Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


30 luglio 2012

LA MORTE DELLA CULTURA URBANA

“Si può sempre apprendere qualcosa da altri popoli, da altri gruppi e farlo proprio, ma ogni sistema culturale integra comportamenti estranei soltanto se questi non sono in contraddizione con il modello di base , se non ne altera la “forma” significativa. Gli studi compiuti dai maggiori antropologi in questo campo sono ormai dei classici, impossibili da mettere in dubbio. Da Boas a Kroeber a Benedict a Mead a Malinowsky a Leroi-Gourhan, non c’è chi non abbia dedicato la maggior parte delle sue ricerche a scoprire e verificare il funzionamento del “sistema significativo” che sostiene ogni modello culturale.
Il risultato è sempre lo stesso, e non avrebbe potuto non esserlo visto che la “cultura” è il fattore naturale che contraddistingue la specie umana e ne guida i comportamenti. Ogni modello culturale possiede una “forma”, nel senso gestaltico del termine, e rigetta perciò gli elementi estranei non compatibili, in analogia con il sistema immunitario di sorveglianza e di identificazione con il quale li rigetta l’organismo biologico. Non appena, quindi, viene meno la reazione di rigetto e il sistema comincia a lasciarsi invadere da elementi appartenenti a sistemi diversi, inizia il suo itinerario verso l’estinzione e manda il tipico segnale che l’antropologo percepisce come “etnologico”: segnale di pseudo vita, di “vita morte”….”
.


Questa è una parte del testo con cui Ida Magli, nel suo atroce ma rivelatore libro Dopo l’Occidente, BUR, descrive il metodo attraverso il quale modelli culturali appartenenti a sistemi diversi entrano in contatto tra di loro e come uno di essi può soccombere fino ad estinguersi.

Non sono l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione del libro, essendo invece un grido di dolore con poche speranze sulla fine dell’Occidente e della sua cultura secolare, ad iniziare dall’Europa, l’anello più debole della catena, ma i richiami all’arte, all’architettura, alla storia, alla letteratura, al pensiero filosofico europeo e a quello italiano in particolare sono frequenti ed accorati perché i popoli d’Europa si risveglino ed evitino l’estinzione, minati come sono da una cultura di morte per avere perso ogni legame con la tradizione, con il proprio passato, con i legami familiari, con la propria religione, con tutto il suo patrimonio culturale, con il comune buon senso.

Non si occupa di città Ida Magli ma, pur non essendo certo io esperto di antropologia, come pensare che la città, come tutti gli insediamenti umani, non faccia parte del patrimonio culturale dei popoli, se è vero che la città è l’ambiente creato dall’uomo per potervi sviluppare tutti i propri rapporti sociali? Si può dire che la città è il luogo della società. E allora come non osservare i cambiamenti che le città hanno avuto negli ultimi cento anni, e nel nostro caso negli ultimi sessant’anni, grazie ad un “modello culturale” ad essa prima estraneo e di “forma” completamente diversa e volutamente a quello opposta!

L’annientamento della strada, prima di tutto, con la perdita delle sequenze spazio-temporali di quel continuum che era la città precedente, a vantaggio di uno spazio sincopato e frammentato, disegnato esclusivamente per il mezzo meccanico, per l’auto soprattutto, e costituito da zone tra loro separate e ciascuna monofunzionale e super specializzata.
La perdita quindi della ricchezza delle relazioni umane, della varietà delle azioni da compiere nell’arco dell’intera giornata.
La perdita della scoperta continua di situazioni e della possibilità di azioni diverse che accadono nell’arco spazio-temporale di qualche centinaio di metri e della stessa giornata, una variazione dei rapporti umani improntati alla regola della “uniformità nella diversità”, al pari delle abitazioni dell’edilizia di base, ciascuna con le medesime caratteristiche tipologiche eppure ognuna morfologicamente diversa dall’altra per la variazione di pochi elementi architettonici.

Cosa ha a che vedere una città-organismo in cui ogni parte è in relazione al tutto e dove l’insieme delle varie parti è ben più della somma delle stesse, con un modello frammentato, esploso, splittato in cui le singole parti sono relazionate alle altre solo con strade adatte alle automobili, impraticabili a piedi, e dove l’insieme, l’organismo, non esiste perché ogni parte funziona (male) separatamente dall’altra?

Cosa ha a che vedere un modello di città denso caratterizzato dalla pluralità di funzioni, dalla prossimità, intesa in senso spaziale, funzionale e simbolico, con un modello in cui ad ogni zona corrisponde una sola funzione e per assolvere a più funzioni nell’arco della giornata è necessario spostarsi con il mezzo meccanico? La prima città in un certo senso si muove con il cittadino, perché il suo fluire continuo ti accompagna ovunque; la seconda è immobile e gli abitanti devono spostarsi in massa da un luogo all’altro: se si bloccano gli spostamenti in auto, la città non funziona più, si paralizza. Paradossalmente i due estremi ingorgo-blocco del traffico producono lo stesso risultato: la paralisi della vita urbana.

Cosa ha a che vedere un modello di città caratterizzata da fronti continui che racchiudono la strada, lungo la quale si sviluppa la vita di relazione, con quello di una somma di edifici scollegati tra loro, tenuti insieme da vuoti informi, da verde di tutti e quindi di nessuno e/o da parcheggi, entrambi destinati presto a diventare luogo di degrado?
Il secondo modello, totalmente estraneo e diverso dal primo, è figlio di una cultura diversa, immessa a forza nel sistema culturale esistente da una macchina propagandistico-culturale straordinaria, che si è impadronita di quella precedente, ma ha iniziato “il suo itinerario verso l’estinzione e manda il tipico segnale che l’antropologo percepisce come etnologico”, cioè quello di una cultura morta. Questo fenomeno è già certamente avvenuto nella mente degli architetti, cioè di coloro che insieme alla politica, al mondo accademico, ai media avrebbero avuto il compito di capire in tempo cosa stesse accadendo e di porvi rimedio. Ma così non è stato e così non è tuttora, anche se vi sono segnali, deboli e incerti che vanno nella direzione opposta.

Segnali confusi però in mezzo a molti altri segnali, non sbagliati in se stessi, ma il cui forte rumore mediatico finisce per coprire i primi:
• la "smart-city", sistema tecnologico fors’anche utile, ma di secondo o terzo livello, solo software, quando la città invece è hardware, è forma delle varie parti relazionate tra loro. Una città funziona se la sua forma è giusta e i sistemi tecnologici sono utili supporti che, da soli e in presenza di una forma non idonea, poco o niente possono risolvere. Al pari di una abitazione, in cui ciò che conta è il tipo, gli spazi interni che la definiscono, la materia con cui è costruita, non gli impianti, avanzati quanto si vuole, ma che possono essere cambiati o migliorati in ogni momento.
•la città “sostenibile” o “green”, concetto generico entro cui ci sta tutto e il suo contrario. Non è certamente sostenibile per la sola presenza di un po' fotovoltaico, è sostenibile se il risparmio energetico deriva dalla sua forma, cioè se è pedonabile non per decreto del Sindaco ma perché è compatta ed è possibile accedere alla gran parte delle funzioni di uso quotidiano senza la necessità dell’auto.

In questi segnali non è difficile leggere il marchio delle lobbies industriali e commerciali che hanno tutta la convenienza a lasciare le cose come stanno, cioè a conservare la morta città attuale, per vendere i loro prodotti salvifici. Il mondo della cultura urbanistica non deve lasciarsi distrarre da queste idee, continuamente e ossessivamente veicolate dai media, che allontanano la ricerca della soluzione, per cadere ancora una volta nella trappola tecnicistica, dopo quella dello zoning che favoriva prima e adesso obbliga all’uso esclusivo e massiccio dell’auto.

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26 luglio 2012

COME TRARRE GUADAGNO DALLE TRAGEDIE NATURALI

Come trarre guadagno dalle tragedie naturali – evoluzione di un metodo … da L’Aquila a Ferrara via Roma
di
Ettore Maria Mazzola

Qualche mese dopo la tragedia che colpì l’Abruzzo l’Italia intera si indignò nell’apprendere delle intercettazioni telefoniche dei “furbetti del quartierino” che si fregavano le mani al pensiero di come avrebbero potuto trarre grossi guadagni dalla ricostruzione delle zone terremotate.
Sappiamo tutti come andata … o non è andata a finire, quindi, fermo restando il mio pensiero per quelle povere persone – che praticamente sono ancora in mezzo a una strada – e per quei centri storici ancora in attesa di essere ricostruiti com’erano e dov’erano, passo ad esprimere la mia solidarietà per gli amici emiliani e romagnoli … ma anche veneti e lombardi dimenticati dallo Stato. Il mio pensiero va a loro non solo per ciò che hanno subito e ciò che hanno perso, ma soprattutto per ciò a cui andranno incontro.
Avrei voluto scrivere da tempo su questo argomento, se non altro per esprimere la mia solidarietà verso quel popolo laborioso ed allegro, popolo che, all’indomani del sisma, è stato in grado di dare una lezione di umanità e di ingegnosità a tutta la nazione.

Quando avvenne la prima scossa ero in aereo, stavo volando verso Portland. Arrivato in albergo lessi l’orribile notizia e scrissi subito ai miei carissimi amici e colleghi Fabio e Luca, che vivono in quei luoghi, volevo sincerarmi che loro e i loro cari stessero bene. Mi ero ripromesso di scrivere, di dare una mano in questo difficile momento, ma tra gli impegni professionali e accademici, e la preoccupazione per mia madre che il 19 aprile ha subito un difficilissimo intervento chirurgico cui è seguito un vero e proprio calvario, a causa delle infezioni contratte nella schifossissima clinica dove ha fatto la riabilitazione, calvario non ancora terminato, ho colpevolmente mantenuto il silenzio.
Stamane però, dopo aver letto il breve e drammatico articolo di Maria Ferdinanda Piva pubblicato ieri su “Informare per Resistere”, non ho potuto più tacere. Non importa quanti pensieri e problemi possa avere in questo momento, non c’è pensiero o problema che possa impedirmi per spendere mezz’ora per scrivere il mio disgusto per questa orribile faccenda che va fatta conoscere meglio all’Italia intera.
Per un approfondimento, questo è il link al breve articolo della Piva che suggerisco a tutti di leggere:

Speciale terremoto. Ricostruzione, si arrangi chi può

La Piva inizia, e termina, il suo articolo dicendo “Si arrangi chi può”.
Nel breve testo l’autrice racconta – o meglio lascia che a parlare siano gli articoli di legge emanati dal “governo tecnico” – di come i fondi stanziati siano meno di ¼ di quelli realmente necessari, e di come la ricostruzione debba avvenire a spese dei terremotati che, se saranno fortunati, nell’arco di 4 anni potranno recuperare circa il 25% delle spese sostenute!
La Piva denuncia:

«La condanna a morte dell’economia emiliana nelle zone terremotate è contenuta nel decreto legge n.74 del 6 giugno scorso (il “decreto ricostruzione”) corredato dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 luglio per la ripartizione dei fondi fra le regioni colpite dal sisma: perché se è vero che l’Emilia è di gran lunga la più colpita (riceverà, almeno per ora, il 95%), ci sono stati danni anche in Lombardia e in Veneto».
In pratica, se gli emiliani e i romagnoli possono sperare in un recupero parziale ridicolo, lombardi e veneti possono scordarsi anche quello!

