Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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9 marzo 2011

PERCHE' ESISTONO I TIPI (tratto da Caniggia-Maffei)

Il dibattito su Archiwatch prima e su questo blog, qui e qui, poi intorno ai progetti per la ricostruzione di parte di un isolato in Via Giulia a Roma, mi ha spinto a rileggere alcune parti di Lettura dell'edilizia di base, 1979, di G. Caniggia e G.L. Maffei.
Ne riporto qui un estratto che ha attinenza con il tema, soprattutto in relazione ad alcuni commenti lasciati.

Lettura dell'edilizia di base (1979)
di G. Caniggia e G.L. Maffei
Cap. 1.3 Specificazioni della terminologia e delle definizioni di base.
........Vediamo ora cosa succede quando mi chiedo il perché dell'esistenza dei tipi, ovvero, in altri termini, quando mi pongo il problema dell'esistenza logica, concettuale, fabbricata solo nella mia mente, oppure dell'esistenza autentica, in sé fisica, indipendentemente dalla mia presenza di osservatore, di classificatore, di tali « tipi edilizi ». Cercheremo di risolvere tale problema avvalendoci di strumenti logico-deduttivi, particolarmente propri dei momenti di crisi: ad esempio ci chiederemo se più case sono simili perché hanno utilizzato lo stesso progetto, o perché sono dello stesso autore o di più autori di una stessa scuola; oppure se le case risultano uguali per qualche imposizione a monte, un regolamento edilizio, una legge o un editto. Tutte ragioni inefficaci ai fini di capire quel « perché », nel senso che possono opporre a ciascuna notizie, osservazioni, documenti tali da smentirle — quelle case simili non sono fatte con un progetto unico, non sono dello stesso autore, ecc. -La nostra logica si arena di fronte all'evidenza che le case analoghe, dalle quali abbiamo ricavato « statisticamente » un tipo edilizio « casa a schiera » sono così fatte perché gli autori non sarebbero stati capaci di farle differentemente.

In effetti, corrispondendo ciascuna casa al concetto di casa vigente nel momento in cui ciascuna è stata fatta, ne consegue che la casa di Tizio, quella di Caio, l'altra di Sempronio, per il fatto stesso di essere state fabbricate in luoghi non lontani, e in tempi ravvicinati, hanno un identico corredo culturale alle spalle, finalizzato all'azione del « farsi la casa »: hanno, in breve, utilizzato lo stesso concetto di casa formatosi similmente nelle loro tre menti, sintetico di tutti gli aspetti che le case realmente edificate hanno poi assunto, e necessariamente precedente alla stessa presenza fisica delle tre case stesse. Ciò perché la predominante coscienza spontanea ha guidato quel « concetto di casa » a corrispondere in quell'epoca e in quell'area culturale, a un preciso progetto mentale che è responsabile di quella somiglianza tra i prodotti finiti che ora, avvalendoci della nostra coscienza critica, possiamo riscontrare ed etichettare in un tipo edilizio.
Diversamente, ma solo in parte, accade quando predomina la « coscienza critica »; analogia tra i prodotti e costanza di comportamento in tal caso sembrano ignorate.

Se al posto di S. Frediano o Santa Croce prendiamo in esame un qualsiasi aggregato alla periferia di Firenze, recentemente costruito, e andiamo a Novoli o a Sesto, o a Rifredi, è facile verificare che tre case attigue, almeno apparentemente, sono dissimili. Una ha le finestre « a nastro », correnti orizzontalmente per tutta la facciata; l'altra le ha strette e alte, da soffitto a pavimento; nell'altra ancora sono di varie misure e collocazione, frammiste a balconi in aggetto o logge rientranti. La prima sembra fatta di sole travi, che i pilastri (che pur ci saranno se la casa si regge) sono arretrati dal filo dell'involucro; la seconda di soli pilastri, portati in aggetto rispetto all'involucro stesso, mentre di travi non ne compaiono. La terza ha una parete continua, o che almeno si mostra tale; una quarta potrebbe essere di courtain wall e apparire come fosse una finestra sola, non esplicitando affatto il modo di reggersi. Il bello è che ciascuna di queste case seguita a essere « casa », fruita, abitata e perciò stesso legittima, dato che a suo modo si regge ed è utile a qualcuno; e che tali case sono tutte pertinenti allo stesso momento storico, alla stessa area culturale. Allora non c'è che da richiamarsi a quanto già detto in precedenza: quel che appare di tali case è frutto della personalizzazione del prodotto dovuta a scelte individuali nell'ambito di un repertorio di possibilità vastissimo; scelte che tuttavia incidono solo relativamente sulla fruibilità del prodotto, garantita non da quelle scelte, ma da ciò che i vari autori non hanno scelto, da ciò che è rimasto, in quel loro operare, di predeterminato a monte delle scelte stesse, da ciò che seguita a essere residuo di « coscienza spontanea », di « concetto di casa » e quindi, intrinsecamente, di « tipo edilizio » attuale. Ma, intendiamoci bene, non è che quelle scelte siano legittime, tanto che sarebbe facile confrontare il « tipo edilizio » e le scelte secondo le reciproche capacità di associarsi per il miglior rendimento; sarà facile constatare, e lo faremo, che tali scelte, e proprio in quanto tali, sono solo una forzatura espressionistica di componenti legittime del tipo, che a sua volta non le accetta ma le subisce, scapitandone, appunto, il rendimento globale. Facciamo una controprova: guardiamo queste case dal vero, in situ\ confrontiamo poi una rappresentazione planimetrica di quel quartiere con l'immagine che ce ne siamo fatti — un catastale, ma meglio un rilievo murario, come quelli che abbiamo ormai a iosa per gli aggregati antichi e che raramente sono stati fatti per i quartieri di periferia. Quelle diversità tenderanno a ridursi, se non a sparire; quelle case appariranno secondo quello che sono (e saranno certamente case in linea, che è il tipo attualmente vigente, pur con molteplici varianti) e soprattutto si vedrà quanto illusoria, parassitaria e velleitaria sia un’immagine imposta da scelte incidenti a livello estetizzante e non sulla sostanza, che resta fedele all’insaputa dell’architetto al tipo edilizio generalizzato.


Quindi, il tipo c'è e non è una finzione logica; il tipo c'è ed è prodotto di coscienza spontanea, allora e ora. Ma è vero anche che parlare di tipo, rinvenire il tipo, è frutto di coscienza critica; il fatto stesso di applicare definizioni, di incasellare la realtà, di classificare è esigenza critica, derivata da un momento di crisi. Se per assurdo potessimo domandare oggi a un muratore del Quattrocento che stesse costruendo allora, se sta facendo una casa a schiera» a tre piani, con due finestre per piano, larga cinque metri e profonda dodici, egli non capirebbe assolutamente di cosa parliamo, perché la sua operazione, nella sua mente, è unicamente e semplicemente « costruire una casa » e non un « tipo edilizio » da noi distinto per contrapposizione ad altri tipi.


Questo significa che se è vero che il « tipo » è un derivato .genuino della coscienza spontanea, è anche vero che la nozione di tipo è altrettanto genuino derivato della coscienza critica, ossia una diretta conseguenza del porsi di fronte alla realtà, e di cercare di capirla: operazione identica a quella che fa il botanico quando classifica le piante scalarmente secondo analogie di aspetti e qualità, o a quella che fa il linguista quando individua le strutture di una lingua, la grammatica o la sintassi ad esempio: queste ultime sono strutture ceno ignorate, nel senso di non averne nozione critica, da chi le ha fatte nel corso di secoli e millenni per il semplice fatto di aver parlato; e tuttavia proprie e note a livello inconscio a chiunque, oggi come ieri, parli usando una qualsiasi lingua, e che userebbe quelle strutture sintattiche e grammaticali anche se nessun linguista le avesse ricercate e sistematizzate a livello critico.

Da quanto detto, deriva che il tipo può avere una formulazione critica, desunta mediante un'analisi a posteriori: ma deve ineluttabilmente la sua esistenza all'essere « sintesi a priori », « concetto ». Ossia esiste nella mente dell'artefice prima di realizzare una casa, e non è una prefigurazione di uno o pochi aspetti che saranno assunti dal prodotto costruito, ma di tutti insieme: è un vero e proprio organismo, inverante l'intera realtà della casa prima che questa esista fisicamente. Se la situazione dello studioso di tipologia edilizia è assimilabile a quella di un linguista, la situa-zione dell'artefice è identica a quella di chiunque parli: ossia di formulare, mediante la lingua, concetti necessariamente anteriori al momento del parlare e necessariamente sintetici di ogni carattere strutturale che il linguista potrà isolare e poi classificare.


Attraverso la nostra opera critica, che ci porta al riconoscimento di un tipo edilizio, in sostanza, ripercorriamo la via della formazione dell'oggetto edilizio fino al momento in cui questo oggetto, un istante prima di esserci (esserci nella sua fisicità di oggetto costruito) ancora non esiste se non nella sua concettualità, che è presente come programma nella mente di chi lo sta per fare, con tutta la sua storicità, ossia la sua appartenenza a un momento temporale e a un luogo determinato.


Tipo è, allora, la concettualità dell'oggetto realizzato: come tale, dunque, non è concettualità di parte dell'oggetto, non è schema funzionale-distributivo, non è struttura, non è una facciata, e basta. È tutto questo insieme, e tutte le aggettivazioni che potremo poi applicare all'oggetto stesso: tipo è l'insieme unitario delle definizioni che concorrono mutuamente a formare l'oggetto stesso, integrate organicamente; è proiezione totale, prima concettuale, quando nasce, poi logica, quando lo esaminiamo, dell'oggetto esistente, conformata secondo il «concetto di casa» presente nella mente dell'artefice a livello di coscienza spontanea, vigente in un determinato momento storico, frutto del progressivo succedersi dei « concetti di casa » evoluti anteriormente a quel momento storico. La globalità delle componenti del « tipo » è riassumibile nei tre caratteri dell'edilizia, nella nota triade vitruviana firmitas, utilitas, venustas o meglio, come sottolinea molto giustamente L. Vagnetti, ratio firmitatis, ratio utilitatis, ratio venustatis: precisazione importante perché rafforza più chiaramente il senso della distinzione, riaffermandone la fondamentale unità. È un'unica ratio, un'unica ragione globale in tre aspetti concorrenti. In linguaggio odierno potremmo dire: la globale razionalità della struttura (cioè del modo di « star su » di una casa), inscindibile con l'esigenza che questa sia utilizzata secondo un'integrata globale razionalità della distribuzione (cioè dell'uso che si fa di una casa); ambedue inscindibili con una globale razionalità della leggibilità (cioè di come questa casa riesce a essere capita da chi la guarda o ne fruisce, riesce a trasmettere le sue modalità di star in piedi e di funzionare); come questa casa riesce a esprimere unitariamente tutto questo attraverso un linguaggio, un codice collettivo caratterizzante un'area e un momento civili, tanto da risultare leggibile quale proiezione totale del suo essere oggetto fatto dall'uomo.


La cognizione di tipo richiama indispensabilmente un'ulteriore definizione, quella di processo tipologico. Se esaminiamo più tipi edilizi non contemporanei, in una stessa area culturale, ci accor-giamo di una progressiva differenziazione tra questi, più sensibile tra tipi distanti nel tempo, meno vistosa se letti in intervalli ravvicinati.


