Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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23 aprile 2009

E SE FOSSE LA VOLTA BUONA?

Questo post è opera di Andrea Pacciani, architetto, che vive e lavora a Parma. Andrea si occupa da oltre 15 anni di progetti architettonici per nuove costruzioni di natura tradizionale, di interventi di restauro e di ristrutturazione. Si occupa di lavori teorici, studi di fattibilità, pianificazione urbana, oltre che di interni e di design.
A fine post c'è un suo profilo più completo.


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E SE FOSSE LA VOLTA BUONA?
di Andrea Pacciani

Finalmente una buona notizia!
Direi che questa sollevata d'armi dell'intellighentia da parte dell'architettura modernista è una vittoria senza precedenti per il Principe di Galles e per le idee che porta avanti con indefessa convinzione da oltre vent'anni.
La notizia non sta nel contenuto della dialettica o dall'esito del dibattito inglese su quell'intervento edilizio, quanto nel cambio di scala di uno dei partecipanti. Che la sua opinione abbia convinto la famiglia reale del Qatar a cambiare i progetti architettonici passa in secondo piano di fronte alla portata culturale della reazione scomposta del sistema consolidato delle archistar; queste infatti hanno sentito la necessità di schierarsi compatte contro un vero nemico della loro credibilità disciplinare, conclamata a livello planetario.

Fin adesso scarsamente considerato, se non addirittura denigrato o trattato con sufficienza dalla critica architettonica internazionale, con questo evento di cronaca il Principe Carlo viene assunto ad interlocutore “reale” nel dibattito; è evidentemente chiaro che l'eco delle sue teorie cominciano a diffondersi e a dare fastidio e a farsi sentire troppo anche tra i piani alti delle società immobiliari più importanti.

Fintanto che i suoi interventi erano a livello quasi filantropico in difesa di singoli interventi edilizi di modeste dimensioni, anche se di alto valore culturale o testimoniale, gli si lasciava volentieri un osso da mordere. Questa volta invece, per aver toccato interessi economici di scala importante, è arrivata la levata di scudi delle prime donne dell'architettura mondiale abituate a sfidarsi nelle più svariate parti del mondo a colpi di scenografici interventi autocelebrativi

In un periodo di implosione autoreferenziale della cultura architettonica dominante, le lobby immobiliariste globali si sentono evidentemente minacciate dalle pressioni di un personaggio che oltre Poundbury e una manciata di volenterosi seguaci alla ricerca di far vivere bene le persone in luoghi decorosi, non ha costruito niente in confronto a loro e non ha possibilità di ingerenza nella cultura architettonica istituzionale ed accademica (gli hanno anche chiuso tempo fa un'università in cui voleva si insegnasse architettura tradizionale).

Sicuramente solo la forte pressione dello statement immobiliare internazionale, che in questo momento di crisi mondiale ha subìto l'annullamento di commesse importanti un po' in tutto il mondo, ha compattato le vedette internazionali dell'architettura a schierarsi compatte a rivendicare la propria autorità disciplinare.

Da sempre snobbate, per il lignaggio del personaggio, considerato per questo poco credibile da un punto di vista scientifico, le sue tesi oggi possono essere considerate all'avanguardia, intesa come opinione controcorrente allo stato di predominanza culturale, ovvero quella modernista.

Per modernisti intendo semplicemente gli architetti che dal primo movimento moderno fino agli ultimi eclettismi storicistico-moderni (quelli che fanno architettura moderna un secolo dopo, alla ricerca delle radici pure della modernità senza rendersi conto che è cambiato il contesto storico-sociale ), o agli ultimi sperimentalismi (quelli che basta dimenticare gli assi cartesiani e tutto assume un aspetto più innovativo), credono ancora nel potere salvifico del nuovo rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio che si è perpetuato per secoli nella storia.

Sicuramente i temi dell'eco-sostenibilità, dello spreco delle risorse territoriali e delle energie non rinnovabili, in questo periodo sulla bocca di tutti, aiutano l'affrancamento delle opinioni del Principe Carlo dalle critiche stilistiche stupidamente prese a pretesto per contestare un modo di fare architettura che invece è integrato ad un sistema di valori di vita che vedono al suo centro il cittadino consapevole della qualità delle proprie scelte e l'identità dei luoghi in cui vive.

Chimera della modernità, la consapevolezza condivisa e partecipata dei cittadini ai temi dell'architettura oggi si manifesta attraverso invece nuovi progetti ed edifici tradizionali che in silenzio stanno conquistando piccolissimi segmenti del mercato immobiliare. Credo sia anche un fatto di comunicazione che si può leggere tra le righe anche in questa vicenda.

Il declino dell'architettura internazionale dello star-system è annunciato dal crescere dell'interesse dei temi dell'eco-sostenibilità ambientale: a questa svolta epocale di ricerca al rimedio del danno procurato dagli eco-mostri, i grattacieli e quant'altro costruito selvaggiamente in termini di risorse ambientali, non è stato ancora corrisposto un forte cambio di linguaggio architettonico di riferimento e ha indebolito le posizioni culturali dell'autorevolezza dell'architettura modernista contemporanea sbilanciata più verso l'impersonificazione del caos, dell'effimero, dell'architettura fine a se stessa.

E' forse il momento di una accelerazione nella comunicazione dell'architettura tradizionale come miglior applicazione dei concetti di costruzione ecosostenibile. Si tratta infatti di un approccio alla progettazione che si integra non solo tecnicamente meglio ad altre concezioni avveniristiche, ma soprattutto con la consapevolezza, per gli utenti, che quegli edifici sono costruiti sui loro bisogni reali e personali e non dei capricci dei progettisti o delle imprese, evidenziando il ruolo centrale della qualità della vita dell'individuo che lì deve abitare.

