Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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10 dicembre 2011

L'IDENTITA' DELL'ARCHITETTURA ITALIANA.LA STANNO ANCORA CERCANDO

Ringrazio Luigi Prestinenza Puglisi per aver permesso di postare questo articolo dell'amico Arch. Mauro Andreini, già pubblicato su presS/Tletter n° 29-2011

L’identita’ dell’architettura italiana.
La stanno ancora cercando
di Mauro Andreini

Penserete che voglia dissertare scientificamente di questo tema. Ma nemmeno per idea, non saprei che dire, anzi il problema non me lo sono neppure mai posto. Se invece l’argomento vi appare interessante e divertente eccovi l’annuale ricorrenza del convegno sulla “Identità dell’architettura italiana”, l’appuntamento più importante dopo la commemorazione di Tutti i Santi (che include anche quella dei Morti) e prima di quella dell’Immacolata Concezione.
Mi è difficile trattenere l’ironia ed il sarcasmo. Mi verrebbe di buttarla sul cazzeggio, alla zelig, introducendo il tema con l’elenco di possibili sponsors immaginari, da CukiDent a Prostatin, da ParmaCotto a ErbaLifeTerzaEtà, da Xanax a Viagra, il tutto con l’alto patrocinio dell’INPS. E subito proseguire con una sorta di monologo comico irriverente “ma dopo tutte queste volte non l’hanno ancora trovata l’identità? la stanno ancora cercando e sempre nello stesso luogo, con gli stessi nomi, con lo stesso programma e negli stessi orari?” chissà, verrebbe da aggiungere, se anche con le stesse relazioni. Anche perché cosa vuoi che sia accaduto di nuovo e con questa crisi da un anno ad oggi nel panorama italiano. Specialmente poi a quelli che non sono di certo i principali costruttori contemporanei.
Riesco a malapena a bloccarmi l’ironia, ma per non far pentire sin d’ora questo presS/Tigioso blog per avermi invitato cercherò di ricompormi in un atteggiamento più serioso.

Già dal titolo c’è qualcosa di ambiguo.
“Identità dell’Architettura Italiana”, lascerebbe pensare che l’architettura italiana possa aver avuto ed abbia tuttora una sua unica identità omologante ed uniforme invece che infinite identità a seconda del luogo dove si trova. Se più verosimile questa seconda ipotesi allora andrebbe meglio “Identità delle Architetture in Italia”. Però in questo caso dovrebbero essere presenti anche rappresentanti delle altre parrocchie di pensiero e questo, forse, guasterebbe di sicuro la festa. Allora optiamo per un più partigiano “Identità di Parte dell’Architettura Italiana”.

Già dall’elenco dei relatori c’è qualcosa che balza agli occhi.
A vedere dai nomi sembrerebbe che l’architettura italiana si sia fermata venti o trentanni fa e sia stata portata avanti solo e rigorosamente da accademici strutturati appartenenti ad una sola corrente di pensiero. Non per essere contrari all’età senile, prima o poi ci aspetta tutti, né per voler rottamare a tutti i costi, ma trovare completamente esclusa la nuova generazione fa sembrare il tutto più un ritrovo annuale di auguri prenatalizi, come quelli delle congregazioni dove i decoltès contano più dei discorsi, piuttosto che un convegno ad ampio raggio sull’architettura italiana.
Ma che Studiosi dell’Identità sono se non conoscono e valorizzano i tanti giovani di qualità che sparsi per l’Italia, tra mille difficoltà, stanno cercando di ricercare e sperimentare la loro Innovazione. Inoltre non sembra presente alcun nome nuovo rispetto agli anni precedenti tanto da lasciar sospettare che la scelta avvenga per parrocchie o per affinità accademiche. Sembra quasi che in Italia esistano delle squadre di architettura così come quelle di calcio, ognuna a giocare sul proprio campo d’allenamento, ognuna ad autocelebrarsi senza mai affrontarsi nella partita del dialogo e del confronto.

Ognuna, in fondo, persa dentro i cazzi suoi.

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9 dicembre 2011

BRUTTI SIMBOLI PER UNA BRUTTA EUROPA

I simboli con cui le istituzioni si presentano ai propri cittadini e al mondo hanno la loro importanza, nonostante vi siano coloro che non vedono o non vogliono vedere questa relazione.
I simboli dell’Istituzione Europea sono senza tempo, senza luogo, senza identità, senz’anima e rappresentano, appunto, un immenso non-luogo istituzionale e politico. L'annullamento dell'identità dei popoli può essere causa di conflitti tanto quanto l'esasperazione identitaria.
L’architettura fisica con cui l’Europa si celebra, rappresenta al meglio, o al peggio secondo i punti di vista, la sua architettura istituzionale e politica: una pura astrazione avulsa dall’Europa delle nazioni e dei popoli. Per rappresentare tutti si è scelto di non rappresentare nessuno, si è scelta una generica e brutta modernità priva di contenuti che non siano quelli della finanza, che è economia virtuale privata della componente del lavoro e quindi della componente umana. Una finanza delocalizzata per un’istituzione che non ha radici nei territori e nel cuore della gente.
Niente a che vedere con il Palazzo del Parlamento Italiano o con quello del Quirinale o con l’Eliseo o con Il Palazzo di Westmister o con la Casa Bianca.

Le stesse banconote sono le più brutte del mondo, disegnate con architetture ideali e inesistenti in cui nessuno si potesse riconoscere per non dare il senso della primazia, ma sperando, chissà perché, che tutti ci si potessero riconoscere. La statua davanti al Parlamento europeo è una pessima e triste scultura che sostiene il simbolo dell’euro, a fronte della statua della Libertà che sostiene una fiaccola accesa, simbolo di fede e speranza. Quella € potrebbe stare bene sopra il forziere di Paperone, non al Parlamento. La speranza d’Europa è quindi una moneta più artificiale di qualsiasi moneta, già di per se stessa artificiale e convenzionale. Se cade la moneta cade perciò la costruzione politica e istituzionale nel suo complesso.
L’architettura dell’Europa ha rifiutato la bellezza perché non poteva fare diversamente. In questo possiamo riconoscere, amara soddisfazione, che i simboli scelti sono sincera espressione di una misera realtà costruita su un ideale di universalismo politico, economico e culturale di cui, ironia della sorte, l’attuale, anomala situazione politica italiana sembra quasi manifestazione e sottoprodotto.

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4 aprile 2011

UNA RAGIONE IN PIU' CONTRO I GRATTACIELI

La mia cultura di architetto laureato nel 1976 non mi ha certamente fornito alcun pregiudizio contro i grattacieli, dai quali anzi sono stato, e sono in certi casi tutt’ora, affascinato e intrigato. Ci sono città che traggono da questa tipologia la loro forte caratterizzazione, come New York e Chicago e, non foss'altro che per la fama e il mito dato loro dal cinema americano, ritrovarsi in mezzo ad essi appena sbarcato dall’aereo è stata una delle esperienze di viaggio che ricordo con maggiore intensità.
Ricordo con commozione quel primo viaggio in taxi verso l’albergo a New York, con il naso incollato al finestrino e la testa volta in su ad ammirare luoghi ed edifici resi familiari dal cinema e dai libri: Fifth Avenue, Rockfeller Center, Empire, Chrysler Building, Pan Am e poi l’albergo vicino al City Corp Centre, incredibile edificio con i quattro angoli a sbalzo e la punta tagliata a 45°. E in quel taxi mi veniva in mente un film con Alberto Sordi nella mia stessa situazione.

Immagine tratta dal sito del Comune di Milano

E poi quella immensa parete di indirizzi dell’Empire State Building, e la sua punta che di notte cambia colore e infine la salita in cima alle Twin Towers da cui si abbracciava la penisola di Manhattan, Il New Jersey, la statua della Libertà, il ponte di Brooklyn e tutte le icone di questa città simbolo della potenza americana, del mondo occidentale e della libertà. Fosse stato per me avrei ricostruito le torri come erano e dove erano, come segnale di forza e di determinazione contro una furia distruttrice irrazionale e assassina. Ma gli abitanti hanno deciso diversamente e non si può che rispettare questa scelta.
Per me sarebbe sbagliato rinnegare tutto questo e comunque assolutamente impossibile.

Ma un conto è l’emozione e i ricordi personali, altro è ragionare.
E molte sono le ragioni per cui ritengo del tutto sbagliato la ripetizione di questo tipo in ogni angolo del pianeta, e ancor più in Italia, che di seguito riassumo:

• Esportarlo ovunque significa spogliarsi della propria identità assumendone una diversa che appartiene ad un altro popolo, pur a noi così vicino: ogni città, ogni luogo è unico e diverso dagli altri e questa unicità deve essere mantenuta e salvaguardata, allo stesso modo in cui si salvaguarda l’identità e l’unicità dei paesaggi naturali.

• Il grattacielo è l’edificio più energivoro che esista, sia per la produzione dei materiali da costruzione con cui deve essere costruito, sia per la sua gestione che richiede massicce dosi di energia per la movimentazione verticale nelle due direzioni delle persone e dei fluidi per riscaldamento, refrigerazione, rete idro-sanitaria, scarichi perfino. Il grattacielo è un edificio di grande fragilità ed è totalmente dipendente dall’energia; senza energia è l’anticamera di una bara.

• Il grattacielo è pericoloso, come si capisce bene, in caso di incendio, tra l’altro non infrequente per il tipo di materiali che deve utilizzare per ovvi motivi strutturali, tutti leggeri ed infiammabili.

• Per lo stesso motivo è, dal punto di vista dell’isolamento termico e dei consumi, estremamente inefficiente, essendo le pareti dotate di scarsa massa e quindi, non accumulando calore, necessita di calore continuo in inverno e di raffrescamento d’estate, per supplire al noto effetto baracca. La sbandierata sostenibilità ambientale ed autonomia energetica altro non è che una semplice presa in giro.

• La sua sagoma sconvolge del tutto la percezione delle nostre città e del nostro paesaggio, i cui unici elementi verticali sono le torri e i campanili delle chiese, con ciò impoverendo quella che è anche la nostra unica materia prima: la bellezza delle nostre città e del nostro patrimonio artistico.

• Il grattacielo è un formidabile attrattore di traffico, concentrando in pochi metri quadri di terreno un gran numero di persone e di attività, rendendo imprevedibile e ingovernabile quanto accade a terra.

• La vita all’interno del grattacielo è totalmente artificiale, essendo difficile dotarli di finestre apribili, date le fortissime correnti d’aria, che tra l’altro influiscono non poco sul clima circostante. Quindi l’ambiente deve essere completamente climatizzato.

• I costi di manutenzione sono altissimi, basti pensare alla pulizia o al rinnovo delle facciate, di qualunque materiale esse siano.