Ma chi ha perso tutto non ha i soldi per autofinanziarsi la ricostruzione di ciò che aveva, sicché dovrà indebitarsi, con i tassi che conosciamo, presso le banche, per cui quel margine di “rimborso” del 25% risulterà insufficiente a coprire nemmeno gli interessi vergognosi che si dovranno versare per il mutuo o il prestito ottenuto.

Ecco dunque il salto di qualità operato dai nostri “amati” tecnici. Non ci troviamo davanti all’intercettazione di una telefonata tra due impostori trogloditi che pensano a come sfruttare l’occasione della tragedia abruzzese per i loro sporchi guadagni, ci troviamo davanti alla più che legale emanazione, da parte di un blasonato gruppo di luminari dell’economia italiana – che occupa senza essere stato eletti dagli italiani le poltrone da cui si decide il futuro del nostro Paese – di due Decreti atti a promuovere (se ancora ce ne fosse stato il bisogno) gli interessi delle banche a discapito della cittadinanza in difficoltà.
Un ingenuo si chiederebbe: come mai? … chi conosce il “blasone” dei luminari sa invece darsi una risposta immediata!

La cosa, ovviamente, non riguarda solo chi deve ricostruirsi una casa, ma anche i tanti, splendidi, imprenditori di quell’area che tanto peso hanno nel fottutissimo PIL dello Stato. Quegli splendidi imprenditori danno da lavorare a tantissime famiglie … ma il nostro “cattolicissimo” Stato, e il nostro “cattolicissimo” Presidente del Consiglio se ne strafregano dell’operosità di quella gente, nonché del disastro socio-economico di quelle famiglie.
… Nonostante le manifestazioni di facciata, nella nuova scala di valori della “cattolicissima Italia”, le famiglie risultano collocate in una posizione di gran lunga inferiore a quelle di testa, occupate da banche e multinazionali.

Riusciremo mai a svegliarci da questo incubo?


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18 giugno 2012

KOOLHAAS L'IMMOBILISTA

“Le città cambiano ed è impossibile arrestare il processo in quanto la città è un organismo e come tale nel tempo, inevitabilmente, cambia”. Farei mia questa frase, la sposerei come si dice, se non fosse uscita dalla bocca e dalla mente di Rem Koolhaas , e allora è necessario ricorrere al pregiudizio in base al quale le parole non hanno sempre un significato oggettivo ma assumono significati diversi in base a chi le pronuncia. E’ un fenomeno abbastanza noto in politica che puntualmente si ripete.

Analizziamo la città-organismo, nella versione di Koolhaas. Questi si appella alla città come organismo per giustificare il suo progetto al Fondego dei Tedeschi a Venezia, accusando implicitamente gli oppositori di quel progetto di essere immobilisti e conservatori. Artificio retorico molto abile ed efficace perché utilizza un argomento proprio della tradizione per far passare l’idea di un progetto che invece la nega.
Mossa doppiamente abile, in quanto la sua metafora fa ricorso ad un attributo che effettivamente un organismo vivente possiede - e la città con i suoi edifici è un organismo vivente - vale a dire quello della “crescita”, facendo però ben attenzione a tacere l’altro fondamentale attributo, cioè quello del “modo” in cui ogni organismo cresce.

La natura ha previsto determinate regole per ogni specie, animale o vegetale, in base alle quali, ad esempio, un uomo nasce in un determinato modo e poi cresce formalmente uguale a se stesso ma con proporzioni e dettagli del tutto diversi. Poi ci sono specie che hanno un’altra storia, quali la metamorfosi, ma tutte hanno comunque un cambiamento prestabilito. Esistono poi variazioni e modificazioni significative così come esistono le malattie, anch’esse da considerare naturali ma tuttavia da debellare in quanto considerate “patologia” e non “fisiologia”.

Il progetto architettonico, e quindi il suo prodotto, l’edificio, appartiene in qualche misura alla natura in quanto opera dell’uomo, non come espressione di una legge, con tutte le sue eccezioni, non come prodotto di combinazioni genetiche in cui sta scritta, in buona misura, la storia futura di un organismo, bensì della sua volontà, del suo pensiero, dei suoi bisogni, della sua libertà di scelta come singolo individuo o come collettività. L’edificio quindi cresce, e deve crescere, anche nel senso di trasformarsi, al pari un organismo, per dare risposta a stimoli, necessità e scelte dell’uomo e della collettività.

Detto questo si potrebbe dunque dedurne che se la volontà dell’uomo, le condizioni esterne della società, la libertà di scelta, detto in una sola parola: la sua cultura è l’elemento caratterizzante la crescita di un edificio, è l’uomo stesso e non la natura direttamente a decidere, e questa scelta potrebbe essere dunque indifferentemente una crescita armonica e senza soluzione di continuità oppure una crescita dissonante e di rottura con ciò che esiste, questo in base a diverse scelte, culturali appunto, variabilida soggetto a soggetto. Ed effettivamente è così che avviene ed in maniera intensiva e diffusa da almeno un secolo, e Rem Koolhaas fa appello proprio a questo metodo di crescita dell’edificio di Venezia, che trova la sua ragion d’essere nella libera scelta del progettista, nella sua “sensibilità” e creatività, nel suo capriccio in fondo.

Prima della rottura del novecento non era questo il metodo di crescita degli edifici e della città. La città e gli edifici che la compongono crescevano con forme e metodi costruttivi determinati in massima parte dalla “coscienza spontanea”. Scrive Gianfranco Caniggia in Lettura dell’edilizia di base, Alinea Editrice:

“Al confronto con altri comportamenti non antropici, nel campo della biologia o della struttura della materia, possono notarsi sorprendenti analogie. Riteniamo che ciò non debba stupire poiché l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia. In sostanza , quando l’uomo agisce, si assume il carico di partecipare al sistema di globale del divenire di tutta la struttura del reale, quindi è intrinsecamente “naturale” anche quando attua le sue strutturazioni dotate di un alto grado di “artificialità”: lavora sulla materia che esiste, e non può che aderire, anche se non lo sa e non lo vuole, alle leggi formative della natura”.

Ecco, il punto è questo: Koolhaas non aderisce “alle leggi formative della natura”. O meglio, vi aderisce (nessuno può sfuggire a questa regola, anche se lo volesse), ma alle leggi del genere “malattie” o “virus” come li chiama Nikos Salìngaros, di qualcosa di estraneo o anomalo alla legge della crescita di un organismo.
Lo spiega bene proprio Nikos Salìngaros in Anti architettura e Demolizione, LEF, 2008:

“Gli scienziati non sono ancora giunti ad un accordo definitivo sulla reale essenza della vita, tuttavia vi è un crescente consenso sulla natura dei processi che ne costituiscono il fondamento. Alcune delle caratteristiche salienti sono:
1) La vita è imperniata su connessioni e trame.
2) La vita è una “complessità organizzata”, una potente miscela di regole e contingenza, ordine e spontaneità.
3) La vita non può essere definita mediante equazioni matematiche tradizionali ceh pretendono di dare “una risposta”; ma è qualcosa di più che una rivelazione, paragonabile all’azione espletata dal programma di un computer.
4) La vita è un algoritmo genetico che crea e sviluppa complessità organizzata durante l’apprendimento.
5) E la vita non è soltanto complessa, ma – in modo ancora più misterioso, forse – è ordinata, mostrando una gamma di simmetrie davvero ampie
”.

Oggi è l’architetto, cioè un solo soggetto, che decide come la città deve crescere, ma prima era la comunità, come somma di singoli individui, a decidere. A questo proposito riporto, proprio su Venezia, un passo dalla relazione al concorso “Ridisegnare Venezia”, di G. Caniggia, messo gentilmente a disposizione in rete da Giancarlo Galassi:

“La chiave della vitale complessità, e della duttilità del costruito veneziano sta nel suo processo formativo: nell’edilizia autenticamente di base e non in quella progettata. Non è lecito confondere: il “progetto” che “dietro i palazzi”, e, aggiungiamo, prima dei palazzi ha conformato Venezia è un grande evento collettivo, una illimitata schiera di “vite edilizie” che nello spazio di più di un millennio si è esercitata nella costruzione della città: progetto che è lontano dal piccolo numero di unità unitariamente progettate, quanto il progetto che ha fatto Roma è lontano dall’Esquilino o dal Testaccio, che ne sono una mera proiezione inficiata da intenzionalità devianti.
Di qui il nostro modo di intendere il “progetto come processo”, che vogliamo esercitare rivolgendoci alla rilettura critica della processualità di formazione-mutazione del costruito veneziano. Accettando il paradosso evidente, consistente nell’interpretare l’atto simultaneo del “progetto” per la Giudecca come prodotto di una successione storica di un costruito mutante, servendosi della “simulazione del processo” sia nell’assetto del tessuto che nel progressivo raggiungimento del costruito. E’ ciò che intendiamo col motto “progetto come processo”: attraverso la simulazione del processo cerchiamo una garanzia di connessione con un tessuto urbano derivato da un lungo processo di mutazioni che (nella misura in cui saremo riusciti a capire criticamente la successione di fasi e i caratteri determinanti e quindi nei limiti delle nostre capacità di approfondimento della lettura di ciò che è realmente avvenuto) chiamiamo a guidare il nostro progetto
”.

Koolhaas potrà dunque progettare come vuole, potrà fare tutti i gesti che desidera, la sua libertà di scelta glielo permette, ma di certo non solo non stabilirà alcuna “connessione” con ciò che esiste (e questo non lo desidera nemmeno) ma avrà determinato una crescita anomala e malata dell’organismo originario, avrà cioè prodotto una patologia.

Quindi non c’è immobilismo nella tradizione e nel rispetto dei caratteri originari dell’edificio. Non so se il Fondego sia adatto ad una attività commerciale, ma suppongo di sì - e forse è anche utile un riuso prima che l’edificio decada per abbandono – perché, citando ancora Caniggia:

“Occorre infatti ricordare sempre che l’edilizia può avere una durata indefinita, e la sua corrispondenza ad esigenze attuali non deve impedire il progressivo adattamento al mutare delle condizioni civili”.

Non sarà immobilista invece l'atteggiamento di Koolhaas e di tutti quelli come lui che hanno una sorta di coazione a ripetere gli stessi schemi, gli stessi atteggiamenti ovunque e comunque, senza un minimo di lettura ed interpretazione del corpo vivente in cui operano?