E' sicuramente il momento per il Principe Carlo di rimboccarsi le maniche e di raccogliere il guanto della sfida: chi meglio di lui può farlo? E' un'opportunità per i sostenitori di una nuova stagione classica per l'architettura, come altre ce ne sono state nella storia, che è al giusto grado di maturazione culturale per arrivare al sua conclamazione più ampia.

A vent'anni dalla pubblicazione del libro del principe A Vision of Britain: A Personal View of Architecture, oggi il Principe Carlo comincia a fare paura a qualcuno: che le lobby immobiliariste delle archistar comincino a pensare di scaricare qualcuno? è troppo presto per crederci, ma se son rose....


Profilo di Andrea Pacciani:

Andrea Pacciani, vive e lavora a Parma: da oltre 15 anni si occupa di progetti architettonici per nuove costruzioni di natura tradizionale, di interventi di restauro e di ristrutturazione. Si occupa di lavori teorici, studi di fattibilità, pianificazione urbana, oltre che di interni e di design.
Il curriculum più completo continua alla fine del post.

Contrariamente al modo corrente di fare la professione oggi in Italia, ha fatto la scelta di progettare e far costruire con i criteri compositivi e tecnologici tramandati dalla cultura costruttiva della tradizione; sulla semplice riflessione che si vive meglio nelle case di una volta che in quelle moderne, ha scelto di riprendere a costruire le prime con i comfort delle seconde.

Nato nel 1965 a Venezia, si è laureato in Architettura al Politecnico di Milano e ha svolto attività didattica in
collaborazione con l'Università di Parma. Ha ricevuto il secondo premio al concorso internazionale “Marsham
Street” Urban Design Competition, Londra (1996); ha organizzato “Le forme della tradizione”, Parma (2004),
convegno con atti pubblicati da Franco Angeli; ha esposto alla Biennale di Venezia (2006) 10° Mostra Internazionale di Architettura nella Mostra Città di Pietra con unprogetto su Punta Perotti a Bari.

Nel 2008 ha vinto il Palladio Award a Boston, premio internazionale per l'architettura classica e tradizionale.

Il suo lavoro è stato pubblicato su varie riviste di settore nazionali ed internazionali, e sul web; tra i suoi
scritti spicca, oltre a quelli dedicati all'Architettura Tradizionale, “L'Arte del Prosciutto”, un libro edito da
Mattioli 1885 che sconfina nella storia dell'arte e della gastronomia.

Parafrasando una frase di S.Agostino, il suo sito www.andreapacciani.com, nel quale viene descritta la sua
attività professionale, si apre con il motto IN INTERIORE HOMINE HABITAT TRADITIO



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24 febbraio 2009

PERCHE' POUNDBURY? UNA SPIEGAZIONE SEMPLICE

Pietro Pagliardini

“Mediante l’urbanistica e l’architettura, l’ambiente e il paesaggio possono entrare nella città o, della città, costituire un elemento figurativo e spirituale determinante . [omissis]
Bisogna saper sfruttare questa fonte di benefici inestimabili. [omissis]
Ancora e sempre vale la norma dettata dal sole: e fra le leggi della natura e le imprese dell’uomo regnerà l’unità.
La ricerca delle unità di grandezza conforme ha stimolato l’invenzione di elementi architettonici e urbanistici tutti giustificati dalla tecnica moderna. [omissis]
Premuti come siamo dalle velocità meccaniche, avvertiamo urgente una necessità: liberare le città dalla costrizione e dalla tirannia della strada! Questa liberazione è oggi possibile.
Un esempio renderà evidente il cammino percorso: un esempio reso dalla pratica urbanistica corrente, anzi in voga, e che nelle scuole viene proposto come modello d’applicazione dei metodi di ricomposizione tendenti ad allargare le strade e a dar loro nuove sagome.
A: isolato di vecchie case
.


B: ricomposizione della proprietà fondiaria.

C: nuova disposizione edilizia, composta di edifici affaccianti su strade e su vasti cortili.

Risultati:
1) La strada rimane un corridoio, un luogo di transito comune ai pedoni, alle automobili, agli autobus, ai tram, ecc.;
2) Le facciate (le loro finestre) s’aprono sul frastuono e sulla polvere della strada o sui cortili;
3) L’orientazione delle abitazioni rimane arbitraria, perché dipende da tracciati vari che non hanno alcuna relazione con la norma solare;
4) Il verde ha una funzione limitata all’abbellimento dei cortili e non partecipa alla scenografia della strada, con mancato profitto per la città;
5) La disposizione adottata ignora i “prolungamenti della casa”, chiave del problema dell’abitazione.

Procedendo invece secondo i princìpi sviluppati nel nostro studio, si ottiene la disposizione rappresentata nella seguente figura:


Estesa agli isolati adiacenti, questa sistemazione determina spontaneamente la liberazione dei suoli riordinando le circolazioni pedonale e veicolari. [omissis]
Questo esempio basta a dare la misura della vastità del rinnovamento che proponiamo di operare mediante l’architettura e l’urbanistica. Abolita la tirannia della strada, tutte le speranze diventano lecite
”.
Estratto da Le Corbusier, Maniera di pensare l’urbanistica, Laterza, Capitolo sesto.

In questo breve brano e in questi 4 disegni c’è la più elementare spiegazione di Poundbury. Un bambino sarebbe in grado di capire: qui sta il “genio” di LC.

Basta riavvolgere il filmato di quei bei disegni ed ecco Poundbury.

