Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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23 agosto 2012

LA "LUNGA EMERGENZA" E IL RIFIUTO DELLA REALTA'

di
Ettore Maria Mazzola


La crisi che sta mettendo in ginocchio il nostro Paese e l’intero pianeta, le false rassicurazioni di uscita dalla stessa dei nostri governanti, creano le giuste condizioni per riflettere sul messaggio di allarme lanciato alcuni anni fa da James Howard Kunstler.

Molto opportunamente nei giorni scorsi, sul blog “De-Architectura”, Pietro Pagliardini ha pubblicato il video dell’interessantissima conferenza “How Bad Architecture Wrecked Cities” tenuta da James Howard Kunstler nel lontano febbraio 2004.

Con l’occasione, Pietro ha anche gentilmente postato il link al mio articolo "Costruire con parsimonia" scritto all’indomani della tragedia di Fukushima.
Il motivo del collegamento è che, in quell’articolo, ponevo dei quesiti sull’attuale modo di costruire e consumare energia, del tutto in linea col pensiero di Kunstler.
James Howard Kunstler è un personaggio coraggioso e fantastico ... per questo è uno di quelli che danno fastidio.
Personalmente, ritengo il suo "The Long Emergency" (pubblicato in Italia dalla Nuovi Mondi col titolo di "Collasso - Come sopravvivere alla fine dell'era del petrolio a buon mercato”) un libro straordinario, altrettanto dicasi per il precedente "Geography of Nowhere".


Purtroppo, quelli di Kunstler sono discorsi che gli architetti, gli urbanisti, i petrolieri e gli industriali – ed i politici ai loro servigi – rifiutano di ascoltare ... resta però per lui la soddisfazione che mai nessuno sia ancora riuscito a smontare le sue parole, sulla fine del “petrolio a buon mercato” e sulla dipendenza di tutte le presunte energie alternative dal petrolio.
… Una ragione in più per rimboccarsi le maniche e ripensare al nostro futuro ed a quello dei nostri figli, prima del raggiungimento del punto di non ritorno ("The Long Emergency").

L’esistenza, nel web, di video sottotitolati in italiano come quello citato, è per me una grande speranza, la speranza che i nostri ignorantissimi politici, e l'enorme massa di pseudo-architetti e pseudo-urbanisti che infesta il nostro Paese, ascolti, o legga i sottotitoli di cui i video sono provvisti e, finalmente, comprenda che dal dopoguerra ad oggi abbiamo intrapreso una strada che non va da nessuna parte … se non al collasso della nostra presunta "civiltà".
Ascoltare certi discorsi, aiuta le persone di buona volontà a capire, una volta per tutte, che quello dell'architettura e dell'urbanistica non è un problema di "stile architettonico", ma di "stile di vita".
A tal proposito, ritengo anche molto utile un altro video, della stessa serie sottotitolata, relativo alla conferenza “Retrofitting Suburbia“ tenuta ad Atlanta nel gennaio 2010 da Ellen Dunham-Jones.
Nel video, la relatrice si spinge – anche se brevemente – a ricordare quelli che sono i disastrosi effetti collaterali sulla nostra salute dell'urbanistica fallimentare del dopoguerra, mostrando anche qualche esempio americano di rigenerazione urbana possibile.