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14 giugno 2012

GABRIELE TAGLIAVENTI SULLA RICOSTRUZIONE IN EMILIA

Il Prof. Arch.Gabriele Tagliaventi, docente alla Facoltà di Architettura di Ferrara, ha scritto un articolo che qui linko sul dov'era e com'era, riferito al terremoto in Emilia.
Gabriele è certamente più colpito e più parte in causa di altri in quanto emiliano e quindi legato ai luoghi e alla sua gente.



Sullo stesso tema un mio recente post:

COM'ERA E DOV'ERA

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6 giugno 2012

UNA GENIALE INTUIZIONE SU ARCHIWTACH

Un post di Manuela Marchesi su Archiwatch che avrei voluto fare io:

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31 maggio 2012

L'IMCL DI PORTLAND PREMIA IL BORGO CORVIALE DI E.M.MAZZOLA

“Questa è dunque la prima accusa che noi formuliamo contro di voi: l’iniquità dell’odio vostro per il solo nome di tradizionalista. Quella stessa ragione che sembra scusare la vostra iniquità, in realtà l’aggrava e la refuta: voglio dire l’ignoranza. Che cosa infatti di più iniquo per gli uomini dell’odiare una cosa che ignorano, anche se è meritevole di odio? Essa non merita il vostro odio, se voi non sapete che lo meriti. Se la conoscenza di ciò che essa meriti fa difetto, come difendere la fondatezza di un odio, che non può essere provato dal fatto, ma dalla intima conoscenza? Quando gli uomini odiano perché ignorano quale sia l’oggetto del loro odio, non può allora darsi che esso sia tale da non meritare d’essere odiato? Così dunque noi contestiamo ambedue le cose, e l’una con l’altra, la loro ignoranza di ciò che odiano e l’ingiustizia di un odio per ciò che essi ignorano”.

Questo splendido e incalzante atto di accusa è tratto dall’Apologeticum di Tertulliano, ma con l’introduzione, da parte mia, di una pesante e strumentale mistificazione: al posto di “tradizionalista”, nel primo periodo, l’oggetto dell’odio cui l’autore si riferisce è il “cristiano”.


Intanto è bene chiarire che non voglio apparire per quello che non sono, cioè Umberto Eco, ma devo solo ringraziare la lunga serie economica del Corriere della Sera (1 euro) di classici greci e latini della BUR.

Certo che, fatte le dovute proporzioni, l’ostracismo da parte del mondo accademico e della cultura urbanistica dominante del nostro paese nei confronti di chi si occupa di architettura e urbanistica tradizionale, nell’insegnamento come nella professione, presenta caratteri qualitativamente analoghi e congruenti con quelli del brano: l’odio preconcetto nei confronti di ciò che non si conosce e/o non si vuole conoscere e riconoscere. Si è mai visto un concorso di architettura non dico vinto, ma che abbia presentato nella rosa di premiati o segnalati almeno un progetto ispirato alla tradizione o alla classicità? Niente sforzi, non lo trovereste. Ho sempre pensato invece che, in assenza di un pregiudizio ideologico, in un concorso non dovrebbero essere premiati progetti sostanzialmente uguali o dello stesso genere, come invece accade, ma, tra quelli meritevoli, una gamma di soluzioni proposte, una selezione rappresentativa di varie idee e tendenze. Questo dovrebbe essere lo scopo di un concorso: esaltare le differenze, oltre che premiare il progetto migliore. Così non è. In Italia però, perché altrove invece la situazione è molto diversa.

E così accade che un progetto di rigenerazione urbana in cui al posto di un “gratta terra”, quale il Corviale a Roma, ha ricevuto un prestigioso premio negli USA, a Portland, Oregon, da parte dell’International Making Cities Livable. Il progettista è naturalmente l’amico Prof. Arch. Ettore Maria Mazzola.

Non sarò io a raccontare i dettagli della 49th International Making Cities Livable Conference on True Urbanism: Planning Healthy Communities For All & Exhibit on Successful Designs For Healthy Inclusive Communities, durante la quale è stato presentato il progetto da Mazzola ed è stato consegnato il premio, perchè non c’ero.

C’è invece il link al resoconto che mi ha mandato E.M. Mazzola, che offre un quadro più ampio del contesto in cui il riconoscimento si è inserito.

Io ho linkato un video e, soprattutto, insisto su questa palese contraddizione che dimostra il chiuso provincialismo accademico di casa nostra: c’è un progetto diverso, assolutamente diverso da quelli che generalmente circolano nelle riviste (quali non saprei, dato che oramai sono tutte scoppiate sotto il peso di internet e della loro noiosissima ripetitività) o in internet o nelle varie sagre dell’architettura dove invece che la porchetta si espongono progettifici industriali in serie; ammetto, come fa Tertulliano, che questo progetto possa anche essere “meritevole di odio” ma perché non mostrarlo, non cercare di capirlo? “Che cosa infatti di più iniquo per gli uomini dell’odiare una cosa che ignorano”.


Se si è così sicuri che esso progetto, una volta conosciuto, divulgato, reso pubblico, diventato oggetto di discussione, sarà disprezzato dai più, perché allora ignorarlo, non volerlo conoscere, tenerlo nascosto? Quanto più grande sarebbe la vittoria una volta che il giudizio sul progetto fosse unanimemente negativo in quanto consapevolmente e criticamente riconosciuto come sbagliato, non adeguato, peggiore addirittura di ciò che vuole andare a sostituire!

Invece….niente, non accade niente. Il metodo prevede il silenzio e il disconoscimento della esistenza stessa di quel progetto. Possibile che, tra le tante cazzate (unico termine adeguato al caso) che non lasciano tracce di sé tra quelle che si presentano in convegni, seminari, mostre, lezioni universitarie, mai una volta che un progetto diverso come quello del Borgo Corviale non possa trovare un perfido critico o docente che se la senta di sputtanarlo pubblicamente invitando il suo autore? Sarebbe una grande soddisfazione, per il perfido critico, ovviamente. Non è forse degno quel progetto, almeno per la sua veste grafica, di mettere piede nel sacrario di un’aula universitaria?

Sia chiaro, E.M. Mazzola non ha bisogno di entrare in un’aula dell’Università pubblica italiana per dimostrare le sue capacità, tanto meno per essere legittimato. Altrove fuori d’Italia il suo lavoro è apprezzato e parecchio, e non mi riferisco solo al Premio a Portland, ma ad altre situazioni quali la Biennale di Architettura Classica e Tradizionale di Mosca, cui Ettore partecipa con 12 pannelli dedicati ai progetti per il Corviale e per lo Zen di Palermo in Russia, e ad altre ancora su cui adesso è opportuno non insistere.

Il fatto è che, parafrasando Martin Luther King, I have a dream: che non esistano le Biennali di Architettura Classica e Tradizionale e le Biennali di Venezia, che non hanno attributi dichiarati, ma che di fatto sono a senso unico, anche se dicono di mettere in mostre varie tendenze. Non è vero, mettono in mostra variazioni della stessa tendenza.
Questa non è cultura, semplicemente è “ignoranza di ciò che odiano e l’ingiustizia di un odio per ciò che essi ignorano”.


P.S.
Riporto di seguito il commento che memmo54 ha lasciato sul blog Archiwatch di Giorgio Muratore, nel post dedicato proprio al premio in oggetto. Mi sembra colga un punto essenziale ma spesso trascurato dell'odio per la tradizione da parte della cultura ufficiale:

"Ciò che non si perdona ad Ettore è l’assoluta mancanza di riferimenti “illustri” recuperati tra i maestri internazionali. Quelli citati sulla vulgata bibliografia che ogni architetto pone innanzi a se come dichiarazione d’appartenenza
Non una citazione di alcun personaggio di spicco: non si intravede Mis Vanderrò, non si scorge Gropìus, tantomeno Le Curvasier.
Difetta anche di Dudok, Asplund, Bonatz, Oud, De Klerk ud ed altri nordici.
Ciò è letteralmente imperdonabile.
Ci si può ispirare al più lontano maestro islandese , finlandese, lappone, swahili o polinesiano..
Chiunque è benvento ed apprezzato: riconosciuto ed omaggiato.
La storia di tutti (…indistintamente “tutti”…di tutte le epoche di qualsiasi tendenza e/o ispirazione) è seriamente ed ampliamente considerata nonchè apprezzata.
Quella propria no !
Robetta, minuzie di cui non vale la pena interessarsi.
Stanche rimasticature beaux arts… al massimo “barocchetto” decadente. Le più astiose s’imperniano intono al mesto concetto di “falso storico”: come se la storia fosse solo quella nostra, contingente, e tutto il resto un sogno: incubo indotto da un demone pervicace.
Come definire quest’atteggiamento che lascia fuori, sminuisce e dileggia, per definizione, ciò che appartiene ed è sempre appartenuto alla propria cultura.
Provinciale ? Ci sono, forse, termini più adatti ?
Autolesionismo ? Cupio dissolvi ?
Eppure si sentono “impapocchiare” fumose spiegazioni sul al passo con i tempi, vagheggiamento di tempi futuri cui adeguarsi necessariamente, laboriose subornazioni della sociologia progressiva e democratica nonchè altre amenità .
M proprio questa mancanza, questo profilo quotidiano, dimenticato ma vero, è la carta vincente.
Saluto
memmo54
"

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30 maggio 2012

DOV'ERA, COM'ERA



Dov’era, com’era, senza se e senza ma.

Sì, il ricorso a parole d’ordine, a vieti luoghi comuni perfino, per rafforzare la perentorietà dell’unica soluzione possibile, coerente, logica, umana.

Non c’è nessuna spiegazione da dare, c’è solo un imperativo categorico da rispettare.

Niente esercizio di capacità critica, niente seghe mentali, niente intellettualismi: com’era e dov’era, senza se e senza ma.

Non esiste alternativa, esiste solo il problema economico e organizzativo, il resto è scontato, ovvio. Deve essere scontato e ovvio.

Niente concorsi, niente architetti, se non come costruttori, niente critici, niente fiera della vanità. Niente giovanilismo assistenziale.

Nessuna pensata, nessuna idea, nessuna sperimentazione.

Com’era, dov’era.

Per i morti, per i vivi, per le città, per l’Emilia-Romagna.

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28 maggio 2012

L'ARCHITETTURA COME SALUTE PSICO-BIOLOGICA QUOTIDIANA

Linko questa intervista rilasciata dall'amico Stefano Serafini, introduttiva ad una programma Master di II livello PISM, Università di Roma Tre, Facoltà di Architettura.
Stefano Serafini è Direttore del settore ricerca di Biourbanistica, sito italiano della Società Internazionale di Biourbanistica e fa parte del Gruppo Salìngaros.
L'intervista è sotto forma di slides accompagnate dalla voce.