L'operatore del Trecento che si fa la casa la costruisce secondo il tipo, il concetto di casa, di quel momento; l'operatore del Quattrocento agisce similmente, facendosi la casa secondo il concetto, il tipo, vigente alla sua epoca. È facile riscontrare, quindi, una scalare mutazione del tipo edilizio a seconda dell'epoca: anche se all'interno di una stessa definizione, la « casa a schiera », varia a seconda della data di edificazione; non solo, ma è facile anche notare che la casa a schiera costruita nel Trecento, soltanto per essere ancora utilizzata nel Quattrocento, tenderà a modificarsi secondo il tipo del momento. Il che vuoi dire che per ogni epoca si è raggiunta un'accezione differenziata del « concetto di casa » che ha prodotto case diverse: non solo limitatamente al tipo della casa (che chiameremo, come meglio vedremo, « tipo di base »), ma anche per qualsiasi altro oggetto edilizio, e diciamo pure per qualsiasi oggetto antropico in generale, vediamo prodursi in una stessa area similari mutazioni al variare del tempo. Tuttavia, al di là delle differenze, vediamo un vistoso fenomeno di continuità, altrettanto facilmente leggibile delle differenze, tra prodotti analoghi: cosicché la casa a schiera del Trecento avrà certi caratteri che seguiteranno ad accomunarla a quella del Quattrocento come a quella del Duecento, attestando una mutazione graduale dei prodotti attuati prima e dopo rispetto a quello pertinente ad un certo intorno temporale. Se poi confronto le mutazioni del « tipo » a più minuti intervalli temporali intermedi, mi accorgo che nel corso di un secolo il tipo è variato attraverso una serie di mutazioni intermedie, alcune caduche, nel senso che non hanno sensibilmente inciso sulla nuova formulazione del tipo, altre permanenti, che ritrovo appunto nel tipo rinnovato: ciò anche indipendentemente dalla progressiva e scalare edificazione, nel senso che quasi sempre l'attività edilizia in un luogo non è continua, ma si realizza per alterni momenti di « boom » edilizio e di stasi.

Nella meccanica di mutazioni incidono soprattutto le variazioni progressive degli edifici già esistenti, gli adattamenti capillari di quel che già c'è per renderlo atto, a volte con limitati aggiorna-menti, a un continuo rincorrersi tra processualità degli edifici e parallela mutazione processuale dei bisogni. In realtà il contributo delle mutazioni capillari risulta leggibile solo ad intervalli prolungati, confrontando un nuovo assetto raggiunto con la stesura anteriore: chiameremo fase l'intervallo cronologico di sufficiente ampiezza a che tali mutazioni siano riscontrabili con una sufficiente chiarezza. Se, dunque, esamino i tipi nella loro progressiva mutazione, nel susseguirsi di una successione di fasi, ottengo quel che chiamiamo « processo tipologico ». Il quale può anche leggersi in un delimitato intorno storico, ma tenendo ben presente che vi è di necessità un certo margine di riduttività, in tal modo, poiché per definizione il susseguirsi di tipi non può aver inizio se non dal momento in cui nella mente dell'uomo si è formato il concetto generale di « casa »; e non può aver fine se non quella, del tutto provvisoria, corrispondente al momento attuale. Diciamo ancora che, esaminando i prodotti edilizi di un'area culturale, noto che questi mostrano diversità dagli analoghi prodotti di qualsiasi altra area: e che tali diversità sono scalarmente crescenti a seconda sia del crescere della distanza puramente metrica, sia anche delle delimitazioni spaziali imposte, fase per fase, a ciascuna cultura.


Ossia in una stessa fase storica sono diversi gli edifici prodotti, mettiamo, nel Lazio o in Toscana; ma ancor più lo sono quelli della Toscana rispetto agli analoghi in Francia; e presenteranno ancora maggiori diversità, al confronto, gli edifici della Toscana e quelli della Cina, al punto che diventano quasi simili quelli tra Toscana e Lazio che a prima vista avevo qualificato come diversi. Tutto ciò sempre relativamente alla precisazione di un intorno temporale, poiché, ad esempio, sono maggiormente differenziate due case, una toscana e l'altra emiliana, nel Duecento, di quanto non lo siano due esempi analoghi nel Quattrocento.


Questo sta a significare che la stessa scalarità che leggo nel tempo in una stessa area culturale la leggo anche nello spazio, al confronto tra più aree culturali; cioè vedo che nello spazio v'è una continuità di differenziazioni dei prodotti edilizi al punto che posso parlare di un processo tipologico anche nella progressiva dislocazione differenziata di aree a contatto. Mi approssimo alla realtà processuale solo se associo ambedue le varianti, e leggo unitariamente il processo tipologico come un susseguirsi di mutazioni temporali e di distinzioni, e relative mutue influenze, spaziali: in breve, devo parlare di processualità storica. La storicità, che è condizione di esistenza sia di ciascun uomo, sia di ciascun oggetto che produce, sia di ciascun avvenimento che lo riguarda, è inscin-dibile da una duplice relazione spazio-temporale. Un uomo, un oggetto, un avvenimento esiste in quanto collocato in un tempo e in uno spazio determinato. La storia è un sistema di individuazioni spazio-temporali leggibili attraverso la loro processualità, prodotta dalla unità-distinzione che deriva dall'essere, ciascuna individuazione, collocata in un reciproco legame, che è anche reciproca contrapposizione. Nulla esiste che non sia, o non sia stato nello spazio e nel tempo: condizione di esistenza è di essere in un determinato tempo e luogo.....

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13 luglio 2009

INSUFFICIENZA DELLA DISCIPLINARITA' DELL'ARCHITETTO

Un altro brano tratto da "Il progetto nell’edilizia di base" di G.Caniggia e P.L. Maffei, 1984, che condensa temi diversi e attuali quali la crisi dell’urbanistica, l’egemonia culturale di un’idea dell’architettura dell’"io" e del "mio" fuori da ogni logica disciplinare e che fornisce una risposta non complottista o dietrologica al pensiero unico dominante che oscura ogni altra forma di pensiero che si basi sulla lettura del processo di crescita della città, il meccanismo “imitativo” dei maestri imposto nelle scuole che la dice lunga su quale sia il vero “falso” in architettura, la denuncia della volubilità modaiola della critica di architettura, l’irrazionalità di un’urbanistica basata su discipline diverse che fallisce nel momento in cui deve trasporre dati numerici nella realtà del piano, il richiamo alla disciplina contro un’architettura che attinge ovunque ma che è incapace di riversare nel progetto alcun contenuto che non sia frutto di personalismi.
Brani che non rendono giustizia ad un corpo disciplinare fortemente strutturato che può essere apprezzato e valorizzato solo dallo studio complessivo ed in sequenza logica e temporale dei due testi(1) i quali richiedono un atteggiamento culturale non effimero ma disposto a riconsiderare e rimettere in discussione gran parte di quanto appreso “nei banchi di scuola” e quanto ci viene quotidianamente propinato e spacciato dai media e dalla vulgata corrente tra gli architetti di un’urbanistica e un’architettura figlie ed espressioni di invenzioni artistiche individuali. E non gli rende giustizia nemmeno l’uso polemico che io ne faccio dato che il testo completo non ha certo le caratteristiche del pamphlet.


Gli economisti partono da dati e da indagini economiche per arrivare alla formulazione di proposte riguardanti l’economia; come i sociologi partono da dati e indagini sociologiche per giungere a rimedi dei disagi permanenti alla società. L’architetto della crisi presume di utilizzare dati propri di discipline diverse dalla sua (economia, sociologia, ma anche psicologia o magari arti figurative, ecc) e pretende di riversare tali dati nel fare che gli è proprio, in progetti e piani: ottenendo in realtà uno iato tra dati e progetti, tra dati e piano. Iato che colma, o crede di colmare, con un personalistico intervento di invenzione non suffragata da alcun dato specifico. Nella pratica l’architetto parte dal riversare in indici, in dati numerico-statistici una realtà che contiene effettivamente tali dati, ma aggregati non numericamente, bensì a configurare organismi reali, case, strade, campi coltivati ecc.: tutti organismi che perdono appunto la loro natura di “organismi” una volta trasferiti in dati numerico-statistici.
Basta ad esempio notare la progressiva indicizzazione dei dati fisico-organici dai “regolamenti edilizi”: già dall’Ottocento e nella prima metà del nostro secolo basati sulla limitazione della mera consistenza metrica degli edifici, ed ora ulteriormente astraenti nel delimitare quantità di edilizia attraverso indici metrici e “standard” quantitativi.

Quindi la pratica della pianificazione è fondata sulla traduzione del reale in indici numerici, solo in parte desunti dal costruito ed in parte preponderante derivanti dalle altre logiche disciplinari non proprie né rappresentative del costruito stesso; e sulla nuova proposizione di indici numerici, costituenti il “piano”, ma ancora estranei alla qualità del futuro assetto da questo previsto, indicando piuttosto le quantità futuribili. E’ il passo ulteriore che trova l’architetto sguarnito di strumentazione specifica: il momento in cui le proposte di quantità giudicate compatibili con un nuovo assetto si devono ritramutare in un nuovo reale costruibile, fatto di case, strade, ecc. e non di mere quantità. Ed è in questo trapasso che si rivela la insufficienza di una disciplinarità dell’architetto, che si trova ad intervenire con il solo suo personale corredo di opinioni, con il suo solipsismo architettonico, con la storia personale del “suo” progettare.
Sulla scorta di esperienze, sue e di altri, condizionate da una dialettica del “fare architettura” imitativamente, su modelli di “maestri” riconosciuti internazionalmente, su dettami di circoli elitari, di correnti, di –ismi, di scuole, al di fuori di ogni coerente rapporto con la continuità civile del costruire, e soprattutto con l’incertezza del fare data dalla pletora di modelli reciprocamente oppositivi che gli pervengono dai mass-media della “cultura” e della critica architettonica del momento. (omissis)

Così l’architetto diviene strumento e protagonista della crisi, contribuendo pesantemente a provocare un nuovo assetto condannato a priori ad un minimo rendimento per la radicale opponibilità tra strutturazione esistente ed inserimento da lui proposto: opponibilità che è un insieme di risultato, ossia tra costruito vecchio e nuovo, e di metodo, ossia tra la strumentazione che ha provocato il costruito vecchio e la strumentazione che provoca il nuovo assetto.


Nota (1):
Lettura dell'edilizia di base, 1979
Il progetto nell'edilizia di base, 1984

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8 marzo 2009

LA CITTA' DELLE REGOLE

Pietro Pagliardini

Si può dedicare un post a qualcuno? Perché no? Questo post è dedicato a Salvatore d’Agostino, l’autore di Wilfing Architettura, con il quale sono praticamente in disaccordo su quasi tutto ma che con una sua risposta ad un mio commento ha messo in luce una posizione ambigua, poco chiara, credo un equivoco, che esiste in alcuni miei post precedenti.
Salvatore pensa che un’urbanistica governata con le regole su cui spesso ho scritto sia una limitazione della libertà, dell’iniziativa, della scoperta personale, riferita non ai progettisti, della quale non mi sarei minimamente preoccupato, ma dei cittadini. Riflettendoci sopra un attimo mi sono reso conto del fatto che se lui l’ha pensato è a causa di un mio errore o di una mia mancanza di chiarezza. L’equivoco va chiarito.