• L’idea che si occupi meno suolo e che si liberi una gran quantità di verde è destituita di fondamento ed è uno dei tanti falsi luoghi comuni, utili ad agevolarne l’approvazione presso le varie comunità cittadine.
Mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare.

Esiste però, nel caso specifico della realtà italiana, un’altra importante ragione per contrastare con forza la scelta dei grattacieli. E’ una ragione che potrei definire di carattere strumentale e vale sia per la cultura urbanistica che per la politica.
La cultura urbanistica attuale sembra pigramente e acriticamente incentrata sulla sostenibilità ambientale, articolata in maniera più o meno seria: dalla giusta attenzione che i piani rivolgono alla salvaguardie delle risorse naturali in senso ampio, dopo che la legge urbanistica nazionale era invece rivolta solo alla città (anche se in maniera sbagliata), a dichiarazioni di principio influenzate da un ambientalismo che vede l’uomo come un nemico e la natura amica (amica di chi, se l’uomo è un nemico?) con la conseguente cascata di slogan: consumo di suolo, volume zero, dimensionamento di piano e quant’altro.

Una visione urbanistica tutta in negativo e sostanzialmente anti-urbana che non va al cuore del problema, non cerca le ragioni del fallimento della città moderna, accontentandosi, al massimo, di attribuire ogni colpa alla speculazione.
Ragionamento anche questo in negativo, perché riduce l’urbanistica ad una storia di malaffare, attribuendo di fatto ogni responsabilità a tutti tranne che agli architetti, e quindi alla politica, ai palazzinari, ai cittadini cattivi, al mercato, alla rendita fondiaria. Questa svolge, ed ha sempre svolto, un ruolo importante e certamente tutto a favore degli interessi privati, ma se fosse la ragione prima dei fallimenti allora dovremmo avere, a controprova, parti importanti di città che, in quanto costruite in base a piani di iniziativa pubblica, dovrebbero essere esempi di qualità da cui attingere e da prendere a modello. Invece non è così, ed anzi la stragrande maggioranza di quei piani sono i simboli negativi par excellence.

Si rifiuta di riconoscere il fatto che le responsabilità maggiori sono proprio della cultura urbanistica che ha sposato entusiasticamente, e a tutt’oggi continua su questa strada, la zonizzazione selvaggia, la specializzazione della città in aree omogenee, la fine della strada, la logica del lotto piuttosto che dell’isolato, il principio della somma di oggetti invece che quello dell’insieme, il disegno geometrico astratto e privo di ogni relazione con lo svolgimento della vita dell’uomo, insomma il modernismo architettonico ed urbanistico.
L’ambientalismo di oggi, con le dovute eccezioni, è il frutto della cattiva coscienza che crede di poter porre rimedio alla disintegrazione della città con dosi massicce di un verde idealizzato, dopo aver creduto di fare supplenza alla mancanza di disegno urbano attraverso gli standard e i servizi. La quantità definisce meglio di ogni altra cosa l’urbanistica moderna.

Il grattacielo è, in questo senso, un’altra scorciatoia, un altro rimedio alla mancanza di analisi della realtà, il simbolo presunto di una rigenerazione urbana e di rilancio delle città verso una non meglio definita modernità, del tutto priva di contenuti. Si possono, o meglio si dà per scontato che possano, appiccicare al grattacielo le etichette di eco-compatibilità, sostenibilità, risparmio di suolo, con ciò dando la percezione di essere in linea con il fariseismo del volume zero ma permettendo ugualmente operazioni immobiliari importanti sotto il profilo quantitativo.
Il grattacielo diventa dunque l'occasione per un altro rinvio, un altro ostacolo a scelte inderogabili di vera rigenerazione urbana, basata sulla maggiore densità, su una difficilissima opera di ristrutturazione urbanistica che dovrebbe fondarsi nel ritorno alla strada, alla prossimità, alla promiscuità delle funzioni, all’identità dei luoghi.

La politica, che naturalmente possiede il dono di fiutare il vento, sfrutta il trend e vede nel grattacielo l’opportunità di veicolare attraverso di esso, che avrebbe tutte le doti di eco-compatibilità possibili e immaginabili, interventi immobiliari importanti, con quel quid plus di fascino che esercita la verticalità nell’immaginario collettivo, a perenne memoria dell’amministratore che per primo ha introdotto la propria città nella contemporaneità, che ha sprovincializzato una realtà da sempre ostile alle novità.
E così si alimenta il luogo comune, per non dire la menzogna, del grattacielo sostenibile, nelle sue varie versioni boscate e/o pannellate al silicio, energeticamente autosufficiente, con tanto verde intorno.
E così si ripetono a scala maggiore gli stessi errori e la (in)cultura urbanistica continua a rotolarsi su se stessa senza imboccare mai la strada giusta.


PRECEDENTI POST SUI GRATTACIELI:
Grattacieli sostenibili e sostenuti
Qualche numero interessante sui grattacieli "sostenibili"
Ancora sui grattacieli sostenibili
L'assioma del grattacielo

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23 novembre 2010

L'ISTINTO E LA RAGIONE

Io ho una gatta scontrosa. Anzi, avevo una gatta scontrosa. L’ho persa, in effetti, quando i miei hanno deciso a maggioranza, io all’opposizione, di prendere un altro cucciolo di gatto. Simpaticissimo questo, e ormai completamente umanizzato. Dorme nel lettone, come un figlio piccolo, ci segue ovunque andiamo, in casa o in giardino, ha i nostri stessi orari. Si sveglia con la sveglia e ci aspetta per la colazione. Cena con noi.
Però ho perso la gatta, che non ha retto al dolore di essere usurpata, o meglio, che non ha tollerato l’intrusione nel suo territorio di un estraneo. Prima dormiva spesso sopra la borsa del mio portatile lasciata per terra. Si vede che le risultava comoda, ma io mi illudevo che lo facesse perché era mia.
In realtà non l’ho persa del tutto, perché è andata a vivere dal mio vicino di casa e a cena viene spesso da noi, sempre con grande sospetto, guardandosi continuamente alle spalle temendo che arrivi l’intruso a disturbarla. Mangia e chiede subito di uscire. Come lo chiede? Lo chiede e basta.
Ieri sera sono andato a trovare il mio vicino e amico e collega. Vedo un nuovo gattino in casa sua. Domando come l’abbia presa la gatta. La risposta è arrivata prima che finissi la domanda: ha lasciato una chiara traccia nel divano, e non l’aveva mai fatto. Ben gli sta, al vicino dico.


E’ una gatta identitaria. Fortemente identitaria, ed ha uno smisurato senso della proprietà o meglio del suo territorio.
Ma lei segue il suo istinto, non la ragione, tanto meno la cultura. Noi esseri umani, fortunatamente, seguiamo, o dovremmo seguire, ragione e cultura e dunque siamo animali, sì, ma di tipo diverso e superiore.

Eppure non possiamo dimenticare del tutto certi istinti che sono latenti ma pronti a riemergere quando c’è una situazione di pericolo o di disagio o anche di benessere; non possiamo, e penso non dovremmo neanche desiderarlo, metterli a tacere una volta per tutte e fare finta che non ci siano. Anche questo è uno degli aspetti della nostra complicata umanità.
Abbiamo il dovere, però, di non comportarci come la mia gatta nei rapporti con i nostri simili. Non ci sono dubbi: in questi casi dobbiamo usare ragione, cultura, tolleranza, etica, morale. Il senso iper-identitario può andare a finire male.

Ma nel giudicare l’arte, la nostra casa, lo spazio in cui viviamo, la nostra città, non esiste obbligo morale a non giudicare anche con il nostro istinto. Non procuriamo danno a nessuno nel pensare e nel dire che un quadro di Fontana è solo un taglio su una tela, che la Merda d’artista è solo stomachevole, anche se ipotetica, merda di un artista, che un progetto della Hadid ci può disgustare e procurarci ansia e non appartiene al mondo dell’architettura ma solo a quello della vanità, pagata talora con denaro pubblico. Anzi, sono loro che procurano danni a noi, a quella parte di noi che appartiene anche alla mia gatta e che la fa scappare di casa, e quindi l’immoralità, se c’è, non è la nostra.

Non c’è motivo di vergognarsi se la scatoletta che non si sa cosa contenga davvero - e che se uno si vuole cavare lo sfizio di saperlo deve buttare una cifra variabile da 15.000 a 130.000 euro (non so se dipende dall’annata) - non solo non ci piace ma ci sembra anche una bella presa in giro. Non c’è motivo di vergognarsene perché l’istinto ci suggerisce che è una presa in giro e non c’è una vera ragione perché prevalga una cultura concettuale e astratta che confligge con un aspetto non secondario della nostra umanità, perché il prodotto contenuto nel barattolo non ci stimola propriamente il senso estetico ma quello di nausea, anche se è solo evocato.

Certo, il senso estetico appartiene all’uomo e basta, ma anche questo ha a che fare con i sensi e con la natura che è in noi; quel senso estetico che ci fa apprezzare paesaggi naturali splendidi, nel cui giudizio siamo tutti alla pari a prescindere dal grado d’istruzione e di intelligenza, se non per lo scrittore o il poeta o il pittore che riescono ad esprimere meglio di altri le proprie emozioni attraverso la loro arte; ma si tratta di comunicazione di emozioni, appunto, non di maggiore o minore capacità di emozionarsi. Nessuno può infatti supporre, e tanto meno affermare, che l’analfabeta abbia emozioni inferiori al premio Nobel.

Se un quadro di quello stesso paesaggio che tutti ammiriamo è composto da tre macchie di colore informi ecco che ci si divide e i più vedranno tre macchie di colore informi, gli altri un’opera d’arte. Entrambe i giudizi hanno diritto d’asilo, anche se il secondo richiede argomentazioni e non fuffa e non deve prevalere con la prepotenza.
Libertà vuole che ci siano persone che apprezzano la Merda d’artista o la Hadid o Libeskind e nessuno deve loro negare questo diritto (apprezzare le squallide periferie, invece, è un diritto solo per chi ci abita, gli altri non hanno titolo perché non sono credibili), ma vale anche la reciprocità e chi non le apprezza o le detesta ha il diritto di dirlo senza dover essere additato come un cavernicolo illetterato e primordiale. Libertà vuole che nessuno ha il diritto di importi ciò che ti deve piacere.
Vale per i progetti della Hadid, o per un film di Godard, o per la musica classica contemporanea (che non esiste quasi più) o per gli incubi urbani di Le Corbusier o per gli edifici storti e spigolosi di Libeskind (già, che fine ha fatto anche lui?) o per le tristi periferie che sono tristi perché intristiscono coloro che ci vivono, checché ne dicano architetti e critici e sociologi (che però non ci vivono).
Chissà che fine farà la mia gatta, senza più casa? Stasera è tornata a mangiare da me ma ha chiesto di uscire subito dopo, come sempre.
Speriamo che il mio vicino abbia capito e rinunci al nuovo gatto, che tra l’altro pare abbia già un padrone, perché fuori piove.