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12 maggio 2012

DISINFORMAZIONE: LA FALSA SCIENZA SUI GRATTACIELI

Ecco arrivato proprio adesso per e-mail un caso "di scuola" di sciocchezze pseudo-scientifiche per propagandare un nuovo grattacielo a Seul.
Mi ha attirato in verità il titolo, altrimenti neanche lo avrei guardato quel progetto:"Lo studio danese BIG sceglie Seoul per il progetto delle Cross Tower".
Caspita, mi sono detto, adesso sono i progetti che scelgono le città e non viceversa.

Sembra che i progettisti abbiano progettato un progetto in studio e poi abbiano trovato da venderlo, in questo caso a Seoul. Praticamente avrebbero fatto i piazzisti. La riprova che questa architettura "ad oggetti" è puro design. Invece che per il soggiorno si progetta per la città, gli edifici come l'arredo urbano. Propongo che la Biennale d'Architettura la trasferiscano al Salone del mobile di Milano, sarebbe più corretto e più serio e anche gli slogan immaginifici e incomprensibili che vengono di solito utilizzati si rivelerebbero per quello che sono: marketing pubblicitario senza contenuti.
Ma veniamo alla parte "scientifica" che è addirittura esilarante:

"Il futuro grattacielo, dalla geometria insolita, prevede la realizzazione di tetti verdi e vivibili appositamente pensati per le passerelle orizzontali, che saranno arredate con viali alberati pedonali, aree da gioco e spazi comuni, garantendo una soluzione che limita il surriscaldamento durante la stagione estiva".

Provate a stimare la superficie dei tetti in quel progetto rispetto alla superficie complessiva di tutti i piani e ditemi voi se è possibile parlare di limitazione del surriscaldamento estivo.
Forse nel piano immediatamente sottostante, ma questo dimostra che è una pubblicità subdola perchè suggerisce ciò che non può essere. Inoltre, a fronte di un eventuale risparmio energetico nel blocco orizzontale sospeso tra i due verticali, c'è la perdita del primo solaio completamente a contatto con l'esterno.
Per fortuna che ogni tanto c'è qualche commento troppo zelante che rende evidente a tutti la vera natura del grattacielo che tutto potrà essere meno che sostenibile dal punto di vista energetico e che tutto l'ambaradan di parole che vengono appiccicate addosso a questi progetti sono solo pubblicità per il progettista e per la vendita dell'immobile.

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9 maggio 2012

CONSIDERAZIONI SUL MODERNO: SCAMBIO EPISTOLARE IN DUE PUNTATE - 2°

Questa è la mia risposta alla lettera dell'amico Arch. Mario Maschi, pubblicata IN QUESTO POST.
Questa corrispondenza è del febbraio 2006, e aveva tratto lo spunto dalla minacciata demolizione della sede della Camera di Commercio.
Ne è scaturito uno scherzoso e amichevole scontro di opinioni sull'antico e sul moderno. Per una pura coincidenza con l'attualità, in questa mail viene citato Papa Benedetto XVI, che domenica prossima sarà ad Arezzo e la cui visita ha suscitato, come sempre, aspettative e polemiche, e Beppe Grillo, che è il caso del giorno. Ma qui c'è il Grillo comico in un video sugli architetti.


Carissimo Mario
Ho ancora in bocca il retrogusto della tua garbata e divertente canzonatura a mio danno e ciò mi gratifica oltremodo, non tanto, come malignamente si potrebbe credere, perché io mi ritenga superiore e quindi inattaccabile dalle altrui ironie, quanto perché il trovare qualcuno che fa dell’ironia un linguaggio è piacevole e rassicurante scoperta, in un mondo che l’ironia pare aver completamente dimenticata.

Tanto lusinghiero quanto immeritato è il paragone con il nostro illustre concittadino cui tante doti ed esperienze ho da invidiare, senza menomamente reggere il confronto, avendo, ahimè, con lui in comune solo il nome.

Posso tuttavia fare l’auspicio che tu, emulo di Mons. Giberti, non armi la mano di un sicario, per imitare lo stesso scellerato gesto contro Pietro Aretino, documentato anche dalla sottostante rima di tale Francesco Berni il quale, evidentemente, non amava il nostro:

Tu ne dirai e farai tante e tante,
lingua fracida, marcia, senza sale,
che al fin si troverà pur un pugnale
meglior di quel d'Achille e più calzante.
Il papa è papa e tu sei un furfante,
nodrito del pan d'altri e del dir male;
hai un pie' in bordello e l'altro in ospitale,
storpiataccio, ignorante e arrogante.



Osservo anche che mi hai preso molto sul serio e ciò vieppiù mi onora, dato che non credevo di aver scritto cose di importanza così capitale né così strane da meritare una tua così ben argomentata replica. Ma l’aspetto più divertente della tua risposta è il fatto che, stando al giuoco tra modernisti e antichisti cui accenni, mi sembra che tu, modernista (se mi consenti di semplificare collocandoti in questa categoria), senta “il fiato sul collo” dell’onda antichista e, come dire, avverta il terreno delle tue convinzioni franare sotto i piedi, davanti all’assalto di una masnada di architetti e impresari che, succubi del mercato e proni alle richieste dei propri clienti, si lasciano “violentare” per vile denaro facendo, cioè, marchette con l’uso improprio e debordante di archetti sbilenchi su colonne con piano basamentale costituito da terrazze a sbalzo.

Tanto terrore da dove nasce? E’ così debole la tua fede nell’architettura come rappresentazione della modernità da farti temere perfino gli inconsapevoli, incolpevoli e sgangherati assalti di quattro elementi parodistici del repertorio antichista?
Non posso crederlo perché, conoscendoti, so che sai distinguere bene l’effetto dalla causa e il tuo timore deve essere ben più profondo e motivato e ha un nome: fallimento della città moderna, almeno di quella conosciuta, quella reale, costruita, non di quella che è ancora nella mente, nei rotoli di lucido e nelle speranze frustrate di noi architetti.
Le forme che tu tanto aborri e che (fammi credito di un minimo di capacità critica) neanche io accetto supinamente sono solo l’effetto e la reazione a lustri passati da noi architetti a dibattersi tra utopia e realtà, tra la nostra cultura auto-referenziale e i bisogni frustrati della “gente”.

So di essere obbligato, dall’incalzare delle tue argomentazioni e dalla necessaria brevitas, a ricorrere a grandi semplificazioni (quale l’affermazione pesante e impegnativa testè fatta), ma è dalla dialettica degli opposti che si può sprigionare una scintilla di verità, nella disincantata convinzione, tuttavia, che ognuno resterà abbarbicato alle proprie certezze e convinzioni sperando, al più, di convincere gli incerti (tanto per attingere al lessico elettorale di questi giorni).

Tra gli innumerevoli spunti che tu mi offri, ne scelgo due che proverò ad argomentare:

1) Mi sfugge fortemente il nesso esistente tra i nostri figli che navigano nella rete e la presunta necessità di stare al passo coi tempi in architettura. E’ come dire: siamo passati dalla penna d’oca al portatile dunque dobbiamo passare dal mattone al vetro. C’è un salto logico: la casa tradizionale funziona benissimo, basta introdurre i necessari adeguamenti, la penna d’oca non funziona affatto. E’ vera invece l’aspirazione ad una architettura che “sottilmente” interpreti il nostro tempo portando i segni della tradizione: purtroppo questa architettura è per pochi architetti capaci (non certo per me) e potrei citarne, a puro titolo di esempio, due: Gino Valle e Natalini. Ma il mio ragionamento è umile (anche qui nessuna affinità con l’Aretino Pietro) e parte dalla convinzione che a fronte di pochi bravi ve siano molti di meno bravi e che questi (me incluso, sia chiaro) si limitino ad “attingere” al lavoro altrui. Se questo è vero, ed è sicuramente vero, meglio, molto meglio “attingere” a ciò che la tradizione ci ha lasciato, piuttosto che replicare nelle città le stramberie modaiole.
Il mio ragionamento esclude la genialità, che è un dono di pochi, ma riguarda la normalità del nostro fare quotidiano che, guarda caso, è al servizio dei nostri clienti e, soprattutto, dei figli, nipoti e pronipoti. Per tornare alla genialità, cui molti architetti aspirano, vorrei darti del “genio” una bella definizione di un antropologo: “un genio è un catalizzatore della sua cultura, colui che riesce a cogliere nel fiume del continuum culturale tutti i segmenti, i temi che vi interagiscono e ne presenta una sintesi che li oggettiva e li rivela a se stessi”. Non c’è dubbio dunque che tendenzialmente l’interpretazione dell’architettura come sintesi di passato e presente e come prefigurazione del futuro sia quella giusta ma i geni, ripeto, sono merce molto rara.

2) Tu porti, spericolatamente, in architettura una categoria deprecata dal Cardinale Ratzinger e introduci l’espressione di “relativismo architettonico” appiccicandomelo come marchio d’infamia, quasi fossi una strega. Per me che dell’intelligenza di Ratzinger sono un sincero ammiratore (credo che Pietro Aretino propendesse più per le suore!!) è un invito a nozze. Premesso che quella parte del tuo scritto mi sembra lievemente confusa e quindi posso avere equivocato, proverò ad interpretare e immagino che tu volessi dire, usando la categoria di relativismo, che sarebbe grave errore attribuire pari dignità ad ogni tendenza architettonica, perchè l’una ha più dignità dell’altra (inutile spiegare a quale ti riferisci). Penso che il Papa mi perdonerebbe se avesse il piacere di leggere queste nostre facezie, e perciò dichiaro, stando al tuo gioco, di essere relativista in architettura (ma solo in architettura, eh, non scherziamo) con una propensione per l’architettura tradizionale. Il mio collega Giulio Rupi che, in uno dei suoi schizzi goliardici, ha diviso gli architetti aretini tra antichisti e modernisti tracciando una linea verticale in un foglio e collocando ognuno più o meno lontano dalla riga a seconda di quelle che lui ritiene essere il loro orientamento culturale, mi ha collocato tra gli antichisti sì ma vicino alla linea: sarei, cioè, un border line (se vuoi sapere dove ti ha collocato chiediglielo). Ritengo questa collocazione da un canto una debolezza, perché il marketing professionale richiede idee decise, dall’altro una forza perché gli architetti non lavorano per se stessi, come vogliono far credere le riviste, ma per gli altri cioè per il mercato e oggi il mercato chiede cose per te deprecabili (cioè io faccio marchette e tu le rifiuti). Non si tratta di atteggiamento spregiudicato, si tratta di non vivere in un perenne stato di frustrazione e alienazione a sentirsi dire no, no, no: quei no hanno pure un valore e credo sia “da architetti” ascoltarli per capire la realtà e interpretarla. Tutto torna in fondo: la prostituta e l’architetto sono i due più antichi mestieri al mondo e dunque non possono non avere qualche affinità (meno male che il Papa non avrà questa mia).

