Su IL GIORNALE di oggi, 15/12/2010 è pubblicato un articolo-recensione di Stefano Zecchi al libro di Nikos Salìngaros, No alle archistar, LEF, Firenze.
Zecchi riesce a cogliere in poche righe il contenuto del libro, sia in relazione all'assurdità dei grattacieli, sia in ordine al ruolo delle archistar e al gioco di sponda che si instaura tra queste ultime e la politica-spettacolo. Consapevole della difficoltà di combattere l'idea stessa del grattacielo, ritiene tuttavia necessario "lavorare per una cultura estetica della città".
Questo il link:
15 gennaio 2010
STEFANO ZECCHI SUI GRATTACIELI
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2 commenti:
Scrivo questa breve nota dopo aver letto l’articolo del Prof. Zecchi apparso sul Giornale del 15 gennaio scorso ed aver notato con piacere un suo riferimento a La Nuova Carta di Atene 2003 del Consiglio Europeo degli Urbanisti (ECTP-CEU).
Tenevo a specificare che questo documento – purtroppo poco noto in Italia e soprattutto snobbato dalle università – è il frutto di un lungo lavoro di un gruppo di pianificatori europei che ha inteso definire una visione concreta per le città europee di questo nuovo millennio.
La Nuova Carta tuttavia non fa diretto riferimento né ai lavori di Christopher Alexander, né di Léon Krier, ma parte dal presupposto che le città del futuro (a partire da oggi) abbiano bisogno di essere pianificate anziché progettate.
La differenza non è così sottile come sembra ed è proprio questa differenza, che in Italia non è percepita, a creare i problemi che affliggono i nostri centri urbani. La pianificazione urbanistica e territoriale non è certamente una scienza esatta, ma necessita comunque di conoscenze e di una formazione specifica che molti architetti purtroppo non hanno.
Cito testualmente dalla Nuova Carta di Atene 2003: “Rispetto ad altre discipline, la caratteristica principale che contraddistingue i pianificatori è che essi si concentrano in primo luogo sugli interessi della società nel suo complesso, sull’insediamento o sulla regione come un’unica entità e sul futuro di lungo termine (si potrebbe dire che partono da una visione solistica - nda). E’ ampiamente riconosciuto che l’attività di pianificazione non è meramente connessa con la redazione di un piano, ma è piuttosto un processo politico che ha come obiettivo quello di equilibrare tutti gli interessi coinvolti, sia pubblici che privati, e di risolvere conflitti di interessi sulle richieste di spazio e di programmi di sviluppo. Infine, l’unicità della cultura urbana europea, che in parte deriva dalla storia e dalla vita delle sue città, richiede pianificatori professionisti che abbiano la consapevolezza e l’abilità di stabilire una relazione tra le nuove forme urbane e le necessità della popolazione nel 21° secolo.”
Basterebbe questa consapevolezza ed un minimo di umiltà professionale da parte delle cosiddette archistar per contestualizzare i loro progetti ed adeguarli non solo ai bisogni del singolo cittadino, ma anche ai tessuti urbani storicamente evolutisi. La sperimentazione e l’innovazione architettonica sono sicuramente da accogliere positivamente, tuttavia è necessario considerare attentamente i contesti entro i quali inserire tali sperimentazioni, al fine di non creare disequilibri o forzature stilistiche.
Temo che fino a quando in Italia la figura del pianificatore sarà considerata di serie B rispetto a quella dell’architetto, le nostre città saranno ostaggio di scelte autoriferite.
Virna Bussadori
ECTP-CEU Honorary President
Co-autrice de La Nuova Carta di Atene 2003
Ringrazio Virna Bussadori della sua precisazione e delle considerazioni sulla figura del pianificatore.
Mi permetto di fare una mia considerazione che nulla ha a che vedere con figure di serie A e di serie B, dato che sono il primo a credere che gli architetti hanno il vizio di considerarsi, sempre e comunque di serie A, tuttologi e talora aldilà del bene e del male. Ha però a che fare con la pianificazione e con la sua capacità di risolvere i problemi, su cui io nutro molti dubbi.
E' un dubbio che ho sempre avuto e che mi si è consolidato fortemente con la recente, e ancora in atto, crisi economica e si basa, cioè, sulla capacità e possibilità di fare previsioni, nel senso di attendibili previsioni.
Si dà il caso che l'economia sia un fenomeno estremamente complesso e difficilmente prevedibile, come ha dimostrato la debacle di fior di economisti di fama mondiale.
Ma se è difficile, e possiamo dire, scientificamente, altamente improbabile, e quindi impossibile di fatto, fare previsioni economiche attendibili, come lo può essere una disciplina che si occupa di economia e di molte altre scienze insieme?
Non nego affatto l'utilità di avere analisi accurate che aiutino a capire e chiarire la realtà, purché non si pretenda di passare dal capire al prevedere, come se si trattasse di una formula matematica.
Quali previsioni sono attendibili? La demografia? L'economia? La sociologia? Davvero mi risulta difficile crederlo.
Mi scusi la semplificazione, forse ho banalizzato la sua precisazione, ma a me la parola pianificazione davvero mette paura, sia da un punto di vista politico, sia filosofico sia di risultati reali e verificati, almeno in una società di individui liberi.
Cordiali saluti
Pietro Pagliardini
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