aragonbiz su Bizblog parla di un grattacielo di MVRDV:
”Totale irrazionalità statica, abitativa, urbanistica, di dispersione energetica, unita però ad un concettualismo rigido, anche questo da "artista", non difficile da realizzare. Tentativo di combinare una standardizzazione ma in modo irregolare, per unità e non per insieme.
Santo cielo, non riesco più a scrivere, per quanto li odio, questi stronzi figli di Rem Koolhaas. Guardo le loro cose e mi sento male fisicamente”. “L'altro approccio (quello di MVRDV) è la peste bubbonica, è molto vicino al "male assoluto". Va combattuto ad ogni costo”.
Si può essere più espliciti di così? E sì che quando vuole biz sa fare distinguo, analizzare sottigliezze, capire le ragioni di ogni progetto. L’estrapolazione di questo brano dal contesto e dal’insieme degli altri post è come l’intercettazione di una telefonata: falsa completamente le situazioni e il personaggio. Ma non falsa affatto il pensiero specifico e quello che c’è scritto è esattamente quello che voleva dire.
Vilma Torselli su Artonweb:
“Il fatto che oggi il mondo, per l’affermarsi di una aristocrazia anziché di una democrazia globale, sia politicamente ed economicamente organizzato (o globalizzato) in modo che relativamente pochi centri di potere, in relativamente poche città del mondo, possano determinarne il destino, ha parallelamente favorito il diffondersi di un’architettura dal significato totemico concretizzata in un linguaggio che per essere di valenza universale deve anche essere inevitabilmente generico”.
“La quale (l’architettura d’autore) trae dalla rappresentazione per immagini (fotografiche o da sofisticati processi di rendering) il massimo vantaggio perché è, prima di tutto, un’architettura da guardare, un’architettura narcisistica ed autorappresentativa che riflette sé stessa, un’architettura spesso vuotamente estetizzante che dirige il suo potenziale comunicativo inter e sovra-culturale a “cittadini del mondo”, anche di quello più geograficamente lontano, nei quali produce emozioni che non hanno nulla a che vedere con quelle degli abitanti locali, non condividendone il contesto e la storia”.
Omissis
“C’è una sostanziale differenza tra architettura ed immagine dell’architettura, un irrisolto conflitto, per parafrasare Jacques Herzog/Jeff Wall, tra immagini d’architettura e architettura d’immagini, tuttavia ciò che pare certo è che l’architettura rischia di diventare l’interfaccia tra vita reale e vita virtuale, anziché fungere da tramite tra mondo naturale e mondo antropico, ruolo che la storia le assegna da sempre.
Abitanti involontari di uno scintillante Truman Show, ci stiamo dimenticando che l’architettura ha memoria e vissuto, ma anche corpo, suono, colore, odore, durezza, trasparenza, fisicità: " ..... è solo quando ci troviamo fisicamente nel luogo che possiamo avere esperienza della verità del luogo……." , una verità sperimentata e toccata con mano, che l'immagine non saprà darci mai”.
Il lnguaggio colto e raffinato non attenua, anzi amplifica la condanna senza appello.
Giorgio Muratore su Archiwatch:
“Si assiste quindi, e non da oggi, al proliferare di grattacieli di tutte le taglie e di tutte le fogge, un po’ in tutto il mondo, dai distretti commerciali delle metropoli occidentali alle sempre più numerose città nuove che si affollano a decine dall’oriente estremo fino alle, un tempo, desolate e pastorali plaghe dell’asia centrale, dalle assolate, assetate e desertiche realtà del Golfo fino alle più remote e paradossali situazioni latino-americane, tutte località, a vario modo, assoggettate a questa nuova forma di colonialismo tipologico, ove il protagonismo di massa del grattacielo la fa ormai da padrone indiscusso. Migliaia di grattacieli, una volta confinati in rari esemplari nei distretti finanziari delle grandi metropoli statunitensi, dilagano ormai senza freno dai deserti alle praterie, dalle spiagge alle savane del mondo intero. Soprattutto nei luoghi dove è più debole la storicità e la memoria stessa dei siti al grattacielo sembra affidato il ruolo fondante di edificio-pioniere, quasi a segnalare una nuova presenza, a testimoniare con arroganza una presa di possesso, a testimoniare l’orgoglio volgare di un finalmente raggiunto dominio simbolico e materiale sui luoghi”.