Concluderò non eludendo la tua curiosità sul perché io faccia un distinguo tra edilizia di base ed edifici specialistici. Potrei affermare, in maniera seriosa, che basta girare per il centro storico di Arezzo per trovare molte abitazioni che, salvo caratteri stilistici lievemente diversi, sono simili se non uguali (perdonami la semplificazione) e trovare invece la Cattedrale e la Santissima Annunziata che sono profondamente diverse tra loro come diverso è il tempo in cui sono state edificate ed entrambe molto diverse dalle abitazioni. Ma preferisco consigliarti (e lo consiglio a tutti) il DVD dello spettacolo di Beppe Grillo a Roma con un brano di 8 minuti dedicato agli architetti. Potrei raccontartelo ma la comicità non si racconta, si gode. Se ti fa piacere ne ho fatto un breve clip che non posso mandarti per e-mail perché troppo pesante, ma te lo farò avere su CD e lo farei avere anche all’Ordine se non temessi una denuncia per pirateria informatica.

8 minuti di spettacolo e ironia, come ironica è questa mia, augurandomi di essere stato all’altezza della tua.

Saluti
Piero



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29 aprile 2012

VOLTE A STELLA

Ho ricevuto una mail che mi segnala questo sito sulle volte a stella e volentieri lo rilancio, come già ha fatto il prof. Giorgio Muratore su Archiwtach.
Ogni opportunità è buona per valorizzare un mestiere tradizionale:

VOLTE A STELLA

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19 aprile 2012

GRATTACIELI A ROMA: I VIDEO

Si è svolto a Roma il 13 aprile un incontro per discutere sulla proposta di Alemanno di individuare aree per costruire i grattacieli. Erano presenti tra gli altri: Paolo Portoghesi, Oreste Rutigliano, Vittorio Sgarbi, Amedeo Schiattarella, Ettore Maria Mazzola, Giorgio Muratore, Franco Purini. Alcuni di essi fanno parte della "commissione grattacieli" voluta dal Sindaco di Roma.

Non ero presente quindi mi limiterò ad allegare i video che al momento sono disponibili in rete. Anche l'ordine cronologico non so se corrisponda, ma non ritengo sia molto importante. Purtroppo il video di E.M. Mazzola è stato girato senza inquadrare le slides che venivano da lui illustrate.

Mi risultano oscure e molto estemporanee le motivazioni che possano spingere un sindaco di una qualsiasi città, a maggior ragione di Roma, a decidere di istituire una "commissione grattacieli" per individuare aree adatte a tale tipologia.
Soprassedendo sull'anacronismo, sulla non sostenibilità ambientale, sulla pericolosità, sulla estraneità di tale tipo rispetto alla realtà italiana, è incomprensibile e profondamente sbagliata l'idea stessa di immaginare zone adatte ai grattacieli perchè è un modo diverso di perpetrare una zonizzazione, che in questo caso è tipologica, creando "isole" specializzate destinate a diventare nuove periferie alternative e diverse rispetto alla città. Uno sprawl verticale in sostanza.
Aggiungo, con un misto di amarezza e sadismo, che probabilmente il "combinato disposto" di IMU e rivalutazione triennale del valore degli immobili sarà l'ostacolo che riuscirà a fermare questa sciagurata operazione.


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17 aprile 2012

NOI PER LO ZEN: IL PROGETTO

Il video della presentazione a Palermo del progetto del Prof. Arch. Ettore Maria Mazzola per il Borgo San Filippo Neri in luogo dell'attuale Zen

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12 aprile 2012

ZEN-CORVIALE: UNA COINCIDENZA

Guardo il TG2 delle 20,30, l’unico TG decente che riesco a seguire per intero e che si adatta ai miei orari.
C’è un servizio sulle periferie di Milano (Quarto Oggiaro), Roma (Corviale), Napoli (Ponticelli).
Interviste agli abitanti più giovani per conoscere le speranze per il loro futuro. Non mi fido quasi mai di queste interviste, conosciamo tutti il clichè delle interviste TV al mercato (è aumentato tutto….), in spiaggia (tanto sole dopo l’inverno…), all’uscita degli esami di maturità (era difficile, speriamo bene…), ecc., la sagra dell’ovvietà, però un piccolo e impressionistico spaccato di umanità delusa e senza grandi speranze nel futuro nel servizio esce fuori.
A Napoli mi ha colpito l’intervista ad un padre Comboniano che adesso opera nel quartiere. Mi colpisce che un sacerdote dica che non c’è speranza e penso, mentre mangio, che forse farebbe meglio ad appendere al chiodo la tonaca e a cambiare mestiere. Poi, a fine pasto, ci ripenso: forse si è espresso male, forse voleva dire qualcos’altro. Si vede che le mie impressioni oscillano in base alla fame o alla sazietà.
Le immagini di Corviale, non della località ma proprio del serpentone sono devastanti, il degrado è inimmaginabile, il vuoto dei corridoi è assoluto, la porta che si apre sulle scale mostra spazi disumani, come salire in un locale impianti.

Le frasi introduttive del giornalista in studio sono ambivalenti: “il serpentone figlio dell’ideologia anni ‘70” non posso non condividerlo perché è vero, poi conclude con la speranza per i giovani riposta nello sport (almeno lui ce l’ha la speranza, a differenza del sacerdote), nel senso di una squadra di rugby che, con la sua disciplina, possa fornire valori a quei ragazzi costretti a vivere in quel malvagio sogno utopico. Ambivalente perchè se è vero che lo sport, come altre iniziative capaci di dare il senso di appartenere ad una comunità civile, è sicuramente utile, è altrettanto vero che quello stesso sport lo si potrebbe ugualmente svolgere, come avviene in centinaia di altre situazioni, senza essere costretti a fine allenamenti a dover rientrare in quel disumano edificio. Lo sport quindi come cura ad un malessere causato proprio dall’ambiente costruito. La miglior cura sarebbe stata però la prevenzione (mai luogo comune è risultato più vero), cioè non averlo costruito in quel modo.

Dopo cena salgo al computer, guardo la posta e trovo dall’amico Ciro Lomonte una mail con un link al Corriere del Mezzogiorno che annuncia oggi pomeriggio alle 15,00 la presentazione a Palermo del progetto di Ettore Maria Mazzola per il Borgo San Filippo Neri al posto dello Zen, quello di Gregotti, Purini & C.
Leggo con piacere che saranno presenti molti candidati alla carica di Sindaco e pure i rappresentanti degli imprenditori. Non dubito che apprezzeranno, non fosse altro perché hanno bisogno di consenso. Non intendo con questo minimamente sminuire il progetto dell’amico Mazzola, ma il fatto è che conosciamo tutti i nostri politici e in fondo i politici di tutto il mondo: quando c’è da prendere voti non badano a spese. Tuttavia è un segnale di attenzione, vuol dire che riconoscono un problema, sanno anche che non è un progetto di restauro e se si muoveranno vuol dire che hanno la percezione che c’è da ottenere consenso popolare. Questo, per me che sono considerato populista e che vado orgoglioso di questo appellativo quando chi me lo appiccica è qualche elitario scarsamente democratico, rappresenta la certezza di un sentiment diffuso contro quell’insediamento.

Non dubito nemmeno che il progetto creerà due partiti fieramente opposti, come è giusto che sia.
Da una parte i sostenitori dell’iniziativa, e questo è ovvio, ma credo con un largo seguito popolare, e questo sarebbe estremamente positivo, almeno per un populista come me.
Dall’altra una parte del mondo della cultura, specie architetti, alcuni in buona fede, i più per pura ideologia, per abitudini consolidate, come dice Ciro Lomonte nell’articolo, per un pregiudizio di appartenenza al gruppo della figliolanza di Gregotti.
Poi ci sono gli imprenditori. Beh, loro sono importanti, anzi fondamentali, ma è sicuro e normale che giudicheranno in base al loro interesse imprenditoriale, quindi dovranno essere i numeri a convincerli, oltre alla vendibilità del progetto, al suo appeal. Certo, i tempi non sono proprio quelli adatti agli investimenti.


Comunque vada, che le mie previsioni siano giuste o sbagliate, quello di cui sono sicuro è, anche dopo aver visto quelle immagini del Corviale, che tutte le opinioni possono essere rispettabili, ad eccezione di quella di mantenere una testimonianza storica di un periodo. E’ un lusso che non ci possiamo né dobbiamo permettere sulle spalle e sui dolori degli altri. Per essere autorizzati solo a pensarlo, a prescindere dal fatto che l’operazione possa o meno prendere avvio, è necessario che si assumano in prima persona l’impegno solenne di andarci a vivere, cioè abitare, lavorare, divertirsi, tanto per rimanere in tema. Viceversa, tacciano e tornino a rimirarsi il proprio ombellico.

PS
Ancora non ho informazioni su come si sia svolto l’incontro. Immagino che domani troveremo notizie e comunque mi saranno comunicate.

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7 aprile 2012

BUONA PASQUA A TUTTI


Deposizione di Cristo, Andrea della Robbia, Chiesa di San Lorenzo, Bibbiena (AR)

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4 aprile 2012

UTOPIE

“La città contemporanea è diversa da tutte le città del passato. L’industria e i trasporti meccanici hanno provocato una trasformazione, mentre l’incapacità di prevedere gli effetti di questi nuovi mezzi ha permesso alla città di espandersi in modo abnorme che ne è risultata una condizione di caos. I pericoli del traffico , il rumore, l’inquinamento dell’aria, le aree degradate aumentano continuamente e, con essi, aumenta il pericolo per la salute e la vita dell’uomo. E’ strano pensare che lo straordinario progresso della tecnologia non ha fatto altro che distruggere la città: tuttavia non bisogna rifiutare il progresso tecnologico in quanto tale. La causa reale è l’incapacità della città di adeguarsi al processo di sviluppo tecnologico.
La città, costruita per i pedoni, non ha saputo adattarsi alle esigenze delle civiltà motorizzate; e questa incapacità è messa in evidenza dalle innumerevoli indagini e statistiche sul traffico, gli incidenti, la congestione, le aree degradate, le abitazioni, le malattie, i crimini. Ma la città appare ancora incapace di invertire il suo corso disastroso.
Le limitazioni di traffico e di parcheggio, l’eliminazione delle esalazioni nocive, la ristrutturazione delle zone degradate e altre misure sono solo palliativi, che non possono risolvere in alcun modo il problema che stiamo affrontando, il quale riguarda l’intera città. La sua soluzione riguarda la riorganizzazione delle parti costitutive della città stessa e la capacità di collegarle in modo razionale; richiede , inoltre, l’integrazione della città con i suoi immediati dintorni
.