Probabilmente nasce dal fatto che, nel mio bisogno di semplificazione, assimilo spesso l’urbanistica delle regole all’urbanistica tradizionale tout court, intendendo con questa l’urbanistica delle città storiche europee. Non che ciò non sia vero, in gran parte, ma l’insistenza su questo punto può far credere che io pensi che si tratti di una questione esclusivamente stilistica o estetica e che la città contemporanea debba essere la replica sic et simpliciter dei nostri borghi medievali, con ciò trascurando il fatto che la società è cambiata, che tutto è cambiato; ma, soprattutto, credo che l’equivoco verta sul significato di regole.
Regola è una parola che fa paura ad ogni architetto e in genere a chiunque si occupi di edilizia. Ce ne sono talmente tante in giro, per fare un grande complesso immobiliare come un modesto ampliamento ad una casetta unifamiliare, che nessuno ne può veramente più. Tra Europa, Stato, Regione, Provincia, Comune ed Enti vari nessuno può mai avere la certezza assoluta di poter serenamente affermare: sono in regola. Diciamo che fare un progetto è come puntare alla roulette. Summa lex summa iniuria.

Le regole di cui parlo non sono quelle. Quelle dovrebbero essere falcidiate drasticamente. Quelle sono sì un limite grande alla libertà e alla giustizia, degli architetti, dei cittadini e delle imprese.
Le regole di cui parlo sono quelle che stanno alla base della nascita e dell’evoluzione della città storica ma che, interpretate alla luce della realtà e delle esigenze contemporanee, conservano intatte la loro validità, vitalità ed essenza. Il difetto, l’equivoco, sembra anche essere ingenerato da quell’aggettivo "storico" che a molti fa appunto temere trattarsi di un pensiero reazionario, nostalgico, fuori dal tempo.

Premesso che a me non fa affatto paura questo aggettivo, ché è anzi ovvio che non poter esservi forma di progresso senza le conoscenze accumulate nel passato, il fatto è che quelle regole che vigevano nelle città antiche, lette e studiate dalla scuola muratoriana, sono le stesse che hanno trovato conferma per via matematica in Nikos Salìngaros, seguendo una strada autonoma, e che mostrano straordinarie analogie con la teoria delle reti.

La città è connessione, è permeabilità, è opportunità di scelta tra alternative diverse, è libertà che si sviluppa in una struttura gerarchizzata che svolge la funzione allo stesso tempo di dare diversi gradi di ordine al sistema e di permettere la riconoscibilità dei diversi luoghi. La città non deve fare sentire estranei i cittadini ma deve farli sentire in ogni luogo come a casa propria, il cui spazio di norma non presenta segreti.
Nella città questo sentimento di sicurezza è ancora più importante che entro le mura di casa, perché fuori ci sono gli altri, la maggior parte dei quali sono estranei, sconosciuti; perdersi tra gli estranei può essere una sensazione piacevole ogni tanto nella vita, in determinate situazioni e condizioni d’animo, ma non può essere una condizione permanente.

Leggo spesso molti post e commenti in cui si attribuisce una grandissima importanza agli aspetti emozionali della sorpresa e della scoperta nei confronti dell’ignoto come se queste fossero necessità generalizzate e su queste si dovesse misurare il valore dello spazio urbano.
Premesso che progettare una simile città è impossibile perché il progetto è una previsione di ciò che accadrà e prevedere l’ignoto, prevedere la sorpresa in relazione agli stati d’animo di ciascuno non è per definizione possibile, perché ognuno ha aspettative di scoperte diverse, per cui un progetto del genere altro non potrebbe essere che dettato dal caso e dall’incertezza, come in effetti avviene, ma è anche vero che io credo che queste considerazioni, che hanno il pregio di aprire nuovi scenari e opportunità, siano limitate ad un ristretto numero di individui, tra i quali ci sono sicuramente gli architetti, e a determinate città e situazioni urbane. La domanda è: per chi deve lavorare l’urbanista, per interessi limitati, vorrei dire settoriali ma è brutto, o per quelli generali?
Lo stesso Bauman, che parla appunto di società liquida, mi sembra che prenda atto di una condizione reale della società, ovviamente non dovuta all’architettura e all’urbanistica, ma che non ne decanti affatto gli aspetti positivi. L’architettura e l’urbanistica, invece, sembrano volere e per molti dovere assecondarne il flusso, con ciò incrementando il fenomeno e facendogli da cassa di risonanza.

Certamente qui siamo in presenza di due visioni opposte della società che si scontrano tra loro: una più relativista che tende a non scegliere giudicando ogni esperienza valida in sé stessa, per il fatto stesso che essa accade, e ad adattarsi a ciò che accade; l’altra invece che attribuisce importanza ad una scala di valori, che fissa delle priorità e ritiene che l’uomo possieda le risorse intellettuali e la volontà per ottenere il risultato sperato.

Voler fare prevalere la prima visione sulla seconda è una palese contraddizione perché vorrebbe dire in realtà appartenere alla seconda classe. Il che a mio avviso, e non solo mio, dimostra che è una visione errata perché ingannevole e incoerente.
Ma nonostante questo io credo che la città contemporanea sia in grado di consentire la convivenza delle due opposte concezioni. Infatti, per quanto una città, o meglio una parte di città, possa essere studiata in base alle regole studiate da Caniggia e Maffei in Lettura dell’edilizia di base e in Il Progetto nell’edilizia di base, il processo di pianificazione non è e non può essere lineare e nel passaggio dal progetto alla sua attuazione tante sono le interferenze della società (e mi riferisco a quelle legittime), almeno quante sono i soggetti in gioco e in questo processo c’è spazio per elementi di incertezza, per “errori”, deviazioni dall’idea iniziale.

Il progetto, tanto più quello urbano, è in ogni modo un processo dinamico impossibile da governare nella sua totalità e complessità.

La città ideale non esiste nella realtà, per fortuna, al massimo esiste la migliore tra quelle possibili. Una struttura urbana forte costruite con regole non teme eccezioni, una città di sole eccezioni semplicemente non è una città, non è l’ambiente dell’uomo.




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31 gennaio 2009

ARCHITETTURA, SCIENZA E RICERCA - 1°

Pietro Pagliardini

PARTE 1°
L’obiezione ricorrente che viene opposta a chi crede che l’architettura e il disegno urbano, per andare avanti, debbano ritrovare le regole di crescita che hanno sovrainteso alla costruzione della città storica e regole architettoniche che azzerino il grado-zero di zeviana memoria e perciò debbano guardare indietro, facendo un salto di un’ottantina d’anni, e da lì ripartire (tenendo conto del fatto che in queste decadi la società è profondamente cambiata) è quella che recita più o meno così:
la ricerca non si deve interrompere e, come il progresso scientifico è stato reso possibile dalla sperimentazione libera, così l’architettura non può fermarsi, deve ricercare e

1) applicare nuovi materiali;
2) creare nuove forme adatte alla contemporaneità;
3) inventare nuove tipologie per tutte quelle “funzioni” che prima non c’erano e che ora proliferano a flusso continuo;
4) adattare l’architettura alle nuove tecnologie e ai nuovi stili di vita che creano nuovi modi di aggregazione e nuovi tipi di relazione tra la gente;
5) tenere conto dei nuovi bisogni e delle nuove tendenze che nascono nei luoghi professionali della comunicazione ma anche spontaneamente e dal basso nelle fasce giovanili delle periferie emarginate;
6) trovare formule spaziali adatte alle nuove forme di organizzazione del lavoro;
ecc. e devo smettere perché molte altre ve ne sarebbero.

Se è relativamente facile smontare tutte le derivate secondarie di quella prima obiezione (dimostrarlo è relativamente facile, difficile è vincere l’abitudine a pensarlo) molto meno semplice è argomentare la tesi di origine, cioè il fatto se l’architettura sia scienza e perciò debba seguire gli stessi metodi di questa, in particolare per la sperimentazione, oppure sia qualcosa d’altro.
Comincio dalla parte relativamente più facile.

1) I nuovi materiali: ci troviamo di fronte ad una delle tante contraddizioni di questa società che è capace di affermare, anche con forza ideologica quasi religiosa, il principio della sostenibilità e del rispetto delle risorse ambientali e contemporaneamente “sperimentare”, che vuol dire utilizzare, nuovi materiali quasi tutti energivori sia in fase di estrazione delle materie prime che nella produzione edilizia e nella gestione del bilancio energetico degli edifici, contrariamente a quello che la propaganda ci vuole far credere, in ossequio (da parte della propaganda) all’ecologicamente corretto.
Non c’è edificio nuovo, grattacielo, museo o auditorium dalle forme e dai materiali più “nuovi” e fantasiosi, che non venga presentato come eco-sostenibile e autonomo, o quasi, energeticamente. Basta affermarlo perché diventi verità, tanto nessuno si da cura di controllare, visto che quasi mai vengono forniti i numeri e dati in valore unitario (in assoluto non contano niente). Associare quei nuovi materiali alla sostenibilità è una contraddizione scientifica e un raggiro ai danni dell’ambiente. Per altre considerazioni più attinenti al rapporto tra architettura, materiali e benessere psicologico rimando a Nikos Salìngaros (http://en.wikipedia.org/wiki/Nikos_Salingaros) nel libro Antiarchitettura e demolizione.

2) Creare nuove forme: questa affermazione è frutto di un vero salto logico perché viene trasferito all’architettura il metodo che è normale nel mondo dell’immagine, della moda, delle auto che, per vendere, debbono creare sempre nuove accattivanti forme. Ma costruire edifici non è fare abiti o auto, non è moda, insomma, perché gli edifici non sono beni di consumo. E perché un edificio non è un bene di consumo? Basta chiederlo a colui che si fa la casa e che mette in quell’impresa molte aspettative per sé stesso e per i propri figli. Costruirsi la propria casa è un’impresa umana che il più delle volte viene affrontata una volta nella vita e che coinvolge emozioni, sentimenti, impegno dell’intera sfera famiglia, non solo per i costi e per il sacrificio che richiede, ma anche perché la casa diventerà il luogo in cui si svolgerà gran parte della vita di quella famiglia e conserverà il ricordo di gioie, dolori, avvenimenti importanti e preziosi per tutti i membri della famiglia stessa.
L’architettura ha accompagnato la storia dell’uomo, non solo quella scritta dagli storici, ma quella dei singoli individui che hanno preso possesso della natura, hanno occupato un territorio e gli hanno dato forma in base alle loro esigenze vitali per la sopravvivenza e a quelle simboliche, più recondite e segrete. L’uomo ha creato il suo ambiente artificiale di vita, la città, in un confronto continuo con la natura del luogo, modellandolo in base alla geografia, assecondandola o forzandola, se necessario. Decidere che secoli di lavoro e di intelligenza sono stati un errore e ripartire da zero con forme create ex-novo, in maniera astratta, cerebrale, senza relazione con i luoghi e con i bisogni degli individui è una scelta immotivata o meglio motivata da un delirio di onnipotenza, unito spesso ad una buona dose di ignoranza, di pochi che riescono ad imporsi su molti. Quanto al fatto che le forme devono adattarsi alla contemporaneità questa affermazione ribalta il principio di causa-effetto: se la società cambia e richiede nuove forme dell’abitare tale richiesta dovrebbe venire dalla società stessa, cioè dagli individui; invece la storia dell’architettura “moderna” è la storia di pochi intellettuali (peraltro di scarsa attitudine democratica) che hanno imposto un’ideologia a molti. Prova ne sia il fatto che non esiste architetto modernista che sia disposto ad essere giudicato dai cittadini.

L’architettura è diventato il campo dei soli esperti che progettano, giudicano, scelgono, propagandano. Cosa sia adatto alla contemporaneità sono loro a stabilirlo, da molti decenni e nonostante le prove evidenti del fallimento del loro pensiero. Il sistema di potere dall’establishment dell’architettura non è, concettualmente, molto diverso da quello delle grandi dittature del secolo scorso che si arrogavano il diritto di decidere ciò che era bene o male per i popoli. Certo che mancano gulag e campi di sterminio (che non è differenza da poco), è un potere dolce che si basa sulla propaganda, è un sistema raffinato che è stato capace di saldare le istituzioni con il potere economico e quello dei media e che si è arrogato il diritto di decidere per tutti. Si faccia decidere agli interessati cosa intendono per contemporaneità visto che saranno loro che dovranno abitarla e viverla.