E ancora:
“Purtroppo però in questi ultimi anni sull’onda di un laissez-faire di stampo anarco-liberista, molte barriere, anche etico-psicologiche sono crollate e sono quindi sempre più numerosi i casi in cui il nostro patrimonio ambientale e paesaggistico viene aggredito in forme concitate, avventate e agressive in nome di una sedicente modernizzazione che trova, proprio nel grattacielo, la sua formula più immediata, sbrigativa e redditizia, perciò, vincente”.
Questo estratto non rende giustizia alla qualità del testo completo, che fa una rapida ma preziosa sintesi della storia del grattacielo. Anche in questo caso il verdetto è chiaro.
Pier Luigi Panza sul Corriere, con l’articolo dal titolo: L’architettura processa Derrida:
“Per Derrida questa assiomatica, che coincide con l' intera storia del vitruvianesimo, ovvero quella che il critico inglese John Summerson ha definito Il linguaggio classico dell' architettura (1966) è da decostruire. A distanza di una ventina d' anni da queste proposte teoriche, l' uscita in italiano di questi testi è l' occasione per una prima verifica della stagione alla quale hanno fornito supporto teorico, prima che tutti gli studenti di architettura si mettano a laurearsi solo su edifici storti. Questa stagione è fatta di «oggetti» riusciti (Guggenheim di Bilbao di Gehry), parzialmente riusciti (Museo ebraico di Berlino di Libeskind), falliti (uffici al Mit di Gehry), in arrivo (grattacieli storti di Libeskind, Isozaki e Hadid a Milano), edifici riusciti e altri mostruosi nella provincia italiana. Decostruire il vitruvianesimo ha voluto dire superare la storia della trattatistica, dimenticare abdicare di fronte a metodi, tipologie, logiche urbanistiche per aprirsi a alla «chance», all' heideggeriano «far spazio». Una direzione scelta ancora da Aaron Betsky nell' ultima Biennale di architettura, nella quale si vuole «andare oltre l' edificio perché gli edifici ormai sono tombe», afferma Betsky, che vede in Derrida una carica di utile utopismo. Si tratta di una dimensione nella quale il relativismo nichilista si presenta come alternativa alla costruzione razionale. Il gioco, prende il posto della meccanica razionale e la dimensione nietzschiana della Gaia scienza e del dionisiaco il posto dell' illuministico «rigorismo» architettonico”.
Che altro aggiungere se non una sola, piacevole sorpresa: sul blog BOVISIANI, curato da studenti del Politecnico di Milano è apparso, e non è il primo del genere, un post di Giancarlo Consonni dal titolo: Il principe è nudo. Rem Koolhaas a Bovisa :
“Per quelli che hanno le redini del potere, le fantasmagoriche restituzioni virtuali sono l’incenso con cui si avvolgono: il sostituto di ogni discorso, di ogni giustificazione. Non solo la comunicazione, ma il mezzo a cui essa si affida è tutto (di nuovo McLuhan): dietro non c’è niente. Non un pensiero, un’argomentazione. Non un logos che possa essere oggetto di discussione nella polis. Così l’attacco si svolge su due piani: la città reale e la città ideale (nel senso non dell’utopia ma della civitas definita dalla convivenza civile e dalla condivisione delle ragioni su cui si fonda). Un punto su cui le restituzioni virtuali lavorano è l’immaginario. Che viene destrutturato e sganciato dalle ragioni civili. È anche così che si distrugge la città. Esemplare è il lavoro svolto da una pubblicistica storicamente e formalmente attribuita a un’area di centro-sinistra e che in passato ha svolto un ruolo importante sul piano della difesa/costruzione di un cultura civile. Si pensi al lavoro di Antonio Cederna. Sì: sto parlando dell’«Espresso» e anche di «Repubblica», dove accanto all’ottimo lavoro svolto da un Francesco Erbani, troviamo il dilagare di maître à penser che hanno dirette responsabilità nella distruzione della città. O dove alcune star internazionali dell’architettura hanno un lasciapassare assicurato, avvalorato da giornalisti che si sono eletti a loro alfieri/maggiordomi. Per non dire delle pagine locali di «Repubblica», dove, come anche sul «Corriere della Sera», alcuni servizi su complessi edilizi in programma si presentano in tutto e per tutto come pagine pubblicitarie a pagamento: una prosecuzione della pubblicità immobiliare”.
Omissis
“Al centro dell’articolo è il progetto di Rem Koolhaas per l’area dei gasometri nel quartiere milanese della Bovisa. Il termine progetto è in questo caso un eufemismo. Si tratta più propriamente del divertissement di un individuo che evidentemente non ha giocato abbastanza da piccolo. Butta sull’area, a manciate, dei pezzi presi da una scatola di giochi d’infanzia e dopo averne cavato un assemblaggio che gli pare abbastanza stravagante da sorprendere gli allocchi, mette la sua firma sotto questo affastellamento, lo chiama masterplan e lo manda, con relativa parcella, al committente diretto”.
