Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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2 dicembre 2011

PILLOLE DI MODERNITA'

Post senza pretese, solo una raccolta alquanto casuale di frasi raccolte qua e là in rete, nei commenti di questo blog e su facebook sull’idea della modernità e delle sue conseguenze in architettura.
Non tutti i “pensieri” hanno un autore, non per scelta ma perché alcuni non l’avevano proprio e altri li ho letteralmente persi per strada. Nel caso eccezionale che qualcuno lo riconoscesse come suo, basta scrivere e io lo inserisco.


- La contemporaneità non é una qualità, non é uno stile, non é una religione, non é una saggezza, non é un'abilità, non é una estetica, non é una promessa, non é un ideale e neanche una delusione!
Quello che é semplicemente la contemporaneità, é il fatto di essere qui, adesso!
La contemporaneità qualifica soltanto il momento nel quale viviamo...Ne possiamo essere entusiastici o no, e purtroppo rimaniamo tutti contemporanei! Lucien Steil

- "Intanto tutta la grande architettura é contemporanea al suo tempo, rilevante alla sua situazione nello spazio, nel tempo, nella società umana - ma anche eterna. Senza quest’essere eterna - quest'essere in armonia con il cosmos e l'evoluzione della vita - nessun'architettura può essere chiamata contemporanea." Hassan Fathy

- E poi mi piace guidare una macchina con navigatore satellitare e lo preferisco ad andare in carrozza, soprattutto per le lunghe distanze. Se potessi muovermi in elicottero sarebbe meglio ( anche se questo non vuol dire che non mi piaccia anche camminare o andare in bicicletta). Luigi Prestinenza Puglisi su facebook

- Nooo, la carrozza paragonata alla macchina noooo. Questa non me la dovevi tirare fuori. Pietro Pagliardini (risposta a LPP su facebook)

- L'evoluzione non si può certo fermare.

- Il dubbio che ho riguardo a questi argomenti è: il cosiddetto "moderno" in architettura, ha una sua autonomia reale, un suo sistema, oppure i suoi criteri, in realtà, si fondano per differenza su una negazione di criteri classici? (di cui avrebbe dunque sempre bisogno per riproporre la negazione?)
Sono sempre più convinto che è "la seconda che ho detto". Biz (Guido Aragona)


- «Confesso che non mi piace molto la parola modernità preferisco il verbo equivalente, modernizzare. Perché indica la creazione, quell' azione reale e concreta che ci porta a trasformare in continuazione ogni nostra forma di espressione. Modernizzare è, d' altra parte, una sfida continua». Una sfida che, in architettura, si può tradurre in... «Ad esempio nella ricerca di nuovi materiali. Come lo sponge, un "ibrido di aria e materia" che abbiamo sperimentato per questo nuovo spazio. Un "ibrido" messo a punto per l' occasione ma che va comunque ad aggiungersi agli altri materiali tradizionali che abbiamo utilizzato: l' alluminio, il legno e il vetro, anche se si tratta di un vetro che può cambiare trasparenza a secondo delle esigenze. Ma modernizzare è anche usare le nuove tecnologie digitali»- Rem Koolhaas intervistato da Stefano Bucci sul Corriere in occasione del nuovo spazio Prada a Los Angeles

- so anch'io che un tetto a due falde con una capriata "tradizionale" utilizzata come pensilina in una piazza volta è più comprensibile di un'altra struttura... MA è BELLA??????????????????????????????????????????????????????????? ...sarà pardaossale ma e o.....a!!!!!!! Ve lo assicuro io se non ve la detto ancora nessuno è proprio b....a, non si può g.....e! Il tempo è cambiato siete ancora fermi a qualche secolo fa... s.....a!!!! Luca Donazzolo da facebook

- La tanto vituperata modernità nasce dall’implicito confronto con ciò che è stato, nasce dall’elaborazione del passato, quand’anche negato, ineludibile nucleo promotore del cambiamento e della presa di coscienza di una moderna autonomia intellettuale, senza disconoscere i debiti di carattere formale o contenutistico verso chi ci ha preceduti. Ed in questi termini il passato non è un bagaglio inutile, è un elemento di confronto necessario e indispensabile che tuttavia non deve obbligatoriamente concretizzarsi in ripescaggi stilistici o imitazioni morfologiche anticheggianti, il che significherebbe solo mummificazione di linguaggi in un repertorio formale senza tempo, vecchio prima ancora di nascere.
Non è una scusa assolutoria dire che un architetto di oggi che progetti "in stile" “non ha nessuna intenzione di far credere che la sua opera sia stata realizzata in un’altra epoca”, può essere che non ci sia falsificazione, almeno nelle intenzioni, ma c’è senz’altro l’incapacità di parlare un linguaggio autonomo e innovativo, sapendo che la modernità non va copiata (da presunti “grandi modernisti”), va inventata. Vilma Torselli


- Modernità non consiste nell'adottare quattro mobili quadrati. Leon Krier

-Potremmo risalire anche ai saggi degli anni Settanta di Charles Jenks sulla fine della modernità, da cui sono derivati i riflussi reazionari di Léon Krier, non solo contro la modernità ma contro il progetto in generale. Andrea Branzi

- C'è probabilmente una tendenza più generale che tende a porre il singolo individuo in contrapposizione alla società nel suo complesso, laddove invece l'individuo può trovare una sua dimensione (anche in quanto individuo) solo in un contesto sociale, sia pure con tutte le tensioni che questo comporta. Il "contesto sociale", come l'ho chiamato, richiama la necessità del "linguaggio" inteso come terreno comune, entro cui l'individuo può esplicarsi ma in questo "contesto", contro la destrutturazione del linguaggio che invece è conseguente alla frattura fra individui singoli e società.
Si potrebbe anche dire che questa "destrutturazione" linguistica, sociale, è opera del nichilismo.biz (Guido Aragona)


- Quelli che danno tanta importanza alla questione della modernità, non é che si impegnano in un mondo artificiale di valori relativi e di frivolità, in un mondo dove il senso comune non fa più senso, e dove la ragione ha perso il lume della ragione? Lucien Steil

- Pensare che "il mondo era meglio una volta" è un discorso da "vecchi al bar", senza offesa ovviamente, ma lascia il tempo che trova. Non mi sembra neanche tanto deontologico e di sicuro non da professionisti che hanno l'obbligo morale di rimanere al passo coi tempi per dare al proprio committente sempre un prodotto all'avanguardia delle ultime conoscenze tecniche e tecnologiche. Master

- Gli italiani sono a proprio agio con lo spazio della loro storia, in quello spazio si muovono e si ritrovano con una disinvoltura e una familiarità ereditate dai secoli passati, di modo che si può parlare al riguardo di un insieme di “luoghi”. Un luogo è un luogo nel senso pieno del termine se vi si può reperire un legame visibile con il passato e se tale legame è manifestamente presente alla coscienza di chi lo abita o lo frequenta. Marc Augè

- La modernità non è presunta, è un modo di essere (è inutile che ricordi che Augé è il filosofo della surmodernité), l'antropologia studia ciò che accade, ne indaga gli sviluppi e le ragioni, cercando di capire perché Milano costruisce Citylife, perché Fuksas progetta, perché Gehry sia ancora a piede libero.
E' determinante per aiutarci a capire il mondo in cui viviamo, non per cambiarlo. Vilma Torselli


- la pensilina di Isozaki, che De Carlo, non Krier, ha chiamato "tettoia", viene rifiutata per tutti i motivi possibili e quelli che non esistono dovrebbero essere inventati, pur di non farla. In quella pensilina lo stile E' il merito, e viceversa. Pietro Pagliardini

- Nessuno, pare incredibile a dirsi, s’era reso conto che il contesto civile, la cultura ed infine l’architettura, avevano origine ed esistevano al di là ed al di sopra delle sovrastrutture politiche ed economiche del momento, legati indissolubilmente allo spazio fisico, al territorio, alla geografia, anche minuta, dei luoghi, al linguaggio parlato ed infine anche a quello architettonico.
Nessuno parve ( e pare tuttora) rendersi conto che l’uomo è animale sociale che si aggrega per aree geografiche, culturali, linguistiche precise ed ha bisogno di sistemi comunicativi (…architettura inclusa… ) che lo mettano in relazione fattiva con i suoi simili ed i suoi “prodotti” passati presenti e futuri.
Un piccolo dettaglio secondario, sfuggito al quadro generale insomma : ciò che conta nella situazione presente sembrerebbe invece l’individuo, il demiurgo che rende “chiaro” ed inventa (…senza nemmeno conoscere bene significato ed etimologia…), cambia la storia, sogna e si batte contro la massa banale ed ignorante ; ripetitiva infine (.. peggiore incubo.!..) che vorrebbe ridurlo a se; senza, peraltro, sospettare che quella massa deprecata “è” lui. Memmo54


- già che ci siamo, Pietro, allora diciamocelo: il progetto di Pier Carlo e Léon è allucinante (progetto a Modena).
L'accusa di falso storico è infondata? Ma sì, è del tutto normale fare oggi palazzetti in stile rinascimentale, a patto che poi ci si mettano anche dei figuranti con mantelli, gamurre, giornee, cotte, naturalmente non solo a carnevale! Vilma Torselli


- Il pensiero "unico" è proprio quello di Marconi e di quelli che la pensano come lui, non ci sono progetti contemporanei e progetti non contemporanei, ci possono essere soltanto Progetti con la P maiuscola fatti da architetti e ricostruzioni filologiche per cui non c'è bisogno di architetti ma di storici.