Basta scorrere la rotellina del mouse in senso opposto e ….fare un salto nel passato? No, fare un feed-back, cioè una retroazione, cioè : “la capacità di un sistema dinamico di tenere conto dei risultati del sistema per modificare le caratteristiche del sistema stesso”, ed ecco Poundbury.

L’architettura si vanta spesso di essere scienza e quindi di dover sperimentare ma, nella scienza, quando gli esperimenti falliscono, se ne prende atto e si segue un’altra strada o si abbandona quel filone. Non c’è niente di scientifico nel battere la testa contro il muro della propria testardaggine e perseverare nell’errore.
Dunque occorre ricominciare da dove quell’ipotesi (che in realtà era una tesi asserita con certezza) ha avuto inizio, non si abbandona quel filone, cioè la strada e l’isolato, ma si aggiorna il sistema dinamico alle mutate condizioni sociali, economiche e culturali. Ed ecco Poundbury.

Ecco, ritorna la strada, senza la sua tirannia ma con la sua forza ordinatrice della città, con le case che vi affacciano direttamente e creano lo spazio urbano e quello sociale. L’ambiente dell’uomo torna alla sua naturalità, specifica ed unica tra tutti gli esseri viventi, che non è costituita da un substrato verde o da una natura incontaminata ma da una città costruita, murata, luogo di relazioni sociali, economiche e umane. La natura ritorna negli isolati, nei giardini privati, nei parchi di quartiere e urbani, nella campagna che sta fuori e che racchiude la città.

Quelle poche righe illustrate dai disegni sono la quintessenza dell’urbanistica moderna e della dissoluzione della città. Lì è raccolta non solo tutta la teoria ma, soprattutto, le conseguenze pratiche che essa ha avuto nella storia dell’urbanesimo dalla seconda metà del secolo scorso fino ad oggi.

A chi sostiene che non si può trascurare un genio come LC io dico che non lo trascuro affatto; anzi, è proprio perché lo considero così tanto che vorrei che fosse dimenticata, accantonata, rifiutata, respinta la sua teoria. Non mi costa niente riconoscere la sua genialità perché, estraneo al culto della personalità, non mi interessa quella, quanto le conseguenze molto poco geniali di tale genialità.

A chi sostiene che se le idee di LC hanno avuto tanto successo vuol dire che hanno trovato un humus positivo nella società e dunque erano le idee giuste al momento giusto io dico invece che erano le idee sbagliate al momento giusto. E la storia è piena di casi come questo, soprattutto nel secolo scorso, l’epoca in cui sono intervenuti nella storia uomini “grandi e geniali” che hanno tirato fuori le idee sbagliate al momento giusto, causando decine di milioni di morti i quali, immagino, avrebbero fatto volentieri a meno sia di quei geni che delle loro idee, se ne avessero intuito prima le conseguenze. Andiamoglielo a dire alle famiglie delle decine di milioni di vittime del comunismo e del nazismo, le ideologie salvifiche del ‘900, che quelli erano geni e che le loro idee erano giuste.

Erano, invece, proprio le idee ad essere sbagliate, ma le azioni erano quelle giuste al momento giusto per dar loro le gambe.
La maggioranza non ha sempre e necessariamente ragione e le sue idee non sono affatto sempre e necessariamente giuste.

Concludo con un altro brano sempre tratto da Maniera di pensare l’urbanistica, Capitolo settimo:
“L’architettura e l’urbanistica sono lo specchio fedele d’una società: gli edifici ne sono i documenti più rivelatori. Occorre tuttavia che l’epoca abbai raggiunto la sua piena maturità. Nei momenti di transizione, gran parte dell’architettura è ancora soltanto nei progetti dei precursori; tuttavia questi progetti hanno valore assoluto e meritano attenzione come qualsiasi altro esempio già realizzato. Nel caso della nostra epoca, le numerose, infinite ricerche di laboratorio che hanno contrassegnato i centoventi anni della prima era industriale costituiscono un fondamento d’indiscutibile solidità.
Così, ad ogni ora del giorno, o dell’epoca, spiriti sagaci, predisposti a questo compito, sono in grado di giocare la partita del presente, che è di discernere le vie del futuro, permettendo alla società di adempiere alla sua missione e di costruirsi la sua vita. E’ in questo modo che si guida il gregge; in questo modo si guida il domani
”.

Ecco, appunto: LC ha saputo guidare il gregge. E si è trovato in buona compagnia di qualche altro “buon pastore”.

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Segnalo su Le Corbusier questi interessante articoli su BBC News e su The Australian che mi fanno sentire meno solo:

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22 febbraio 2009

URBANESIMO SOSTENIBILE: IL CASO DI POUNDBURY - 2° PARTE

di Angelo Gueli

A questo punto mi sembra opportuno introdurre alcuni argomenti più “scientifici” per favorire la comprensione del Sustainable Urbanism.
Alla fine del 2006 la Prince’s Foundation for the Built Environment commissionò una ricerca sul territorio per rispondere fondamentalmente a due interrogativi: il primo relativo alla definizione delle caratteristiche fisiche che contraddistinguono gli interventi di Sustainable Urbanism in U.K., il secondo inerente gli aspetti economici degli interventi di S.U. anche in rapporto alle altre forme di urbanizzazione.

Un'immagine più aggiornata con l'ulteriore espansione

Ecco di seguito riportati i 12 punti che definiscono caratteristiche e qualità del Sustainable Urbanism secondo la succitata ricerca:

Mixed Use: ovvero schemi urbani a predominanza residenziale che integrano destinazioni commerciali, terziarie e publiche.

Mixed Tenure: popolazione residente mista in termini di gruppi sociali, etnici, culturali e occupazionali.