Se anche gli studenti, o almeno una parte di essi, sono così insensibili al fascino ammaliante delle Archistar e comprendono così lucidamente il trucco che c’è dietro questo sistema, esistono motivi di speranza.
Avere fatto questa "associazione d'idee" non vuol dire aver tentato di arruolare nessuno degli autori di cui sopra nelle truppe antichiste, tradizionaliste, classiciste, vernacolari, conservatrici e reazionarie e quant’altro. Non sarebbe stato proprio possibile.
Però si può legittimamente pensare che un pezzo di strada insieme, almeno per la pars destruens, la possiamo fare. Dopo, chissà!
17 novembre 2008
UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L'EUROPA...
4 luglio 2008
GEHRY E LA ROTTURA DELLA SCATOLA
In un’intervista al Corriere della Sera Frank O’Gehry parla di molte cose e risponde tra l’altro alla fatidica domanda sulle archistar.
Gehry si schermisce, dice di non sentirsi archistar e aggiunge:
“Se possono spingere un giovane architetto a migliorarsi, ad essere sé stesso, ben vengano le archistar”.
Ecco, è proprio questo il problema: essere di esempio ai giovani e anche i meno giovani!
Essere archistar, o architetto di successo globale, non è certo un delitto né una colpa; è un po’ come essere ricchi (e probabilmente lo è anche ricco), non è peccato, anzi, per me è un merito, beati loro e beato Gehry, che poi sembra anche un nonno bonario e sicuramente ha qualità fuori dal comune, anche se talvolta usate in modo perverso.
Il problema sono proprio gli allievi; non solo quei pochi che hanno la fortuna, o sfortuna, di stare accanto al maestro (in fondo può essere anche una fortuna, perché i miti visti da vicino, talvolta, possono perdere un po’ di aura) ma quei molti, troppi architetti che leggono le riviste, i giornali, guardano i film, ascoltano i professori, vedono la pubblicità, ecc. e pensano: voglio fare come lui, voglio “essere” come lui, voglio creare, questa è architettura, rompe gli schemi e, come si dice nelle motivazioni del premio della Biennale suggerito da Betsky, rompe anche “la scatola” architettonica.
Intanto chiamare, che so, Palazzo Rucellai, una scatola architettonica (perché è una di quelle che lui avrebbe rotto), mi sembra grossolano prima che irriverente, poi questo premio, oltre che imbalsamare Gehry (è alla carriera), alimenta il “mito” e allora giù altri architetti che lo vorranno imitare.
Per dirla tutta: quante opere può fare Gehry nel corso della sua vita (che ovviamente mi auguro sia lunghissima)? 100, 200, esagero 300. Di queste trecento quante saranno quelle tipiche da archistar? Diciamo 50. Ebbene il mondo può sopportare certamente 50 opere di Gerhy. Ci sono ben altri problemi: l’inquinamento, il traffico urbano, le inondazioni, i terremoti, l’incuria dei monumenti, l’abusivismo, gl i innumerevoli grattacieli senza la griffe degli architetti, le scorie radioattive, ecc. cosa volete che siano 50 opere di Gehry-archistar!
Ma, a fronte di queste 50, ci sono … 100.000? architetti che, basta che riescano una sola volta nella loro vita a fare i Gerhy e il danno diventa planetario, le città vengono inondate di pseudo-cloni (sicuramente peggiori dell’originale). Moltiplicate questo numero per ognuna delle archistar viventi, più le mini-archistar di casa nostra che hanno anche loro i proprio cloni, e si raggiungono cifre spaventose. Soprattutto danni spaventosi all’architettura, all’ambiente urbano e a quello naturale.
Eppoi non ci sono mica solo gli architetti! Ci sono anche i politici, i sindaci e gli amministratori che, in assenza di idee per la loro città, mascherano la loro pochezza con l’effetto Bilbao. Già, anche gli amministratori vanno dal dentista e leggono le riviste di moda che illustrano le meraviglie di queste architetture e sognano in un colpo solo di risolvere i problemi: passare alla storia e attirare i turisti.