- Perché vi ostinate a pensare che oggi, per la prima volta nella storia, non è mai successo nel corso degli ultimi 3000 anni, non si può esprimere la contemporaneità e bisogna soltanto copiare il passato ? Antonio Marco Alcaro

La lentissima, a volte impercettibile, evoluzione permette comunque di mantenere un rapporto costante e ricucire un’epoca con l’altra. La Maison Carrè parla ancora alle casine basse e modeste d’intorno; dialogava con il teatro antistante, inferiore ma non indegno. L’edificio di Foster, per altri versi ben fatto, ben costruito, ben realizzato, bello in fine, non dialoga affatto: è un estraneo e muto, quanto indecifrabile, segnale giunto per caso. Memmo54

- «Io sono per la legittimità del nuovo anche all'interno di un manufatto antico. Scarpa diceva che non c'è restauro senza trasformazione. Ma ci vuole qualità. La cosa certa è che deve essere autenticamente nuovo per rispettare la dignità del nostro tempo» Mario Botta in una intervista a Pierluigi Panza

- Caro Ettore (Ettore Maria Mazzola), hai ragione a dire che antichisti non è appropriato ma è un semplice problema di comunicazione: se io dico "sono un architetto moderno", dopo devo anche spiegare che moderno è diverso da modernista e quando sono arrivato in fondo non mi legge più nessuno. Pietro Pagliardini

- In questa polarizzazione tra modernisti e tradizionalisti (diciamo così per comodità schematizzante ben sapendo che esistono infinite sfumature) la mia simpatia va ai primi per il semplice fatto che giudicare un opera contemporanea, cercare di capire e interpretare se si é di fronte ad una bufala o ad un autentico capolavoro é estremamente più difficile e rischioso, mentre ricorrere a modelli storici consolidati ci si mette maggiormente al riparo da eventuali errori, proteggendoci in maniera consolatoria dalla frammentazione contemporanea, conducendoci peróinesorabilmente ad un mondo culturalmente chiuso, cristallizzato e privo di possibilità. Giulio Pascali

- Chiedo: se Leonardo avesse avuto a disposizione i programmi di grafica-architettonica, avrebbe continuato a progettare con il "carboncino"? Maurizio Zappalà

- Tu ritieni che il movimento moderno nasce per strappare l'architettura ad una elite e io credo che sia esattamente l'opposto, cioè il MM, come le avanguardie artistiche, è elite, e direi anche in modo assolutamente consapevole e non ritengo che l'architettura attuale sia una degenerazione del MM ma la sua naturale evoluzione. Pietro Pagliardini

- scusate se continuo a dire la mia, senza avere alcuna competenza specifica.
A Bologna, tra fine '800 e inizio '900 è nato un bel po' di architettura "medioevale" per spinta del Rubbiani. Anche il palazzo di Re Enzo, praticamente in piazza maggiore è, secondo un certo punto di vista, un falso. Ma è gradevole, si sposa bene al contesto..... enrico delfini


- i pseudo-cloni siccuramente sono un atto di pessima architettura senza personalita...
come i pseudo-cloni di le corbusier che inquinano le periferie moderne
o i pseudo-cloni classicisti o post-modernisti che vanno molto di moda in italia mentre per fortuna nel resto d'europa sono superati.
una pessima archiettura è una pessima archiettura sia che sia moderna , classicista , rinascimentale , gotica o romana. Anonimo (e meno male che è anonimo…)


Aggiungo un po' alla volta, quasi a pro-memoria per me, alcuni link preziosi sulla modernità:

Tradizione e Modernità nella pratica contemporanea, di Lucien Steil su Il Covile
L'illusione della modernità, di Stefano Borselli su Il Covile
Armando Ermini commenta L'illusione della modernità su Il Colvile

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7 gennaio 2010

ARCHISTAR E PARTECIPAZIONE

Leggo su Avvenire di domenica 3 gennaio e commentato dal sito SARZANA, CHE BOTTA!, come segnalatomi in un commento da Enrico Bardellini, una pagina sulle archistar e, da contraltare, alcuni spunti sulla partecipazione dei cittadini alle scelte per la città. Scrivono il sociologo Franco La Cecla e rispondono a Leonardo Servadio, Mario Botta e Ray Lorenzo.
L’Avvenire, con Leonardo Servadio e non solo, è un giornale molto attento al fenomeno dell’architettura e della città, sempre con un taglio non modaiolo ma problematico in cui si mostrano anche aspetti più nascosti e meno esplorati della realtà.


Sul tema archistar credo di aver già detto cento volte ma Mario Botta, ammesso che appartenga al mondo delle archistar in senso stretto (credo appartenga più a quello dei “Maestri”, che sono i padri delle archistar, non tanto per età anagrafica quanto per appartenenza ad un’epoca) non delude mai e offre sempre spunti di discussione.

Botta mi sembra essere affetto più che da “polarità schizofrenica”, come scrive La Cecla, da una certa indeterminatezza nelle sue affermazioni, un dire e non dire che lascia le porte aperte ad interpretazioni diverse, anche se è certamente vero che poi sono i suoi progetti a parlare, come deve essere per ogni architetto, e quelli sono chiarissimi: troppo uguali a se stessi ovunque.

Dice Botta: “L’architettura è ineludibile. Non si può spegnere come fosse una trasmissione che non ti piace o accantonare come un libro che ti delude”.
Io credo che questa sia una profonda verità ma non sono sicuro affatto che Botta gli attribuisca lo stesso significato che gli attribuisco io, cioè che l’architettura non produce beni di consumo ma edifici per l’uomo realizzati per durare nel tempo, per l’eternità nelle intenzioni di ognuno, per cui, una volta costruiti, hanno il dono o la dannazione della permanenza, restano lì a perenne godimento o condanna di chi vi passa davanti e di chi vi abita e, appunto, non si possono spegnere come la radio, né rimuovere in soffitta come un quadro venuto a noia.
Può anche darsi che Botta intenda che l’Architettura, con la A maiuscola naturalmente, promana con tale forza dalle profondità interiori del suo autore da non poterla controllare o spengere.
Può darsi, dico, perché appunto l’indeterminatezza, e non la schizofrenia, mi sembra la cifra di Botta.
E prosegue: “l’architettura non è lo strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo”.
Questa frase è ancora più scivolosa.
Esaminiamone il significato:
Potrebbe essere il segno di una grande attenzione ai luoghi perché potrebbe significare che ogni edificio contribuisce a dare vita (o morte)ad un luogo ma potrebbe anche significare che è l’architetto, indifferente ai luoghi, a crearli ogni volta proprio con le sue architetture. C’è del vero anche nella seconda possibilità, ma questa senza la prima vuol dire attribuire all’architetto una potenza che sovrasta i luoghi.

In entrambe le espressioni, e ancor più dal combinato disposto delle due, traspare in filigrana una concezione “titanica” della figura dell’architetto capace di creare, con la sua architettura ineludibile, la vita dei luoghi. E’ certamente una visione da archistar o Maestro, temperata, questa volta sì, da una specie di pudore, o polarità schizofrenica come dice La Cecla, quando Botta afferma che “gli architetti sono chiamati a lavorare anche sul terreno della memoria, che oggi è il vero antidoto alla globalizzazione”.
Come non essere d’accordo! Solo che Botta dà l’impressione di lavorare sulla memoria di se stesso, dato che i suoi progetti si assomigliano sempre e sono firmati, poco connessi alla memoria dei luoghi, della comunità, della funzione reale e simbolica stessa dell’edificio (si vedano le sue chiese), casomai al richiamo ad elementi costruttivi che costituiscono la memoria dell’architettura, e non dei luoghi, come l’arco o certe forme geometriche astratte o l’uso del paramento a blocchi pesanti o volumi fortemente legati al terreno (salvo alla Scala, dove c’è un ribaltamento gravitazionale con l’astronave levitante sul tetto).

Ma Botta si esprime anche sulla partecipazione dei cittadini alle scelte per la propria città.
Qui il discorso è davvero più difficile perché si corre il rischio della facile demagogia politica o, all’opposto, dell’aristocratico disprezzo verso le masse ignoranti.
Mi sembra che raramente si affronti il problema in maniera “laica” e razionale, rispettosa della realtà, cioè quella di considerare, semplicemente, gli individui come cittadini facenti parte di una comunità e quindi, per definizione, detentori del diritto di esprimersi e di decidere le sorti e la forma del proprio ambiente di vita, cioè la città. Questa è per me una certezza che risiede nell’essenza della città, invenzione che ha qualche millennio di storia e senza la quale dubito avrebbe potuto esserci la storia stessa.