Architectural Quality: l’architettura del quartiere rispondente ad alti standard qualitativi e congrua al contesto nello stile, nella scala e nella scelta dei materiali.

Mixed Housing Type: un largo spettro di scelta per le tipologie abitative in modo tale da incoraggiare la stabilità della comunità: quando la famiglia cresce o decresce è possibile trovare tipologie di alloggio rispondenti alle proprie necessita all’interno dello stesso quartiere.

Well connected to public transport
: rete di trasporti pubblici sviluppata in modo da incoraggiare l’uso della bicicletta e gli spostamenti a piedi.

Walkable neighbourhoods: comunità che abbiano attività commerciali al dettaglio raggiungibili a piedi, e viabilità strutturata in modo tale da permettere vari itinerari sia pedonali che carrabili.
High quality Urbanism that creates definible streets: disposizioni viarie e urbanistiche che creino gerarchia riconoscibili all’interno del tessuto urbano, sia per tipologie che per usi e densità.

Robust, adaptable urban Form: disposizione urbana solida e al contempo adattabile attraverso una griglia permeabile di strade che eviti i cul-de-sac ed incoraggi percorsi alternativi e la conseguente frammentazione del traffico veicolare.
Relatively high net densities: densità urbana di edificazione relativamente alta che consenta di sostenere economicamente le zone ad uso misto.
Well integrated open space: spazi aperti ben integrati, facilmente raggiungibili e che abbiano una chiara tipologia d’uso. Di conseguenza regimi di mantenimento economico di lungo termine in modo da ammortizzare il costo.
Sustanable Buildings: attenzione alla sostenibilità ambientale degli edifici.

Urban form should support a large range ofv Work/Lifestile Choices: la disposizione urbana in grado di sostenere la più vasta gamma di scelte lavorative e di stili di vita, che faciliti lo sviluppo di attività economiche e lavorative anche attraverso l’home working.

Il “rapporto” si concentra anche su alcuni punti specifici, facendo un parallelo con altre realtà urbanistiche. Per aumentare l’attendibilità della ricerca, i suoi relatori hanno preso in considerazione esempi di quartieri dimensionalmente simili e collocati all’interno della stessa città; così nel caso di Poundbury, che ricordo si tratta di un quartiere, sono state individuate altre due aree, sempre all’interno di Dorchester, ad esso paragonabili. La prima è un’area tipica del centro cittadino ovvero un’area storicizzata. la seconda è come Poundbury un’area periferica, ma di recente costruzione, con le caratteristiche della tipica periferia inglese di fine secolo.
Riporto solo alcuni dati essenziali del confronto; come già detto chiunque volesse approfondire l’argomento può farlo scaricando direttamente da internet il rapporto in originale.
È interessante osservare i dati del confronto tra i regimi dei suoli: nell’insediamento storico la stragrande maggioranza della risorsa suolo è di proprietà privata, 48% giardini privati e 20% abitazioni, limitando quindi lo spazio dedicato a viabilità (strade, piazze, passaggi pedonali), verde pubblico e parcheggi pubblici. A Poundbury questi rapporti vengono ribaltati: solo il 20% del suolo è occupato da giardini privati, ma anche il suolo occupato dalle abitazioni scende al 13% pur mantenendo un numero di unità abitative analogo. Ciò accade per la marcata differenza tra le densità dei vari quartieri, che nel caso della periferia standard è ancora più bassa, con un’alta percentuale di suoli occupati dalle abitazioni.

Nel centro storico in pratica non esistono parcheggi (per parcheggiare si usa la sede stradale) e nell’insediamento standard i giardini privati sono in genere occupati dalle macchine, viceversa nel caso di Poundbury le auto prendono posto in cortili e garage interni agli isolati in un mix di proprietà privata e pubblica.
Per quanto riguarda il rapporto di copertura delle strade carrabili, esiste una forte differenza tra la periferia standard e il centro storico: poco più del 10% del suolo nel centro storico, contro il 18% nei comparti standard e il 16% a Poundbury.

Fortissima la differenza segnalata nel rapporto tra le quantità di suolo occupate da unità edilizie destinate a scopi commerciali ed industriali nei vari esempi: nell’insediamento standard è pari a zero mentre è di 3100 mq a Poundbury e di soli 230 mq in centro storico.

Infine interessante rilevare come i prezzi medi delle abitazioni a Poundbury, paragonati a quelli delle altre due tipologie insediative, siano quelli che hanno avuto tra il 2000 e il 2006 il maggior incremento percentuale, il che dimostra che il mercato ha risposto positivamente premiando gli investitori.

Note:
-Un’attenta valutazione sulle scelte urbanistiche effettuate con questa ed altre urbanizzazioni si trova su Valuing Sustanaible Urbanism edito dalla Prince’s Foundation for the Built Environment e facilmente scaricabile dal sito internet della Fondazione
- Notizie e informazioni sul “New Urbanism”, movimento di visione urbana, possono facilmente essere raccolte su http://www.cnu.org.
- I testi tra le virgolette sono tratti dalla Carta per la ricostruzione della città europea di Leon Krier.
-Per i principi del buon progetto da parte della Prince's Foundation vedi il post: I 13 principi del buon progetto


-La foro aerea di Poundbury è tratta da Virtual Earth di Microsoft
-Le foto di Poundbury sono state scattate dall’autore del post, Angelo Gueli

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11 febbraio 2009

URBANESIMO SOSTENIBILE: IL CASO DI POUNDBURY- 1° PARTE

di Angelo Gueli

L’ESEMPIO DI POUNDBURY
Venti anni fa, a Dorchester in Cornovaglia è iniziato uno dei più discussi interventi di pianificazione urbanistica dell’ultimo quarto del secolo scorso. La statura delle personalità politiche ed intellettuali che hanno voluto l’innovativo e nel contempo fortemente controverso esperimento di Poundbury di certo non ha stemperato le polemiche che accompagnano questo e gli altri interventi legati alle teorie del “Sustanaible Urbanism”(1).