Pietro Pagliardini

Credits:
L'immagine Excremental Value è tratta dal blog angel's Blog

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12 novembre 2010

STRADE- 9° : DANILO GRIFONI

Ripropongo un testo già pubblicato un paio di anni fa su IL COVILE e scritto dall'Arch. Danilo Grifoni. Il tema non si limita alla strada in ambito urbano ma è una sintesi, scritta per un incontro pubblico, della cultura dei luoghi in cui Grifoni racconta il modo in cui l'uomo, storicamente, ha preso possesso dei luoghi, dalle origini ad oggi e in cui la strada gioca un ruolo decisivo sia a livello territoriale che urbano. Ma forte è anche lo spirito civile che attraversa tutto questo scritto, con l'invito alle varie comunità a diventare "proprietari" della cultura dei luoghi in cui vivono. Uno scritto tutto sommato breve per la qualità e quantità di contenuti che riesce ad esprimere.
Danilo Grifoni è architetto e urbanista in Arezzo, vive a Castiglion Fiorentino ed è autore, insieme, alternativamente, ad altri colleghi che cito di seguito, di numerosi Piani Regolatori in Val di Chiana: Roberto Verdelli, Enrico Lavagnino, Gabriele Corsi, Santo Maria Praticò, salvo altri di cui non sono a conoscenza e con i quali mi scuso preventivamente.

LA CULTURA DEI LUOGHI
di Danilo Grifoni

L'uomo, nelle diverse fasi storiche e nei diversi luoghi da lui occupati, ha sempre cercato di utilizzare al meglio le risorse territoriali piegandosi ed adattandosi alle caratteristiche, alle specificità, alle unicità dei luoghi stessi.

L'organizzazione o, più propriamente, la strutturazione del territorio, cosi come la formazione degli insediamenti ha dovuto confrontarsi con gli assetti morfologici e più in particolare con il sistema orografico e con il sistema idrografico, in sostanza con quella che può definirsi la vena, il verso del territorio e sono proprio il verso, la vena del territorio che hanno dettato le regole che stanno alla base dei comportamenti che l'uomo ha assunto rispetto all'insieme degli interventi effettuati durante le fasi di occupazione ed utilizzazione de! territorio.

Se la vena, il verso del territorio segnati dai corsi d'acqua, dai sistemi collinari, dalle pendenze, ha di fatto stabilito quella che sarà la sua orditura, in sostanza l'orditura e la forma dei campi, il reticolo dei fossi, il reticolo viario minore, la disposizione delle alberature, la direzione dei solchi, l'orientamento dei casolari sparsi (più legati al fondo che non ai percorsi fondamentali), ecco che rispetto alla scelta del sito, del luogo degli insediamenti ha influito quasi esclusivamente il sistema dei percorsi, quelli preesistenti, utilizzati dall'uomo per i continui spostamenti durante il periodo in cui si procacciava cibo raccogliendo bacche e cacciando.

L'uomo era nomade, ma non meravigli e non ci meravigli il fatto che il nomadismo tipico di molte specie animali, sia ancora oggi nel terzo millennio patrimonio di molte popolazioni che, dedite alla pastorizia, si spostano alla continua ricerca d'acqua e di nuovi pascoli (Tuareg, Beduini, Aborigeni dell'Australia, Samoiedi ecc).

Ma ritorniamo al tema: una volta apprese le tecniche della coltivazione, con la nascita dell'agricoltura l'uomo diviene stanziale.
E' questa nuova condizione che determina la necessità di provvedere alla formazione di insediamenti ed ancor prima alla scelta del sito.
Con le pianure ancora impaludate o ridotte alla condizione di deserto, quindi non utilizzabili ai fini produttivi; con le valli poco sicure per la loro difficile difendibilità, i primi nuclei vengono collocati lungo i percorsi di crinale secondari, alla quota delle sorgive, cosa che garantisce l'approvvigionamento idrico.

I centri si uniscono attraverso le vie di mezza costa che sostituendo i crinali quali percorsi territoriali fondamentali, favoriscono rapporti tra le diverse comunità, scambi e più in generale una soddisfacente mobilità territoriale.
Per necessità legate a problemi di difesa, i nuclei vengono fondati di norma sulla testa del promontorio con la sella a monte e vanno a disporsi privilegiando o la direzione del crinale o quella della mezza costa.
Insediamenti quali Bibbiena, Poppi, Monte San Savino, Lucignano, Castiglion Fiorentino e molti altri, adagiati a cavallo del crinale privilegiano questa direttrice quasi a stabilire il loro rapporto particolare con le attività silvo-pastorali e quindi con tutto il mondo della montagna.
In queste realtà i rapporti, gli scambi sono ancora prevalentemente interni e favoriscono un rafforzamento dei comportamenti dell'area culturale che risulta poco interessata da contaminazioni esterne.

A mano a mano che vengono meno le necessità di difesa, che i territori di pianura vengono utilizzati e sottratti all'impaludamento, che vengono bonificati (l'uomo ha già appreso la tecnica della regimazione delle acque) si sviluppa contemporaneamente un vasto sistema di relazioni commerciali e culturali.
Si assiste ad un progressivo slittamento a valle degli insediamenti che nel loro procedere verso i percorsi territoriali di lungo fiume o pedecolllinari, seguono sempre il crinale che garantisce rapporti tra le diverse aree (montagna, collina, pianura) tra di loro diverse per il diverso assetto morfologico e quindi per ildiverso tipo di strutturazione determinatosi nelle diverse fasi di occupazione del territorio.
Se in questa fase i crinali tengono insieme parti dello stesso territorio, le mezzecoste ed i percorsi di valle relazionano tra di loro parti omogenee e centri creando un sistema insediativo ancora efficiente.
L'importanza dei percorsi di fondovalle, pedecollinari, quali veri percorsi territoriali fondamentali, favorisce la formazione di nuovi centri che vanno a collocarsi là dove si incontrano i crinali con i percorsi di lungo fiume o di fondovalle.
Questo è il caso di Soci, Subbiano, Capolona che occupano, come di norma, aree poste vicino
al guado(ponte) che favorisce il rapporto tra due aree culturali e quindi facilita gli scambi.

Nasce il luogo del mercato.
I centri urbani si dispongono lungo i percorsi principali che favoriscono il massimo dei rapporti possibili con gli altri insediamenti e con il territorio.
Le direzioni della crescita sono l'indicatore delle relazioni che si sono instaurate nel tempo con le aree contermini e con i centri più forti. Se quindi così il percorso territoriale diviene elemento fondativo dell'insediamento di fatto esso si connota anche per il suo essere elemento ordinatore nel senso che regola tutto il sistema insediativo che viene strutturato attraverso un reticolo viario coordinato con il percorso territoriale stesso.

Alcuni centri dove in pratica una sola strada svolge un ruolo significativo, l'insediamento si snoda a borgo quando invece il nucleo nasce dove due o più percorsi vanno a confluire, là si forma la piazza come slargo e con forme irregolari.
Sul borgo vanno a collocarsi gli edifici specialistici, l'insediamento si struttura per isolati che contengono edilizia di base costituita da edifici singoli a schiera o a corte gli uni addossati agli altri a creare cortine edilizie poste sul bordo della strada. II nuovo reticolo viario, la piazza, il disegno della città spesso lasciano leggere gli antichi segni dei precedenti tracciati, dell'orditura del territorio e ad essi si adattano strutturandosi per isolati irregolari.

Nei periodi in cui la volontà pianificatoria è forte (si pensi all'epoca romana, all'ottocento, al periodo fascista) la città si struttura secondo regole stabilite, sancite una volta per tutte, che danno ordine e regolarità che d'altra parte ritroviamo anche nel territorio.
Si pensi agli atti di pianificazione dell'epoca romana che vedono il territorio agricolo suddiviso in centurie di forma quadrata di 710 m, suddivise a loro volta in cento parti da destinare a coloni o centurioni.
Si pensi alla città costituita e strutturata attraverso un reticolo viario gerarchizzato che individua insulae (isolati) di 35,5 m x 17,75 m.
Nei centri urbani l'edilizia di base è caratterizzata dal tipo edilizio a schiera o a corte, dove si svolgono le diverse attività commerciali e produttive al piano terra direttamente relazionate con l'abitazione ai piani sovrastanti. Si sviluppa sul bordo strada con la pertinenza orto, giardino sul retro. Le diverse attività convivono all'interno dello stesso edificio e questo rapporto permane fino all'avvento della rivoluzione industriale quando la città allenta i rapporti, si spappola, nasce lo zoning.

Nelle zone agricole la casa rurale, una sorta di edificio aperto, quasi un'incompiuta, si adatta alla morfologia dei luoghi, si articola attraverso volumi semplici variamente disposti con al piano terra il ricovero degli animali ed al piano primo la zona destinata all'abitare.
La casa con gli annessi staccati, la pertinenza cortiliva (l'aia) si presenta come una variante della casa corte, che pur collocata all'interno dell'azienda, ritaglia uno spazio per le attività all'aperto, spazio verso il quale è disposta la facciata principale.
I tipi edilizi, la disposizione lungo il percorso nei centri, la scelta del sito per le case rurali che in prevalenza privilegiano il versante esposto a sud-est, i materiali quali la pietra per le murature, il legname per le coperture ed i solai, l'architrave in legno o pietra che lavorano per dimensione e non per forma, le bucature di dimensioni contenute, la pendenza dei tetti: sono la cultura.

Si pensi per un momento alle aree dove difficile era il reperimento della pietra e dove si era sviluppata la produzione e quindi l'uso del mattone.
Ecco in queste aree (Siena ) si è sviluppato in modo quasi esclusivo l'uso dell'arco alla cui forma facilmente si adatta il mattone senza che in ogni caso questo abbia comportato l'allineamento alla cultura europea.
Piace qui segnalare il grande valore della cultura ereditata, che nella nostra toscana si è dimostrata resistente alle influenze esterne, capace di piegare gli stili imperanti nei vari periodi, capace di accettare contaminazioni ma senza accogliere e tanto meno subire in modo acritico le mode del tempo.
Vorrei far presente che con il gotico imperante le nostre cattedrali adattavano le pendenze delle coperture a quelle delle tradizione, sostituivano gli archi acuti con quelli a tutto sesto, arricchivano sì i paramenti murari ma limitavano significativamente le parti vetrate operando così più in continuità che in dissonanza.
Si pensi che il barocco, la massima espressione dell'architettura, non ebbe nella terra toscana diritto di cittadinanza.

Se quindi è vero, come è vero, che esiste una cultura dei luoghi, se è vero, come è vero, che i valori che ci sono stati trasferiti quale grande lascito del passato sono ancora riconosciuti tali, credo che noi tutti dobbiamo stabilire strategie capaci di mantenere e valorizzare le nostre matrici storiche e culturali.