L’unica incertezza e l’unico motivo di discussione, e anche di divisione, dovrebbe essere quello legato alla rappresentatività e alle modalità di accesso a quel diritto, vale a dire se ricorrere ad una democrazia diretta o ad una rappresentativa. Certamente è esclusa del tutto la possibilità che possano essere gli architetti a decidere da soli: non è proprio previsto nei moderni manuali di filosofia politica, essendo Platone superato da un pezzo, almeno su questo argomento.

Ray Lorenzo non lo conosco, le cose che dice nell’intervista mi sembrano molto ragionevoli e di buon senso. Credo tuttavia, ma davvero mi posso sbagliare, che l’esperienza di cui è portatore, cioè quella americana, non possa essere trasferita meccanicamente in Italia dato che penso che là la società civile americana sia molto più strutturata in maniera spontanea attraverso gruppi e associazioni libere da legami politici. In sostanza credo che la società civile sia molto più forte che da noi, dove tutto tende ad essere istituzionalizzato per essere ricompreso all’interno del più ampio e complicato processo politico. Ogni occasione da noi è buona per creare un’agenzia, un comitato ufficiale, un Ente, un gruppo di lavoro che, in un modo o nell’altro, fa riferimento a qualche forza politica o a qualche istituzione pubblica. Insomma mi sembra che in Italia il rischio di addomesticare ogni gruppo nato spontaneamente, quando non creato istituzionalmente dall’alto, sia altissimo.

Leggendo l’articolo di La Cecla sento parlare di facilitatori (un nuovo lavoro, né più né meno), di una stabile Agenzia a Torino e mi metto subito sul chi va là: qui c’è sotto qualcosa, qui non c’è nessuna spontaneità, qui c’è un sistema istituzionalizzato e addomesticato che poco ha a che vedere con la partecipazione vera. Assomiglia molto al Garante dell’informazione della Legge Urbanistica della Regione Toscana: non dico che sia un errore in senso assoluto, ma che sia da esaltare proprio no, perché la partecipazione per legge proprio non funziona, si riduce ad uno stanco rito privo di contenuti, come, ad esempio, le assemblee partecipative istituzionalizzate in ambito scolastico, ormai buone solo per saltare una mattina di lezione.
Personalmente, ma posso ricredermi, sono convinto che sia estremamente difficile coinvolgere davvero i cittadini nel corso del progetto. Ascoltare i cittadini prima è doveroso, saggio, utile e necessario, al pari di quello che avviene quotidianamente nel rapporto tra un architetto e il proprio cliente; progettare insieme ad una moltitudine di persone mi sembra utopico e non proprio agevole.
Credo invece, fermamente, nella scelta dei cittadini, nella consultazione popolare sul progetto o su più progetti. E’ successo spesso nel passato lontano e recente, deve succedere molto più spesso. E’ la democrazia, niente di più, niente di meno; è la politica.
E Botta che dice? Cosa può dire se ultimamente viene contestato a Genova, a Sarzana!
Alla domanda se può funzionare l’architettura partecipata, risponde: “Funziona dove l’architetto è in grado di dar forma al consenso. Che però può configurarsi anche come ‘rapina’… “.
Evidentemente lui ritiene di non essere adatto a dare forma al consenso ma anche a non fare rapine. Almeno la sincerità e l'onestà deve essere apprezzata.

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18 agosto 2009

ANCORA UNA PREGHIERA DI LANGONE. SU BOTTA

Come vincere la tentazione di un altro link a Camillo Langone su Mario Botta!
Io ci ho provato, ho anche aspettato tre giorni, ma alla fine ho ceduto. Nel caso fosse sfuggito a qualcuno...

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3 febbraio 2009

KITSCH E PASTICHE

Pietro Pagliardini

A – Leggi qui sul Corriere della Sera. Parlano del Castello Sforzesco: “Si costruirà una torre moderna per consentire l' ingresso alle merlate di sera... «Io sono per la legittimità del nuovo anche all' interno di un manufatto antico. Scarpa diceva che non c'è restauro senza trasformazione. Ma ci vuole qualità. La cosa certa è che deve essere autenticamente nuovo per rispettare la dignità del nostro tempo»

B- Chi ha detto queste cose?

A- L’ha detto Mario Botta a Pierluigi Panza. E continua: “Qualcuno ritiene che il Castello sia un manufatto ibrido: un po' autentico e un bel po' in stile Disneyland. E per questo ogni intervento è possibile. «No. La cultura del momento in cui è stato rifatto prevedeva la ricostruzione in stile dov' era e com' era: il pastiche era l' autentico di quel tempo. Oggi siamo disincantati e inorridiamo di fronte alle falsificazioni e al kitsch». Sembra di capire, leggendo tutto l’articolo, che c’è in progetto il restauro del Castello Forzesco per adibirlo a museo, pur non esistendo ancora il progetto vero e proprio, e par di capire che neanche il progettista sia stato scelto, e si parla di una “torre” che permetterà di raggiungere un’ala dello stesso.
B- Mario Botta…Mario Botta, aah, quello della Scala, quello che ha fatto quel volume che mi ricorda un ferro da stiro sopra il tetto! Chissà, forse è un ricordo degli antichi stenditoi sui tetti! Bella idea! Peccato abbia detto “autenticamente moderno”! Ma cosa vuole dire veramente, perché io l’ho sentita tante volte dagli architetti questa buffa espressione. Anche quando ho fatto la mia casa l’architetto la usava sempre quando io volevo un caminetto di mattoni e lui me lo voleva rivestire di lastre di ferro marrone tutto arrugginito. Io, per non essere maleducato, non gliel’ho mai detto, ma per me non significava proprio niente, e comunque il caminetto l’ho fatto di mattoni. Nuovo significa finito di costruire da poco o da costruire (potrebbe essere diversamente se parliamo di un progetto da fare?) ma autenticamente ….. proprio non saprei! Forse vuol dire che la novità deve essere certificata da un notaio, oppure da un pubblico ufficiale. Sarà un problema di qualche legge europea a garanzia del consumatore!
A- No, moderno non vuol dire nuovo d’età ma nuovo…di stile, di stile moderno insomma. Hai visto quei grattacieli che ciondolano o si attorcigliano che vogliono fare a Milano? Sono in “stile moderno”. Come è moderna anche la pensilina che vogliono fare a Firenze e lo Sgarbi è incazzato che non la vuole. Come è moderno anche Le Corbusier. Lo conoscerai Le Corbusier, lo conoscono tutti. Insomma, il moderno è …. moderno e basta, si capisce subito. Piuttosto non saprei se il Liberty, sai quella casa in via Malpighi con tutti quei ghirigori, sia da mettere nello stile antico o in quello moderno. Però a me non importa, mi piace e basta, lo mettano dove vogliono.

B- Ma, insomma, secondo te, questa torre al Castello Sforzesco, deve essere davvero moderna?

A- Lo stile deve essere moderno, non c’è dubbio. Oggi va “il moderno”. Ho sentito anche una giovane coppia che girava per il salone del mobile per mettere su casa e lei ha detto a lui: “Per la nostra casa voglio “il moderno”, qui c’è solo roba in stile”. In stile…. anche il moderno è in stile, che c’entra: in stile moderno. L’architetto dello stand l’ha sentita e si è permesso di dirle: “Scusi signorina, ma oggi va di moda il pastiche”. I due hanno fatto una faccia, ma una faccia, che non ti dico, sai son giovani. Allora l’architetto ha spiegato: “Pastiche, signorina, pastiche; vuol dire che uno fa una casa tutta moderna e poi ci mette qualche bel pezzo antico e fa contrasto e fa anche capire che c’ha … disponibilità. Oppure che uno fa una casa tutta antica e poi ci mette qualche bel pezzo di design moderno, ma autenticamente moderno come, che so, una chaise longue in cavallino, tipo modernariato, e fa famiglia raffinata”. “Aah, ora ho capito, grazie. Ma a me piace il moderno. Tutti i gusti sono gusti, sa!”.

B- Allora niente pastiche, perché oggi è kitsch e noi dobbiamo inorridire davanti al kitsch.

A- No, no, non è così! O meglio, è così, cioè il pastiche è kitsch ma mettere il moderno sull’antico non è pastiche e dunque non è kitsch.

B- Allora ho capito male. Ma è me il pastiche sembra proprio che voglia dire mescolare sapori diversi, insomma un pasticcio, per cui se metti il moderno sull’antico mi sembra un gran pastiche ma se metti l’antico sull’antico non se ne accorge nessuno e passa inosservata e non c’è nessun pastiche perché sono più omogenei e dunque nessun kitsch.

A- E’ proprio questo il problema! Che non se ne accorge nessuno! Invece se uno fa uno cosa oggi la deve fare autenticamente e schiettamente moderna perché ogni opera deve essere figlia del suo tempo e deve dichiarare la sua data di nascita!