Su diretto incarico del Principe di Galles, nel 1988 Léon Krier diede mano alla prima stesura del progetto per la realizzazione di Poundbury, nuovo quartiere di Dorchester.

Nel luglio del 2007 ho avuto la possibilità di soggiornare in Cornovaglia; ho così potuto verificare quanta poca attenzione sia stata posta in Italia nei confronti dei concetti di cui si fa portatrice questa sperimentazione urbana. A Poundbury, Krier ha messo in pratica le sue teorie urbanistiche tese alla riabilitazione della città tradizionale e all’uso degli elementi che la caratterizzano, sia dal punto di vista formale che spaziale. La città è pensata come un insieme di quartieri, ognuno con un suo centro dotato dei servizi primari legati al vivere quotidiano. Il principio qui applicato della policentricità delle aree metropolitane, enunciato da Krier nei primi anni ottanta dello scorso secolo, è uno dei fondamenti del “New Urbanism”(2), di cui questa è una delle realtà più significative.

Alla base della progettazione urbana stanno gli assunti che “gli spazi pubblici possono essere previsti soltanto sotto forma di strade e piazze”, che esistono precise ed esplicite gerarchie fra i vari spazi e che “la forma della città e dei suoi spazi pubblici non può essere oggetto di sperimentazioni personali”(3).

A Poundbury il centro commerciale e sociale è classicamente individuato in una piazza “mercatale”, nodo vitale degli scambi economici e sociali del quartiere. La costruzione, in gran parte già attuata, avverrà per fasi (adesso è in avanzato stato di realizzazione il terzo lotto), al termine di ognuna delle quali saranno individuabili altrettanti quartieri.
Ogni quartiere ha una sua identità e dei confini; su questi confini sono tracciate le direttrici viarie destinate ad assorbire grandi flussi veicolari. Le automobili non sono bandite dai centri cittadini, però grazie all’articolazione viaria e alla disposizione degli isolati, gli autoveicoli non sono più gli attori principali della città ma sono declassati a semplici comparse.

Foto: Dettaglio di un isolato

Ogni spostamento all’interno del singolo quartiere urbano può essere fatto camminando pochi minuti a piedi; i limiti estremi dell’agglomerato edilizio sono dettati dal limite di affaticamento, stimato in pochi minuti di camminata. Luoghi di lavoro e di residenza distano quindi poche centinaia di metri. Nella sua Carta per la ricostruzione della città europea, Krier afferma: “non ci devono essere zone industriali, zone pedonali, centri o zone di vendita… ci possono essere solo quartieri urbani che integrano tutte le funzioni della vita urbana”. Per fare in modo che funzioni lavorative e abitative si integrassero, il primo edificio realizzato a Poundbury fu una fabbrica di cioccolata, poi è venuta una fabbrica di birra e una di componentistica per computer; solo dopo la loro realizzazione sono cominciati i cantieri per gli immobili ad uso abitativo.

A Poundbury convivono edifici dal ben definito carattere borghese e porzioni a più alta densità abitativa; tutti gli immobili però hanno quella particolare qualità architettonica della tradizionale edilizia popolare inglese che garantisce alti standard estetici e, dalla complessità degli spazi urbani, si legge chiaramente la volontà di creare un tessuto sociale articolato.

Per quanto discutibile, la scelta dell’aspetto estetico della città diventa marginale rispetto ai principi sociali, ed economici ed urbanistici che in questa s’intendono affermare. C’è la precisa volontà di realizzare edifici a basso impatto ambientale, e per farlo si ricorre alla tradizione, seguendo la semplice regola che i materiali e le tecnologie devono essere più naturali possibili, locali, duraturi e facilmente riparabili. Il presupposto è che un immobile realizzato in muratura portante cavata a pochi chilometri ha un impatto ambientale infinitamente più basso di un edificio realizzato in acciaio e vetro, sia per le tecnologie usate e le conseguenti regimentazioni termiche, che per la durata dell’edificio stesso. I nostri ambienti di vita e di lavoro sono fra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2: costruire e riconvertire in modo ambientalmente sostenibile sarà sicuramente uno dei modi di adeguarsi ai parametri del protocollo di Kyoto. Gli ideatori di Pondbury hanno individuato nella lunghezza della vita di un edificio un fattore fondamentale per la sostenibilità di un edificio stesso; progettare per trecento anni e non per cinquanta è un modo per lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo migliore, cosa che il buon senso dei nostri nonni (a differenza di quello dei nostri padri) non avrebbe mai messo in discussione.

C’è poi l’assoluta negazione della zonizzazione come principio progettuale con la conseguente ridistribuzione sociale all’interno del nucleo cittadino.
Orgogliosamente i relatori della conferenza di studio a cui ho partecipato sostenevano che, in meno di 10 anni dall’arrivo del primo abitante, già il 25% degli abitanti vive e lavora dentro i confini naturali di Poundbury e che questa percentuale sembra destinata a crescere, grazie anche alle politiche lavorative adottate.

Dal punto di vista edilizio, esiste un rigido protocollo che detta le regole per la realizzazione delle nuove costruzioni.
Pur essendo la Prince’s Foundation un ente benefico, è importante sottolineare che gli imprenditori che lavorano a Poundbury di certo non sono dei filantropi visionari, ma, nell’assumersi gli ovvi rischi di impresa, hanno nella realizzazione di Poundbury una giusta fonte di guadagno. Non so se questa possa essere considerata una terza via, ma certo è una posizione che sta a cavallo tra l’obsoleto interventismo statalista e l’inumano capitalismo che, partendo da punti diversi, hanno creato e continuano a generare le periferie di tutto il mondo.