A fronte del rischio di una omogeneizzazione acritica ai modelli culturali, sociali ed economici che vengono quotidianamente proposti da una non ben definita cultura internazionale, una sorta di esperanto senza radici, il nostro obiettivo è quello di individuare le diversità insite nel territorio, ricercare le nostre origini, divenire in sostanza proprietari della cultura dei luoghi per poterci confrontare con pari dignità con le culture altrui.

Occorre capire le regole non scritte, i comportamenti confermati e consolidati che stanno alla base dei processi di formazione e di crescita degli insediamenti, capire le diverse forme di strutturazione del territorio che hanno interessato le diverse aree culturali nelle diverse fasi di occupazione del territorio, capire il valore del tessuto e delle forme edilizie tradizionali che si sono dimostrati in grado di accogliere nel tempo mutamenti sociali ed economici e di incorporare un accumulo di saggezza costruita che rischia di andare irrimediabilmente perduta quando viene rimpiazzata da altri assetti tipologici.
Ecco tutto questo significa capire in sostanza che l'unica scelta possibile rispetto al grande rischio della omologazione che farebbe, della nostra provincia, della toscana tutta una terra qualsiasi che non sarebbe certamente apprezzata dai turisti ma che soprattutto resterebbe per noi estranea, ecco l'unica scelta possibile è quella di recuperare la cultura dei luoghi per recuperare la nostra identità.
In questo senso sembra che l'unica qualità stia nella continuità che significa ripensare ad una città e ad un territorio dove pezzi di città e pezzi di territorio siano tra loro rapportati quali elementi collaboranti di un unico organismo.

Una città e un territorio permeabili dove le strade finiscano su altre strade, dove venga recuperata l'antica dialettica tra emergenza e tessuto, tra edilizia specialistica ed edilizia di base, dove i percorsi siano tra di loro gerarchizzati, dove le strade non siano demonizzate, ma al contrario viste come elementi ordinatori e fondativi dello sviluppo, dove vi sia continuità di tessuto costruito, commistione di funzione al suo interno, coincidenza tra facciate e limite dello spazio stradale.
Una cultura che riconosca al territorio, alla città un suo verso una sua orditura rispetto ai quali produrre interventi coordinati e non mai controvena, una cultura che vada ad individuare e valorizzare le polarità urbane e territoriali per far corrispondere a queste attività specialistiche, oggi collocate e disperse in modo casuale sul territorio.
Una cultura che strutturi la città per isolati visti quali cellule elementari di un intero aggregato, capaci di dare ordine al costruito, di rendere la città fruibile, di garantire rapporti fra le diverse parti, di gerarchizzare i percorsi e quindi i diversi pezzi della città.

Da quanto detto, credo che si evidenzi la necessità di un fare urbanistica che, esaltando le specificità culturali, i comportamenti consolidati, le regole non scritte che stanno alla base dei processi di formazione e di crescita, riconosca il ruolo che hanno svolto e possono ancora svolgere, le diverse parti della città e del territorio, da una parte rimetta insieme vecchio e nuovo eliminando conflittualità dissonanze e situazioni di separatezza e dall'altra si fondi sulla valorizzazione delle tradizioni e delle culture dei luoghi.
Cultura e tradizioni che sono manifestate e si manifestano anche attraverso l'uso dei materiali, l'uso di tecniche costruttive, l'uso di tipi edilizi di modi di rapportare gli edifici al territorio e ai percorsi, di aggregarli tra loro.

Infine un fare urbanistica che sia su misura rispetto ad una realtà ricca di storia, di cultura, di tradizioni che sulla città e sul territorio ha lasciato segni che non possono essere cancellati, ma al contrario tutelati e valorizzati, convinti tra l'altro che, troppo spesso, abbiamo dimenticato che il nostro territorio, con i suoi viali alberati, con i suoi canali, con le sue case sparse, con le sue ville, con i suoi aggregati rurali così come la città con i suoi muri, con le sue vie, le sue piazze, i suoi monumenti è ancora oggi scuola dove si forma e si affina la società civile.

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22 agosto 2010

STRADE - 2°: CHRISTIAN NORBERG-SHULZ

Questo post è dedicato ad un solo autore, Christian Norberg-Shulz (1926-2000), data la lunghezza del brano tratto da ESISTENZA, SPAZIO E ARCHITETTURA, 1971. Mi è riuscito a tagliare molto poco delle parti dedicate alla strada.
Le note bibliografiche le ho riportate in forma semplificata rispetto al testo originale.


Christian Norberg-Schulz

ESISTENZA, SPAZIO E ARCHITETTURA
Officina Edizioni, 1971


Dal Capitolo I, Lo spazio esistenziale

La direzione verticale ha anche un significato più concreto. Riferita alla casa esprime il processo stesso del costruire, cioè la capacità umana di “conquistare la natura”.[Omissis]
Gaston Bachelard afferma che le proprietà fondamentali della casa sono la “verticalità” e la “concentrazione” e considera la cantina e l’attico, luoghi particolarmente significativi (G.Bachelard, 1959). Citando Joe Bosquet definisce l’uomo moderno un individuo “a un sol piano”.

Se la verticalità ha carattere surreale, l’orizzontale rappresenta il mondo concreto delle azioni umane. In un certo senso tutte le direzioni orizzontali sono uguali e formano un piano di estensione illimitata. Il modello più elementare dello spazio esistenziale è quindi un piano orizzontale, attraversato da un asse verticale. Su questa superficie l’uomo sceglie e crea quei percorsi che conferiscono una particolare struttura al suo spazio esistenziale. Lapresa di possesso dell’ambiente significa sempre, per l’individuo, un allontanamento dalla dimora d’origine ed un percorso nella direzione determinata dal suo scopo e dall’immagine che egli ha dell’ambiente. Il termine “avanti” rappresenta così la direzione dell’attività dell’uomo, mentre “indietro” sta a indicare la distanza da lui percorsa. L’individuo “avanza” o “indietreggia”.
Talvolta il cammino lo conduce verso una meta sconosciuta, ma spesso indica solo una direzione preferenziale, che gradualmente si dissolve in una distanza sconosciuta. Il percorso costituisce perciò una caratteristica fondamentale dell’esistenza umana ed è uno dei grandi simboli dell’origine.

Espressioni figurate come “incrocio”, “mettersi sulla strada di un altro” e “sulla strada giusta” corrispondono infatti a procedimenti interiori (O.F.Boolnow, 1963).
I movimenti dell’individuo vanno anche a ritroso e il percorso contiene quindi una tensione fra il noto e l’ignoto. “Il movimento bivalente di partenza e di ritorno divide lo spazio in due domini concentrici, uno esterno e uno interno. Il dominio interno meno esteso corrisponde alla casa e al paese natale; partendo da esso l’individuo procede verso quello esterno, più ampio, per poi tornare indietro (O.F.Boolnow, op.cit.).

Tuttavia le direzioni dello spazio esistenziale non sono determinate solo dalle azioni umane. Anche la natura contiene direzioni che indicano differenze qualitative. Infatti fin dai tempi remoti i punti cardinali sono stati considerati dei fattori primari nella strutturazione del mondo. La parola “orientamento” deriva da Oriente, la direzione dell’aurora. Gli altari delle chiese cristiane sono sempre orientati ad est. “In quanto origine della luce, l’est è anche sorgente di vita, invece l’ovest, dove il sole tramonta è impregnato di tutti i terrori della morte” (E.Cassirer, 1924)..
Alcune teorie unificavano i punti cardinali all’axis mundi, allo scopo di strutturare una cosmologia più ampia. Secondo Vitruvio “La natura ha fissato un cardo dell’axis mundi in un punto a nord, dietro l’Orsa Maggiore e l’altro all’estremità della terra nell’opposta regione meridionale" (W.Muller,1963). Anche la città romana venne organizzata intorno al cardo (axis mundi) che va da nord a sud e il decumanus cha va da est a ovest. “Fonda la sua città tracciando sul terreno due strade che si incrociano e che come una bussola dividono il mondo in quattro parti, quindi recinge di mura il nodo centrale” (R.Schwarz, 1949)..

La natura concretizza anche le direzioni dello spazio esistenziale umano. Ogni paesaggio è in grado di offrire all’individuo degli spazi definiti che l’aiutano a trovare un punto d’appoggio. Le sue possibilità di movimento sono limitate e non sempre i percorsi brevi corrispondono alle linee diritte. In uno dei suoi primi saggi, Kurt Lewin aveva analizzato la questione introducendo il termine “spazio odologico” (dalla parola greca hodos che significa via), e che potrebbe corrispondere a “spazio potenziale di movimento”. Invece di linee dritte, lo spazio “odologico” contiene “percorsi preferenziali” che rappresentano un compromesso fra esigenze diverse, “distanza breve”, “sicurezza”, “lavoro minimo”, “esperienza massima” ecc. Le esigenze sono determinate dalle condizioni topografiche. Nel caso che queste siano uniformi e che nessuna particolare attività umana influenzi la situazione, lo spazio “odologico” si avvicina allo spazio euclideo. Nello spazio “odologico” comunque bisognerà in genere seguire direzioni che non corrispondono a quelle geometriche rivolte alla meta. Le ricerche fatte, sui movimenti della gente in città, dimostrano che individui diversi scelgono spesso percorsi differenti per raggiungere lo stesso luogo (K.Lewin, 1934). Inoltre Bollnow sostiene che il percorso preferito da un individuo può variare secondo il suo stato d’animo o la situazione immediata. Per esempio si preferisce la scorciatoia quando si ha fretta.

Sia come percezione che come schema, ogni percorso è caratterizzato dalla continuità. Mentre il luogo è determinato dalla prossimità degli elementi che lo definiscono ed alla chiusura, il percorso è inteso come successione lineare.
Anzitutto si presenta come direzione da perseguire per raggiungere una meta, poi durante il cammino si producono degli avvenimenti ed esso viene sperimentato anche in rapporto ai suoi caratteri particolari. Quel che accade “lungo” la via va ad aggiungersi alla tensione creata dalla meta da perseguire e dal retrostante punto di partenza. In alcuni casi il percorso ha funzione di asse che organizza gli elementi che lo accompagnano, mentre le meta è relativamente meno importante.
Kevin Lynch illumina il procedimento con diversi esempi, ma rileva anche come: “gli uomini erano inclini a considerare le destinazioni dei percorsi e i punti di origine: si interessavano da dove venivano e dove portavano. I percorsi dotati di origini e destinazioni note ed evidenti, avevano un’identità più forte e aiutavano a collegare le città” (K.Lynch, 1960).