3) Inventare nuove tipologie è, il più delle volte, operazione illusoria, come hanno dimostrato Caniggia e Maffei, cui rimando, visto che ogni nuovo tipo è l’evoluzione di uno precedente.

4) L’applicazione di nuove tecnologie, che è certamente importante, raramente richiede nuove forme. Non le richiede per quello che riguarda la comunicazione né per il risparmio energetico, visto che tutta la tecnologia si adatta benissimo alle tipologie tradizionali e le abitazioni che possono vantare alte prestazioni per la certificazioni energetica hanno forma compatta e masse murarie molto elevate, caratteristiche, guarda caso, proprio dell’edilizia tradizionale.

5) Quanto al doversi adattare alle nuove forme di cultura spontanea delle periferie, qui siamo addirittura alla beffa, visto che prima l’ideologia modernista ha creato le periferie come luogo dell’emarginazione, poi giustifica sé stessa e la propria esistenza con l’esistenza di quella emarginazione da essa creata, creando altri non-luoghi emarginanti.

6) L’evoluzione dell’economia mondiale, la delocalizzazione che si ritira sempre più nelle aree deboli economicamente, visto che, fortunatamente, aumentano i paesi ex in via di sviluppo, grazie alla globalizzazione; la recente e purtroppo presente crisi economica ha reso carta straccia i troppi volumi sprecati da economisti e sociologi sulla previsione dell’evoluzione del mercato del lavoro e ha dimostrato non tanto la fragilità del sistema quanto la pochezza dei suoi interpreti e presunti guru, da cui gli architetti hanno attinto tanto entusiasticamente quanto acriticamente.

*******

Insomma, in tutti questi casi la prova della necessità di forme nuove dovrebbe essere a carico di chi le propugna e non di chi le nega, visto che non c’è evidenza alcuna che le renda indispensabili, salvo il fatto di dover obbedire, in molti casi, alla giusta esigenza della comunicazione e del marketing, come ad esempio nel caso dell’architettura industriale o commerciale, che non comporta però il fatto di fare di ogni luogo il luogo della pubblicità.

Invece, grazie ad un processo mediatico-propagandistico straordinario quanto ad abilità, passa tranquillamente il messaggio che occorrono per forza “nuove forme”.
Ma questo è proprio il metodo utilizzato dalla pubblicità: avete mai sentito una pubblicità che dica: “In effetti non abbiamo trovato un motivo vero perché dobbiate comprare questo detersivo rispetto all’altro, visto che risultati e costi sono pressoché identici, però comprate il nostro prodotto perche ve lo diciamo noi”?
Invece la pubblicità dice: “Il nostro detersivo lava più bianco, ma parecchio più bianco!”. E ne porta anche la prova : “Guardate com’è contenta la signora, quanto è soddisfatta del suo bianco! E anche il marito è contento delle camicie pulite. Se volete un marito contento e una famiglia felice comprate il nostro detersivo”.
Il messaggio è stucchevole nella sua mediocrità, ma passa perché fa appello alle emozioni e non è facilmente “falsificabile”, non è soggetto cioè a una smentita e quindi è difficilmente negabile e quindi può essere vero. Come ha più o meno detto un sociologo esperto di pubblicità in TV: “Di fronte ad un giudizio del Tribunale quali prove si potrebbero addurre per condannare come falsa una pubblicità emozionale? Chi è capace di portare l’inconscio come testimone in aula?”.

In un prossimo post affronterò il quesito se e a quali condizioni l'architettura sia scienza ed eventualmente cosa si possa intendere per ricerca in architettura.


Nota: La foto della pianta di San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini è tratta da Wikipedia

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12 settembre 2008

LE REGOLE ESISTONO: LEGGETEVI QUESTO LIBRO

Pietro Pagliardini

Ho ripreso in mano il libro “Composizione architettonica e tipologia edilizia. 1.Lettura dell’edilizia di base”, di Gianfranco Caniggia e Gian Luigi Maffei.
E’ un libro che risale al 1979, inizi della mia professione; Marsilio Editori (1) copertina rosso vivo con confuse macchie bianche, scritte nere, perfetta grafica anni di piombo post-sessantotto che trae in inganno rispetto al contenuto: poco spazio a fantasia e utopia, molto al rigore logico-scientifico.

Al tempo lo lessi in maniera superficiale e non lo apprezzai. La prosa è scontrosa e niente affatto piaciona, i contenuti, a me malato di architettura moderna, apparivano vecchi e noiosi. L’ho riletto molti anni dopo, su sollecitazione di alcuni colleghi; ho iniziato a capire e dico iniziato perché la teoria non è semplice e va studiata, più che letta.
Ne ho ricominciato la lettura un pò di tempo fa. La prosa è rimasta scontrosa, il tono severo, i caratteri tipografici non aiutano i miopi-presbiti ma questo è un testo che ogni architetto dovrebbe tenere non in biblioteca ad impolverarsi ma sul comodino, come The Holy Bible per gli evangelici, e nei momenti di esaltazione creativa, leggerselo per mettere a freno la fantasia ed essere certi che esiste ancora una teoria per l’abitare e per la città.
Nella prima parte gli autori illustrano le “Motivazioni e gli enunciati” (il libro è il risultato di un corso universitario) e scrivono:

“La crisi dell’insegnamento della composizione architettonica è partecipe di una crisi ben più generalizzata, quella del modo di fare e di capire l’edilizia. Precisiamo subito che, per noi, mantiene tutta la sua validità la tradizionale separazione tra “edilizia” e “architettura”, sebbene la cultura ufficiale abbia da tempo superato tale distinzione, affermando che “tutto è architettura”. La distinzione c’è, e resta insuperabile: per noi va soltanto capovolta la tradizionale gerarchia di valori connessa a tali termini, in base alla quale l’architettura, anzi l’Architettura con la A maiuscola è degna di attenzione , di valutazione critica, di studio, e l’edilizia no.
La divisione un tempo usuale tra oggetti architettonici e oggetti edilizi, tra opere “maggiori” e “minori” sussiste, con l’avvertenza che col termine “edilizia” si deve intendere il contesto generale del costruito, che è certamente il maggior protagonista dell’ambiente antropico e della sua storia civile. Il termine “architettura” può restare riservato a quelle opere che dall’edilizia sono derivate, in seno al costruito, come “emergenze specialistiche”, da sempre legate a una meccanica di produzione connessa da presso con le classi dominanti e con le varie “culture ufficiali” impositive rispetto ai prodotti processualmente evoluti dalla base.
Omissis
E’ evidente che le nostre città non sono condizionate dalle poche opere accettate come “architettura”, ma dalle moltissime, confinate nell’anonimato dell’edilizia, la storia e i divenire della quale è sdegnata da molti dei cultori di “storia dell’architettura”, legati ai medesimi condizionamenti che fanno ancora dell’insegnamento della storia, più in generale, la storia dei personaggi, degli avvenimenti, delle guerre disinteressandosi della maggioranza dell’umanità che, pur vittima e campo dell’operatività di personaggi, avvenimenti e guerre, è l’autentica protagonista della storia dell’uomo nel suo variante e continuo produrre il proprio ambiente civile; è la storia dell’umanità che ci interessa di più, quella storia che comincia, non più sporadicamente, a comparire negli studi specializzati di storia economica e di storia sociale
”.

Questo mi sembra possa essere considerato il Manifesto di tutto il corso e di tutto il libro: tralasciando alcune considerazioni più strettamente “politiche” sulla storia in generale, a mio avviso legate al clima culturale del periodo, l’opera si pone come una sorta di contro-storia dell’architettura la cui cifra dominante è una forte impronta etica; non certo l’etica dell’architettura di cui si legge spesso nei titoli dei convegni odierni che si riduce a creativo slogan pubblicitario privo di contenuti, ma quella di chi si pone rispetto “all’ambiente antropico” con l’umiltà del ricercatore che vuole leggere e capire in base ad un progetto e per fare un progetto ma che ha però chiara la distinzione e la gerarchia tra “edilizia” e “architettura”, non potendosi comprendere l’una senza l’altra.

Il capitolo prosegue con l’enunciazione della crisi dell’architettura e dell’insegnamento della stessa e si conclude così:

“Lo specchio di tali fenomeni è la personalizzazione della storia e della critica dell’architettura attuale. Non si riesce a capire più un’opera se non la si confronta con le altre del medesimo autore, all’interno della storia personale di questo, che sola riesce a “giustificare” un prodotto; né più né meno di quel che accade in pittura, dove un’opera, poniamo, di Capogrossi ha un senso solo se riferita ad altre opere dello stesso. Immensamente lontani da quel tipo di apprezzamento che possiamo ancora avere per un quadro, anonimo, del Trecento, quello che vale oggi è sempre più la firma, l’appartenenza di un’opera al mondo del suo autore.

Un edificio, come un quadro, se “anonimo”, non ha storia né possibilità di comprensione. Personalizzazione che ha ragioni antiche, certamente dal Rinascimento e prima ancora, ma al livello delle emergenze, degli edifici aulici della classe egemone, e come tale limitata a un ristretto numero di oggetti, per loro natura sopraffattivi rispetto a un panorama unitario quantitativamente dominante e attuato attraverso intenti linguistici collettivi. E’ soltanto il nostro tempo che ha diffuso il personalismo alla totalità degli oggetti edilizi, lasciando appena indenne l’edilizia dei diseredati, dei sottoproletari, della baracche. Quello che apparentemente possediamo è un coacervo di linguaggi non degni di essere definiti tali, mancando della funzione fondamentale del linguaggio che è quella di comunicare, di capire, di farsi capire
”.(2)

Se è vero che questo è il Manifesto di tutto il corso perché delinea bene lo spirito che anima gli autori, è altrettanto vero che qui non sono neanche abbozzati i contenuti del libro che è, quasi pedantemente, strutturato in un crescendo che va dalla piccola scala, il tipo edilizio, alla grande scala, il tipo territoriale e ad ogni scala vi è l’analisi e la descrizione del processo che ha guidato la nascita e lo sviluppo dell’ambiente antropico.

Cos’è che affascina di questo libro, pur così apparentemente arido come un trattato di logica matematica? Che esistono leggi nella costruzione del territorio, della città, dell’edilizia che qui vengono analizzate, espunte dalla lettura dei processi di formazione, spiegate e schematizzate in grafi, al pari, appunto, di un trattato scientifico, il cui scopo è quello di individuare le leggi generali della natura.

Nelle conclusioni sono proprio gli autori, consapevoli che tale metodo può suscitare perplessità, a spiegare (perché loro spiegano tutto e non lasciano discorsi sospesi) che:

“Al confronto con altri comportamenti non antropici, nel campo della biologia o della struttura della materia, possono notarsi sorprendenti analogie. Riteniamo che ciò non debba stupire poiché l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia. In sostanza , quando l’uomo agisce, si assume il carico di partecipare al sistema di globale divenire di tutta la struttura del reale, quindi è intrinsecamente “naturale” anche quando attua le sue strutturazioni dotate di un alto grado di “artificialità”: lavora sulla materia che esiste, e non può che aderire, anche se non lo sa e non lo vuole, alle leggi formative della natura. Omissis.
In sintesi la nostra lettura porta alla comprensione di una globale organicità del reale: come parte di questo la realtà edilizia, “spontanea” o “pianificata” che sia ……… è fittamente strutturata, non nasce né si modifica casualmente, ma deriva da una costante evoluzione guidata da un sistema unitario di leggi di formazione e mutazione che costituisce quel che chiamiamo “processo tipologico dell’ambiente”, in tutte le sue possibili e molteplici diramazioni.
Caratteristica intrinseca a ogni fase di tale processo è la presenza di un sistema di progressive modularità tra ciascuno dei termini scalari, dall’arredo al territorio: così che la partecipazione individuale dell’uomo al suo mondo strutturato è connessa alla molteplicità degli uomini e delle cose mediante una progressione di grandezze crescenti, ciascuna comprensiva e compresa dalle altre
”.