Nel quadro mondiale delle grandi progettazioni urbane, non si può dire che gli attori che stanno portando avanti l’esperimento urbano di Poundbury non abbiano preso una decisa posizione contro l’imperante globalizzazione, l’innarrestabile internazionalizzazione delle idee architettoniche e contro le posizioni estetico-culturali egemoni che, fin troppo evidentemente, vedono i grandi interpreti dell’architettura e dell’urbanistica mondiale al servizio dei giganti della finanza e della loro visione ipercapitalistica. Certo, a chi come me vede i grandi eventi della pianificazione urbana da lontano, appare quantomeno ironico che fra i più strenui difensori dei valori della qualità urbana ed edilizia, vista come mezzo per il riscatto e l’integrazione sociale, vi sia l’erede al trono di una delle più antiche monarchie del mondo; mentre gli eroi nostrani dell’architettura, la maggior parte dei quali si professa politicamente progressista o persino comunista, nelle loro scelte progettuali, confondendo dolosamente il profitto economico con il progresso, sono completamente asserviti ai potentati economici, che della ipertrofia metallica dei loro grattacieli e quartieri fieristici fanno bandiera, noncuranti delle ricadute ecologiche e sociali delle loro scelte architettoniche.

FINE PRIMA PARTE

Note:
(1) Un’attenta valutazione sulle scelte urbanistiche effettuate con questa ed altre urbanizzazioni si trova su Valuing Sustanaible Urbanism edito dalla Prince’s Foundation for the Built Environment e facilmente scaricabile dal sito internet della Fondazione
(2) Notizie e informazioni sul “New Urbanism”, movimento di visione urbana, possono facilmente essere raccolte su http://www.cnu.org.
(3) I testi tra le virgolette sono tratti dalla Carta per la ricostruzione della città europea di Lèon Krier.

Le immagini aeree di Pondbbury sono tratte da Google Earth

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5 settembre 2008

ELOGIO DELLA CASALINGA DI VOGHERA

Pietro Pagliardini

Chi sono le “casalinghe di Voghera”, cosa si intende con questa espressione e perché le ho tirate in ballo?
Comincio dalla fine: le ho tirate in ballo perché c’è una persona di cui ho grande stima, Vilma Torselli, che le cita spesso nei commenti e, a forza di sentirle nominare, mi ha suggerito una riflessione un po’ scapigliata.
Wikipedia, che è appunto l’enciclopedia per le casalinghe di Voghera e da cui io attingo spesso, ne dà una definizione esatta:

"Casalinga di Voghera" è un'espressione popolare molto comune nel giornalismo che vuole rappresentare quella fascia della popolazione italiana dal basso livello di istruzione e che possiede un lavoro generalmente molto semplice o umile, tuttavia "rispettabile" per il suo senso pratico di stampo tradizionale. Di rado viene utilizzata in senso dispregiativo, altre volte è usata come sinonimo di saggezza popolare".

Da questa definizione risulta per me evidente che questo è il blog per le casalinghe di Voghera perché l’architettura che viene qui, malamente, sostenuta è proprio quella che, ne sono certo, sarebbe di loro gradimento.
Ho perciò finalmente inquadrato la “mission”, individuato non una platea, non esiste proprio, ma l’obbiettivo a cui io mi devo rivolgere e, inconsapevolmente, a cui mi sono spesso rivolto; o meglio, mi risulta più chiaro che l’ideologia portante di questo blog, il “linguaggio” architettonico di riferimento ha un nome che non è esattamente “antichismo” o “classicismo” ma “buon senso” inteso come sinonimo di “saggezza popolare”.

E’ vero che in questo blog appaiono, di tanto in tanto, post tanto cervellotici da apparire quasi una roba seria, ma è anche vero che questi sono specchietti per le allodole scritti a scopo dimostrativo per quegli architetti che amano i discorsi complicati altrimenti nondiciniente, per dimostrare loro che anche qui sappiamo fare uso di buone maniere che, insomma, sappiamo stare a tavola e, quando strettamente necessario, perfino sbucciare la frutta con coltello e forchetta (ma ci rifacciamo più al vecchio Galateo che a Lina Sotis); sono in fondo un mezzo per trovare un linguaggio che consenta di comunicare con l’architettese, che è spesso l’unico che molti architetti conoscano, essendo l’italiano ormai in disuso.Devo dire che, per quanto io ed altri ci sforziamo, non riusciamo quasi mai ad esprimerci al massimo di quel linguaggio, per cui non ci facciamo capire né dagli architetti architettesi né dalle casalinghe, le quali peraltro non mi vengono a trovare perché hanno poco tempo da perdere.

Sento il bisogno, tuttavia, di tranquillizzare l’amica Vilma: non intendo pascolare nel suo prato.
Voglio chiarire che il rapporto mio rispetto alle casalinghe è completamente ribaltato rispetto a quello che ha Vilma con loro: io più che spiegare alle casalinghe di Voghera, mi immedesimo in, mi metto nei panni di, "mi faccio" casalinga di Voghera, ritenendo presuntuosamente di interpretarne i gusti e le aspettative, per far capire a qualche collega architetto che cosa io, e perciò loro, le casalinghe, mi aspetti dall’architettura; dove a me, e perciò a loro, piacerebbe vivere ed abitare.