Dal Capitolo II, Lo spazio architettonico

La strada è una forma più agevolmente immaginabile. In passato rappresentava un “microuniverso”, dove i caratteri del rione e della cittadina come totalità apparivano al visitatore in forma condensata. La strada costituiva per così dire una sezione di vita , la storia stessa ne aveva plasmato i vari dettagli.
Oggi, in genere, la strada è andata perduta, in seguito alla disposizione sparsa degli edifici e all’aumento del traffico motorizzato. Ma il problema presenta anche altri aspetti come quello della nuova scala immensa, che tende ormai a caratterizzare il profilo stradale. E’ difficile potersi identificare con strade come la Park Avenue di New York, mentre la mancanza di variazioni e di dettagli spontanei ha un effetto deprimente.

La forma spaziale della strada è in genere di tipo longitudinale, ciò non implica comunque che essa debba necessariamente essere diritta. Nelle città del passato, angoli obliqui e linee curve creavano una “prospettiva chiusa”, che ne ravvivava l’aspetto.
Per il carattere spaziale è di importanza decisiva che gli edifici si presentino come superfici, piuttosto che come masse. Se l’effetto massa domina, gli edifici assumano carattere figurativo, e la strada è ridotta a un fondo subordinato.
Per diventare uan forma vera e propria è indispensabile che la strada abbia “carattere figurativo”. Questo si può ottenere con una superficie di limitazione continua, che non solo presuppone una certa densità, am anche che le varie case appartengano alla stessa “famiglia”. (L’unificazione delo spazio stradale è ulteriormente accentuata dall’omissione del marciapiede). L’aspirazione che le case appartengano alla stessa “famiglia”, potrebbe risultare ovviamente di una pericolosa monotonia. Nel passato, in genere, questo pericolo veniva controbilanciato da fatto che gli edifici apparivano come variazioni sullo stesso “tema”. Il tema potrebbe consistere nella ripetizione di certe proporzioni o nell’accentuazione di proprietà comuni a diverse case, come un tetto tipico o un’arcata a pian terreno. Esso comunque dovrebbe garantire la libertà completa ai dettagli.

Affinché il muro stradale appaia come una ripetizione variata dello steso tema, sarà necessaria una suddivisione in unità relativamente piccole. Le unità grandi, consuete al giorno d’oggi, non solo rischiano di distruggere la scala umana, ma impediscono alla strada la preservazione della continuità variata che ne costituisce l’essenza.

I princìpi cui abbiamo accennato, furono impiegati normalmente fino al diciannovesimo secolo, quando entrarono in uso come strumento di organizzazione sequenze parallele di edifici a altezza uniforme. Storicamente il cambiamento è legato al concetto di corso legato a parate, quindi la strada non venne più intesa come ambiente intimo a uso dei pedoni.

Abbiamo menzionato come l’incrocio abbia un significato particolare nel reticolo stradale, in quanto, più che una meta, rappresenta una scelta. E’ interessante notare che verso la fine del secolo quindicesimo, all’epoca dell’estensione della città di Ferrara, Biagio Rossetti ne aveva già riconosciuto l’importanza. Egli accentò infatti gli angoli degli edifici, per definire più che gli edifici stessi, lo spazio intermedio.

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15 agosto 2010

PARMIGIANO E IDENTITA'

Pietro Pagliardini

Con un ironico e brillante articolo sulla globalizzazione, anzi sulla “grobalizzazione” (per sapere cos’è leggere l’articolo), Vilma Torselli è tornata a scrivere di architettura su Artonweb.
Lo fa parlando di Parmigiano e Coca Cola, il primo, prodotto fortemente legato al territorio, il secondo, da sempre la quintessenza del prodotto globale. E l’architettura cosa c’entra con la Coca Cola? Come sopra, leggere l’articolo.

La globalizzazione è un fenomeno davvero complicato, che ha origine prevalentemente economica, ma che ha ricadute profonde nella società sotto il profilo politico, sociale, culturale ed anche sociologico, perché cambia la percezione che un popolo e i singoli individui che vi appartengono hanno di se stessi all’interno della comunità umana globale.

Globalizzare non è la semplice imposizione dei prodotti di un paese nel mondo; se fosse questo ci troveremmo in una logica “imperialistica” in cui una potenza economica riesce a dominare vaste aree del pianeta utilizzandole come mercato per i propri prodotti. A questo livello si crea una cultura dominante sulle altre, che la subiscono passivamente. Globalizzare significa invece, tra le molte altre cose, che la produzione si sposta là dove esistono convenienze economiche e condizioni politiche favorevoli. Questo comporta un trasferimento di risorse da un paese all’altro, da un’area geo-politica (l’occidente) ad un’altra (l’oriente) e quindi un riequilibrio o un interscambio tra paesi avanzati e paesi (ex)sottosviluppati del mondo. La globalizzazione è un sistema de-regolamentato che, piaccia o no (e a noi occidentali può non piacere) re-distribuisce reddito migliorando le condizioni di vita di popoli fino a poco tempo classificati come terzo mondo.
La globalizzazione credo sia abbastanza indifferente al sistema politico entro cui essa opera, l’importante è che vi sia stabilità, ma non richiede necessariamente un regime democratico. La Cina ne è l’esempio più vistoso.

Ma quali sono i prodotti che si prestano a questo sistema economico? Certamente il parmigiano, prodotto legato al territorio, che ha una storia e una tradizione, che richiede non solo lavoro ma anche materie prime del luogo ed esperienza maturata nel corso del tempo, ha un costo elevato ma de-localizzarne la produzione è, per definizione, impossibile, a parte le contraffazioni che esulano dalla regole del gioco. Non è il prezzo basso la sua caratteristica, quanto la qualità specifica, che deriva dalla sua origine, dalla sua identità geografica. Il parmigiano è identitario, come tutti i prodotti (realmente) tipici. Almeno in questo caso credo sia condivisibile da tutti il fatto che l’identità è “cosa buona”.

La Coca Cola invece è un prodotto economico, con un sapore uguale ovunque, dato che lo “sciroppo”, cioè la base che necessita solo di aggiunta di acqua e bollicine per diventare Coca Cola, viene prodotta in un unico luogo e poi “spedita” nel mondo. La Coca Cola è identitaria oppure no? Tutto sommato, anche questo prodotto è identitario, a prescindere dal luogo di produzione finale, perché è il simbolo di un paese, di una cultura del consumo, anche di un genere grafico e artistico, esportato in tutto il mondo e diventato patrimonio comune a molti popoli, forse a tutti. Forse conserva la sua originaria identità di tipo “imperialista”.
Se è vero che la globalizzazione comporta una certa uniformità di prodotti, proprio per creare un mercato globale capace di assorbirli ovunque, è anche vero che, diversamente da una logica imperialistica, tutti i paesi che ne sono interessati possono raggiungere, alla lunga, autonomia economica, cioè hanno l’opportunità di uscire dalla miseria e possono crescere fino a diventare protagonisti della scena mondiale. Non devono subire i prodotti, ma possono indirizzare i consumi, al pari dei paesi di maggiore “esperienza”.

Questo vuol dire che se la Cina, ad esempio, segue un modello di trasformazione delle città che è mutuato dall’occidente ricco, costruendo grattacieli di acciaio e vetro, lo fa per offrire un’immagine di sé al mondo fatta di simboli capaci di rappresentare quel tipo di “modernità” che tanto piace all’occidente, rinunciando volontariamente a cercare altre strade dato che nessuno glielo impone. E’ dunque una precisa scelta politica e culturale, comprensibile in una fase iniziale di crescita impetuosa. Ma nulla vieta che, una volta assestata la crescita, quei paesi acquistino consapevolezza della loro forza e vogliano affermare una cultura autonoma, sfruttando perciò al meglio i vantaggi della globalizzazione.

Voglio dire, insomma, che siamo alle solite: l’economia è certamente il motore che spinge la macchina della società, che la crea o la annienta, che influisce sulle abitudini di vita e sui costumi delle persone, ma l'autista, una volta partito, può scegliere tutte le strade che vuole: può andare in una corsa pazza verso il nulla o può viaggiare lungo strade sicure e già battute. Una volta raggiunta una certa soglia di benessere può avvenire il ripensamento e i popoli possono comprendere la ricchezza della diversità, dell’identità culturale, dell’orgoglio, direi della bellezza, di appartenere ad un mondo diverso da un altro, e che questa diversità convive e si integra benissimo con l’uniformità dei generi di consumo globalizzati. Di qui la valorizzazione dei prodotti del territorio (non solo alimentari) che coprono settori di mercato diversi.

In questo senso, la scoperta dei valori della città e dell’architettura tradizionale non significa solo conservazione di un patrimonio, ma è una scelta naturale di “mercato”, perché non ha alcun senso andare in Cina per trovarsi nella parodia di Manhattan, né venire a Milano per credere di essere a Londra. Dubai e Las Vegas non sono, invece, esempi da prendere in considerazione, dato che non si tratta di città in senso stretto, ma due maxi o macro (MAXXI o MACRO?) non-luoghi nati con questa specifica vocazione, al pari di un ipermercato o un aeroporto.
Anche nel mondo globale, anzi proprio nel mondo globale, è assolutamente possibile e necessario riscoprire il valore della tradizione, non come affermazione identitaria contro un’egemonia economica e culturale esterna (come nel caso dell’imperialismo) ma come libera scelta all’interno di una comunità di popoli che hanno pari dignità e che si confrontano sul piano economico ed anche su quello della propria cultura e della propria storia.

Peter Eisenmann, invece, in una intervista rilasciata alla Fondazione CAESAR, alla domanda “Ritiene che l’identità sia ancora una categoria valida?”, risponde:
“No, io non ritengo l’identità un concetto in cui credere. Certo, ci sono persone che credono che l’architettura sia un problema di identità e lo sia sempre stata, ma personalmente trovo narcisistico e riduttivo un principio d’identità in base al quale un individuo ritiene che l’ambiente esterno debba essere il riflesso di se medesimo e fungere da specchio del suo ego. E’ un’idea figlia della cultura imperialista , o, comunque, della cultura autoritaria in genere. Ma il nostro intento di “demotivare” il significato del/dal segno trova anche una legittimazione nei più recenti sviluppi teorici della linguistica e della semiotica che illustrano l’assenza di una relazione binaria , di corrispondenza diretta ed esclusiva, tra significato e segno, e mostrano che la relazione è, come la definiva Jacques Derrida, “undecideable”. L’architetura non è mai stata al servizio dell’identità”.