Ecco, qui c’è il fascino di quest’opera, di questo lavoro di ricerca che non appartiene solo ai due autori ma ad una scuola, il fascino di una teoria vera non delle chiacchiere che si leggono sulle riviste, non dell’architettura della soggettività, tutta basata sulla creatività dell’architetto.

Il libro ha trent’anni ma agli autori risultavano già chiarissime le cause della crisi dell’insegnamento dell’architettura e perciò dell’architettura stessa.
So di non dire niente di nuovo e soprattutto so che se questo post venisse letto da quegli architetti (non moltissimi) che applicano costantemente l’analisi del processo tipologico e i tanti docenti che continuano il loro lavoro con impegno e sacrificio probabilmente mi direbbero che questa non è materia da blog, qualche riga e un commento veloce, trattandosi di cosa troppo seria. Avrebbero ragione.
Ma proprio questo atteggiamento da (mi scusino la battuta) ultimo giapponese, è probabilmente non la sola e la più importante ma certamente una delle cause per cui la scuola muratoriana non è diffusa e, una volta studiata all’università, viene messa in soffitta.

Qualcuno potrebbe chiedersi: ma se la scuola dei cosiddetti tipologi è così preparata e la teoria così consistente perché è così poco diffusa?
Credo che le motivazioni siano diverse:
1. intanto non ha il glamour dell’ego-architettura, basandosi sulla lettura dei processi formativi e quindi sul progetto che deriva dalla lettura, ma che non implica alcun automatismo, quanto la consapevolezza di quello che si va a progettare; essendo priva di un facile appeal è assolutamente trascurata e negletta all’università, dove è molto più semplice raccontare la storia “per maestri” o “per ismi” e guidare gli studenti verso un processo creativo di tipo “artistico”;
2. inoltre non si può negare una parte di responsabilità ai tipologi stessi che, fermi delle loro convinzioni, forti delle loro conoscenze, tendono a chiudersi in circoli ristretti disdegnando ogni compromissione disciplinare con altre tendenze potenzialmente non da loro distanti.

Ma io credo che esista anche un'altra causa: se è vero che le loro analisi sono rigorose e condotte con metodo scientifico è altrettanto vero che la proposta progettuale manca di una analisi più aperta al mondo, più curiosa della realtà, almeno per ciò che riguarda il progetto architettonico.

Comunque lo scopo di questo post non è quello di “fare la predica” ai muratoriani ma di portare un piccolo contributo alla loro conoscenza.
Per questo allego di seguito il link ad un bel saggio dell’architetto Danilo Grifoni pubblicato sul bel sito IL COVILE curato da Stefano Borselli. Grifoni è un muratoriano “aperto”, non ideologico, attento al nuovo, quello serio, e che ha il dono non comune di farsi comprendere molto bene.

Un’avvertenza: il link porta ad una pagina unica che comincia con uno scritto di Nikos Salìngaros che parla della scuola italiana, quello di Danilo Grifoni è a seguire.
http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000452.html


Note:
1)L’edizione attuale è di Alinea
2)Non è questa la parte “scontrosa” della prosa (quella viene dopo) che anzi in questa parte traspare passione, a tratti quasi un senso di disprezzo per la personalizzazione esasperata dell’architettura.

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28 agosto 2008

ORGANISMO E AUTOSOMIGLIANZA: UN'ANTINOMIA NON RISOLTA

Pietro Pagliardini

Nel blog sono apparsi di recente due post apparentemente diversi: uno sosteneva che la città è simile ad un organismo vivente, l’altro trattava dei frattali e dell’autosomiglianza in architettura.
L’autore del post sui frattali, intellettualmente molto esigente, comparando i due post si è posto però, con ciò ponendolo anche a me, questo dilemma:
“Il fenomeno dell’autosomiglianza appartiene all’architettura tradizionale e classica ma si può estendere anche alla città e nel post ci sono anche alcuni accenni . Ma i frattali non sono organismi, anzi sembrano l’esatto opposto, e allora come è possibile che da due procedimenti logici che partono da principi opposti si arrivi alle stesse conclusioni? Se la città è assimilabile ad un organismo come è possibile che presenti anche caratteristiche della geometria dei frattali?”.

Quesito difficile che, se non risolto, potrebbe indurre anche alla conclusione che l’uso che abbiamo fatto di queste metafore non siano tanto astrazioni della mente utili a ricavarne leggi sull’essenza e sul funzionamento dell’architettura e della città quanto espedienti letterari e narrativi privi di corrispondenza alla realtà, frutto di elucubrazioni intriganti ma fuorvianti.
Mi azzarderò a tentare una parziale risposta sperando di soddisfare il rigoroso interlocutore.
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Nei due post si sostiene che la città per funzionare deve essere simile ad un organismo vivente complesso e, contemporaneamente che una forma architettonica o urbana per essere riconosciuta come bella dall’uomo, deve riprodurre, in forma astratta, le forme della natura le quali sono, in moltissimi casi, identiche a sé stesse via via che si scende di scala.

Entrambe le due condizioni convergono (o forse sono strumentalmente utilizzate dai due diversi scriventi) verso la stessa visione di un ritorno alla storia sia in urbanistica che in architettura, portano cioè acqua al mulino di un ambiente urbano tradizionale e/o classico.

Tuttavia sembra di essere in presenza di una antinomia cioè di quella condizione che sfugge al principio di non contraddizione in base al quale o è vera A o è vera non-A mentre in questo caso sembrerebbero vere sia A che non-A.
Può darsi che uno dei due procedimenti logici parta da un principio sbagliato, per cui, ad esempio:
non è necessariamente vero che la città sia assimilabile ad organismo;
oppure:
non è necessariamente vero che l’architettura debba essere costruita con il principio dell’auto-somiglianza a causa della “necessità per la mente e il corpo dell’uomo di un rapporto di continuità con le forme della natura e dell’ambiente” che, perciò, risulterebbe falso.

Un bel problema che, logicamente, è fuori della mia portata. Per dare una risposta occorre però verificare, innanzi tutto, se entrambe gli assunti iniziali siano veri, o almeno verosimili.

Lo farò non ripetendo le stesse cose già dette nei due post precedenti ma appellandomi alla forza dell’analisi e della teoria di Caniggia e Maffei, i quali, sulla scia di Saverio Muratori, hanno studiato il processo evolutivo “dell’ambiente antropico”, dalla scala del tipo edilizio fino alla scala del tipo territoriale, nel loro “Lettura dell’edilizia di base”, Alinea

LA CITTA' COME ORGANISMO

Tutto lascia presumere che la città si evolva e si modifichi secondo principi analoghi a quelli degli organismi viventi: in particolare si consideri la “legge dei raddoppi” che vale ad ogni scala: dalla matrice elementare edilizia di circa 5/6 metri per circa 5/6 metri avviene il raddoppio in altezza; successivamente avviene il raddoppio in pianta, passando al tipo edilizio di base di circa 5/6 metri per circa 10/12 metri e per due piani, successivamente ancora alla casa in linea e così via in un processo di tipo organico per le sue forti somiglianze con il processo biologico cellulare

Ma c’è tutto il processo di crescita e modificazione “dell’ambiente antropico” a confermare il comportamento organico: “ Qual'è dunque la spinta alla crescita del tipo; a che è dovuta la necessità di acquisizione di spazio maggiore, in relazione allo sviluppo di una civiltà? Sembra evidente che, da uno spazio a uso indifferenziato, che già assolve e riassume tutte le funzioni di una casa odierna in poca superficie, il “tipo base”, vengono di volta in volta separate le funzioni che l’uomo ha progressivamente ritenuto di dover separare, attribuendo a ciascuna uno spazio proprio, specializzato ad assolvere quella determinata funzione.” (Caniggia-Maffei- Lettura dell'Edilizia di base - Pag. 98)

Cioè l’organismo da semplice e indistinto si specializza, come nel processo evolutivo della natura.

Questo per quanto attiene alla crescita, ma esiste anche la funzionalità della città e anche qui l’assimilazione all’organismo è dato dalla presenza di “organi, o altre parti che lavorano insieme per svolgere i vari processi della vita” (definizione tratta da www.thefreedictionary.com/organism).
Come negare l’esistenza di organi diversi e collaboranti nella città! Le varie polarità urbane, ciascuna con funzione specifica ma integrata, il rapporto tra le strade e la piazza, i temi collettivi, che integrano e servono la residenza, le connessioni stradali che, similmente al corpo umano, devono essere ridondanti per evitare che il blocco di una sola di ese causi il blocco di tutto il flusso.

Se poi qualcuno ritenesse che il corpo umano è assimilabile e ad una macchina (o meglio, l’inverso) si entrerebbe in questo caso in problematiche filosofiche diverse che esulano da questo post. Ciò che conta è che la città, nel suo complesso e a tutte le scale cresce e si comporta in modo simile ad un organismo vivente, almeno a livello di “coscienza spontanea”. Inutile tornare sul confronto delle favelas o delle borgate romane abusive che, planimetricamente, sono città migliori di molte tra quelle pianificate.

LA CITTA' COME AUTOSOMIGLIANZA

Che "l’ambiente antropico" si sia sviluppato secondo un disegno che si avvicina molto a quello dei frattali, lo dice la modularità, dalla scala edilizia a quella urbana, per cui “una città grande finisce per essere costituita dall’associazione gerarchizzata di tante città piccole, una piccola da un’associazione organica di paesi, un paese da una società di villaggi a loro volta fatti da una gerarchia, sia pur minima, di case. Tutto ciò implica che una metropoli dovrà essere letta attraverso un mondo di moduli progressivamente comprendenti moduli più contenuti, a loro volta fatti di moduli ancor più piccoli, ecc; ciascuno comunque rappresentativo di un organismo relativamente autosufficiente, gerarchizzato, ossia fornito di ruolo peculiare.....”(Lettura dell'edilizia di base- pag.178). In questo brano si descrive il fenomeno dell'autosomiglianza di un organismo. E’ d’altronde facile, a livello intuitivo, verificare questo fenomeno: basta solo visitare i siti Google Earth o Visual Earth, posizionarsi su una città e zoomare a scatti fino a che lo consente il software e, ad ogni vista, si possono osservare forme di aggregazione simili a quelle della vista precedente (vedi immagini di Siena all'inizio).

Allora, se Caniggia e Maffei hanno ragione, sembrerebbero veri entrambe gli enunciati (e loro non si sono posti il problema dei frattali, la cui prima pubblicazione è del 1975 in inglese, mentre i loro studi sono precedenti e contemporanei, né dovevano dimostrare che la città è un organismo ma lo hanno dedotto dalla lettura dei tessuti edilizi).

Siamo d’accapo: com’è possibile? Per tentare (ancora!) di spiegarlo devo ricorrere ad un’altra metafora, quella del corpo umano.

"Il corpo umano è un organismo perché risponde alla seguente definizione:
Una forma individuale di vita, come una pianta, un animale, un batterio ecc; un corpo costituito da organi, o altre parti che lavorano insieme per svolgere i vari processi della vita
" (definizione tratta dal sito www.thefreedictionary.com/organism).