B- Ah sì? Ma questi vogliono mettere una torre moderna per salire le scale e fare un’opera autenticamente moderna? Adesso ti stupisco: tu lo sia che la Torre del Filarete col cavolo che è del Filarete e invece è di fine dell’800? Allora la Torre del Filarete, col tuo ragionamento, non sarebbe stata al tempo autenticamente moderna, e non dovrebbe piacere neanche a noi, almeno dal momento in cui noi venissimo a sapere che è di fine ‘800, perché oggi il pastiche è kitsch e dunque dovrebbe farci inorridire. E come sarebbe questa storia che se uno la cosa non lo sa è felice e appena lo viene a sapere deve diventare triste, anche se la Torre è sempre la stessa e non è cambiata? E che è, come con le corna: occhio non vede, cuore non duole? Con le corna uno scopre qualcosa di peggio ma nel caso della Torre è come scoprire che la fidanzata ti ha sempre detto di avere 20 anni invece ne ha 25: se la lasci per questo vuol dire che non ti piaceva neanche prima. Ma a me, e non solo a me, la Torre del Filarete piace, e parecchio, ed è uno dei simboli di Milano, dopo il Duomo e la Scala e io vedo quello che vedo, non la carta d’identità.

A- Ma dai? Sembra proprio antica! Allora i milanesi avrebbero preso per i fondelli i turisti, e anche qualche milanese, compreso me, per tutto questo tempo? E poi dicono dei napoletani.! Allora, forse, farebbero meglio a continuare col pastiche vecchio, cioè finto-antico con finto-antico, piuttosto che col pastiche nuovo, finto-antico con autentico-moderno. Però che vuoi che ti dica, tutti i gusti sono gusti.


Le immagini sono tratte da Virtual Earth di Microsoft

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10 gennaio 2009

EXPO 2015: LA “CITTA’ IDEALE” DI MOZZONI

Pietro Pagliardini

Sul Corriere della Sera leggo un articolo di Guglielmo Mozzoni, architetto, il cui nome confesso essermi fino ad ora sconosciuto, certamente per mia ignoranza.
Immagino subito che non deve essere giovanissimo dal paragone che fa tra le cose difficili della vita e l’Expo, in cui si legge l'appartenenza ad una generazione che apprezza espressioni goliardiche e un po’ rodomontesche, e ciò me lo rende simpatico.

Mozzoni si rivolge al Sindaco di Milano e presenta una intrigante proposta per l’EXPO2015 che mi appare come una piacevole novità.
Dice Mozzoni: “L' importante per una vita in comune, e quindi per l' Expo (anche se nessuno sembra aver voglia di dirlo), è poter vivere oggi in maniera adeguata alle nostre conoscenze attuali, risolvendo in primo luogo il problema urbanistico. Anche perché l' urbanistica racchiude in sé i problemi della vita: dal lavoro alla logistica, dalla fame alla cultura e all'ambiente, dall'inquinamento alla capacità di resistere ai sismi, dalla captazione alla produzione di energie alternative”.

Questa proposta mi sembra una ventata di aria nuova nel panorama delle ultime edizioni delle Esposizioni Universali, fatte di stands, oggetti provvisori e inutili architetture tutte uguali in cui per riconoscerne la provenienza occorreva leggere il cartello, oppure riconoscibili solo dall’autore, il solito “maestro” o “archistar” o aspirante archistar di belle speranze, quasi tutte destinate poi all’abbandono e all’oblio.
Invece Mozzoni propone una cosa seria che ha il solo difetto di chiamare “città ideale”, ma che io ho immaginato come una sorta di “manifesto“ dell’urbanistica cui egli attribuisce giustamente un ruolo primario e necessario per la città, prima dell’architettura, la quale sembra invece diventata, da anni, la creatrice delle città stessa.
Proseguo nella lettura e qualcosa non mi convince ma, avendo letto l’articolo in Corriere.it, non ci sono immagini di questa “città ideale” e non posso capire bene.
Conclude offrendo il suo progetto, a cui dice di lavorare da anni, e si capisce, tanto è ingenua, che è un’offerta sincera, fatta per coronare un lungo lavoro in cui Mozzoni crede e spera, comprensibilmente, di vedere concretizzato.

Cerco subito su Google notizie di Guglielmo Mozzoni e scopro che ha la bella età di 94 anni. Letta anche la biografia ne apprezzo ancora di più l’energia e lo spirito di servizio.
Cerco le immagini della città ideale, le trovo e ….… rimango basito: vedo una sfera di dimensioni grandiose (circa 250 m di diametro) intorno a cui si avvolge una specie di nastro a spirale sul quale si intuisce esservi collocati edifici vari. Approfondisco meglio: ci sono siti e blog che ne parlano, vedo disegni quasi a fumetti di fantascienza, belli in sé, freschi e colorati ma la mia delusione resta grande.
Trovo poi, sempre sul Corriere, un commento molto positivo su quel progetto da parte di Mario Botta. Se alcune considerazioni sono condivisibili, non comprendo le conclusioni: “Si configura quindi per Milano un' «utopia concreta» da proporre al mondo, irripetibile al di fuori dell' evento straordinario dell' Expo; un unicum che si allontana con forza dai modelli offerti dall' attuale globalizzazione. Per le generazioni future Expo 2015 potrebbe divenire così il segno di una nuova speranza urbanistica”.

A me sembra invece che siamo esattamente dentro “il modello offerto dall’attuale globalizzazione”, dove la sola differenza consiste nel fatto che a tanti oggetti sparpagliati e indifferenti al contesto, ve ne è uno solo, una macro-struttura, che ne contiene altri. E’ una logica comunque anti-urbana, è l’urbanistica risolta con oggetti, è una sintesi da romanzo di fantascienza della rappresentazione di una città del futuro.

Perché poi il futuro debba essere così rappresentato in forma utopica mi sfugge completamente, tanto più che non credo alle previsioni futurologiche di nessuno, figuriamoci a quelle degli architetti. Quale motivo c’è per andare a fare invenzioni del genere?
Se è vero ciò che dice Mozzoni in premessa, e secondo me è vero, allora la novità dovrebbe essere sì disegnare una città manifesto, ma senza inutili fantasie utopistiche, piuttosto mostrando al mondo che Milano, l’Italia è ancora capace di proporre una città che il mondo stesso ci deve invidiare, come ci invidia Roma, Venezia, Firenze e le migliaia di borghi sparsi su tutta la penisola e le isole, certamente reinterpretato alla luce delle tecnologie che devono caratterizzare una Esposizione Universale del 3° millennio, ma che poi, come dice Mozzoni stesso, possa essere abitata realmente e non rimanga uno spettrale cumulo di rovine.

Insomma l’EXPO2015 dovrebbe essere una vetrina dell’Italia non solo con la Ferrari, la moda, il design, lo spumante e i prodotti alimentari locali, ma soprattutto con l’urbanistica che sia capace di coniugare la storia della città, per la quale il mondo ci apprezza, con la tecnologia. Per fare un banale paragone: qualcosa di simile alla insuperata cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atene, in cui si fondeva una grande capacità tecnologica alla rappresentazione e al richiamo della storia e dell’arte greca. Riuscire a fare una sintesi della città italiana che serva di esempio anche per il nostro paese e per i nostri amministratori pubblici e i loro architetti, questa sarebbe la novità!

Per questo è necessario fare una città vera, con un tessuto viario a terra e non per aria, una città che funzioni, che limiti l’uso dell’auto, che non obblighi a lunghi spostamenti casa-lavoro, che preveda distanze pedonali contenute, che ricrei la strada con i fronti chiusi, la “rue corridor” che Le Corbusier voleva uccidere e ha ucciso, che preveda spazi di gioco per i bambini senza pericoli, che abbia, soprattutto, una quantità consistente, e collocata nei luoghi nodali giusti, di temi collettivi che siano capaci di dare dignità e senso di appartenenza ai suoi abitanti; dimenticando gli scenari da Flash Gordon.

Quanto al fatto che Botta apprezzi questa proposta, forse è dovuto al fascino che sercita su di lui la forma sferica in sé, vicina alle geometrie elementari, cubi, tronchi di cono, cilindri, semi-sfere di cui Botta fa largo uso. Un motivo in più per capire che siamo sempre nel campo delle forme architettoniche astratte e non nel campo dell’urbanistica.

Mi spiace per l’architetto Mozzoni, ma su quel nastro a spirale si può vivere solo a Dubai per una settimana di vacanza organizzata da un Tour operator, con il casinò al centro, i negozi in cui lasciare lo stipendio, qualche spa e quant’altro, non certo per trascorrere la propria vita normale.
Resta valida tuttavia l'idea essenziale di Mozzoni che dovrebbe essere l'urbanistica a guidare l'Expo.

Dice Nassim Taleb nel suo “Il Cigno nero”: “Non riuscirò mai a conoscere ciò che è sconosciuto perché, per definizione, è sconosciuto. Tuttavia posso sempre indovinare quali conseguenze può avere su di me, ed è in base a questo che devo prendere le mie decisioni”. Ebbene, nessuno può affermare con certezza se in futuro l’uomo sarà costretto a vivere appollaiato ad una città sferica ma possiamo dire, fin da ora, che le conseguenze di questo distacco da terra non sarebbero affatto positive: un motivo in più per scartare questa possibilità.