A parte l’involuto discorso su Derrida, tirato in ballo per nobilitare il niente, la risposta sull’identità è del tutto privo di senso per questi motivi:
-Il narcisismo non c’entra un bel niente, dato che non è l’ambiente che deve essere lo specchio dell’individuo ma, del caso, esattamente l’opposto. Leggere, riconoscere il carattere dei luoghi ed assecondarlo per dare agli individui un senso di sicurezza e farli appartenere e farli appropriare dei luoghi: questa è l’identità in architettura. Eisenmann attribuisce all’identità i caratteri negativi che invece sono propri della sua personale e narcisistica concezione di architettura, cioè l’egocentrismo dell’architetto che impone la propria visione del mondo ad ogni luogo e ad ogni popolo. Se proprio si vuole parlare di imperialismo, esso è presente nella sua visione che, tra l’altro, mi pare sia alquanto vecchia e non tenga conto delle diversa situazione venutasi a creare con la globalizzazione. Possiamo dunque parlare di una cultura architettonica di pochi che si impongono su molti, e dunque di una cultura “imperialistica”.
-L’affermazione che “l’architettura non è mai stata identitaria” è assolutamente insignificante, dato che l’identità ha valore nell’ambito di una coscienza critica, cioè almeno da due secoli a questa parte, mentre, nell’ambito di una cultura dotata di coscienza spontanea, l’adattamento ai luoghi è accettato e condiviso senza che ve ne sia consapevolezza e il concetto di “identità” non esiste perché essa corrisponde al “comune sentire”(1).

Ma immagino che anche Eisenmann, la cui architettura globalizzata è ideologicamente analoga alla Coca Cola anche se, diversamente da questa, pagata salatissima, sappia apprezzare la bontà del parmigiano, specie sulla pastasciutta, italiana, ovviamente. Farebbe bene a trarne le conseguenze anche per l’architettura. Per la sua e per quella degli altri.

1)Questo non significa, tuttavia, che non vi fosse chi aveva coscienza che fosse opportuno costruire seguendo i caratteri geografici e climatici del luogo. Riporto ad esempio un breve brano di Vitruvio dal De Architectura, Libro VI: “Se dunque, come son diverse le regioni a seconda della diversità della latitudine, così anche la natura delle genti presenta animi differenti e differenti qualità e figure di corpi, non dovremo esitare ad attribuire alle specifiche proprietà delle varie nazioni e genti anche i vari tipi e le varie disposizioni degli edifici: dal momento che troviamo in natura la dimostrazione più chiara e spedita.
Ho esposto colla somma precisione possibile come di debban tenere presenti le naturali caratteristiche dei vari luoghi, e ho detto come si debbano stabilire le qualità degli edifici secondo l’aspetto e le esigenze degli abitanti, in relazione al corso del sole e alla latitudine; ora spiegherò brevemente per ogni genere di edificio il computo della simmetria nell’insieme e nei particolari
”.

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12 aprile 2010

LUOGHI, NON-LUOGHI E...PADANIA

Pietro Pagliardini

Vilma Torselli ha scritto un bell’articolo su Artonweb: La fine dei luoghi, che mi ha procurato una strana suggestione, probabilmente figlia della lunga e noiosa campagna elettorale e della consueta lunga e noiosa fase post-elettorale: un accostamento tra luoghi, non-luoghi e Lega. Sì, proprio quella, proprio il partito italiano più “legato” al territorio, più “legato” ai luoghi.

Mi rendo conto che coinvolgere l’ansia di comprensione di Vilma in un argomento così quotidiano, inflazionato e molto spesso sciatto come la nostra politica può sembrare irriverente e “fuori luogo” ma forse qualche relazione c’è e può aggiungere un tassello alla comprensione del rapporto tra luoghi e non-luoghi, soprattutto nella percezione del rapporto tra modernità e tradizione.

La Lega è un fenomeno, da tre decenni, assolutamente unico e straordinario per la molteplicità di temi diversi e apparentemente contrastanti che è capace di tenere insieme e sintetizzare in un amalgama fortissimo e vincente.
Dovendo indicare le parole d’ordine che caratterizzano questo partito/movimento culturale (aldilà dei noti slogan propagandistici) direi: localismo-globalità, identità-accoglienza, tradizione-modernità.
I termini di ciascun binomio vengono normalmente utilizzati dalla politica e dal mondo culturale, come opposti e anzi, come bandiere delle diverse “identità” politiche per distinguersi dagli avversari, ma nella Lega si coniugano, invece, miracolosamente bene.

In una logica europea in cui l’idea di nazione si depotenzia a vantaggio di un potere sovranazionale, le grandi ideologie al lumicino, la Lega ha compreso da subito, unico partito fra i tanti, che le radici sono necessarie e che queste andavano ritrovate in ambito locale. Evidentemente devono aver previsto che l’Europa non avrebbe avuto anima, se non finanziaria.
Infatti il nord è senza dubbio l’area economicamente più globalizzata d’Italia, ma allo stesso tempo quella che di buon grado accetta non tanto il bizzarro e pagano rito dell’ampolla delle sorgenti del Po (senza trascurarne tuttavia il forte valore simbolico di unità geografico-antropologica da ovest a est, dalle Alpi agli Appennini), quanto la valorizzazione delle tradizioni locali del dialetto, dei prodotti della terra, dei prodotti industriali, della laboriosità sempre in chiave antropologica, del paese, del campanile, dei luoghi insomma.
Paese e metropoli, così come la intende Vilma nel suo articolo, unite allo stesso tempo e non opposte. Luogo, non-luogo e anche super-luogo che convivono senza creare turbamenti o contraddizioni.

Fantasie o slogan propagandistici? Niente di tutto questo, ma il frutto di una lettura e di una analisi molto precisa di una realtà economica e sociale che caratterizza la “Padania”, e la riprova sta nel fatto che alla Lega non riesce, e forse non le interessa nemmeno, se non in termini di puro mercato politico, varcare gli Appennini, perché in quest’area geografica l’ambiente economico, sociale e culturale è completamente diverso: c’è vivacità d’iniziativa, c’è legame con il territorio ma tutto è molto più istituzionalizzato, tutto è più lento e burocratizzato e ogni attività è regolata più dal ritmo delle leggi, dal pubblico, piuttosto che da quello della società civile. La Toscana è terra di esportazione non solo di vini, di lardo di Colonnata, di prosciutto di cinta senese, di paesaggi da cartolina, ma anche di leggi, che le regioni del nord mutuano ma che poi sanno applicare con efficienza e senso di realtà, mentre qui diventano camicie di forza dalle quali non riusciamo a liberarci più, se non con nuove e peggiori leggi. Se c’è un luogo dove acquista pregnanza di significato il termine società civile, questo è la Padania, grazie alla Lega.
Non è, evidentemente, solo un fatto politico ma una “diversità” etnico-antropologica se le stesse leggi producono effetti totalmente diversi in luoghi diversi anche a parità di colore politico delle amministrazioni. Ma non la superiorità antropologica imposta e voluta dall'alto dalla sinistra, quanto una reale diversità di approccio alla realtà.

Ma ho divagato troppo. Colpa della Lega e della sua spesso ruvida ma coinvolgente anomalia. Unico partito che afferma con fierezza e convinzione la propria appartenenza ai luoghi ed anche alla comune religione cattolica, intesa più in senso di tradizione che di fede, e guai a chi tenta di minacciarla, ma che allo stesso tempo accoglie, con decoro, altri popoli con altre fedi, dando ad essi un lavoro e una casa ed esigendo, in cambio, conoscenza e rispetto dei luoghi e delle loro tradizioni. Unico partito capace di esprimere una vera e nuova cultura della modernità, non del modernismo, con l’operosità e l’efficienza dei suoi amministratori ma soprattutto del suo popolo aperto ai mercati globali e alla delocalizzazione, e della tradizione dei luoghi, in una miscela in cui è difficile capire quale sia l’ingrediente più importante, tanto l’uno è necessario all’altro. Un partito che risolve nella prassi il problema della multiculturalità e della convivenza.

La domanda che si impone, e che in altro modo anche Vilma si pone, è: sarà la Lega ad aver creato il mercato dell’identità locale intriso di globalità oppure c’è una esigenza profonda di radici, di appartenenza, di identità che non confligge affatto con la globalità economica e di cui la Lega si è fatta espressione politica, amplificandola?
Naturalmente io propendo per quest’ultima risposta, pur con tutte le incognite e i distinguo del caso. Propendo per questa ipotesi non solo per convinzione personale ma perché il legame tra la Lega e il suo capo, da una parte, e il suo popolo, dall’altra, è profondo e viscerale e non dettato da immediato interesse politico, almeno nella sua base stabile.

Se questo fosse vero ci dovrebbe essere una ricaduta in ambito urbano e architettonico, dato che la città è il luogo deputato ad accogliere le istanze prime di una comunità di persone e non può restarne indifferente. Quali possano essere le forme in cui queste istanze locali e globali si dovranno esprimere è tutto da scoprire.


POST SCRIPTUM
Ho parlato di noiosa campagna elettorale, ma non mi riferivo certo a quella della Lega. Ascoltando la rassegna stampa alla radio ho verificato che la Padania, il quotidiano di quel partito, ha ignorato quasi del tutto le notizie sulla par condicio, sui fatti giudiziari, sulle intercettazioni, su Santoro, ecc. ma ha sempre affrontato temi legati al territorio, ai suoi problemi, alle soluzioni possibili. Sembrava il giornale di un altro mondo. Quello vero.


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7 aprile 2010

MURI DA ABBATTERE, ARCHISTAR E IDENTITA' E MOLTO ALTRO

Era un po' di tempo che Camillo Langone non si dedicava all'architettura e stavo entrando in astinenza.
Ecco questa quotidiana Preghiera, dedicata all'Ara Pacis ma anche al Sindaco Alemanno e al suo ineffabile assessore Croppi.

Quanto al convegno sull'identità (identità?)delle periferie ne riparliamo dopo perché sono davvero interessato a conoscere cosa intendano per identità i grandi urbanisti Hadid, Calatrava e Meier. Davvero molto interessato.

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23 gennaio 2010

LO SKYLINE CHE NON C'E' PIU'

Su La Nazione di martedì 19 gennaio è apparso questo articolo del Prof. Attilio Brilli sulla scomparsa di una veduta più importanti della città di Arezzo, a causa della costruzione di un edificio alto e ingombrante. Con il permesso dell’autore lo pubblico perché, come dice Brilli in chiusura, “il patrimonio d’immagine..in senso stretto nemmeno le appartiene (alla città), perché fa parte del patrimonio della civiltà occidentale”.
Brilli affronta il tema con rassegnata ironia, dato che non c’è più niente da fare, e con un approccio culturale di tipo sintetico-umanistico, che è poi quello più adatto a comprendere meglio i valori permanenti ed essenziali di una città e di un territorio, contrariamente a quella analitico-statistico con cui ormai si affronta il tema della città. C’è una grande presunzione in quest’ultimo atteggiamento, dato che, fino a prova contraria, nessuna città è uscita migliore di prima dopo qualsiasi piano regolatore e dunque che almeno se ne riconoscano i valori veri e si preservino; invece si continua pervicacemente allo stesso modo.