Personalmente mi sento molto coinvolto da questi discorsi, e vorrei che in tanti, in Italia, lo fossimo.
Sono ormai tanti anni che “combatto” – spesso usando toni molto aspri e provocatori – nella speranza che certi architetti, certi pseudo-storici e "critici" di architettura comprendano la grande menzogna che ci è stata raccontata sui banchi universitari e sulle riviste patinate. Costoro dovrebbero smetterla di accusare di "passatismo" chi come me, rifiutando in nome del bene comune uno stile di vita sbagliato, promuova un tipo di architettura e di urbanistica a dimensione umana e rispettosa dei luoghi.
Per questo mi auguro che ascoltino Kunstler – CHE GUARDA CASO NON È UN ARCHITETTO! – e apprendano dalle sue parole una serie di termini come "senso di appartenenza", "grammatica", "definizione dello spazio", ecc. … se mai riuscissero ad essere umili, costoro potrebbero finalmente, rivedere le proprie posizioni, troppo spesso arroganti, ignoranti e presuntuose.
Gli architetti infatti – ma anche tutti gli urbanisti, i costruttori e gli amministratori della cosa pubblica – che presumono di poter fare ciò che vogliono in nome di una ipotetica modernità dettata dalla propria ideologia, oppure in nome di una distorta visione della libertà a danno degli altri, dovrebbero sempre ricordare che questo pianeta ci è dato prestito dalle generazioni future che, si suppone, gradirebbero vederselo “riconsegnato” ancora salubre e fruibile.

A seguito del dibattito scaturito dai post precedenti, Pietro Pagliardini ha pubblicato alcune sue ulteriori riflessioni nel post, “Leonardo Benevolo e la Città del Movimento Moderno”

Questo articolo pone a confronto un estratto de “La città nella storia europea” (Edizioni Laterza, 1993), di Benevolo, e il contenuto della conferenza di Kunstler.
Al termine della citazione del testo di Benevolo, Pagliardini scrive: “Una sintesi onnicomprensiva e perfetta di un periodo storico, con una conclusione (e un tono complessivo) che però mostra la mancata presa di distanza da quel modello, soprattutto delle ricadute, dell’applicazione di quel modello sull’attuale deserto urbano”. Suggerisco vivamente a tutti di leggere il testo completo, sia di Benevolo che di Pagliardini.

Personalmente direi che il testo di Benevolo, come Pagliardini ha fatto notare, non solo non prenda le distanze da quelle scelte che hanno condotto l’architettura al triste punto in cui viviamo, ma che addirittura abbia voluto giustificarle ed enfatizzarle, tanto da “ringraziare” il movimento modernista per le teorie moderniste sviluppate nel quinquennio ’24 – ’29 che, a quanto l’autore sostiene, spianarono la strada verso la “liberazione dai condizionamenti del passato” aiutando le città a migliorarsi.

Benevolo dice: “È il climax della cultura artistica europea, che taglia nello stesso tempo i legami con la tradizione propria dell’Europa e offre una base concettuale utilizzabile in tutto il mondo, per modernizzare ogni altra tradizione … Per spezzare le limitazioni della teoria e della pratica post-liberale, bisognava passare attraverso la tabula rasa, sgomberare una volta per tutte l’enorme carico delle forme convenzionali dedotte dal passato (...) Si perde la continuità soggettiva con la vicenda europea, per recuperare la comprensione oggettiva dell’intera serie degli interventi umani nel paesaggio terrestre (…)”.

E ancora: “ma senza lo strappo, la consapevole presa di distanza, non si sarebbe potuto affrontare seriamente la progettazione della città moderna, riconoscere la molteplicità delle esigenze da sintetizzare e anche la ricchezza delle tradizioni locali, da sottrarre alle schematizzazioni degli stili”. … in poche parole la madre di tutte le pippe mentali che crearono le premesse “culturali” che hanno consentito agli architetti di abusare a proprio piacimento delle nostre città, conducendole verso il delirio attuale!! Quelle pippe mentali che, nel fare tabula rasa, dimenticarono intenzionalmente quanto di buono era stato sviluppato nel primissimo Novecento.

Benevolo, nel suo racconto parziale del modernismo, dimentica infatti di far notare che, proprio all'indomani di quel quinquennio che lui sembra voler osannare, qui in Italia (ma anche altrove) nacquero i primi veri problemi delle città.