Se poi il futuro sarà come prevede o piace a Mozzoni e anche a Botta, vorrà dire che avranno avuto ragione loro, ma ne dubito e comunque non credo che lo potremo verificare mai né io, né Mozzoni, né Botta, né chi ha letto questo post.


N.B. Non posso riportare foto della città ideale di Mozzoni perché le immagini sono protette da copy-right.


Riporto però alcuni link:
Su Archiwatch questa proposta di città ideale aveva fatto un passaggio: http://www.archiwatch.it/2006/03/02/nel-mondo-di-papalla.html
http://www.cittaideale.it/
http://cittaideale-gm.blogspot.com/


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5 settembre 2008

ELOGIO DELLA CASALINGA DI VOGHERA

Pietro Pagliardini

Chi sono le “casalinghe di Voghera”, cosa si intende con questa espressione e perché le ho tirate in ballo?
Comincio dalla fine: le ho tirate in ballo perché c’è una persona di cui ho grande stima, Vilma Torselli, che le cita spesso nei commenti e, a forza di sentirle nominare, mi ha suggerito una riflessione un po’ scapigliata.
Wikipedia, che è appunto l’enciclopedia per le casalinghe di Voghera e da cui io attingo spesso, ne dà una definizione esatta:

"Casalinga di Voghera" è un'espressione popolare molto comune nel giornalismo che vuole rappresentare quella fascia della popolazione italiana dal basso livello di istruzione e che possiede un lavoro generalmente molto semplice o umile, tuttavia "rispettabile" per il suo senso pratico di stampo tradizionale. Di rado viene utilizzata in senso dispregiativo, altre volte è usata come sinonimo di saggezza popolare".

Da questa definizione risulta per me evidente che questo è il blog per le casalinghe di Voghera perché l’architettura che viene qui, malamente, sostenuta è proprio quella che, ne sono certo, sarebbe di loro gradimento.
Ho perciò finalmente inquadrato la “mission”, individuato non una platea, non esiste proprio, ma l’obbiettivo a cui io mi devo rivolgere e, inconsapevolmente, a cui mi sono spesso rivolto; o meglio, mi risulta più chiaro che l’ideologia portante di questo blog, il “linguaggio” architettonico di riferimento ha un nome che non è esattamente “antichismo” o “classicismo” ma “buon senso” inteso come sinonimo di “saggezza popolare”.

E’ vero che in questo blog appaiono, di tanto in tanto, post tanto cervellotici da apparire quasi una roba seria, ma è anche vero che questi sono specchietti per le allodole scritti a scopo dimostrativo per quegli architetti che amano i discorsi complicati altrimenti nondiciniente, per dimostrare loro che anche qui sappiamo fare uso di buone maniere che, insomma, sappiamo stare a tavola e, quando strettamente necessario, perfino sbucciare la frutta con coltello e forchetta (ma ci rifacciamo più al vecchio Galateo che a Lina Sotis); sono in fondo un mezzo per trovare un linguaggio che consenta di comunicare con l’architettese, che è spesso l’unico che molti architetti conoscano, essendo l’italiano ormai in disuso.Devo dire che, per quanto io ed altri ci sforziamo, non riusciamo quasi mai ad esprimerci al massimo di quel linguaggio, per cui non ci facciamo capire né dagli architetti architettesi né dalle casalinghe, le quali peraltro non mi vengono a trovare perché hanno poco tempo da perdere.

Sento il bisogno, tuttavia, di tranquillizzare l’amica Vilma: non intendo pascolare nel suo prato.
Voglio chiarire che il rapporto mio rispetto alle casalinghe è completamente ribaltato rispetto a quello che ha Vilma con loro: io più che spiegare alle casalinghe di Voghera, mi immedesimo in, mi metto nei panni di, "mi faccio" casalinga di Voghera, ritenendo presuntuosamente di interpretarne i gusti e le aspettative, per far capire a qualche collega architetto che cosa io, e perciò loro, le casalinghe, mi aspetti dall’architettura; dove a me, e perciò a loro, piacerebbe vivere ed abitare.

Ed è proprio per questo motivo che spesso abbandono ogni freno inibitore e dico delle bestemmie inimmaginabili per molti architetti: dico che Poundbury è un modello di convivenza civile, dico che se demoliranno i Robin Hood Gardens, e meglio ancora il Corviale e lo Zen, non sarò colto da sussulti di sdegno e dormirò tranquillo come sempre, che Londra poteva sopravvivere senza un grattacielo a forma di fallo (detto pudicamente cetriolo), che i grattacieli non sono affatto sostenibili come ci vogliono fare credere, che Dubai è molto peggio di Disneyland perché qui si sogna e ci si diverte, lì si muore di paura a pensare che fine fanno i soldi dei nostri pieni di benzina, che i progetti di Libeskind sono terrorizzanti, nel senso che mettono proprio un senso di paura, di ansia, di angoscia, di provvisorietà e che ti prospettano un presente e un futuro in bilico, che al Principe Carlo dovrebbe essere assegnato un premio Nobel, non so per cosa, ma se lo hanno dato a Dario Fo, per lui ne possono pure inventare un altro, che il Premio Pritzker per l’architettura dovrebbero darlo a Leon Krier per la tenacia con cui ha portato avanti le sue idee, contro tutto e tutti, invece che a Jean Nouvel, che sarà pure bravo ma non può venderci anche lui un grattacielo a forma di fallo per un omaggio a Gaudì, che Calatrava sarà bravo pure lui ma che ci è venuto a noia con i suoi scheletri di dinosauro ripetuti in tutto il mondo e in ogni tipo di edificio, che la sopraelevazione della Scala di Botta è un ferro da stiro messo sopra un tetto e Milano non è Voghera dove ci sono molte casalinghe e dei ferri da stiro ne possono fare a meno, che la chiesa di Meier non è fatta per pregare e non so, in verità, a cosa potrebbe servire, e via discorrendo.

Ora, io lo so che il problema Archistar neanche sfiora lontanamente le nostre amiche casalinghe perché è difficile che esse possano aspirare a vivere in una casa da queste progettate anche perché, fortunatamente, di case non ne fanno tante e quando le fanno non sembrano proprio case e le casalinghe neanche se ne accorgono. In campo edilizio il loro problema è che il più delle volte sono costrette a scegliere tra un ignobile condominio progettato direttamente dall’impresario, una casetta del geometra con quattro archetti in cemento armato faccia a vista e con 5 metri di giardino per lato, che non è un giardino ma per fare una grigliata con i parenti è sufficiente, e una casa a schiera senza tetto e con blocchi di c.l.s. bugnati faccia a vista dell’architetto. Praticamente non hanno scelta.

Ma il vero nemico delle casalinghe di Voghera, che sono abituate ad andare a piedi o in bicicletta in piazza del Duomo dove c’è il mercato attraversando le stradine del centro storico e incontrando amiche e conoscenti, è il progettista di Piani Regolatori. E’ questa figura la vera responsabile, sotto il profilo culturale, della dissoluzione di tutte le città, perché manda le casalinghe a vivere in periferie dove le strade non sono più strade perché non delimitate da cortine edilizie, dato che le case, singole o condominiali che siano, sono rigorosamente staccate di 10 metri le une dalle altre e arretrate rispetto al filo strada, per dare giardinetti inutili o inutili spazi condominiali.

Così le strade sono solo nastri di asfalto, territorio per sole auto, e il tragitto per il centro, privo com’è di negozi, botteghe e possibilità di incontri si declassa al livello di “movimento pendolare” o “mobilità urbana”, cioè uno stress, anche nei momenti fuori delle ore di lavoro.

E’ il progettista del Piano, che disegna la città come gli hanno insegnato all’università, (cioè con il criterio di Le Corbusier che sosteneva che Siena è disegnata con il percorso dell’asino e che ovunque andasse tentava di fare tabula rasa di ciò che trovava e di sostituirlo con i suoi sogni autoritari e allucinati di Ville Radieuse) che stimola e incoraggia, mediante norme edilizie coerenti con quell’idea, quel tipo di edilizia che non è urbana e non è rurale e che fa sembrare belle, alle confuse casalinghe di Voghera, perfino le villette con gli archetti in cemento armato faccia a vista, perché sono pur sempre un richiamo, ingenuo e igorante, alla loro città, a ciò che hanno imparato, anzi, sempre saputo essere l’archetipo di casa.Ecco, alle casalinghe di Voghera do un suggerimento: Alessandria non è molto lontano da Voghera e nella domenicale gita in auto facciano un salto a vedere Città Nuova, il quartiere residenziale progettato da Lèon Krier e Gabriele Tagliaventi; vi troveranno un esempio, uno dei pochi in Italia, che può ridare loro un po’ di speranza.