Ed è proprio per questo motivo che spesso abbandono ogni freno inibitore e dico delle bestemmie inimmaginabili per molti architetti: dico che Poundbury è un modello di convivenza civile, dico che se demoliranno i Robin Hood Gardens, e meglio ancora il Corviale e lo Zen, non sarò colto da sussulti di sdegno e dormirò tranquillo come sempre, che Londra poteva sopravvivere senza un grattacielo a forma di fallo (detto pudicamente cetriolo), che i grattacieli non sono affatto sostenibili come ci vogliono fare credere, che Dubai è molto peggio di Disneyland perché qui si sogna e ci si diverte, lì si muore di paura a pensare che fine fanno i soldi dei nostri pieni di benzina, che i progetti di Libeskind sono terrorizzanti, nel senso che mettono proprio un senso di paura, di ansia, di angoscia, di provvisorietà e che ti prospettano un presente e un futuro in bilico, che al Principe Carlo dovrebbe essere assegnato un premio Nobel, non so per cosa, ma se lo hanno dato a Dario Fo, per lui ne possono pure inventare un altro, che il Premio Pritzker per l’architettura dovrebbero darlo a Leon Krier per la tenacia con cui ha portato avanti le sue idee, contro tutto e tutti, invece che a Jean Nouvel, che sarà pure bravo ma non può venderci anche lui un grattacielo a forma di fallo per un omaggio a Gaudì, che Calatrava sarà bravo pure lui ma che ci è venuto a noia con i suoi scheletri di dinosauro ripetuti in tutto il mondo e in ogni tipo di edificio, che la sopraelevazione della Scala di Botta è un ferro da stiro messo sopra un tetto e Milano non è Voghera dove ci sono molte casalinghe e dei ferri da stiro ne possono fare a meno, che la chiesa di Meier non è fatta per pregare e non so, in verità, a cosa potrebbe servire, e via discorrendo.

Ora, io lo so che il problema Archistar neanche sfiora lontanamente le nostre amiche casalinghe perché è difficile che esse possano aspirare a vivere in una casa da queste progettate anche perché, fortunatamente, di case non ne fanno tante e quando le fanno non sembrano proprio case e le casalinghe neanche se ne accorgono. In campo edilizio il loro problema è che il più delle volte sono costrette a scegliere tra un ignobile condominio progettato direttamente dall’impresario, una casetta del geometra con quattro archetti in cemento armato faccia a vista e con 5 metri di giardino per lato, che non è un giardino ma per fare una grigliata con i parenti è sufficiente, e una casa a schiera senza tetto e con blocchi di c.l.s. bugnati faccia a vista dell’architetto. Praticamente non hanno scelta.

Ma il vero nemico delle casalinghe di Voghera, che sono abituate ad andare a piedi o in bicicletta in piazza del Duomo dove c’è il mercato attraversando le stradine del centro storico e incontrando amiche e conoscenti, è il progettista di Piani Regolatori. E’ questa figura la vera responsabile, sotto il profilo culturale, della dissoluzione di tutte le città, perché manda le casalinghe a vivere in periferie dove le strade non sono più strade perché non delimitate da cortine edilizie, dato che le case, singole o condominiali che siano, sono rigorosamente staccate di 10 metri le une dalle altre e arretrate rispetto al filo strada, per dare giardinetti inutili o inutili spazi condominiali.

Così le strade sono solo nastri di asfalto, territorio per sole auto, e il tragitto per il centro, privo com’è di negozi, botteghe e possibilità di incontri si declassa al livello di “movimento pendolare” o “mobilità urbana”, cioè uno stress, anche nei momenti fuori delle ore di lavoro.

E’ il progettista del Piano, che disegna la città come gli hanno insegnato all’università, (cioè con il criterio di Le Corbusier che sosteneva che Siena è disegnata con il percorso dell’asino e che ovunque andasse tentava di fare tabula rasa di ciò che trovava e di sostituirlo con i suoi sogni autoritari e allucinati di Ville Radieuse) che stimola e incoraggia, mediante norme edilizie coerenti con quell’idea, quel tipo di edilizia che non è urbana e non è rurale e che fa sembrare belle, alle confuse casalinghe di Voghera, perfino le villette con gli archetti in cemento armato faccia a vista, perché sono pur sempre un richiamo, ingenuo e igorante, alla loro città, a ciò che hanno imparato, anzi, sempre saputo essere l’archetipo di casa.Ecco, alle casalinghe di Voghera do un suggerimento: Alessandria non è molto lontano da Voghera e nella domenicale gita in auto facciano un salto a vedere Città Nuova, il quartiere residenziale progettato da Lèon Krier e Gabriele Tagliaventi; vi troveranno un esempio, uno dei pochi in Italia, che può ridare loro un po’ di speranza.

Se qualcuno leggendo questo post mi desse dell’ignorante sappia che l’offesa la girerò direttamente alle casalinghe di Voghera le quali invece possono vantare concittadini illustri quali: Alberto Arbasino (che sostiene di essere l’inventore dell’espressione “casalinghe di Voghera”), Alessandro Bolchi, regista Tv degli anni d’oro degli sceneggiati e non delle fiction, Pino Calvi, che non è il banchiere ma il musicista, Carolina Invernizio, che è, per me, la vera causa della nascita dell’espressione “casalinghe di Voghera”, Alfieri Maserati, fondatore della Maserati, quella delle macchine, e questo da solo basta a dare quarti di nobiltà alla città e, udite, udite, amici architetti, Eugenio Mollino, padre di Carlo Mollino che non è nato a Voghera ma che insomma vi ha ascendenze (tutte notizie prese dal sito del Comune di Voghera che, evidentemente, voleva sfatare il mito di Voghera città di casalinghe).