Il prof. Attilio Brilli è Professore ordinario di Letteratura anglo-america presso l’Università di Siena.
E’ autore di numerose pubblicazioni tra cui pregevoli e raffinate guide di molte città.

*****
LO SKYLE CHE NON C’E’ PIU’
di Attilio Brilli

“Veduta dall’Apparita, all’Olmo, Arezzo presenta bellissimo e grandioso aspetto, soggetti di magnifica fotografia”, così recita Giovambattista Ristori nella sua guida del 1871 mettendosi nei panni del forestiere che giungeva ad Arezzo da Perugia e da Roma e che si apprestava ad imboccare la via Romana.

Fra le città collinari dell’Italia centrale, Arezzo ha una sua inconfondibile fisionomia, avendo occupato soltanto il versante solatio di una modesta altura. Non a caso, quasi tutte le vedute storiche sono prese, a maggiore o minore distanza, da questo punto di avvistamento. Esso infatti offre al viandante la città in tutta la sua estensione e con i segni che la rendono inconfondibile, dalla torre forata della Pieve, a quella del Comune, al campanile in forma di matita del Duomo.
Arezzo ha sempre avuto un profilo di sintesi e non si è dovuta inventare il suo skyline. Anche se oggi si giunge ad Arezzo ricorrendo in prevalenza al più prosaico raccordo autostradale, la foce dell’Olmo costituisce pur sempre un nodo trafficatissimo e un affaccio privilegiato sulla città, almeno per chi viene dal senese e dal perugino.
Ma la veduta di cui parla Ristori è scomparsa per sempre, cancellata da un albergo particolarmente alto e imponente (e tale appare in relazione al contesto ambientale e al cannocchiale prospettico), elevato all’incrocio tra fra via Romana e la tangenziale.

E’ come se con un colpo di spugna fossero state cancellate le più belle vedute della città, da quella vespertina di Teofilo Torri, a quella nitida di Antonio Terreni, a quella romantica William Brockedon, solo per citare esempi di epoche diverse.


O forse si dirà che quelle raffigurazioni acquistano ora un ulteriore pregio documentario, proponendoci una veduta della quale, dal vero, non ci è dato più godere?

Giotto ha dipinto Arezzo fornendo al mondo intero il prototipo della città occidentale, bisognosa di pace, abbarbicata sul colle e compresa nel circuito delle mura che la cingono simili ad una corazza. E come tale ricorre nei libri di storia degli studenti di tutte le nazioni. Da allora in poi, e per secoli, i viaggiatori stranieri hanno continuato a diffondere l’immagine della città con le loro descrizioni e i loro disegni.

Quei viaggiatori scendevano appunto dalla foce dell’Olmo e vedevano Arezzo inerpicarsi, su per il colle che si trovavano in faccia e dalla cui sommità “la cattedrale domina la pianura e si rende visibile sin dal fondo delle convalli”, per dirla con il botanico ottocentesco Otto Speyer.

La cancellazione di quella veduta equivale allo strappo di un capitolo dal libro di storia, e per Arezzo ad un’ulteriore perdita d’identità.
D’altronde parlare di una città collinare toscana significa riferirsi ad un patrimonio che va ben al di là delle mura cittadine, ad un patrimonio d’immagine che in senso stretto nemmeno le appartiene, perché fa parte della memoria della civiltà occidentale.




N.B. Le immagini rappresentana La cacciata dei demoni da Arezzo; la prima è di Giotto, la seconda di Benozzo Gozzoli

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3 dicembre 2009

MINARETI CONTESTUALIZZATI

Pietro Pagliardini

Guardando nel link che segue queste 12 foto di minareti sparsi in ogni parte del mondo non è difficile riconoscere, per una buona metà di essi, la regione geografica in cui essi si trovano:


Ci sono alcune stranezze, è vero, come una Giralda a Parigi, ma complessivamente queste moschee hanno saputo assimilare alcuni caratteri architettonici dei luoghi, pur conservando intatta la loro riconoscibilità di luogo di culto islamico.

Si potrà attribuire questo fatto al carattere fortemente identitario di quella religione, si potrà ipotizzare una sapiente strategia di penetrazione, si potrà perfino pensare ad una cultura che non ha fatto i conti con la modernità, in specie dal punto di vista sociale e politico, si potrà dire tutto quello che si vuole ma resta questo fatto: le moschee sembrano avere la capacità di conservare la loro forma tradizionale e contemporaneamente di adattarsi, per quanto possibile, alle varie realtà. Le chiese cattoliche hanno, invece, perso l'una e l'altra.

Ma è davvero inevitabile la coesistenza tra tradizione e modernità, identità e tolleranza? Dobbiamo proprio rassegnarci alla scelta tra una modernità indistinta, vuota e relativista, e una tradizione identitaria ma anti-moderna e totalizzante?

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10 aprile 2009

PIANO CASA, DENSIFICAZIONE, NEW-TOWNS

Pietro Pagliardini

Dopo circa un mese dal suo esordio non si può non prendere atto che il tanto inizialmente vituperato Piano Casa sta ottenendo lo scopo di cui parlavo nei precedenti post e negli innumerevoli commenti lasciati nei vari blog: oltre alla futura finalità economica, far discutere in positivo sulla città contemporanea, sull’urbanistica, sui suoi fallimenti e sui criteri da seguire per modificarla profondamente.
Una legge semplice, senza astruserie e ridondanze (ma ancora devono arrivare le Regioni), senza dichiarazioni di principio come è d’uso ormai nelle varie leggi urbanistiche che sembrano catechismi urbanistici da Stato Etico che impongono “comportamenti” , e quindi stabiliscono “colpe”, più che norme legislative, che dettano regole e stabiliscono infrazioni, ma una legge che ha riacceso un interesse sopìto da tempo.

Densificazione e new towns sono diventate le parola d’ordine e mentre sulla prima c’è una certa convergenza di pareri, sulle seconde c’è opposizione o diffidenza.

Densificazione è una bruttissima parola che possiede tuttavia il dono di farsi capire da tutti anche se la legge non la utilizza mai; la legge dice solo che è possibile demolire e ricostruire con un premio volumetrico.
Da questa possibilità ne ricavavo la necessità di utilizzarla soprattutto in quelle aree marginali alla città del tutto prive dei requisiti urbani per renderle più dense e integrarle con le città stesse.

Densificare è però necessario ma non sufficiente; questa legge ha il pregio di essere uno strumento affidato alle scelte della società civile che potrà farne l’uso che vuole e di cui sarà capace; non impone regole se non quantitative e il resto spetta al mondo della cultura e della politica. Densità non dice infatti nulla sul risultato qualitativo che si intende ottenere.
Se dietro non c’è un’idea di città, se si intende proseguire con la cultura urbanistica dominante fino ad oggi che ha portato alle periferie e alle aree marginali attuali non solo si perde un’opportunità grande, ma si rischia di aggravare la situazione di parti di città già degradate. E a poco varrà affidarsi al solo risparmio energetico che, in termini di apporto globale non avrà un valore significativo, perché è lecito supporre che gli edifici da demolire siano prevalentemente dismessi, quindi a consumo zero, mentre quelli da ricostruire consumeranno, se pur poca, energia; per cui il bilancio energetico totale, alla fine, non potrà che essere negativo o prossimo allo zero.

Demolire e ricostruire nelle periferie vuol dire tessere l’ordito stradale che ancora non esiste, riempire i vuoti per unire brandelli di città, trovare spazi pubblici e verde urbano.

E’ il momento della svolta, è il momento di disegnare città con le regole che hanno sovrainteso alla crescita delle nostre città storiche.

E’ il momento in cui la strada deve tornare ad essere l’elemento generatore della trama urbana, abbandonando il lotto razionalista con l’edificio che vi fluttua dentro, indifferente agli edifici e alla strada stessa, banale accostamento casuale di oggetti di (scarso) design.

E’ il momento dell’isolato che aumenta la densità senza eccessivi sviluppi in altezza che restituisca ai cittadini il piacere di abitare in una città autentica e dia loro la possibilità di intessere normali rapporti sociali con gli altri individui lungo la strada finalmente percorribile anche a piedi e non solo funzionale al traffico veicolare. La città è il luogo della socialità, dello scambio di merci, di cultura e anche di sentimenti umani che non sono affatto cambiati come da più parti si tende a far credere. Senza città non esiste forma di civiltà umana possibile e l’unica città in grado di garantirla è quella tradizionale.

Le piazze non dovranno più chiamarsi tali solo per via della targa, ma diventarlo realmente quali risultanti di nodalità cui concorre il disegno gerarchico della rete stradale, la quale dovrà tenere conto delle relazioni territoriali esistenti e delle preesistenze naturali o artificiali.

Dovrà finire la zonizzazione funzionale, che ha diviso la città in reparti stagni ognuno dei quali è abitato alternativamente solo di giorno o solo di notte, per fare posto al mix di funzioni.

L’edilizia sociale non dovrà avere niente che la possa distinguere come tale e dovranno avere fine i quartieri popolari che nascono, oggi più che mai con il fenomeno dell’immigrazione, con il marchio della diversità e dell’emarginazione.

Densificare per fare città belle.

E’ difficile tutto questo e forse è un’illusione ma non è né utopia né fuga in avanti.

Per ottenere questo risultato, tuttavia, dovrà essere accantonata la mentalità della complicazione burocratica fine a se stessa e il sacrificio del principio di realtà a leggi irrazionali e incomprensibili. Non che la realtà sia semplice o che la Legge debba essere disattesa ma quando questa diventa non solo ostacolo insormontabile alla realizzazione in tempi ragionevoli di piani e di opere necessarie e in più cozza contro elementari principi di libertà significa che ad essere sbagliata la Legge e non la realtà delle cose. Il rapporto tra realtà e Legge è sempre bi-univoco nel senso che l’una crea l’altra e viceversa ma quando questo rapporto diventa univoco, come sta accadendo da anni ormai a tutto vantaggio della Legge, significa che nella società si è insinuato un virus capace di fiaccare la volontà e le coscienze e di far scadere il mondo reale a pura astrazione.
E’ necessario perciò che gli architetti tornino a fare il loro lavoro e abbandonino le procedure dell’urbanistica, che nelle loro mani si sono trasformate da mezzo a fine, e le lascino svolgere a coloro che ad esse sono deputati per cultura e professione.

Sulle new-towns, che allo stato attuale credo siano un’intuizione non concretizzata in articolato, vale sempre il discorso della parola che induce a pensare male perché ci riporta all’esperienza inglese che spesso ha dato esiti negativi.

Ho letto sul Corriere della Sera che il concetto di new-town viene affiancato al nome di Hebenezer Howard, il teorico della città-giardino. Non si può escludere che il Presidente del Consiglio possa avere in testa un simile modello e ammetto anche che l’ideologia che sta dietro le new-towns inglesi del dopo-guerra non differisca molto da quella, però io interpreto quest’idea come un segnale, un simbolo che esprime il desiderio di ritrovare una città bella e funzionale dopo il fallimento della città moderna.