Se qualcuno leggendo questo post mi desse dell’ignorante sappia che l’offesa la girerò direttamente alle casalinghe di Voghera le quali invece possono vantare concittadini illustri quali: Alberto Arbasino (che sostiene di essere l’inventore dell’espressione “casalinghe di Voghera”), Alessandro Bolchi, regista Tv degli anni d’oro degli sceneggiati e non delle fiction, Pino Calvi, che non è il banchiere ma il musicista, Carolina Invernizio, che è, per me, la vera causa della nascita dell’espressione “casalinghe di Voghera”, Alfieri Maserati, fondatore della Maserati, quella delle macchine, e questo da solo basta a dare quarti di nobiltà alla città e, udite, udite, amici architetti, Eugenio Mollino, padre di Carlo Mollino che non è nato a Voghera ma che insomma vi ha ascendenze (tutte notizie prese dal sito del Comune di Voghera che, evidentemente, voleva sfatare il mito di Voghera città di casalinghe).


N.B. La foto di Voghera è tratta da Google Earth

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21 agosto 2008

ANCORA SUL "FALSO IN ARCHITETTURA"

Giulio Rupi

Uno dei temi più stimolanti trattati da questo blog è quello del “falso in Architettura”.
Un tema del genere, che a Pietro interessa in relazione alla polemica tra modernisti e tradizionalisti, è tuttavia strettamente collegato ai dettati consolidati della cultura del restauro architettonico, nel senso che alla base del tabù sul falso nel progetto contemporaneo ci sta il tabù sul falso nel restauro contemporaneo.
Cosicché quando i dettati del restauro proclamano la visibilità dell’aggiunto rispetto al preesistente, ne vengono di concerto, per analogia non esplicitata ma reale, i dettati del modernismo in conseguenza dei quali il nuovo finisce sempre per essere de-contestualizzato rispetto a quello che gli sta intorno.

Ma per andare un poco più in profondità su questo argomento conviene fare un discorso allargato sulla riproducibilità delle opere d’Arte e infine porsi la domanda provocatoria: “L’Architettura è nel manufatto o nel progetto?”.

Se si estende il discorso a tutte le arti, anche senza voler fare una graduatoria puntuale del riproducibile e non riproducibile, si può partire da una banale osservazione: apprezzo “L’infinito” del Leopardi anche se non lo leggo sul manoscritto originale, così come per applicare le leggi di Newton non ho bisogno di consultare l’originale dell’autore.

Quindi all’estremo della riproducibilità ci stanno le opere della letteratura, della filosofia e della scienza.
Ma già se passiamo all’Arte figurativa nessuno potrebbe sostenere che ammirare un Velasquez al Prado sia lo stesso che guardarlo in una riproduzione.
E pure un concerto, una cosa è sentirlo dal vivo, altra è ascoltarne la registrazione.

All’altro estremo, quello della non riproducibilità, io personalmente metterei il balletto, l’arte in cui l’autore dell’opera è l’opera stessa e non vi è alcuna possibilità di separare (e quindi riprodurre) l’opera dal suo autore.

L’opera di Architettura a che punto sta tra questi due estremi? L’Architettura è tutta nel progetto (per cui, avendo il progetto, si può prescindere in parte dall’autore) o è tutta nel manufatto (per cui se parte del manufatto non c’è più, questo non va restaurato secondo il progetto ma, come si è detto, l’integrazione va decontestualizzata)?

E’ pericoloso prendere posizioni troppo nette su questo tema: avremmo da una parte chi ci accusa di giustificare le Piramidi e il Canal Grande a Las Vegas e dovremmo rispondere che la stessa, simmetrica aberrazione sta nella diffusione indistinta del medesimo panettone di Botta in qualsiasi parte del pianeta. Decontestualizzazione nel primo e nel secondo caso.

Tuttavia, dato che oggi il tabù è tutto da una parte, non sarà male contrastare l’idea corrente che ritiene che l’Architettura stia solo nel manufatto, idea che, con una catena di ragionamenti consequenziali, conduce, come sopra spiegato, alla fissazione modernista della decontestualizzazione.

Ebbene: a Mantova la Chiesa di Sant’Andrea è stata realizzata sul progetto dell’Alberti dopo la sua morte: è un falso? Oppure l’Autore è lo sconosciuto direttore dei lavori?

Della torre non costruita della simmetrica facciata di San Biagio a Montepulciano del Sangallo non abbiamo solo il progetto: abbiamo addirittura il manufatto (la torre costruita) dato che la facciata è simmetrica in tutto e per tutto. Che differenza tra il direttore dei lavori che ha costruito Sant’Andrea a Mantova su progetto dell’Alberti e l’ipotetico direttore dei lavori che ricostruisse oggi la torre mancante del San Biagio? Chi sa dare una risposta coerente a una tale provocazione?
O i Veneziani che hanno ricostruito il campanile di San Marco, i Fiorentini che hanno ricostruito il ponte dell’Ammannati (nella foto)?
E il monastero di Montecassino, che molti considerano un falso, o quanto meno un monumento fasullo, un’operazione di dubbia correttezza?

Per non parlare del più classico degli esempi: a Barcellona si può visitare il cantiere di una cattedrale medievale in costruzione. Visitando il cantiere della Sagrada Familia si ha come un senso di spaesamento temporale, eppure si percepisce la forza di un progetto che, come Sant’Andrea di Mantova, riesce a sopravvivere alla morte del suo autore: è un falso?

E’ questo un dibattito di grande interesse, di cui si sente il bisogno proprio perché investe dei tabù e quindi può produrre qualcosa di più delle solite frasi fatte.

Sta di fatto che da una parte il filologismo esasperato e con il paraocchi della moderna cultura del restauro, dall’altra parte la rottura con il passato e con la decorazione dell’Architettura modernista, hanno portato alla sparizione di una tradizione artigianale che fino a tutto l’800 è stata di supporto a una visione architettonica tradizionale e che oggi è dannata al girone infernale del Kitch.
Kitch: una parola assai ambigua e pericolosa, ma per adesso basta con le provocazioni...


Altri post sul falso in architettura:

IL TABU' DEL FALSO IN ARCHITETTURA

DE CORRUPTA EDIFICANDI RATIONE ovvero COME PROGETTARE FALSI E VIVERE FELICI

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2 giugno 2008

CATTIVI MAESTRI

Pietro Pagliardini

In questi giorni mi ha preso una specie di crisi di coscienza: credo che, in base a quanto ho scritto nei miei post, se qualche collega mi desse del “rinnegato” avrebbe qualche ragione. In effetti un architetto che fa la professione e che, contemporaneamente, spara ad alzo zero sugli architetti sembra meritarsi questo appellativo.

Ma io in realtà non ho niente contro gli architetti: il fatto è, semplicemente, che mi interessa l’architettura mentre mi interessano assai meno i suoi autori; o meglio, non sono tentato dalla mitizzazione per i progettisti perché mi piace considerarli professionisti che lavorano, che si sforzano di fare il loro lavoro al meglio, che sono ovviamente interessati alle parcelle, cioè ai soldi, che aspirano, come è umano, al successo e alla gratificazione personale oltre che economica, al pari di qualunque altro professionista. Però tutta la mia ammirazione si ferma qui.
Il fatto è che veramente non mi piacciono i maestri e soprattutto, non mi piacciono i loro discepoli-emuli-imitatori. Mi disturba il termine maestro usato per gli architetti, al massimo lo ritengo adatto ad un musicista, un pittore, uno scultore. Non che sia scorretto l’uso in sé, perché maestro è colui che sa più o fa meglio di altri e quindi se c’è un architetto con questi requisiti è pertinente appellarlo maestro.
Ma l’uso che ne viene fatto e, soprattutto ciò che esso sottintende è fuorviante per almeno tre motivi:

1) maestro esprime una capacità assolutamente individuale, personale di conoscere una disciplina e di saperla applicare. Ora è evidente che chiamare “maestro” uno come Michelucci ha un senso perché il suo era un lavoro di tipo artigianale, matita, carta, tecnigrafo e, al massimo, qualche collaboratore; il processo di progettazione prima e produzione dopo non sfuggiva al suo controllo. Ma che senso può avere chiamare maestro un’archistar il quale, partendo da un’idea, che voglio ammettere sia da lui stesso rappresentata con un disegno a schizzo, viene poi elaborata al computer (diversamente sarebbe irrappresentabile), modificata e trasformata, perché i software modellatori di forme tridimensionali possono offrire spunti “autonomi” casuali di forme diverse da quelle pensate? Successivamente questa serie di risultati ottenuti, immagino e spero dopo essere stati selezionati dall’architetto, passano, il più delle volte, ad altra sede, in altro studio per l’ingegnerizzazione dove comincia il processo per dare corpo ad un’idea in parte condivisa con il PC. In questo senso gli architetti sono avanzatissimi nello studio dell’intelligenza artificiale).
Poi il progetto, o parti di esso, vanno alle varie aziende produttrici per la cantierizzazione. In fase di direzione dei lavori non ne parliamo nemmeno di maestro perché qui il progettista, parlo dei progetti importanti ovviamente, non mette neanche piede se non per pubbliche relazioni o al massimo per dettagli. Il processo produttivo è talmente complesso e sono così numerose e molteplici le figure professionali, tecniche ed economiche che entrano in gioco che individuare nel progettista il “maestro” è come immaginarlo dotato di poteri divini, un demiurgo che tutto regola e controlla. Una visone più che romantica dell’architetto, addirittura ridicola.