Il corpo umano è appunto costituito da organi (cuore, polmoni, neuroni, vasi sanguigni, ecc.) diversi che lavorano insieme. Il corpo umano, nella sua forma esterna ha ben poco di frattale, come invece avviene nel caso degli alberi o del cavolo. Ma i singoli organi hanno geometria frattale: i polmoni è il caso più evidente, ma anche il cuore e l’intestino.
Dunque vi è apparentemente una differenza tra la scala grande e la scala piccola. Ma è in fondo, la stessa differenza che c’è tra la simmetria e la asimmetria nel corpo umano: mentre il corpo umano è, all’esterno e frontalmente, simmetrico, la sua anatomia interna lo è molto meno, a parte la colonna vertebrale e gli organi doppi.

Ma per quello che riguarda la percezione umana l’anatomia interna non conta niente, conta ciò che si vede e l’astrazione della forma che viene elaborata dal cervello. Chiedete ad un bambino di disegnare un uomo e, somigliante o meno alla realtà, sarà certamente simmetrico.
Anche gli alberi sono, nella percezione immediata, simmetrici ma lo sono molto meno, se non affatto, nella realtà.

Dunque, se all’interno del corpo umano, che possiamo definire l’organismo per definizione in quanto è il più complesso, convivono anche forme frattali (forse solo forme frattali) credo che sia a maggior ragione possibile nell’ambito della città.
Sulla problematica dei frattali legati all’architettura e all’urbanistica resta il dubbio del perché l’ambiente antropico dovrebbe svilupparsi secondo processi di questo tipo, come se ammettere questo presupponesse una sorta di determinismo, di fede o di qualcosa di magico.

Anche a questo però rispondono bene i soliti Caniggia e Maffei:

“Al confronto con altri comportamenti non antropici, nel campo della biologia o della struttura della materia, possono notarsi sorprendenti analogie. Riteniamo che ciò non debba stupire poiché l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia. In sostanza , quando l’uomo agisce, si assume il carico di partecipare al sistema di globale divenire di tutta la struttura del reale, quindi è intrinsecamente “naturale” anche quando attua le sue strutturazioni dotate di un alto grado di “artificialità”: lavora sulla materia che esiste, e non può che aderire, anche se non lo sa e non lo vuole, alle leggi formative della natura. Omissis.
In sintesi la nostra lettura porta alla comprensione di una globale organicità del reale: come parte di questo la realtà edilizia, “spontanea” o “pianificata” che sia ……… è fittamente strutturata, non nasce né si modifica casualmente, ma deriva da una costante evoluzione guidata da un sistema unitario di leggi di formazione e mutazione che costituisce quel che chiamiamo “processo tipologico dell’ambiente”, in tutte le sue possibili e molteplici diramazioni.
Caratteristica intrinseca a ogni fase di tale processo è la presenza di un sistema di progressive modularità tra ciascuno dei termini scalari, dall’arredo al territorio: così che la partecipazione individuale dell’uomo al suo mondo strutturato è connessa alla molteplicità degli uomini e delle cose mediante una progressione di grandezze crescenti, ciascuna comprensiva e compresa dalle altre
”. (Lettura dell'edilizia di base . Pag.259)

Come si vede, senza conoscere la geometria dei frattali, erano giunti alle stesse conclusioni.

A chi poi facesse il prevedibile richiamo alla teoria del caos, che tanto piace evocare a molti architetti contemporanei, per affermare che proprio i frattali dimostrano l’impossibilità di determinare leggi universali per la città, essendo nel campo dei sistemi non lineari, faccio osservare:

a) Che caos non significa necessariamente confusione ma è il nome di un ordine di tipo diverso, molto più complesso. “Lo studio del caos ci consente di conoscere in quali condizioni il sistema si comporterà in un dato modo.” La definizione di Teoria del caos, da un punto vista scientifico si chiama Teoria dei Sistemi Dinamici non lineari. Anche i nomi contano.
b) Che le mele cascano sempre dagli alberi e le leggi sulla gravitazione dei corpi celesti, che si basa sui sistemi lineari, consentono sempre di determinare l’esatta posizione di un astro in un momento definito, per cui non si tratta di rinnegare secoli di ricerca scientifica e filosofica che hanno prodotto grandi scoperte nelle leggi della natura, ma prendere atto che esiste una complessità maggiore del previsto. D’altronde “ … l’indeterminismo di fatto, ma non di principio, non è eliminabile, dato che in un sistema numerico è comunque necessario fissare un certo grado di precisione non infinito e qualsiasi grado anche più alto di precisione produrrà storie dinamiche differenti. Questo è il cosiddetto caos deterministico, dove il sistema ha un comportamento complessivamente regolare ma irregolare nel dettaglio, e quindi è impossibile prevedere il suo comportamento negli istanti futuri.”. Questa definizione, che fa chiarezza su certe semplificazioni, è tratto da http://www.dti.unimi.it/~pizzi/TESI_ECG/1%20Teoria%20del%20caos.pdf

Certamente la teoria del sistemi dinamici non lineari ha rimesso in discussione il pensiero scientifico e filosofico precedente ma questo non autorizza ad utilizzarla strumentalmente e semplicisticamente per giustificare la dissoluzione della città e dell’architettura in un “caos” appunto, in cui ognuno possa fare ciò che crede con un automatismo deterministico, appunto, tra teoria del caos e teoria della confusione urbana.

Che le attività e gli eventi all’interno di una città appartengano al genere sistemi dinamici non lineari, credo sia abbastanza semplice da comprendere, ma che la sua forma, per questo, debba essere inevitabilmente caotica, per coerenza ad un sistema scientifico, mi sembra possa rientrare nell'ambito della scelta e non della necessità.

Basti un’osservazione elementare: il fatto che i sistemi dinamici non lineari siano stati scoperti qualche decennio fa non significa che prima i comportamenti non lineari della natura non esistessero, significa solo che erano sconosciuti; allora perché, pur vigendo ovviamente quel tipo di comportamento "caotico", le città medievali, rinascimentali, barocche si sono organizzate in quel determinato modo, che oggi si dice superato dalla “scoperta” della teoria del caos?
Anche quelle città si sono organizzate, in maniera "ordinata", in presenza del “caos”, solo che non se conosceva la teoria.

Conclusioni

La città, o meglio “l’ambiente antropico”, si sviluppa come un organismo e contemporaneamente prende forma seguendo il fenomeno dell’autosomiglianza, cioè dei frattali. Anche il corpo umano presenta queste medesime caratteristiche.

L’antinomia non è però risolta.

Ma, a questo punto, domando all’amico ingegnere e a chi avesse la soluzione: esiste davvero l’antinomia?



N.B. I riferimenti al numero delle pagine del libro di Caniggia e Maffei sono quelli della vecchia edizione di Marsilio editori e non a quella in vendita di Alinea.
Le immagini aeree sono tratte da Visual earth di Microsoft

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13 luglio 2008

CITTA'-ORGANISMO o CITTA'-MACCHINA

Questo lungo post nasce da un commento di Vilma al post precedente.
Visto che, come dice lei stessa, non ci conosciamo personalmente ma io so chi è, e anche lei sa che io so, mi piace scrivere in forma epistolare, per accentuare ancora di più la finzione in cui Vilma sembra voler credere, a giudicare dalla citazione in testa al suo commento.

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Cara Vilma
Tu cominci il tuo commento con una citazione che condiziona inesorabilmente tutta la lettura del testo e sembra arrivare subito alle conclusioni, contrariamente alle tue abitudini che sono, il più delle volte, aperte e problematiche. In genere quello che mostra sicurezze e conclusioni definitive sono io, per carattere o per scelta razionale.

Con un inizio del genere non potevi che arrivare al web e alla realtà virtuale, e infatti ci sei arrivata.

Concludendo la lettura del commento mi sono reso conto che mi hai – bonariamente - preso in giro, facendomi il verso, hai rimesso in discussione tutto e sei tornata grande.
Tuttavia, ho l’impressione che quella citazione non ti sia scivolata addosso come l’acqua.

Vengo alla metafora della città-organismo.

Città-organismo e città-macchina sono le due polarità opposte alle quali tutti gli altri modelli sono riconducibili; la città-giardino, la città lineare, la città dormitorio, la città degli utopisti, la città dei filosofi, sono varianti ad uno dei due casi: o una città si comporta come un organismo o si comporta in base ad un progetto, per sua natura autoritario, in cui qualcuno decide per tutti e assegna funzioni, compiti, ruoli; per cui sediamoci pure ad aspettare “chi sarà in grado di proporre nuove grandi sintesi” ma sapendo che queste potranno essere trovate nell’ambito d queste polarità e nel frattempo le città-macchina continuano a crescere male.

Credo infatti tu possa convenire sul fatto che la città-macchina - il modello attuale- costruita, nei migliori dei casi, mettendo i vari pezzi al posto giusto dopo calcoli giusti, non funziona. Perché non funziona?

Perché l'uomo non è un prodotto che si possa muovere a comando in un grande meccanismo metallico, come le bottiglie nella macchina imbottigliatrice, senza perdere un requisito fondamentale, cioè la sua umanità, fatta di sentimenti e istinti ma anche di libertà di scegliere e nella città-macchina le scelte apparenti sono tante, quelle reali sono poche: per andare da un luogo all’altro hai efficienti strade di scorrimento veloce ma sei costretto a prendere l’auto e a sottoporti allo stress del traffico; per trovare casa di un conoscente non ci riesci senza navigatore, pena restare bloccato in strade a cul de sac da cui non sai come uscire e che ti fanno perdere l’orientamento; per incontrare persone non hai altra scelta che pagare per entrare in locali specializzati oppure andare a spendere in un ipermercato.
Non hai la libertà di lasciare soli i tuoi figli a giocare davanti a casa, a meno che tu non possieda un giardino privato; non hai la libertà di mandare a scuola i bambini piccoli da soli; non hai la libertà di uscire le sere d’estate a prenderti un gelato in mezzo alla gente senza essere costretta a prendere l’auto, a meno che tu non abiti in centro (storico) o ti rassegni ad un cono consumato lungo una squallida strada piena di auto.

La città-macchina prevede movimenti meccanici e programmati e ha pochi gradi di libertà perché poche sono le scelte di movimento sia per quanto riguarda i percorsi da fare che per quanto riguarda i mezzi con cui farle.
Non tirarmi fuori le piste ciclabili, per favore, perché la cittadinanza non è fatta di ciclisti professionisti che possano fare chilometri al giorno. Soprattutto una città non dovrebbe avere troppe piste ciclabili ma dovrebbe garantire la convivenza e la compresenza di pedoni, auto e bici, senza particolari specializzazioni, a parte, è ovvio, casi particolari. E non mi citare “ l’esemplare” caso olandese perché non esiste strada più insicura per il povero pedone che la piste ciclabile, dove rischia di essere travolto se si azzarda ad infilarci un piede; quanto è “macchinosa” la strada che ad Amsterdam porta dalla stazione al Dam: marciapiede, pista ciclabile, tram, auto, tram, pista ciclabile, marciapiede. Prova ad attraversare ”liberamente” la strada e dimmi quante probabilità hai di sopravvivere.

Questi sono solo alcuni esempi semplici, se vuoi ingenui, ma adatti però ad uno scambio epistolare. Se preferisci invece discorsi più seri ti dico che la città-macchina manca di connessioni diffuse e gerarchizzate e, generalmente, dati due quartieri confinanti vi è una strada che li unisce e un’altra strada, perpendicolare alla prima, che li divide, e allora accade che:

1) lo spostamento tra una zona all’altra è obbligato, e hai l’ingorgo;
2) pedonalmente devi attraversare un’arteria che nulla ha di urbano e rinunci.