Infatti, fino alla legge del '25 sui Governatorati, che portò anche all'esautoramento dell'ICP – che fino ad allora costruiva meravigliosamente in proprio e per conto terzi risultando un Ente florido e non in perdita – le cose non erano andate affatto male, le prime esperienze delle "città giardino all'italiana" di Giovannoni & co., anni luce diverse da quelle estere, avevano infatti generato – senza alcuna necessità di fare "tabula rasa" – gli ultimi quartieri degni di esser annoverati tra i luoghi "urbani" piacevoli da vivere, e in grado di generare quel "senso di appartenenza e di comunità” tanto importante per i residenti ... i casi romani che ho più volte elencato lo dimostrano.

Quanto al testo di Pagliardini, sebbene condivida totalmente il suo scetticismo sul "New Urbanism" e sul suo approccio al problema, non riesco ad essere d'accordo quando definisce "catastrofista" il discorso di Kunstler sull'esaurimento del petrolio.
E' infatti stato scientificamente dimostrato – e Kunstler in "The Long Emergency" cita le autorevoli fonti scientifiche cui attinge … tant'è che nessuno l'ha potuto smentire – che il petrolio è in fase di esaurimento, per la precisione i dati presentati da Kunstler nel 2005 davano altri 34 anni di petrolio estraibile, sebbene a costi crescenti, dopo di che il costo di estrazione supererà quello dell'estratto e non sarà più logico procedere alle trivellazioni! Non è un caso se le principali guerre che hanno insanguinato il pianeta negli ultimi anni si siano concentrate in quella "sfortunata" regione che, diagrammi alla mano, vede la presenza del petrolio ancora di poco al di sotto del picco massimo ... altro che talebani e motivi religiosi! Ma questo è un altro argomento che necessiterebbe lunghe discussioni che esulano da questo contesto.

Per questo motivo, se mai dovessi fare una critica a Kunstler, cosa che non mi pare giusta visto che stiamo parlando di un giornalista e non di un progettista, dovrei far notare che nei suoi scritti manchino delle proposte concrete.

Kunstler si limita voler far riflettere la gente, egli fa un ammonimento che solo la miopia dei potenti della terra non vuole raccogliere.

Le grandi lobbies del petrolio e degli armamenti hanno infatti tentato, attraverso la consueta manipolazione dei media, di screditare i discorsi di Kunstler, mettendo in giro l’accusa di catastrofismo … mai però è stato dimostrata!

Del resto, l’arrogante affermazione di G. W. Bush “Lo stile di vita americano non è negoziabile!” lascia capire tante cose sull’ottusità dei cosiddetti “potenti della Terra” e dei loro burattinai!

Spetta quindi a noi progettisti a raccogliere il grido di allarme, e spetta soprattutto al corpo docente delle nostre università farlo, perché è lì che le teorie e le ricerche dovrebbero svilupparsi al di là delle ideologie ed in nome del bene comune.

Questo è uno dei motivi principali che mi anima, e che mi espone alle critiche – spesso sterili – di chi, non volendo cambiare il suo modo di fare e pensare, preferisce accusare di "passatismo" la mia attenzione e il mio interesse a recuperare l'esperienza dei nostri predecessori (anche molto recenti) per poter pianificare un futuro migliore, non per noi, ma per le generazioni a venire.

Il messaggio di Kunstler è forte e chiaro: fermatevi e riflettete ora che siete ancora in tempo per migliorare le cose ... quando comincerà la "lunga emergenza" non ci sarà più spazio per pensare, ma solo tentativi, violenti, per accaparrarsi le ultime risorse di greggio disponibili e sopravvivere nel nostro “stile di vita” distorto ... ma, si badi, egli ci ricorda anche che quei tentativi sono già iniziati, anche se mascherati da presunte ragioni religiose.