2) Maestro significa non solo avere conoscenze e capacità superiori ad altri ma soprattutto saperle trasmettere agli altri, perché queste non vadano perse. Se uno tiene tutto per sé e le sue conoscenze muoiono con lui di tutto si può parlare fuorché di “maestro”. Uno scienziato che fa una scoperta eccezionale, la mostra e non la spiega, tantomeno la scrive, è totalmente inutile. Tornando alle nostre archistar vorrei sapere che cosa sono in grado di trasmettere. Forse che il prendere un foglio di carta, accartocciarlo ed entrarvi con una micro telecamera per vederne gli esiti spaziali è una lezione di qualcosa? Al massimo è un happening, uno show adatto alla TV, fatto per stupire ed alimentare un mito per menti deboli, ma di maestria neanche l’ombra. L’unica cosa che può lasciare è l’opera; sarebbe già tanto, anzi, sarebbe tutto per un architetto se da quell’opera se ne potesse trarre un metodo, un criterio, una regola. Ma in realtà l’unica regola che si può trarre dall’architettura dello star system contemporaneo non è diversa da quella di Carlo Verdone: famolo strano. Fate quello che volete, basta che sia fuori del comune , fuori da ogni regola; il contesto non ha importanza, la storia di meno, conta solo l’egocentrismo del progettista. Cosa volete che insegni la Zaha Hadid! Neanche le sue opere contano molto, visto che nel passaggio dal progetto alla realtà perde anche, nella maggior parte dei casi, quell’effetto di dinamismo che può esercitare un certo fascino e restano solo forme brutaliste prive della levigatezza delle figure renderizzate.

3) Ma il motivo più importante per cui diffido dell’appellativo di maestro è l’uso che ne viene fatto dagli architetti. Vi sono moltissimi di questi che si creano il mito e, di fronte ad un nuovo progetto o al progetto di altri, giudicano e progettano acriticamente sulla base di quanto avrebbe fatto il maestro. Si pensi a quanti hanno progettato o approvato progetti alla Le Corbusier, applicando tutte le “regole” canoniche di questo: pilotis, finestre orizzontali, tetti piani, corridoi interni da vagoni ferroviari. Tuttavia, Le Corbusier aveva almeno le caratteristiche del maestro perché era anche e soprattutto un teorico che aveva fissato delle regole, anche se sbagliate. Ma uno come Mario Botta, che pure ha grandissime qualità, che viene preso come maestro e ne vengono replicati i mattoncini di cemento in ogni dove con l’inevitabile grande arco di corredo (si osservino i risultati nella pubblicità dei vari produttori) quanti danni produce, senza alcuna sua colpa? Ancora: adesso vanno di moda i tagli delle finestre alla Zucchi e state tranquilli che nei concorsi minori se non ci sono le finestre ritmate da tagli verticali ed orizzontali, non c’è verso di vincere. Il punto è questo: senza entrare nel merito della qualità dei maestri, sono gli allievi che ad essi si ispirano a fare danni diffusi nel territorio.

Il primo luogo dove abolire tale parola, o almeno farne un uso più moderato, limitandolo a coloro che esprimono con la loro architettura valori assoluti e non mode temporanee, dovrebbe essere l’università.

Questo blog tratta di architettura tradizionale ed è naturale che, dovendo riferirmi ad un maestro, il riferimento indiscutibile è Leon Krier. Ebbene credo che anche nei suoi confronti debba valere lo stesso atteggiamento di “distacco” che vale per gli altri. Krier è un grande teorico, è una bandiera per chi crede che si debba tornare ad un’urbanistica e ad un’architettura che sia più in armonia con la storia; per certi aspetti Krier rappresenta nel campo dell’architettura quello che un leader politico rappresenta per un partito di minoranza: la capacità di dare vita e voce ad un’idea molto vicina ai sentimenti e ai gusti della gente e del tutto negletta e disprezzata dal pensiero unico dominate ma, imitarne le architetture sarebbe un grave errore, perché esse sono uniche e frutto di una mente visionaria che reinterpreta la classicità in modo fortemente personale. Imitarle vorrebbe dire falsificare un classicismo già filtrato da una personalità creativa e il risultato potrebbe essere un banale raccogliticcio di colonne, archi, timpani privo delle regole classiche e dell’impronta geniale del “maestro”.

Ciò che conta in Krier è la forza delle sue idee, dei suoi studi e dei suoi progetti urbanistici, che sono capaci di creare quartieri e città omogenei con le città europee con strade gerarchizzate che formano isolati e non lotti con gli edifici che vi galleggiano dentro, i fronti degli edifici che delimitano le strade, gli interni degli isolati studiati per accogliere le auto senza farne luoghi squallidi, la commistione delle funzioni tipico dei centri storici ottenuta con un mix di tipologie edilizie, norme edilizie non quantitative ma qualitative, precise regole morfologiche.

Leggere gli scritti di Krier e guardare i suoi disegni è una cura disintossicante contro le stramberie dell’architettura modernista e de-costruttivista, è andare alle radici dell’architettura, è l’acquisizione di un metodo di approccio al problema che mette al centro del progetto l’uomo e la bellezza, ma non deve mai essere imitazione. Krier non propaganda uno stile e non fa progetti in stile, come invece dice Luigi Prestinenza Puglisi in un’intervista:

“Per Leon Krier la città ideale è fatta dalla contrapposizione tra un’edilizia vernacolare ed edifici monumentali, tutti in stile. Considerato il successo che sta riscuotendo presso alcuni architetti e le autorità che si occupano dell’Eur, abbiamo più di un motivo per preoccuparci.”

Lo “stile” di Krier è assolutamente personale e inimitabile, ma è la sua teoria che può e deve essere trasmessa, a prescindere dallo “stile”, come lui stesso afferma:

“L’idea del classico non appartiene ad un periodo specifico. Molto semplicemente è l’idea del meglio possibile. Essere classico significa: Appartiene alla classe più alta, allo standard più alto, alla forma più alta”.

E ancora:

“Trascendendo problemi di stile, periodo e cultura, l’Architettura Classica qualifica la totalità dell’architetura monumentale basata sui fondamentali principi di “ Venustas, Firmitas, Utilitas”, tradotti nel linguaggio moderno come armonia/bellezza, stabilià/permanenza e utilità/comfort”.Leggendo le sue norme per il piano di Firenze Novoli, non vi si troveranno obblighi di usare archi, colonne, ordini architettonici, lesene, timpani; vi si trovano regole di allineamento dei fabbricati lungo le strade, rapporti tra pieni e vuoti equilibrati con limitato uso delle logge, altezza dei piani gerarchizzati, terrazze posizionate nei fronti principali con precisi criteri, ma mai l’imposizione di uno “stile”, tanto meno di uno “stile krieriano”.

Se i circa 130.000 architetti italiani (oltre un quarto della popolazione mondiale di architetti) seguissero nella loro pratica quotidiana queste regole vi sarebbero meno indecenze nel bel paese; invece il più delle volte si imitano cattivi maestri che stimolano la fantasia e la creatività personale, che ti illudono di essere capace di farlo, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Quando Meier sbarca in Italia, a Roma, nel centro di Roma, non in un posto qualsiasi, e compie quel gesto osceno con una presunzione senza pari e con l’avallo della pubblica amministrazione, fa un atto che definirei “illegale”, perché va contro ogni legge dell’architettura; ma il danno maggiore che egli compie con l’innesto della molla imitativa negli architetti è infinitamente superiore all’esistenza stessa della teca in sé, perché questa, in fondo, può sempre essere demolita e, in questo senso, la demolizione avrebbe un grande valore di esemplare gesto riparatore.

Oggi fioriscono libri e articoli di giornali e riviste “contro gli architetti” ed è il segnale di una stanchezza verso architetture che compiono continui strappi nella cultura della città in cambio di qualche comparsata nelle patinate riviste di moda e di architettura (che ormai sono esattamente la stessa cosa); stanchezza non solo tra la critica ma, soprattutto, tra la gente che non ne può più di essere costretta a vivere in quartieri brutti e degradati mentre vengono proposti sfavillanti quanto disumane architetture che nulla fanno per migliorare la condizione delle città e sono anzi pessimi esempi perché inducono a rassegnarsi al folle sillogismo alla Koolhaas:
società spazzatura-architettura spazzatura.

Se l’architettura può fare poco per migliorare la società certamente può fare moltissimo per peggiorarla ma doversi sentire anche teorizzare queste sciocchezze vuol dire aggiungere al danno la beffa.

In questo senso Krier è un maestro, uno dei pochi viventi perché invita tutti, politici e progettisti, ad un atteggiamento di rispetto nei confronti della città, senza, per questo, rinunciare alla sua modificazione.

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29 maggio 2008

ARCHITETTI, MODA, PUBBLICITA'

Pietro Pagliardini

Non ho ancora letto il libro di Franco La Cecla “Contro l’Architettura”, Bollati-Boringhieri, € 12,00, recensito da Pierluigi Panza sul Corriere della Sera, perciò mi limiterò a qualche considerazione sul tema affrontato dall’articolo, cioè: La moda ha ucciso l’architettura.