Ciò che non è accettabile è il fatto che coloro che apprezzano Brasilia e Chandigarh, il Corviale o lo Zen, rigettino aprioristicamente questa idea perché creerebbe ghetti! E’ forse troppo chiedere coerenza logica?
Coerenza che invece appartiene a Pier Luigi Cervellati che su Repubblica, riferendosi proprio all’Aquila, chiede di ricostruire il centro storico esattamente com’era prima, ricordando l’esempio di Varsavia. Una visione non solo coerente con il suo pensiero ma che tiene conto del valore profondo dell’identità e dell’appartenenza dei cittadini ai luoghi e alla città. Una relazione complessa questa, molto simile all’amore per un’altra persona che, quando è forte, non accetta scambi anche se l’alternativa si presenta migliore.

Ma anche nel caso delle new-towns vale il criterio sostanziale di quale dovrà essere il loro principio ispiratore che non potrà essere diverso da quello sopra esposto. In questo caso esse potranno svolgere un ruolo di esempio, di guida, di indirizzo anche per gli interventi nell’esistente. E’ abbastanza chiaro che ipotizzare 100 nuove città di fondazione non può che rappresentare un segnale simbolico per dire: le nostre città hanno fallito e devono essere cambiate e migliorate radicalmente e tornare belle come lo erano prima e come abbiamo dimenticato di farle.
Nell’ambito del territorio nazionale ci potranno essere villaggi totalmente nuovi (e non c’è niente di strano visto che anche in Gran Bretagna stanno andando in questa direzione) dotati di una loro autonomia e villaggi nuovi ma fortemente integrati con le città esistenti, in base alle diverse realtà urbane esistenti.

Perciò, se il termine città-giardino è una metafora per dire che i nuovi insediamenti dovranno caratterizzarsi per un livello alto di qualità della vita, entro cui rientra anche, ma non solo, il verde, va bene, sapendo però che la caratteristica prima della città, e di quella europea e mediterranea in particolare, sta nella densità, nello spazio racchiuso più che nello spazio aperto.

La concentrazione, in orizzontale e non in verticale, è un valore perché incrementa i contatti e lo scambio, il vuoto isola.

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1 marzo 2009

RICONOSCIBILITA' E IDENTITA'

Pietro Pagliardini

Mi sono riproposto, per molte e ovvie ragioni, di non entrare nel merito degli accadimenti urbanistici della mia città, Arezzo, e intendo mantenere fede a questo mio impegno.
Il presente post, pur scaturendo da un intervento tenuto ad un incontro pubblico tenuto ad Arezzo e su temi locali, ha, secondo me, una valenza generale e il prendere la mia città come esempio è solo un modo per dare corpo ad un ragionamento che altrimenti potrebbe apparire astratto. Per questo lo pubblico inserendo poche aggiunte scritte e immagini dei luoghi di cui parlo ma togliendo, per quanto possibile, ogni riferimento all’attualità dei problemi locali.

*****

Nel corso del convegno è stata indicata nella riconoscibilità una delle caratteristiche salienti per raggiungere l’obbiettivo della qualità urbana. Io vorrei approfondire il significato di questo termine che presenta elementi di vaghezza, fino a diventare ambiguo, se non ne definiamo i contenuti, e lo farò con alcuni esempi.

Ipotizziamo di ritrovarsi all’improvviso in una strada o piazza, poniamo di Castiglion Fiorentino. Chiunque, anche senza conoscere il luogo, anche senza vedere il paesaggio circostante, vi riconoscerebbe i caratteri di un borgo della Toscana. Stessa cosa avverrebbe nello stesso fantastico trovarsi, in una batter d’occhio, in un paese siciliano o in una città del nord Europa. Si può certo affermare che questi sono luoghi riconoscibili, anche dai non architetti. E anche senza essere architetti, chiunque può accorgersi che l’edilizia ha risentito dei diversi climi, della diversa latitudine, della diversa cultura di quei luoghi.

Ma la riconoscibilità può essere attribuita anche ad altri casi: se io mi trovassi, diciamo, al villaggio Belvedere (quartiere aretino anni ‘60) io, come qualunque cittadino di Arezzo, lo riconoscerei senz’altro, non avrei paura di perdermi. Dirò di più: un abitante del Belvedere che tornasse a casa dopo un lungo viaggio, potrebbe anche provare la piacevole sensazione di “ritrovarsi a casa”, di riconoscervi un luogo familiare, quindi ne ricaverebbe senz’altro una sensazione positiva. Ma un turista che si trovasse all’improvviso nello stesso villaggio Belvedere saprebbe dire: siamo ad Arezzo, in Toscana, siamo in Italia? Difficile, solo le targhe delle auto gli svelerebbero il segreto.

Dunque abbiamo due tipi di riconoscibilità riferite all’ambiente urbano dei due esempi: nel primo caso l’ambiente si riconosce perché ha caratteristiche dell’architettura, del tessuto urbano e spaziali che appartengono a quel luogo geografico e solo a quello, tale che tutti lo possono riconoscere, nel secondo caso, invece, a parte il paesaggio circostante, quel contesto urbano, cioè il Belvedere, potrebbe appartenere ad una città qualsiasi, del centro, del nord, del sud, ed anche alla periferia di molti stati europei, e solo chi già lo conosce lo può ri-conoscere.

Parlare di riconoscibilità è perciò parlare troppo vago perché, magari contro le intenzioni di chi la auspica, vuol dire che un luogo è certamente riconoscibile solo da chi lo conosce già, e a tutti gli altri che non lo conoscono non è possibile riconoscerlo: chi non lo conosce si sente estraneo. Quindi la riconoscibilità ha, al fondo, un significato escludente.

Riconoscibilità è un attributo necessario ma non sufficiente per la qualità di un insediamento umano. Va perciò completato con un altro attributo che lo completa e lo comprende: l’identità.

Cosa significa identità riferita ad una città, ad un quartiere, ad una strada, ad una piazza?
Significa che quella città, quel quartiere, quella strada, quella piazza appartengono a quel luogo con la sua geografia, la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni costruttive e solo a quello, non ad un altro luogo qualsiasi. Se un insediamento ha una identità vuol dire che gli abitanti non solo lo riconoscono come proprio ma appartengono ad esso ed esso appartiene a loro.

Identità significa, riprendendo l’esempio di prima, che un turista, uno straniero ha la possibilità di riconoscere che ci troviamo in Toscana anche risvegliandosi al villaggio Belvedere.
Tutto è ormai omogeneizzato, i negozi, la moda, la comunicazione visiva e scritta; la griffe imperversa e la noia è mortale: per quale motivo dovremmo omogeneizzare anche città diverse tra loro? L’omogeneità è certamente un valore ma all’interno dello stesso luogo, non tra luoghi diversi.

Nel corso del convegno l’ambiente è entrato con prepotenza nel dibattito e anche in maniera molto condizionante . Mi domando allora perché la bio-diversità debba essere ritenuta un valore solo se riferita alla natura e alle specie animali e vegetali e non ci si accorga di come l’uomo, che è parte integrante della natura, alla varietà e alla diversità dell’ambiente naturale in cui vive abbia sempre fatto corrispondere la varietà del suo ambiente artificiale, cioè la città.
Esiste insomma una bio-diversità naturale, cioè l’adattamento dell’insediamento umano alle condizioni geografiche del luogo, e una diversità culturale, cioè la trasmissione dei caratteri specifici della cultura di un luogo, che appartiene solo all’uomo e che fa sì che ogni area sia diversa, poco o tanto, dall’altra e che costituisce proprio la ricchezza della cultura insediativa umana.

Perché, ad esempio, il gotico, che viene ritenuto uno stile “globalizzante”, a fronte di elementi costruttivi comuni presenta architetture tanto diverse in una carrellata dal nord Europa fino a noi e persino all’interno della nostra area geografica?
Si confronti il Duomo di Arezzo con quello di Milano e si osservi che è molto più facile rilevarne la differenza che non la somiglianza sia internamente che esternamente.

La biodiversità è un processo evolutivo che ha determinato la nascita di specie diverse, ma esiste anche un processo evolutivo delle città e degli insediamenti umani che gli uomini hanno costruito e cui si sono adattati. Biodiversity in inglese significa varietà della vita e la vita dell’uomo si svolge in città.

Perché stravolgere questo processo in forma violenta e senza un motivo che non sia quello di aderire per forza ad una malintesa modernità? E’ evidente che la costruzione di città tutte eguali è un fenomeno che impoverisce perché elimina varietà e rende i cittadini estranei all’ambiente in cui vivono, toglie identità alle città ma la toglie anche ai cittadini.

Dunque l’identità urbana ha una valenza fortemente positiva ed ha un carattere preciso e determinato che non si presta a molti equivoci: è legata al luogo, ai tipi, alla morfologia, contrariamente alla riconoscibilità che ha uno angolo di apertura estremamente ampio, entro cui può trovare posto ogni cosa e il suo contrario, dal borgo antico al villaggio Belvedere.

Per questo ribadisco la proposta fatta da un collega: la qualità dei nuovi insediamenti dovrebbe essere definita in forma scritta nelle Norme di Attuazione, facendo riferimento alla identità dei luoghi e con precise regole e norme di tipo urbanistico. Non è forse la legge regionale toscana che parla di “statuto dei luoghi”? Diamo contenuto concreto a questa formula un po’ astratta.

A puro titolo di esempio, e dichiarando che io sono favorevole alla prima ipotesi, se si ritiene che l’identità sia un valore, allora si dovrà scrivere che gli edifici formeranno cortine lungo le strade, le quali strade non saranno mai a fondo chiuso, le piazze saranno collocate agli incroci delle strade principali e sempre racchiuse da edifici, non messe a caso laddove avanza un vuoto libero.

Se invece l’identità non dovesse essere ritenuto un valore allora si dovrà scrivere altro, ad esempio che l’edificio si posizionerà liberamente nel lotto, senza alcun rapporto con la strada che non sia quello puramente funzionale all’automobile, che le strade avranno fondi ciechi in modo tale che ogni insediamento sia separato dall’altro, che il tessuto connettivo della nuova città non siano più le strade ma il verde, ad esempio, con ciò configurando un ambiente che ha ben pochi caratteri della città europea, toscana e aretina in particolare.

Il “progetto” altro non è che la capacità di sapere prevedere, entro limiti ragionevoli, ciò che accadrà nella trasformazione della città.
Senza progetto non c’è previsione possibile e se queste regole non saranno scritte e predeterminate, e le regole sono parte integrante del progetto, al prossimo piano, continueremo a parlare stancamente e astrattamente di qualità e a chiederci che cosa non ha funzionato nel piano precedente.

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