Ma chi l’ha detto che questa affermazione sulle connessioni è vera?

Per spiegarlo basterebbe leggere la teoria delle reti di Nikos Salìngaros, che sono certo tu conosci meglio di me. Da parte mia ti parlerò delle reti piccolo mondo, small word network, e lo farò riprendendo parte di un mio testo scritto tre anni fa per un’altra occasione; è ovviamente la sintesi di un libro che non posso citarti non ricordandone né titolo né autori in quanto a me prestato da un amico, ma te lo dirò presto, se già non lo conosci:

Inizierò perciò da un singolare e incredibile esperimento scientifico eseguito in più occasioni da soggetti diversi e con diverse modalità: è stato dimostrato che il grado di separazione tra due individui qualsiasi che non si conoscono e che vivono in ambienti geografici e sociali totalmente diversi è pari a sei; cioè chiunque volesse mettersi in relazione con una persona qualsiasi nel mondo riesce ad arrivare ad essa attraverso altre sei persone solamente. Questo curioso dato ha fatto riflettere gli studiosi, in genere matematici, della teoria delle reti e ha rivoluzionato le certezze acquisite fino a quel momento.
Il nocciolo del problema è: se è possibile che tra miliardi di individui se ne possa raggiungerne uno qualsiasi in così pochi passaggi allora le relazioni tra le persone potrebbero essere non molto diverse da quelle del World Wide Web dove, con pochi links, è possibile raggiungere una pagina qualsiasi tra le oltre un miliardo esistenti e, se ciò è vero, cosa hanno in comune le relazioni tra computers e quelle tra persone? E’ forse possibile creare un algoritmo dei rapporti sociali? Esiste forse un determinismo sociale?

E’ stato esplorato il web tracciandone una mappa che gli esperti chiamano grafo e si è osservato che esso ha un ordine casuale, in quanto non programmato da nessuno (il WWW è, per costituzione, spontaneo e non programmabile da nessuno). Il grafo ha molte connessioni casuali dette anche deboli, perché poco frequentate, ma anche una certa quantità di HUB cioè quelle pagine più frequentate che sono connesse con un numero grandissimo di altre pagine. Dunque l’ordine è casuale, perché non predeterminato, ma non necessariamente caotico anzi è fortemente strutturato e le connessioni deboli sono proprio quelle che consentono di mettere in contatto siti che sarebbero, diversamente, slegati l’uno dall’altro.

Analoghi comportamenti si rilevano nella biologia, nell’ecologia, nell’urbanistica ecc. Sembra che molti sistemi funzionino come la rete dei neuroni del nostro cervello dove non meraviglia tanto l’enorme numero di questi ma la straordinaria capacità di connessioni tra essi che permettono, in caso di malfunzionamento di qualche parte, dovuto a malattia o trauma, di non interrompere del tutto la rete e di avere una funzionalità accettabile.
(Pensa ad uno che batte la testa e perde la memoria! Senza memoria si va malino ma si vive, si hanno sentimenti, si ragiona e, con le tempo, si può ricostruire un po’ di passato. Ora che ci penso lo smemorato sarebbe il cliente ideale per gli archistar!).
Ma allora cosa lega una rete informatica, l’economia di un paese, l’ecologia, la città, il nostro cervello e le relazioni sociali tra gli uomini? E’ probabile che vi siano leggi che governano le relazioni tra oggetti, animali e persone: dico probabile perché ancora non sono state individuate e, soprattutto, sistematizzate in forma matematica. O almeno io non ne sono al corrente. Una di queste possibili leggi è quella delle reti “piccolo mondo”.

Una rete piccolo mondo è caratterizzata dalla presenza di molti legami forti e di pochi legami deboli (
come la città-macchina). Ad esempio: i legami che si creano in un villaggio, diciamo di 100 abitanti, in cui ogni individuo conosce tutti gli altri sono decisamente forti perchè se si disegna un grafo praticamente tutti gli individui sono legati gli uni agli altri da legami di amicizia, conoscenza o parentela; poi vi sono alcuni individui che hanno legami con altri soggetti di altri villaggi, ciascuno dei quali conta sempre 100 abitanti; questi sono meno numerosi e frequenti, più occasionali: sono cioè legami deboli. Ma se, ad esempio, un giovane cercasse lavoro, lo troverebbe più facilmente affidandosi ai legami forti o a quelli deboli? Certamente a questi ultimi, perché, attraverso essi entra in contatto con un numero infinitamente superiore di persone: all’interno del suo villaggio il numero di contatti è al massimo di 99 persone, mentre basta conoscere 1 persona in un secondo villaggio che il numero di contatti aumenta a dismisura, non solo per i nuovi 100 abitanti dell’altro villaggio ma per quelli di altri villaggi con cui il soggetto del secondo villaggio può essere legato da altri legami deboli. Dunque i legami deboli sono proprio quelli che fanno in modo di avere un grado di separazione pari a 6 nel mondo, cioè una rete è un mix di ordine e caos: l’ordine dei legami forti e il caos dei legami deboli. Il caos, dunque, non sarebbe così caotico come sembra, ma piuttosto creatore di un ordine di tipo diverso. I legami deboli sono alla base della comunicazionesono “distributori” di informazione, .

Scusami la lunghissima citazione ma era necessaria per alzare il tono di questa lettera, per capire quanto i matematici abbiano da dire in campo urbanistico e, soprattutto, per spiegare il dato essenziale dell’importanza delle relazioni deboli che non sembra affatto generino caos, come tu pensi.

In urbanistica è esattamente la stessa cosa ed è facilmente verificabile in molte città quando ci sono lavori in corso. Ti faccio un esempio: nella mia città il traffico attraverso il centro storico in direzione ovest-est è assicurato da due sole strade: una, ottocentesca, più importante e più scorrevole, l’altra più stretta, lungo il tracciato delle vecchie mura, con una strozzatura, con soste selvagge, abbastanza marginale: ebbene se per fiere di Natale o altro viene chiusa questa strada, scoppia il caos e le ripercussioni si estendono a tutta la parte bassa del centro storico, perché la strada principale non ce la fa più; eppure sembra impossibile che una stradina del genere possa assolvere ad un compito tanto importante. Se ce fosse un’altra di quelle stradine le cose andrebbero ancora meglio e, contrariamente a ciò che dici te, vi sarebbe più ordine e non più caos.

Questa è la permeabilità, dal punto di vista automobilistico, ma anche dal punto di vista delle relazioni sociali e personali, del funzionamento generale della città con le sue innumerevoli attività.

La città deve garantire il maggior numero di gradi di libertà all’uomo.
La città-macchina è l’esatto opposto della scelta.

La città-organismo è, invece, qualcosa più di una metafora; una città costituita da una rete strutturata si avvicina sempre meno metaforicamente ad un organismo perché aumenta il grado di complessità.
La città-macchina è una strumento rudimentale: basta prendere un piano razionalista e affiancarlo alla pianta di un centro storico e non si può non percepire il dato, spontaneo, di bellezza di questo e di povertà di quello. E’ un po’ la stessa differenza che passa tra la piastra madre di un computer, piena di innumerevoli e microscopiche connessioni attraverso cui circolano milioni di informazioni e il gioco dell’oca cha ha molte variabili ma sempre lungo la stessa strada. Non farò paragoni con l’arte perché non voglio essere impallinato da te.

Nel disegno urbano la vera difficoltà sta nel riprodurre, o meglio nell’avvicinarsi il più possibile alla riproduzione del livello di complessità di un organismo. Certamente il linguaggio è metaforico: le strade sono le arterie, le arterie convergono in determinati organi fondamentali (le nodalità) e li alimentano, il tessuto connettivo è costituito dall’edilizia di base.

Rappresentare un organismo del genere non è molto difficile: io ci vivo tutti i giorni, lo frequento ed è il centro storico della mia città che è simile ai centri storici di migliaia di città e borghi europei. Il difficile non è vederlo e rappresentarlo, il difficile è riprodurlo ex novo ogni volta che qualcuno redige un Piano regolatore, una lottizzazione, perfino una singola abitazione. Perché è così difficile riprodurre ciò che crediamo di conoscere così bene? E perché sembra che "prima" sia stato così facile "inventarlo"?

Perché non è stato inventato proprio niente, è stata seguita nel costruire le città quella che viene definita la "coscienza collettiva spontanea", la quale derivava certamente da una società chiusa e quindi meno complessa e sono state seguite regole in armonia con la natura, direi meglio con la geografia, rispondendo dapprima ad esigenze elementari (la difesa, la presenza di acqua, il porsi lungo strade di collegamento, un retroterra agricolo, ecc), dopo a esigenze più alte e urbane (il commercio, l'organizzazione politica, quella religiosa, ecc).

Le città erano fortemente identitarie, il senso di appartenenza alla città era forte e per essere cittadini, come dice Marco Romano, occorreva avere casa in città. Non sono fantasie romantiche ne’ nostalgie mie o di altri, sono studi molto seri effettuati dai cosiddetti muratoriani, dai territorialisti e basta leggere "Lettura dell'Edilizia di base" di Caniggia e Maffei, per averne un’idea.

D'altronde andando su Google Earth ho trovato questa immagine di una favela ovviamente spontanea, ma ripeto spontanea, di Rio de Janeiro dove potrai osservare che il tessuto di base funziona molto meglio di quelli progettati da architetti.
Questa favela, a parte i problemi sociali, urbanisticamente è risolvibile in maniera semplice ma non altrettanto si può dire di interi quartieri di case popolari o di edilizia privata progettati da architetti e citati in libri e riviste. Certamente le case non sono case e mancano del tutto gli edifici collettivi e pubblici e i servizi minimi che sono essenziali a definire città un insieme di case, ma questo è normale perché non siamo in presenza di una società autonoma ma di cittadini marginalizzati, all'interno di una società organizzata e strutturata.

Questa coscienza collettiva non c'è più e non può più esserci. Rassegnamoci e basta.
Io credo (ma faccio una grande semplificazione) che il crescere della libertà abbia determinato la crescita dell'individuo rispetto al gruppo sociale, con l'inevitabile perdita di alcuni valori a vantaggio di altri.
Naturalmente questa trasformazione la considero positiva ma una delle conseguenze negative è proprio la fine di quella città fondata su valori collettivi condivisi.

E’ a questo punto che avviene la divisione sul che fare.

C'è chi ritiene che cambiata la società occorra prendere atto che anche la città si deve adeguare e chi invece ritiene che quei valori urbani siano da riscoprire, perché in gran parte validi, non più come coscienza collettiva ma come "disciplina" che gli architetti, gli urbanisti, gli storici studino e applichino criticamente, adeguandola ai tempi. Ci vantiamo di vivere in una società matura ed evoluta, ed in parte è vero, e ci possiamo permettere il lusso di fare una scelta critica e consapevole di studio e recupero delle regole che hanno determinato città belle e funzionali e applicarle.

Il problema non è se queste regole sono “antiche” ma se sono “valide”.

D'altronde se la stragrande maggioranza della gente (gli architetti non fanno statistica) non è soddisfatta della città vorrà pur dire qualcosa? Se i centri storici hanno valori immobiliari altissimi un motivo ci sarà! E i rapporti di vicinato, come ho scritto un po’ ingenuamente io, sono in realtà relazioni personali e fisiche di cui l'uomo ha bisogno, non sostituibili dal web, che è semmai una risorsa in più, un modo in più per conoscerci in maniera diversa, ma non un’alternativa a quella del contatto fisico e carnale di cui l’uomo non può fare a meno. Come spieghi che i giovani chattano, fanno blog in cui si scambiano sentimenti ma, alla fine, si ritrovano in luoghi deputati, vecchi o nuovi, strusci paesani e/o località balneari a cercare fisicamente i coetanei?