Qualche giorno dopo è uscito un altro articolo di Panza: Architetti: La moda non fa paura, in cui alcuni architetti, intervistati dal giornalista, esprimono sul libro di La Cecla pareri diversi e alquanto singolari:

Italo Rota:«La moda non ha ucciso nessuno: un paio di jeans di Cavalli che migliorano la forma di un 60enne lo aiutano a vivere meglio, così come una casa a Dubai, che costa meno che in Brianza. La Cecla parla dello 0,1% del mondo degli architetti e ignora quindi il 99,9% dei problemi. Ad esempio, il fatto che i costruttori si stiano già spartendo le aree per l' Expo di Milano». Come dire che il problema c’è solo a Dubai e non invece in tutta Europa, nelle capitali e non solo, e non solo per lo 0,1% degli architetti ma per tutti i loro numerosi emuli che scimmiottano, in piccolo e in grande, quel tipo di architettura, modificando così in maniera violenta un atteggiamento culturale degli architetti i quali ormai pensano, nella stragrande maggioranza, di avere il dovere di essere “creativi” e liberi da regole (progettuali intendo, e non edilizie-urbanistiche, che queste sì sono il vero patrimonio “culturale” dell’architettura del nostro tempo e che vengono addirittura insegnate all’università). Ci sarebbe poi da dire qualcosa sul fatto che gli interventi edilizi alla scala e del tipo che vengono eseguiti e proposti a Dubai possano innescare nel mondo arabo un processo di identificazione tra le mostruosità dell’architettura e il mondo occidentale, identificando perciò queste operazioni immobiliari come una forma di colonialismo economico e culturale. Ed è molto strano che vi sia chi è fortemente critico sull’idea dell’esportazione con la forza del modello democratico - critica del tutto legittima - ma non trovi poi niente da ridire su questa forma di imposizione imperiale di un modello culturale che è violento e straniante per lo stesso occidente, in particolare per l’Europa., a maggior ragione per un mondo in cui è esasperato il valore dell’identità culturale e religiosa.
Ma il vero problema, dice anche Rota, è che a Milano si stanno spartendo le aree dell’Expo; ma cosa diavolo c’entra la speculazione edilizia (che non credo sia solo a Milano) con il discorso di La Cecla? Mi sembra che il miglior modo per non parlare di architettura sia quello di rifugiarsi nella denuncia della speculazione, specie quando non ci siamo dentro.

Mario Botta ritiene veritiere le critiche di La Cecla, ma toccano, afferma, «solo una degenerazione impietosa del nostro tempo. È vero che la moda ha spopolato in settori non solo di costume attraverso la pubblicità e altre forme edonistiche del vivere. Ora sembra contare solo l' immagine, ma non è così: l' architettura resta costruzione dello spazio in rapporto con un contesto, un' attività che lavora sul territorio della memoria. L' architettura è il risultato delle forze fisiche relative al processo di creazione. Se sono in atto solo quelle edonistiche è chiaro che la forma finale sia quella del decostruzionismo contemporaneo. Ma anche la moda passerà di moda». Questo giudizio è molto più assennato e profondo, peccato che, ammesso che passi la moda, gli edifici non si possono mettere nell’armadio come i vestiti dell’anno precedente. E non ci si possono mettere, aggiungo, neanche i cilindri, i cubi e i tronchi di cono di cui ha disseminato il mondo, pur riconoscendo la differente scala di valori tra l’architettura di Botta e quella, che so, di Libeskind.

Per Vittorio Gregotti che condivide in parte l’analisi di La Cecla, ma rifiuta la critica di «non assunzione di responsabilità» da parte degli architetti che hanno costruito alloggi popolari in periferia, lo Zen di Palermo è diventato un vero tormentone vicino ad un incubo.

Entra nel merito invece Angelo Crespi, direttore de il Domenicale:
Ogni civiltà ha costruito case che rappresentavano un modo di pensare e vivere; i nostri architetti fabbricano alloggi e mausolei per futuri cadaveri. Pensiamo alle periferie ideate dai modernisti: sono luoghi orrendi, degradati, in cui gli abitanti hanno come disvalore di riferimento il brutto. Pensiamo invece a quanto i borghi medievali, costruiti senza l' ausilio di urbanisti e architetti, siano integrati nel paesaggio e funzionali alla vita umana. L' architettura e l' arte hanno rinunciato a pensare in termini di bellezza.

Io penso che La Cecla abbia centrato il problema; aggiungerei però che il fenomeno non è limitato al mondo delle griffe di moda - anche se questo è il più importante e omogeneo con il processo che genera le archistar - perché le strategie di marketing di molti prodotti da pubblicizzare utilizzano come sfondo paesaggi urbani costituiti da architetture contemporanee di archistar o similari.

Alcuni esempi a memoria:

1) Per un modello di BMW c’è un uomo che esce dall’acqua gelida di una piscina all’aperto, in pieno inverno, contento come una pasqua, e sullo sfondo c’è una villa da incubo con due volumi sovrapposti come due blocchi di ghiaccio ruotati l’uno sull’altro. Evidentemente si vuole trasmettere un senso di perfezione e pulizia di forme, ma anche una totale disumanità in quel signore che esce, privo di sensorialità corporea, dal gelo dell’acqua al gelo dell’aria.

2) Una nuova auto Ford si aggira invece fra le strade di un borgo antico ma, guarda caso, trasfigurato in un enorme plastico di colore bianco, alberi finti compresi: ancora più perverso perché si prende una città antica e la si sublima completamente, togliendole proprio quegli attributi che la rendono reale e adatta all’uomo, cioè la materia con la sua grana e le variazioni cromatiche.

3) Per un dentifricio che promette di ricostruire lo smalto dei denti, c’è il ricercatore che creato la formula intervistato nel suo ufficio asettico, da manager, entro un grattacielo, con sullo sfondo una vetrata da cui si vedono altri grattacieli di acciaio e vetro.
Quando si vuole vendere qualcosa che ha a che fare con la tecnologia e con la ricerca, l’architettura volutamente scelta è quella della perfezione geometrica dei volumi semplici, della mancanza di colore, in grado, si presume, di rappresentare la modernità.

La natura, la campagna e i borghi medioevali sono invece funzionali ai prodotti alimentari che devono comunicare genuinità, tradizione, tipicità e appartenenza ai luoghi.
E’ vero che talora anche le auto corrono nella natura ma il più delle volte, come in uno spot BMW, è una natura arida, attraversata da un nastro sinuoso di asfalto lucente, con dominante plumbea, totalmente artificiale.

Il modello che si impone, in generale, è dunque questo:

prodotto a forte valenza tecnologica - architettura decostruttivista o high-tech

mentre il modello che si impone nella moda è, mutuando dalla matematica:

la griffe della moda sta all’ abbigliamento di tendenza come la griffe dell’architettura sta architettura di tendenza.

Potrebbe perciò sembrare che moda ed architettura fossero due termini omogenei ed infatti molti difensori della “modernità dell’architettura” si appellano a questa presunta analogia per rivendicare che l’architettura capace di rappresentare la contemporaneità non possa che essere quella dei vari Koolhaas, Libeskind ecc. Questo è un equivoco lampante perché tale analogia è possibile solo nel campo della comunicazione visiva - che poi è comunicazione pubblicitaria - ma non nella realtà urbana che è costituita e vissuta da uomini che affrontano ogni giorno la propria vita reale e non da attori che girano uno spot pubblicitario. La trasposizione di uno scenario da video clip pubblicitario nelle città le renderebbe tutte al pari di immensi studi televisivi in cui il 100% del tempo è occupato da pubblicità senza interruzioni e pause per la vita reale; lo slogan “non interrompere un’emozione”, usato nel referendum contro la pubblicità televisiva assumerebbe significato inverso: “non interrompere la pubblicità a favore della vita”.

L’architettura non è merce da buttare quando è passata di moda ma è l’ambiente “naturale” di vita dell’uomo e farne uno scenario da film di cartapesta significa distruggere le basi su cui è nata la città europea e tutta la sua civiltà ed anche la percezione che l’uomo ha di se stesso nel proprio ambiente.

E’ tra l’altro curioso osservare come coloro i quali giudicano mistificante il ritorno a tipologie e forme del passato in architettura, perché pura finzione, non colgano poi la stessa contraddizione, all’ennesima potenza, che si presenta proprio nella città della comunicazione che, per definizione è totalmente virtuale.

Non ho assolutamente niente contro la pubblicità, che è forse l’espressione artistica veramente capace di rappresentare il nostro tempo perciò, se alla vendita è funzionale quell’immagine, per me va benissimo ma sarebbe bene che gli architetti, oltre a saper tirare linee, avessero la capacità critica di discernere tra il linguaggio che è funzionale al mercato delle merci e il linguaggio dell’architettura e della città, che è funzionale alla vita dell’uomo.

La foto dello spot Ford è tratta da You-Tube
Il nudo è tratto dal Corriere della Sera

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