L’ultima trovata è del sindaco di Salerno che avrebbe voluto incaricare Gehry del progetto del nuovo termovalorizzatore. Niente, è andata male e così anche Gehry, l’archistar, ha provato sulla sua pelle l’effetto perverso che dicevo, perché, in Italia, gli amministratori le archistar le desiderano, le evocano, le contattano anche, fanno un bell’annuncio nel giornale ma poi.. si affidano ai cloni.
Chissà se avremo un termovalorizzatore con un po’ di lattoneria luccicante aggiunta sopra!
29 giugno 2008
L'ARCHITETTURA DEI MAGAZINES
Io Donna del 28 giugno, magazine del Corriere della Sera. Giornalista: Lia Ferrari.
Argomento: Biennale di Venezia.
Titolo: Architetti, rifiutatevi di costruire.
Diffido subito di questo titolo perché chiedere ad un architetto di rifiutarsi di costruire è come "chiedere" a un drogato di smettere di farsi, parole al vento. Non credo esista architetto, qualunque mestiere faccia per scelta o necessità, designer o pubblicitario, informatico o artista, che in fondo in fondo non desideri mettere un mattone sopra l’altro, figuriamoci uno che di mestiere fa proprio questo. Vedremo.
Vado avanti nell’articolo. Viene presentato il Direttore della Biennale, una faccia simpatica, architetto, di nome Aaron Betsky, per me un perfetto sconosciuto, ma questo non vuol dire.
Mi si presenta subito bene perche è stato criticato da Gregotti che ha parlato di "consolazioni puramente seduttive intorno allo stato delle cose": vuoi vedere che oltre che simpatico è anche bravo! In effetti alla giornalista che gli domanda se lui ce l’ha con l’architettura risponde di no e dice che “l’errore è confondere l’architettura con gli edifici, che ne sono solo la più evidente materializzazione”.
Il mio cervello ha il grave difetto di voler anticipare le risposte in base alle mie aspettative, e allora immagino che voglia andare oltre il singolo edificio, oltre l’architettura-oggetto che ci viene propinata oggi, che si interessi alla città, al contesto in cui l’edificio è inserito e questo argomento mi piace, sento che dirà qualcosa di interessante. Comincia a parlare di spreco di risorse, disciplina critica, usare il territorio senza distruggerlo, e passi, rifugi senza costruzioni come il giardino in cui viene intervistato, e passi ancora e la prima risposta finisce con “per questo ho invitato in Biennale solo architetti sperimentali”.
Fine dell’illusione. Architetti sperimentali: cosa vuoi sperimentare, torna all’antico e vedrai che trovi il nuovo.
Seconda domanda: Ma al di fuori della Biennale (ecco, è meglio), cosa possono fare oggi per noi gli architetti? Bella domanda davvero, vediamo come se la cava.
“A volte non fare. Rifiutarsi di costruire” - questa, come dicevo, è un po’ forte, e prosegue – “Mi viene in mente un progettista che in Belgio aveva firmato un contratto di 20mila euro per la risistemazione di una piazza. Dopo un anno di interviste, fotografie e studi, ha concluso che nessuna costruzione avrebbe migliorato lo status quo. Bastava la manutenzione. Così ha detto: bene, io ho fatto il mio lavoro, datemi i ventimila euro. Ed è stato pagato”.
Salto di soddisfazione dalla sedia, questo ha capito tutto, l’architetto belga intendo, ma anche Betsky! C’ha messo un anno per capirlo ma c’è arrivato: ha lavorato alle indagini, ha capito che less is more, ha giustamente riscosso (in Italia avrebbero denunciato lui e gli amministratori), non ha fatto danni, non ha messo pensiline, fontane improbabili, panchine, padiglioncini, lampioni di design, giardinetti, pavimentazioni da show-room e se ne è andato.
Bravo, bravo, bravo! Ma come faccio a dire che è bravo se non conosco la piazza e nemmeno la città? Lo dico perché lo so, perché il 99% delle piazze e degli spazi pubblici hanno solo bisogno di manutenzione, e invece gli amministratori vogliono lasciare il segno e riempire di tutto per far vedere che esistono e trovano sempre qualche architetto che vince un concorso il cui vero tema è sempre e comunque l’horror vacui.
Questo Betsky è forte, c’ha un’idea forte (gli architetti sperimentali saranno un incidente di percorso), è capace che ci sarà qualche novità in Biennale.
Giro pagina. Le domande restano pertinenti, la giornalista è competente ma le risposte sembrano date da un'altra persona. Avrà mica ragione Gregotti? Parla di un grande tubo che messo in laguna aspira l’acqua e ne esce il caffè, poi dice di un visitatore messo in gondola e intorno gli fanno vedere prima Venezia, quella vera, poi Venice di Las Vegas, poi quella di Macao, e il visitatore si confonde e scambia il vero dal falso e così fa la figura dell’imbecille. Ma che trovata!