L'uomo non ha perso la sua umanità, ancora la tecnica non c'è riuscita del tutto, anche se ci sta provando fortemente in nome di un'ideologia (prodotto questo molto umano).

Concludo questa lunghissima lettera con il problema, per me, più difficile che tu poni, e che esemplifichi con il grande centro commerciale.
Certamente qui si combattono due diverse libertà in contrasto tra loro: quella di scegliere come spendere al meglio i propri soldi e quella di godere di una città migliore e con maggiori scelte. Intanto osservo la tendenza a piccoli centri commerciali diffusi in città che pare funzionino economicamente molto bene, se ne nascono così tanti, tuttavia è chiaro che il problema resta.

Me la caverò dicendo che ogni teoria ha qualche contraddizione e nodo irrisolto ma questo non giustifica affatto gli sprezzanti giudizi - non tuoi - da superiorità antropologica data da Bilò verso i "millenarismi" e i "pittoreschi impressionismi".

C’è chi vuole aspettare e guardare e chi è contento di come vanno le cose; meglio però i "pittoreschi impressionisti" che cercano di cambiare per fare contento anche Bilò.

Saluti
Piero

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11 luglio 2008

MORE ETHICS OR MORE AESTHETICS?

Pietro Pagliardini

E’ un po’ di tempo che si è tornati a parlare di edilizia sociale. L’ultimo articolo di un certo interesse l’ho trovato sul Corriere della Sera del 5 luglio, a firma di Armando Stella.
Intervengono, oltre al Presidente del’Azienda lombarda di edilizia residenziale, alcuni politici e due architetti: Massimiliano Fuksas e Stefano Boeri.
Fuksas in particolare, come suo solito, non va per il sottile e dichiara, lapidario, che bisogna demolire e ricostruire alcuni quartieri di edilizia popolare perché “il cancro va asportato”.


Senza conoscere troppo la realtà milanese non dubito che abbia, in questo caso, ragione, essendo molti quartieri ex IACP inemendabili e nelle grandi città il quadro è sicuramente più drammatico che altrove.

Stefano Boeri punta il dito contro “I dinosauri di edilizia popolare(che) hanno fallito nella concentrazione e nei servizi, costringendo all' omologazione sociale” .
L’assessore Masseroli parla di creare un mix sociale vero; anche Boeri propone l’eliminazione del vincolo di destinazione nei nuovi edifici, per fare in modo che vi sia mix sociale e funzionale, di residenze, uffici, artigianato, studenti ecc.

Da queste poche frasi per ciascun soggetto riportate nell’articolo risulta chiara la presa d’atto da parte di tutti di un modello sociale e urbano fallito e la affermata volontà di porvi rimedio.

Contemporaneamente a questa presa d’atto del fallimento delle periferie, e dell’edilizia sociale in particolare, si fa strada anche una visione , della professione di architetto,che definisco “etica”, per semplificare, ma forse direi più opportunamente “politica”.

A favore di questo ritorno alla dimensione etico-politica si esprime , ad esempio, Nicola Emery, sempre secondo il Corriere della Sera in un articolo di Pierluigi Panza.Non ho letto i libri di Emery quindi non mi posso esprimere sul suo pensiero, ma uno spunto di ragionamento sul tema è possibile.

Intanto segnalo il fatto che quelle squallide periferie che oggi si vogliono addirittura abbattere sono state progettate da architetti spesso molto “impegnati” politicamente. Se si pensa a tutti i PEEP dalla 167 in poi, occorre tenere conto che dietro ad ogni progetto c’è, prima la volontà di amministratori di realizzarlo, e dopo il disegno del piano ed il progetto architettonico di qualche architetto.

Dunque, alla scelta politica di assicurare una casa a bassi costi, di affitto o di acquisto, a chi la casa non ce l’ha, segue la scelta urbanistica e architettonica.
Non credo si possa negare esserci stata una relazione talmente solida e organica tra l’ideologia della politica e quella del mondo professionale degli architetti da risultare anche difficile stabilire chi sia stato il primo soggetto a dare il fischio d’inizio ad una partita urbanistica che ha dato origine ad interi quartieri che oggi sono riconosciuti essere luoghi di degrado urbano, di bassissima qualità architettonica e convivenza sociale ma, certamente, gli architetti hanno avuto una responsabilità grande che, col passare del tempo, è diventata addirittura prevalente su quella dei politici fino ad influenzarne le scelte.

Si pensi alla mole immensa di leggi nazionali, prima, e regionali, poi, che vedono gli architetti in prima linea nella determinazione delle scelte di fondo, nella loro pervicacia di seguire un modello urbano basato sul lotto con casermone centrale, l’assenza della strada come elemento ordinatore e di relazione per la città, le norme edilizie che hanno portato a limitazioni di ogni genere impostate sul principio di dare un “tetto” e non una “casa” avendo come riferimento e obiettivo per il progetto proletari con “bisogni” piuttosto che uomini con “sentimenti”.

Da qui la scelta di blocchi anonimi e “funzionali” senza il minimo richiamo alle proprietà essenziali di una casa, i progetti eseguiti con la calcolatrice, per verificare le superfici di ogni singolo vano in base al “bisogno” predeterminato per legge da una casta che ha deciso per tutti, e i volumi, rigidamente contenuti da un’altezza massima e inderogabile dell’alloggio di metri 2,70, giustificata da falsi motivi economici ed energetici, in realtà frutto di una visione del mondo oppressiva e occhiuta che non solo interferisce ma addirittura decide ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per “l’uomo proletario”, ne fissa gli stili di vita ed i comportamenti, lo incasella in una condizione sociale di dannazione perenne sia nel luogo di lavoro che nella vita sociale e privata, gli impone, nei casi più estremi, ma non rarissimi, servizi condominiali con logica di tipo collettivista.

L’elemento urbanistico qualificante è costituito dalle parole più utilizzate al tempo e cioè “standard” e “servizi”, in una visione puramente quantitativa e massificante e in una logica di funzionamento meccanicista che li distribuisce nei quartieri mediante lo strumento della calcolatrice, per misurarne il valore pro-capite, e del compasso, per tracciarne i raggi d’azione, ma tutto al di fuori delle regole necessarie ad “innestare la rete”, di relazioni, come dice Salìngaros, o a creare gerarchie stradali e spaziali, come dice la parte migliore della cultura urbanistica italiana.

Quella parte della disciplina che è squisitamente tecnica, che si occupa di standard, utili a determinare, sulla base delle esperienze passate e delle difficili previsioni in una società in perenne cambiamento, una ragionevolmente corretta quantità di certi necessari elementi urbani, fa un salto qualitativo e, con una mutazione genetica, diventa il criterio generatore del progetto.

Non vi è più traccia di fronti stradali continui creati da edifici in diretto rapporto con la strada stessa ed abitazioni affiancate le une alle altre - e ovviamente niente più isolati- in modo tale che non è più possibile alcuna relazione sociale orizzontale di vicinato, sostituta dalla relazione verticale di vano scala o dai “locali condominiali” appositamente deputati alla “funzione”, capaci solo a creare indifferenza, paura, alienazione e conflitti.Gli edifici pubblici (i servizi) non riescono più a diventare “temi collettivi”, per dirla con Marco Romano, privi come sono di ogni valenza simbolica o estetica condivisa, perché calati dall’alto in base ai “bisogni” stabiliti dal potere o dagli architetti o dal potere degli architetti, e collocati nei quartieri senza alcuna possibilità di diventare poli attrattivi nel tessuto della città.

Questi quartieri che gli abitanti non possono riconoscere come luoghi familiari in cui identificarsi, oggi misconosciuti da tutti o quasi, che non hanno niente in comune con la città europea e italiana così come la si conosceva prima, al pari delle periferie della speculazione edilizia, sono stati progettati, esaltati, pubblicizzati, studiati nelle università, inculcati agli studenti , da architetti che hanno trasfigurato una visione “etica” in una dimensione “estetica”, che è un mix diabolico di razionalismo e ideologia politica.

Oggi si rinnega tutto, e questo è un bene perché occorre guardare avanti, ma senza una vera revisione critica delle cause che hanno determinato il disastro delle periferie, e si rischia di battere la stessa strada in forma diversa perché:

• si ripropone da parte di molti la figura di un architetto “impegnato” in prima persona a combattere i mali della società, scaricando le colpe passate e presenti sulla politica, che certo non ne è indenne, ma che ha attinto alla teoria e alla ideologia degli architetti post- sessantotto;

• si continuano a progettare modelli urbani lontani anni luce da quelli delle nostre città storiche, con progetti del tutto simili nella sostanza a quelli che si vogliono demolire, nobilitati apparentemente da un’architettura un po’ più “ricercata”che oggi è di tendenza ma che alla prossima stagione diventerà fuori moda, arricchiti del nuovo simbolo, non si sa bene di cosa, che è il grattacielo, che ogni sindaco che si rispetti desidera, con la copertura ideologica della nuova parola d’ordine dell’urbanisticamente corretto, cioè”sostenibilità”, sostituzione di facciata di quella vecchia, cioè “servizi”. La sostenibilità diventa l’elemento generatore del progetto, in modo del tutto strumentale e sostanzialmente falso, vedi il grattacielo che viene spacciato come tipologia sostenibile, quando è invece l’esatto contrario.

• anche il mix sociale, sostenuto da Boeri, sembra più orientato ad un’operazione di ingegneria sociale (da stato etico appunto) che ad un’idea supportata da un disegno urbano che lo renda effettivamente possibile, dall’unico possibile, cioè quello mutuato e attinto dalla città storica europea.

E non è questione “stilistica” né romantica nostalgia del passato di quattro vecchi babbioni, come vogliono far credere gli architetti appassionati della “modernità”, con lo scopo di relegare ai margini del dibattito culturale, e soprattutto del lavoro professionale e universitario, i sostenitori di un approccio alla città e all’architettura che definisco "antichista" per semplicità e provocazione.

Non si tratta di archi, colonne e timpani, si tratta di disegnare parti di città (che possiamo anche chiamare periferie solo per motivi di distanza dal centro storico) secondo i criteri, ad esempio, dei muratoriani e del loro studio tipologico, della gerarchia delle strade secondo i principi di Caniggia e Maffei, della rete urbana di Salìngaros necessaria ad innescare la complessità dell'organismo urbano, della teoria delle “reti piccolo mondo” in base alla quale le grandi relazioni tra persone partono dalle piccole relazioni ravvicinate, per cui, ad esempio in campo urbanistico, un’unica strada ad alta capacità che unisce due quartieri diversi crea pochissime relazioni mentre un insieme di strade gerarchizzate tra gli stessi due quartieri crea un numero indescrivibile di relazioni.

Il mix sociale si ottiene prima di tutto con un disegno urbano che lo consenta.
Approcci diversi ma tutti convergenti verso una città che riporta alla grande tradizione urbana europea.

Di questo si parla, prima che di archi e colonne. Risolto quel problema del primo ordine la città può sostenere gli archi, le colonne o le espressioni più ragionate della modernità in un mix architettonico che contribuisce alla ricchezza e alla varietà dell’ambiente urbano.

Domanda: che cosa c'entra il post con il titolo?
Niente, è ovvio, esattamente come More Ethics and Less Aesthetics.


N.B. Le immagini aeree sono tratte da Live Search Maps di Microsoft . La scelta delle foto è esemplificativa di due culture e quella della città è del tutto casuale.

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