Il sistema di strade e lotti secondo cui sono costruite le nostre città è vecchio quanto la storia, e forse, addirittura, anche più.
La sua funzione è sempre stata la stessa: raggruppare le case in blocchi e collegare questi con le altri parti della città per mezzo di una rete viaria. Questo sistema ha funzionato relativamente bene fin quando è comparsa l’automobile che lo ha reso inattuale e pericoloso. La velocità dell’automobile ci spinge a sostituite quell’impianto con uno che elimini, per quanto possibile, gl’incroci di strade, che costituiscono un attentato alla vita.
Ciò significa che dobbiamo sostituire l’antico sistema a griglia, o a lotti, con un elemento nuovo, una nuova unità di insediamento, la cui struttura possa risolvere, in termini generali, i problemi di tutte le diverse zone della città e delle loro interrelazioni: dovrebbe dai luogo a un’espansione urbana libera e senza ostacoli creando una struttura adeguata a una sana esistenza della comunità.
Le aree residenziali, quelle di lavoro e quelle per il tempo libero sono gli elementi principali di ogni città. Il problema consiste nell’organizzare ogni area secondo la funzione alla quale è destinata, nel dare a ciascuna la propria collocazione rispetto alle altre aree e a tutto l’insieme, in modo che nessuna possa influenzare negativamente l’altra. Se si rispettano tutte queste condizioni, si avrà come risultato un’unità perfettamente funzionale in cui la distanza fra diverse zone sia tale da rendere minima o eliminare l’esigenza di trasporti meccanizzati a livello locale
”.

Chi scrive è Ludwig Hilberseimer, in La natura delle città, Il Saggiatore, 1969, prima edizione negli USA del 1955. Si tratta dell’inizio del 3° capitolo “Problemi di pianificazione”, mentre i primi due titolano ”Origine, crescita e declino” e “Modello e forma”.
Il testo continua con la descrizione, piuttosto precisa, del tipo di insediamento “ideale” che risponda ai requisiti generali sopra esposti. Viene chiamato “unità di insediamento”, ogni funzione è separata dalle altre e la viabilità è gerarchizzata in modo tale che all’interno della aree residenziali non possano entrare auto.

La prima osservazione è che il libro sembra scritto da due persone diverse: nei primi due capitoli si analizzano molte città del passato e del presente, con competenza e sensibilità, sapendone cogliere gli aspetti concreti e quelli simbolici e anzi attribuendo a questi una grande importanza nella forma e nella crescita della città, e vi si trovano frasi di questo genere:
“L’architettura di una città è un’architettura che implica non i singoli edifici o gruppi di edifici, ma tutto il complesso che costituisce la città stessa; la relazione mutua tra le sue parti e quella fra ciascuna parte e la città nel suo insieme. Il suo obiettivo è l’uso creativo degli elementi materiali della città; il suo scopo è il raggiungimento di un odine visivo adeguato all’ordine fisico della città”.

E poi:

“I materiali dell’architettura della città sono il luogo della città e la sua topografia, gli edifici della città, e gli spazi interni ed esterni ad essa”.

Non solo: il secondo capitolo, come scritto in Prefazione “si occupa dei modelli organizzativi e della forma della città, analizza i due sistemi di pianificazione, geometrico e organico”, che determinano il tipo, l’architettura e il paesaggio urbano”. Il fatto singolare è che l’autore attribuisce al modello organico, quello cioè che asseconda la morfologia del terreno e la natura e “prende in considerazione necessità e funzione” - mentre quella geometrica è pianificata in base ad un’idea generale preesistente al luogo - la sua preferenza, anche di tipo politico e sociale:

“Castellazzo (insediamento geometrico) e Galstonbury (insediamento organico) rappresentano, a un livello primitivo, i due tipi universali di città: la città autocratica e la città libera, che sono rintracciabili in tutte le epoche”.
Niente è più geometrico, ideale e autocratico della città verticale e di quella che è stata prodotta dal libro, vale a dire Lafayette Park a Detroit.

Colpisce, inoltre, il fatto che la lettura del brano in testa potrebbe trovarsi in un qualsiasi testo contemporaneo, in un blog, in un articolo di giornale: traffico, inquinamento, limitazioni alla circolazione, criminalità, incidenti; sono passati sessanta anni e i problemi sembrano essere sempre gli stessi, evidentemente irrisolti. Non solo: Hilberseimer è convinto della relazione esistente tra degrado urbano e criminalità, cioè del rapporto diretto tra qualità della città e comportamenti sociali e individuali.

Nonostante tutto questo “L’idea chiave che sottintende l’urbanistica progressista è quella della modernità”(1). “Non meno che dall’ambiente, la pianta della città progressista risulta indipendente dalle coercizioni della tradizione culturale. […] La preoccupazione di efficienza si manifesta subito con l’importanza accordata al problema della salute e dell’igiene. L’ossessione dell’igiene si polarizza intorno alle nozioni di sole e di verde. […] La conseguenza più importante sarà l’abolizione della strada […] [e] la costruzione in altezza, per sostituire alla continuità dei vecchi edifici bassi, un numero ridotto di unità […] verticali. […]”.(2)

Hilberseimer non sfugge a questa legge e vi sono infatti ampie parti del libro che trattano di salute e igiene. Soprattutto è l’automobile il feticcio intorno a cui ruotano tutte le scelte: tenere lontano le auto dalle residenze ma senza perdere i vantaggi alla mobilità derivanti dalla esistenza di questo mezzo. Effettuando una separazione e gerarchizzazione di strade carrabili in principali e secondarie, e in strade pedonali, si consolida il modello dello zoning, della città separata per funzioni diverse. Che sia la città verticale, precedente a La natura delle città, o quello orizzontale di Lafayette Park a Detroit, il modello è concettualmente lo stesso: tutto è separato e funzionalizzato, e anche la separazione dei percorsi si colloca entro questo schema e contribuisce alla costruzione di una città dissociata in parti.

La logica è quindi sempre la stessa, e il programma di Hilberseimer è sempre lo stesso, come scrive nella parte di testo ad inizio post:
“Il sistema di strade e lotti secondo cui sono costruite le nostre città è vecchio quanto la storia, e forse, addirittura, anche più. La sua funzione è sempre stata la stessa: raggruppare le case in blocchi e collegare questi con le altri parti della città per mezzo di una rete viaria”; la fine della strada, della rue corridor, determina la fine della città tradizionale, senza aver portato però alcun beneficio alla città e alla soluzione del problema traffico, passati ormai sessant’anni.

Oggi c’è il rischio che il tema si ponga in maniera speculare a quella di allora: una città pedonalizzata e/o ciclabile dove l’auto non è più il simbolo della modernità ma è considerata il dramma della modernità. A me sembrano due facce della stessa medaglia che ha nome “utopia”.

Prima si è preteso di andare contro la storia della città e a favore dell’auto, adesso contro l’auto ma a favore della città; credo che sia un errore, un’illusione, nonostante la benzina a due euro. Ritengo la mobilità individuale un valore di libertà e immaginare di progettare paradisi urbani senza auto può portare a progetti che, sperando in un futuro luminoso senza auto, di fatto ripropongono un disegno della città utopico e astratto e comunque non necessariamente valido sempre. Si rischia cioè di costruire una “macchina” urbana, esattamente come è accaduto prima, non un “organismo” urbano, il quale invece sa reagire alle mutazioni di abitudini e alla società che cambia e si evolve.

Le strade sono le arterie e le vene attraverso cui scorre al linfa vitale della città, attraverso cui la città è permeabile in ogni sua parte e che consentono libertà di scelta tra più alternative possibili e restano l’elemento fondamentale, la struttura portante della città, a prescindere cioè dall’uso e dalla regolamentazione che se ne può fare e che può essere suscettibile di cambiamenti nel tempo. Modificare profondamente l’impostazione della forma urbana avendo in mente solo l’uso o solo il non uso dell’auto significa precludere alla città la possibilità di modificarsi nel tempo, affidandosi ad una predizione del futuro e quindi ad un'alta probabilità di sbagliare. Impostare la città su una ideologia o pregiudizio pro o contro l’auto è comunque una forma di utopia. Io credo che sia più corretto dare per scontato l’esistenza del mezzo auto, prescindendo dal giudizio di merito, o peggio dalle crociate, in modo tale che siano possibili le due opzioni:
- la convivenza pedone-auto, quella che di fatto avviene oggi, ma in maniera caotica e non regolamentata;
- la possibilità di chiudere al traffico determinate strade con la semplice regolamentazione, che non è di competenza del progettista, ma appartiene alla fase gestionale.

La terza non va presa in considerazione, perché è quella delle autostrade urbane, quella di Hilberseimer, che non solo è anti-urbana, ma ha dimostrato di non funzionare.


1) Choay F., La città. Utopie e realtà, Einaudi, Torino, 1973.
2) Choay F., Op. cit.

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2 aprile 2012

ARE THESE THE UGLIEST BUILDINGS IN THE WORD?

Dal Daily Telegraph on line:


Il commento lo lascio al Corriere della Sera.

Io ci aggiungerei anche questo:

Koolhaas, Delirious in Beijing

e questo:

Royal Ontario Museum

e questo.........

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1 aprile 2012

TOGLIETEMI TUTTO... MA NON IL CORVIALE

Toglietemi tutto … ma non il Corviale
L’ultima presa per i fondelli necessaria a tenere in vita un mostro urbano del quale si è fatta una fonte di reddito a spese dei residenti
di
Ettore Maria Mazzola


Introduzione – Breve riassunto della storia recente di Corviale

In questi anni politici e politicanti, con l’ausilio di architetti e docenti universitari fondamentalisti del “modernismo”, si sono spinti ad ipotizzare le soluzioni più stravaganti e discutibili pur di scongiurare l’abbattimento a furor di popolo dell’orribile complesso di case popolari di Corviale.
Si iniziò con l’assurda pretesa di regolarizzare gli alloggi (ma anche studi medici, uffici e sedi di tutti i partiti politici!!!) realizzati abusivamente al 4° piano(1) spacciando questo intervento come un’opera di “riqualificazione” del complesso … ovviamente, da questa milionaria “regolarizzazione” a spese pubbliche, gli unici che trarrebbero beneficio sarebbero gli occupanti abusivi piuttosto che il resto dei residenti, che continuerebbe a vivere nello squallore impostogli dai creatori di cotanta bruttezza!

Nel frattempo, facendo forza su un video demagogico che promuove le potenzialità e la presunta bellezza del “Quadrante di Corviale” – video che mostra le immagini del lontano Buon Pastore di Brasini e/o della campagna romana, piuttosto che lo squallore senza precedenti del complesso edilizio in questione, alcuni personaggi – rigorosamente non residenti a Corviale – legati al mondo politico e accademico romano, personaggi che hanno fatto di Corviale la propria fonte di reddito a vita attingendo a fondi di ogni tipo, iniziarono a promuovere altre ipotesi di “riqualificazione”, combattendo in maniera subdola l’ipotesi di demolizione e ricostruzione a scala umana del complesso, ipotesi che era stata richiesta a gran voce dai residenti in occasione di una sorta di referendum, organizzato all’epoca del commissariamento dello IACP, che portò alla conferenza “Rigenera Corviale” tenutasi presso la Sala dello Stenditoio del San Michele a Ripa nel dicembre del 2001.