Dopo altre amenità del genere alla domanda: Tra i suoi invitati c’è anche Zaha Hadid, autrice di uno dei tre controversi grattacieli all’ex Fiera di Milano, risponde: “Alla Biennale rivedremo la sua vena sperimentale (rieccola, perché fino ad ora la Hadid era accademica, evidentemente). Ha immaginato un fiore di loto che schiudendosi diventa abitazione”. Ma la Hadid è irakena mica giapponese e la domanda era sul grattacielo non sulla botanica.
L’intervista si conclude con l’affermazione che anche Palladio e Leon Battista Alberti erano archistar (questa è buona davvero), non senza avere annunciato anche la novità dell’happening con un uomo nudo.
Ci sarebbe da fare molta ironia ancora ma la conclusione è che Gregotti aveva davvero ragione e l’architettura non ha più veramente niente da dire essendo ormai solo un fenomeno economico-mediatico da magazine dei quotidiani, come il gossip, il turismo colto, la moda, le spa, l’ultimo cellulare, il calcio (questo non lo dice Gregotti, lo dico io).
Non si intravvede un minimo di coerenza logica tra l’architetto belga e la Zaha Hadid, tra il superamento dell’architettura-oggetto e il tubo che fa il caffè con l’acqua della laguna. Non c’è filo conduttore che non sia quello del sensazionalismo, della pura comunicazione.
Si dirà: è un magazine che entra in molte famiglie, che si trova dal dentista e dal barbiere, che sfogliano grandi e piccini, operai e professionisti, architetti e mogli di costruttori, non è mica una rivista seria! Proprio per questo dovrebbe essere più attenta, perché divulga informazione e fa cultura pop ma diffonde idee confuse fatte per confondere.
Anche al Festival del cinema di Venezia ci sono le star, le interviste, le curiosità mondane ma, alla fine, il film c’è, brutto o bello, il film si vede e si deve anche vendere: qui manca l’oggetto, l’architettura.
In questo senso lo slogan del Congresso Mondiale degli Architetti di Torino, Transmitting Architecture è, da un lato, coerente con lo stato dell’architettura attuale, cioè pura comunicazione senza sostanza, dall’altro già superato dalla realtà: fare un congresso per “comunicare” l’architettura, quando ormai questa è solo pura comunicazione mediatica, sia nel progetto che è costantemente alla ricerca di novità, esattamente come un qualsiasi prodotto commerciale, sia nel mezzo per trasmettere il messaggio, cioè magazine, riviste, spot TV in cui questi prodotti appaiono come sfondo.
L’architettura che appare dalla comunicazione assolve alla stessa funzione del gossip sui giocatori di calcio in cui uomini e donne si identificano nei rispettivi ruoli del giocatore e della velina e sognano di vivere come loro: non faccio moralismo, ognuno ha diritto di aspirare a ciò che vuole, ma l’importante è saperlo e gli architetti dovrebbero sapere che quel tipo di architettura vive solo se è presente in un foto patinata, solo grazie a quella ha qualche possibilità di essere accettata da un cliente.
In questo senso frequentare architettura all’università è come partecipare ad una selezione di un qualsiasi reality show in cui migliaia di aspiranti si impegnano come pazzi per realizzare il sogno della loro vita: apparire.
L’architettura, cioè il fine, non ha più alcuna importanza, ed è l’architetto, cioè il mezzo, a prevalere.
Questo è l’esito naturale del Movimento moderno e dello stile internazionale che avendo fatto tabula rasa di qualsiasi canone hanno messo al centro la sperimentazione e la ricerca del nuovo; è stata distrutta la disciplina ed è emerso lo show.
Chissà se sarà mai possibile una Biennale che metta al centro l’architettura classica italiana, antica e moderna!
P.S. A POST GIA' FINITO E PUBBLICATO LEGGO SU REPUBBLICA CHE, SU PROPOSTA DI BETSKY, E' STATO ASSEGNATO IL LEONE D'ORO A GEHRY, CON LA SEGUENTE MOTIVAZIONE: "Ha trasformato l' architettura moderna, l' ha liberata dai confini della "scatola" e dai limiti delle comuni pratiche costruttive". Oddio, le scatole, per romperle le ha rotte davvero.
Come ho potuto pensare bene, solo per un attimo, di questo Betsky!