N.B. La foto di Voghera è tratta da Google Earth

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1 settembre 2008

ROBERT ADAM: IL MODERNISMO CONSERVA SE' STESSO

Pietro Pagliardini

TIMESONLINE, la versione on line del TIMES di Londra, che dà un grande spazio all’architettura, è molto critico con il Principe Carlo, sia per la sua passione per l’architettura tradizionale, che per i suoi comportamenti pubblici e privati, e pure per il suo ambientalismo, insomma, per tutto ciò che lo riguarda.
Tuttavia, ultimamente sono frequenti articoli e interviste che parlano di Poundbury, il villaggio voluto dal Principe e progettato da Lèon Krier, come un notevole successo di pubblico e che viene ora anche preso come esempio dal governo britannico per nuovi insediamenti rurali.
Ultimamente è stato pubblicato questo articolo-intervista a Robert Adam, un architetto classico che riporto di seguito integralmente tradotto.
La foto sotto non è nell'articolo ma è una mia aggiunta.

TIMESONLINE- 25 giugno 2008
Lo stile di guerra degli architetti
Robert Adam e Quinlan Terry danno inizio ad una battaglia di stile attaccando il Modernismo
di Lucy Alexander

“Robert Adam è andato in prima pagina il mese scorso quando si è unito ad un altro architetto Classico, Quinlan Terry, progettista del nuovo ambulatorio presso l’Ospedale Reale a Chelsea, con un robusto attacco al Modernismo. I due hanno condannato ciò che essi considerano un pregiudizio da parte del Royal Institute of British Architect (RIBA) contro gli edifici tradizionali nell’assegnazione dei suoi premi annuali (la lista di quest’anno comprende il terminal 5 e lo Stadio di Wembley).

Adam, che è stato giudice del RIBA per 12 anni, ha descritto i premi dell’ultimo mese come una “truffa”, dicendo che “ il RIBA e la classe professionale degli architetti si stanno comportando con stile fascista. Questa è una battaglia tra il tipo di architettura che una cricca professionale pensa sia giusta e gli edifici che piacciono al pubblico.”

Lord Rogers di Riverside, il cui studio ha vinto diversi premi, compreso uno per Oxley Wood, uno sviluppo di residenze prefabbricate a Milton Keynes, ha risposto acido: “Il Modernismo è sempre stato uno shock e sembra che alcuni ci mettano molto tempo per guarire”.

Secondo Adam, il movimento per l’architettura Moderna, che cominciò negli anni ’20 come un rigetto iconoclasta delle forme storiche, si è calcificato in una nuova ortodossia, intollerante dei dissidenti.

“Gli edifici tradizionali non ottengo mai alcun credito da nessuno nel mondo professionale degli architetti. Per oltre 40 anni è accaduto che avresti potuto bocciare nel college di architettura se tu avessi disegnato un edificio tradizionale. Sei visto come se tu copiassi il passato. Ma il futuro deve inevitabilmente coinvolgere il passato a qualche livello”

Adam si spinge fino ad imputare un sottofondo sinistro all’ideologia Modernista in architettura: “E’ totalitaria. Richard Rogers disse una volta che Poundbury dovrebbe essere distrutta. Non si è accontentato di dire che a lui non piace, ma che avrebbe dovuto essere cancellata. Loro, i Modernisti, non possono tollerare nessuno che faccia qualcosa che non si adatti alla loro nozione di progresso accettata come vera”.

Questa è la stessa Poundbury che un’analisi del governo mercoledì ha raccomandato di prendere come copia per lo sviluppo di future comunità rurali di successo.

L’accusa di Adam che gli architetti sono indifferenti dell’opinione pubblica suona veritiera quando si considera che la recente campagna per salvare i Robin Hood Gardens, una lugubre e antiquata offesa alla vista in cemento degli anni ’60 che i residenti e il consiglio hanno convenuto di buttare giù.

La decisione all’inizio di questo mese di Margaret Hodge, il Ministro per l’Architettura, di non mettere nell’elenco del patrimonio (e perciò di proteggere dalla demolizione) con la motivazione che “esso ha fallito come luogo vivibile per gli esseri umani”, ha mostrato una disponibilità all’ascolto delle ragioni dei comuni residenti. Di contro un recente titolo nella rivista Building Design, che ha condotto la campagna per salvare i Robin Hood Gardens –“ Il rifiuto della Hodge di metterli in elenco è un affronto alla professione”- rivela che il consiglio dei residenti non rappresentava una priorità per gli architetti.

I Modernisti sono ora, almeno sembra, nella bizzarra posizione degli iconoclasti che si sono piegati a preservare le proprie tradizioni tramite il sistema degli elenchi dell’English Heritage (ente che protegge il patrimonio storico inglese). Che cosa sostituirà l’immobile demolito resta ancora da vedere. Colonne classiche appare improbabile.”


ULTIMISSIME: E'di oggi 1 settembre la notizia riportata su Building Magazine che il Governo Britannico rivedrà la decisione di non inserire i Robin Hood Gardens nell'elenco dell'English Heritage.

Dunque ha ragione Adam: il Modernismo è un movimento di conservazione di se stesso.

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Di seguito allego i links a due articoli su Pondbury, il primo che ne decreta il successo, il secondo in cui il Primo Ministro Gordon Brown ha deciso di prendere la cittadina come esempio per nuovi insediamenti commerciali e residenziali nelle zone rurali.

http://www.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/article1126292.ece

http://www.timesonline.co.uk/tol/news/politics/article3649184.ece


N.B. Le immagini aree sono tratte da:
Poundbury: Google Earth
Robin Hood Gardens, Londra: Virtual Earth di Microsoft

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