Personalmente, a titolo gratuito e semplicemente a scopo dimostrativo, ho sviluppato una proposta di sostituzione graduale dell’edificato, proposta che, oltre a portare un miglioramento della qualità della vita dei residenti, servirebbe a creare tanti posti di lavoro, e porterebbe tanti soldi nelle casse dell’ATER, denaro che potrebbe essere riutilizzato per sanare altre situazioni di degrado. Questo progetto, inaspettatamente, è anche stato premiato, il premio verrà consegnato il 20 maggio p.v. a Portland nell’Oregon in occasione del 49th International Making Cities Livable, come miglior modello di “rigenerazione urbana” a scala mondiale … ma Roma nicchia.
Sfortuna vuole, che il progetto sia stato preso a cuore dall’assessore Buontempo, facendo sì che venisse interpretato dai dubbi personaggi di cui sopra, come un progetto politico afferente alla destra … indipendentemente dal fatto che il sottoscritto e il Gruppo Salìngaros (all’interno del quale il progetto è stato concepito) risultino assolutamente estranei a qualsivoglia partito o schieramento politico e lo abbiano apertamente dichiarato più volte.

Così, si è assistito ad indegne conferenze, come quella tenutasi nel dicembre 2010 presso il Mitreo Iside di Corviale. In quella occasione, senza possibilità di replica (almeno così speravano) personaggi come Mario Di Carlo, Gianni Paris ed Esterino Montino, moderati da Pino Galeota, attaccarono l’assessore Buontempo, reo di aver bloccato i finanziamenti per realizzare una serie di opere inutili, dopo essersi fatto abbindolare da una serie di “architetti azzeccagarbugli” che gli avevano fatto credere possibile l’operazione di sostituzione edilizia. Ecco che il progetto di rigenerazione del Corviale venne bollato come fascista.

Purtroppo, dal canto suo anche l’assessore Buontempo aveva commesso l’errore di bollare l’attuale Corviale come sovietico, ignorando che il fatto che il progetto di Fiorentino – benché realizzato in un periodo in cui la cultura dominante risultava essere “di sinistra” – appartiene alla cultura modernista figlia dell’ideologia di Le Corbusier e dei suoi seguaci. Le Corbusier nella sua vita provò peraltro a legarsi con tutti i dittatori del mondo, da Hitler a Mussolini a Lenin, pur di promuovere le sue folli visioni urbanistiche basate sulla spersonalizzazione degli esseri umani e la promozione degli interessi privati a discapito del popolo, ma questo non si dice!
Purtroppo per i relatori di quella conferenza, io ero presente e, invitato da Pino Galeota ad intervenire dal palco invece che dalla platea, potetti sbugiardare i relatori davanti agli astanti. Il pubblico mi ringraziò a lungo per avergli aperto gli occhi … quella sera mi fu davvero difficile riuscire a tornare a casa, a causa dell’incredibile manifestazione di affetto e di interesse a saperne di più da parte di decine e decine di “corvialesi”, inclusi “quelli del 4° piano”, che mi trattennero a parlare fino a tardi.
Il giorno dopo ricevetti una telefonata da parte di Fabio Carosi, un giornalista del giornale on-line “Affari Italiani”, il quale mi chiese di intervistarmi presso il Corviale (questo è il link al breve video http://www.youtube.com/watch?v=hnIrk1zXWRI) … aveva saputo del mio intervento presso il Mitreo Iside e, a telecamera spenta mi chiese: “ma lei con chi sta?” … anch’egli era convinto della matrice politica dietro il progetto. Tuttavia, ben presto comprese che non v’era alcun interesse, al di là di quello di voler migliorare le condizioni di vita dei residenti. Al termine dell’intervista, con mia grande soddisfazione, disse: “non capisco … vedo che lei è una persona calma e molto ragionevole, mi avevano detto ben altro dopo il suo intervento al Mitreo!”

Intanto Pino Galeota, sapendo che stavamo cercando di organizzare un convegno su Corviale e sulle periferie romane, disse di voler ospitare il mio progetto in una mostra convegno che avrebbe dovuto raccontare, liberi da ogni ideologia, tutta la vera storia delle proposte sviluppatesi negli anni per risolvere il problema Corviale.
… Ovviamente, Pino Galeota s’è “dimenticato” di questa promessa, e a quell’evento ha mostrato tutto tranne che i nostri progetti di rigenerazione(2)… evidentemente le nostre proposte risultavano troppo distanti dalle loro … probabilmente i nostri progetti, e la strategia politico-economica per realizzarli, risultano troppo attenti all’interesse della collettività, piuttosto che ad altro!

E. M. Mazzola – Proposta di Rigenerazione Urbana di Corviale

Ecco quindi che, dal cilindro magico di alcuni professionisti e docenti universitari, venne tirata fuori l’idea di “dividere” lo steccone di 1 chilometro in 5 condomini … noncuranti dei costi di realizzazione e della qualità della vita di queste case, che sembrano ispirarsi all’organizzazione spaziale dei loculi disposti perpendicolarmente alla parete di un cimitero!
G. Tagliaventi – Proposta di Rigenerazione Urbana di Corviale

Altre menti illuminate hanno invece suggerito di farci una sede universitaria, altre ancora di utilizzare i terreni circostanti per realizzare un parco dell’arte contemporanea(3), dove alcuni pseudo artisti contemporanei (sempre a spese nostre e a discapito dei poveri abitanti di Corviale a cui verrebbe anche imposta la visione delle “opere”), sotto l’egida dei più “grandi” nomi del mondo accademico e professionale romano in materia di Arte ed Architettura, avrebbero potuto dare libero sfogo alla loro arte sperimentale!

«Per rendere accessibile il parco – dice l'architetto Nicola di Battista – Nunes ha elaborato un sistema di attraversamento: grandi rotoli di doghe di legno che ricordano le balle di fieno e che saranno srotolati a segnare le strade». Il nuovo Parco Nomade, aggiunge Bonito Oliva, «è pensato in relazione al carattere agricolo del terreno. Uno spazio in progress che terrà conto delle quattro stagioni: ci saranno artisti primaverili, invernali, estivi ed autunnali»
Si è arrivati perfino alla promozione dell’idea di fare le Olimpiadi a Corviale!!! … Toglietemi tutto … ma non il Corviale!
Intanto, come ebbi modo di denunciare all’indomani del convegno organizzato dal Circolo PDL ATER – cui assistetti anche se non invitato – presso l’Hotel Universo di Roma, anche la destra locale ha sviluppato il suo “sistema di guadagno” dal Corviale, non un guadagno economico, forse, ma elettorale. Nell’articolo “Corviale, l’ATER cerca invece di rivenderle con tutte le crepe”(4) raccontavo infatti dell’immorale ipotesi di svendere le case popolari agli ignari residenti. Questi personaggi pidiellini dell’ATER, pur di entrare nelle grazie dei residenti “difficili”, ebbero modo di spiegare che, poiché le case vanno restaurate, possono essere svendute a prezzi stracciati, se non quasi regalate, ai residenti (ovazione del pubblico!).

Nella realtà dei fatti, poiché l’ATER non può permettersi di restaurare il serpentone, questi signori vorrebbero passare la patata bollente ai residenti senza rivelarglielo, così, una volta divenuti proprietari “quasi a gratis”, di qui a qualche anno le 1200 famiglie dovranno mettersi d’accordo per restaurare il mostro: cosa impossibile! … bella vergogna!
In pratica, che si tratti della sinistra, così come della destra, ognuno nei vari schieramenti ha trovato i modo di guadagnare grazie al “problema Corviale”, problema che, Al Quaeda e altri “nemici invisibili” ci insegnano, finché esiste fa comodo a tanti, mentre se venisse meno bisognerebbe inventarsi qualcos’altro!!

Purtroppo, come Gruppo Salìngaros e come Società Internazionale di Biourbanistica e A.V.O.E., negli ultimi due anni abbiamo commesso l’errore di dar credito a chi ha finto di mostrare interesse per la proposta di sostituzione del Corviale con un quartiere a misura d’uomo.
In ben due occasioni, abbiamo visto sfumare una mostra convegno che, in maniera molto minuziosa, avevamo organizzato.

In realtà le occasioni sarebbero tre, visto che già un altro convegno, “Ritorno alla Città”, dedicato al problema delle periferie romane – convegno che avevamo provato ad organizzare all’indomani del megaconvegno che si tenne l’8 e 9 aprile 2010 presso l’Auditorium Parco della Musica – ci venne letteralmente scippato (titolo incluso) dagli organizzatori del successivo convegno a tema che si tenne presso l’auditorium del Museo dell’Ara Pacis … commettemmo l’errore di consegnare la bozza del programma e delle tematiche da trattare, nonché i nomi dei possibili relatori, ad un noto personaggio politico che finse interesse per le nostre iniziative, invitandoci a parlarne presso il suo ufficio di Piazza San Silvestro.
Qualche giorno dopo quel personaggio, parlando alla citata conferenza del Circolo PDL ATER, probabilmente perché mi aveva riconosciuto nella platea disse: “ora che Comune, Regione e Italia sono del Centro Destra, è arrivato il momento per portare avanti le nostre idee e promuovere quegli architetti che da anni militano nel partito … piuttosto che quei professionisti che finora sono stati alla finestra senza mai schierarsi politicamente, e oggi vorrebbero salire sul nostro carro dei vincitori!”.

Ebbene, lo scorso luglio si sarebbe dovuto tenere il Convegno “Demolire per Rigenerare – Roma rinasce dalla Periferia”, durante il quale si sarebbe dovuto mostrare alla cittadinanza non solo i progetti per Corviale, ma anche una serie di realizzazioni simili operate nella vicina Francia (avrebbero dovuto mostrarcele il sindaco di Plessis Robinson, Philippe Pemezec, e il Direttore dell’Ufficio Urbanistico di Val d’Europe, Bernard Rival). Nell’occasione, un esperto di demolizioni, Stefano Chiavalon (Direttore Commerciale della General Smontaggi) avrebbe dovuto illustrare costi, strategie e sistemi di smaltimento e/o riciclaggio dei detriti per una demolizione “indolore” e sostenibile dell’attuale complesso di Corviale.
Il convegno venne posticipato all’ultimo momento al 23 e 24 settembre: 20000 posters a colori di grandi dimensioni, 2000 brochure a colori di 16 pagine, 1000 biglietti d’invito vennero stampati, un video promozionale ed un messaggio audio vennero registrati dall’Assessore alla Casa, per pubblicizzare l’evento, tutto a spese della Regione Lazio, ovviamente … poi però, ad una settimana dall’evento, la presidentessa della Regione, Renata Polverini, fece sapere all’on. Buontempo che, “per esigenze della Presidenza” il convegno non poteva più tenersi.

Intanto gli ospiti francesi erano pronti a partire, alcuni alberghi aspettavano gli ospiti italiani e stranieri, tantissime persone di tutta Italia, interessatissime all’argomento, si erano già attrezzate acquistando biglietti e prenotando alberghi per venire a Roma ed assistere all’evento del quale avevano avuto notizia tramite alcuni siti web.
Non c’è stata nemmeno una parola di scusa nei nostri confronti … probabilmente rei di aver operato gratuitamente! … Soprattutto, non ci sono state scuse nei confronti degli ospiti stranieri da parte della Regione. Tanti soldi sono volati al vento, ma ci è stato detto che la Regione non aveva denaro per poter portare a compimento questo convegno … stranamente, però, in contemporanea sono stati organizzati “in quattro e quattro otto”, diversi convegni dove la Polverini, l’on. Ciocchetti e altri membri del Consiglio Regionale, sono andati a promuovere il vergognoso Piano Casa, addirittura promuovendolo non come Piano della Regione, ma solo a nome della Giunta Polverini.
Probabilmente i nostri piani, “troppo sociali”, cozzavano con quelli di carattere prettamente privatistico del Piano Casa della Regione. Ecco perché, ad una settimana dall’evento – ovvero quando la Polverini e Ciocchetti, dovendo preparare i loro interventi, hanno letto le nostre relazioni rendendosi conto del rischio imminente – è stato deciso che quel convegno non andasse più fatto!
Per vie traverse, abbiamo saputo che il convegno ha fatto traballare la sedia di Buontempo, probabilmente questa è la ragione per cui anche lui ha deciso di dimenticarsi di noi, nonché degli ospiti nazionali ed internazionali e del convegno!

L’ultima trovata

Il 23 marzo u.s., l’indomabile Pino Galeota ha trasmesso a tutti i nominativi inclusi nella sua mailing list – me incluso – l’invito alla conferenza, tenutasi presso la Sala di Controllo - Biblioteca di Corviale, intitolata “Corviale indiretta con Pechino e New York – vi raccontiamo una storia vera: Corviale incontra il mondo che verrà”.
L’idea è di quelle che solo nella mente di un architetto visionario, e con una cognizione relativa della realtà, può svilupparsi:
“Una Rete glocale di tetti (United Roofs), uniti dalle coltivazioni possibili, con o senza suolo naturale, per la creazione di una vera e propria armatura ecologica finalizzata alla bonifica della crosta urbana di cemento e asfalto. Inizia così il lancio pubblico dei primi nodi di questa Rete globale, che sfruttando l'ecosistema digitale trasforma la rigenerazione degli ecosistemi urbani in un vero e proprio sogno condiviso ad occhi aperti. Corviale si candida ad essere il più grande orto pensile (Roof Top Farm) del mondo da mostrare all'Esposizione Universale di Milano 2015, per nutrire il pianeta nell'era del nuovo urbanesimo”.
Purtroppo, molti architetti autoproclamatisi “bio”, e soprattutto moltissimi docenti dediti all’insegnamento di una pseudo-sostenibilità, tendono a promuovere idee “ecocompatibili” che di biologico e possibile hanno davvero poco!
Sarebbe quindi utile informare i comuni mortali che tanti teorici di queste idiozie – il cui sedere incollato alla cattedre universitarie ha impedito negli anni di dotarsi di un’esperienza pratica della costruzione, così come di conoscere l’abc della botanica –tendono a confondere la realtà virtuale con quella reale!
In pratica, poiché un rendering al computer consente loro di rappresentare alberi e piante ovunque, indipendentemente dal fatto che non vi siano le condizioni ambientali, alcuni architetti risultano fermamente convinti che la cosa sia possibile. Questi individui risultano talmente assoggettati alla realtà virtuale, da confonderla con quella vera, e questo convincimento diviene sempre maggiore quando, grazie alla loro autorevolezza, riescono facilmente ad illudere la gente comune: quest’ultima è infatti assolutamente convinta che, “poiché la cosa è detta da un esperto” è vera e possibile, nonché ecologicamente sostenibile!

Per fare un esempio su tutti, visto che nel documento di Corviale si fa menzione di Milano 2015, possiamo discutere della proposta dell’archistar nostrana Stefano Boeri elaborata per far credere agli stolti che i grattacieli possano essere “sostenibili”. Boeri è infatti convinto che possa realizzarsi un “Bosco Verticale”, una idea a dir poco ridicola che non tiene conto di molti fattori:

1. gli alberi necessitano di radici profonde per poter crescere correttamente e non cader via al primo vento o nevicata … nel qual caso dunque, cadendo da un’altezza di gran lunga superiore a quella di un marciapiedi, qualche problema lo potrebbero causare!
2. gli alberi necessitano di potature stagionali e, a meno che non si voglia chiedere a Reinhold Messner e compagni se vogliano mettersi a fare i potatori, difficilmente si può pensare che qualcuno possa potare degli alberi al 30° piano di un edificio;
3. la presenza delle fitte alberature dei rendering di Boeri lascia pensare che, indipendentemente dalla presunta sostenibilità, i residenti saranno costretti a tenere le luci accese 24 ore al giorno;
4. gli edifici per il bosco verticale sono rigorosamente di tipo industriale, ovvero risultano realizzabili solo ed esclusivamente con materiali e tecniche lontane anni luce dai canoni della sostenibilità reale;
5. tutte le tecnologie atte a rendere possibile un verde che non cresca dove la natura lo avrebbe pensato, (verde orizzontale o verticale che sia), prevede sempre una massiccia presenta di sistemi chimici di “fertirrigazione”, che di biologico e di ecocompatibile non hanno proprio nulla! Si vedano per esempio su internet i siti della case produttrici che pubblicizzano i “prati verticali”.

Nel caso di Corviale inoltre, non si può fare a meno di sottolineare lo stato di fatiscenza delle strutture, nonché l’assenza delle condizioni ambientali e strutturali che impediscono qualsivoglia ipotesi di piantumazione delle terrazze!!
Tuttavia, essendosi convinto anch’egli della reale possibilità della cosa, Pino Galeota ha provveduto subito a promuovere il Seminario Aperto "Coltiviamo insieme Corviale. Prove di innovazione sociale", tenutosi il 29 marzo 2012. È incredibile notare la velocità con la quale certe cose vengano organizzate, si trovino i fondi e si mettano in pratica!

In certe iniziative, è fondamentale infarcire i testi di retorica, sicché nell’invito si può leggere:

«Riemergono nelle società moderne i bisogni ancestrali legati alle relazioni uomo-terra e uomo-cibo come reazioni al disagio urbano e alla crisi economica con cui soprattutto le società occidentali stanno già facendo i conti. Ripensare ai modelli di welfare e di governo del territorio nonché il senso stesso del luogo e dell’abitare significa interagire con un futuro, che già è qui, di una globalizzazione in cui crescono l’insicurezza alimentare, il rischio di esaurimento delle risorse naturali, la crisi energetica, i cambiamenti climatici e l’intensificarsi dei flussi migratori.
Corviale e il suo Quadrante da problematico aggregatore insediativo mette al centro di questo incontro seminariale la sua volontà di trasformazione in un aggregatore di socialità positive.
Roma Capitale sta, in continuità con il passato, allargando il suo corpo in un’area metropolitana di ingenti dimensioni. Ne fanno testo le migrazioni degli abitanti e la crescita su un’area vasta dei problemi collegati a questo modello di espansione urbana.
Un sovrapporsi di insediamenti spesso scollegati e costruiti su scelte dettate dalla rendita fondiaria, una sorta di continuum urbano-rurale in cui le attese di un futuro e redditizio cambiamento delle destinazioni d’uso prevalgono su una programmata visione degli intessi delle Comunità e delle vocazioni dei territori.
Il filo che si sta riannodando in modo orizzontale parla la lingua della multifunzionalità e l’interdisciplinarietà dell’agricoltura, la tutela attiva dei territori, uno sviluppo locale partecipato, un’interazione dell’urbano rurale che risponda ad una domanda di servizi che i cittadini e le nuove economie verdi richiedono.
Orti urbani, agricoltura sociale, tetti da costo a risorse, co-housing, food hubs, economia di comunione sono alcuni esempi di innovazione sociale in cui le dicotomie città/campagna, modernità/tradizione, complesso/semplice si stanno trasformando in forme reali, possibili e sostenibili dell’abitare.
Insieme abbiamo il dovere di presentare Roma all’Expò Milano 2015 con diverse carte in regola».

… Peccato che di biologico e di ancestrale non ci sia proprio nulla!!
Ebbene, penso che sia ora di smetterla con queste prese in giro nei confronti della popolazione residente in realtà degradate come Corviale.
L’agricoltura va promossa, ma non sui tetti, e non a base di sostanze chimiche che la rendano possibile!
Corviale non può continuare ad essere una fonte di guadagno per chi non vi risiede, o per chi continui ad attingere ininterrottamente a fondi e contributi pubblici per organizzare convegni e mostre, che a tutto servono, tranne che a migliorare la vita di chi viva all’interno di un esperimento urbanistico fallimentare!
Se si vuole pensare a come migliorare le cose si deve cambiare necessariamente visuale, ciò vuol dire cambiare innanzitutto quei consiglieri che portano personaggi come Galeota, il sindaco e i vari assessori, a credere alle idiozie che gli vengono propinate come “giuste perché dette da degli esperti”.

Questo significa che, piuttosto che pensare ancora a tenere in vita un fallimentare capriccio modernista, ipotizzando le soluzioni più stravaganti e insostenibili, bisognerebbe pensare a come creare integrazione e posti di lavoro per i residenti, bisognerebbe promuovere l’artigianato e la piccola e media imprenditoria locale, bisognerebbe pensare a come tornare ad operare come quando l’edilizia popolare era costruita in proprio dall’Ente, che mirava a ridurre al minimo, se non addirittura ad eliminare, le spese di manutenzione dell’edilizia pubblica, secondo le indicazioni date da Quadrio Pirani in occasione del Concorso per un Nuovo Tipo di Casa Popolare del 1911, bisognerebbe mirare a creare il senso di appartenenza e il senso di comunità per i residenti, arrivando a realizzare dei centri vitali alternativi al centro storico, e dotati di luoghi di aggregazione, istruzione, produzione e commercio, ove tutte le funzioni vitali risultino presenti.

Note:
1)Il 4° piano, secondo la mente illuminata dell’autore del progetto avrebbe dovuto essere il piano negozi
2) Anche Gabriele Tagliaventi, insieme con Alessandro Bucci, ha sviluppato una proposta di sostituzione graduale dell’attuale Corviale con una sorta di “Città Giardino”
3) “Parco Nomade” di Corviale, il grande progetto curato da Achille Bonito Oliva e realizzato dalla 'Fondazione Volume!' cfr. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_giugno_22/corviale-parco-nomade-deleo-1703247281170.shtml
4)Il Tempo, 1 Giugno 2010, Cronaca di Roma, pag.42

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