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21 agosto 2012

LEONARDO BENEVOLO E LA CITTA' DEL MOVIMENTO MODERNO

Da Leonardo Benevolo, La città nella storia europea,Edizioni Laterza, 1993.
I grassetti sono i miei, i corsivi dell’autore:

“L’invenzione di una nuova città
…Nei primi due decenni del ‘900 [queste] due linee di esperienze si incontrano. Infatti:
- La ricerca artistica smaltisce, nella sua accelerazione, tutto il repertorio delle forme accumulate in passato, e arriva alla “parete nuda” (Kandisky), disponibile per un’invenzione totalmente nuova;
- La sperimentazione concreta, ingrandendo la scala degli interventi pubblici sussidiari e sperimentali – i quartieri di edilizia sovvenzionata, le città giardino – si accorge che l’urbanizzazione pubblica può diventare un metodo alternativo per lo sviluppo della città e una chiave per ricostruire, in senso moderno, l’equilibrio tra scelte individuali e collettive.

L’amministrazione e gli operatori si spartiscono i compiti nel tempo, non nello spazio; l’amministrazione acquista i terreni da trasformare , li sistema e cede le porzioni fabbricabili ai vari operatori pubblici e privati, in pareggio economico. Diventa possibile disegnare la sistemazione complessiva, senza l’ostacolo dei confini di proprietà, e i singoli edifici, senza la pressione della rendita fondiaria; così si apre lo spazio per una progettazione nuova in cui è pronta a inserirsi la cultura artistica finalmente liberata dai condizionamenti del passato.

Le due linee convergono così verso un risultato unico: da un lato reintrodurre l’invenzione artistica nelle varie scale della progettazione urbana, dall’altro trasformare la pianificazione in una combinazione razionale di interessi pubblici e privati componibili tra loro dentro le regole del mercato e della competizione imprenditoriale. La posta è un nuovo assetto della città, considerata in tutta l’estensione del suo significato, come quadro fisico in cui la vita umana può acquistare il suo intero valore….

..Il movimento che è stato chiamato dell’”architettura moderna” coglie con estrema tempestività il momento in cui le molte fila da riannodare sono aperte e disponibili: l’esaurimento della ricerca pittorica post-cubista, il desiderio di una nuova integrazione di valori dopo la tragedia della prima guerra mondiale, i grandi programmi di ricostruzione del dopoguerra, l’inizio di una comprensione scientifica dei comportamenti individuali e collettivi. Il tentativo è compresso in un tempo brevissimo – tra la ripresa economica del ’24 e la crisi del ’29 – ma imprime una svolta durevole alla cultura europea: progettisti di molte esperienze imparano a collaborare tra loro nel Bauhaus di Gropius e da questo crogiolo escono le più straordinarie esperienzae architettoniche comparse in Europa da molti secoli: Mies van der Rohe, Le Corbusier, Alvar Aalto.
E’ il climax della cultura artistica europea, che taglia nello stesso tempo i legami con la tradizione propria dell’Europa e offre una base concettuale utilizzabile in tutto il mondo, per modernizzare ogni altra tradizione…..Per spezzare le limitazioni della teoria e della pratica post-liberale, bisognava passare attraverso la tabula rasa, sgomberare una volta per tutte l’enorme carico delle forme convenzionali dedotte dal passato….. Si perde la continuità soggettiva con la vicenda europea, per recuperare la comprensione oggettiva dell’intera serie degli interventi umani nel paesaggio terrestre….

Il ruolo della città, come sistema paesistico contrapposto al territorio, diventa necessariamente problematico: il quadro della nuova progettazione è l’intero ambiente geografico ed entro questo quadro la città va nuovamente definita a ragion veduta.
Si distinguono le funzioni della città: abitare, lavorare, coltivare il corpo e lo spirito (Le Corbusier), e si definiscono i loro caratteri in contrapposizione con la città post-liberale. La residenza, dove si trascorre la maggior parte della giornata, diventa l’elemento più importante della città, ma è inseparabile dai servizi che formano i suoi “prolungamenti”; la attività produttive determinano i tre tipi di fondamentali di insediamento umano: la città sparsa nel territorio, la città lineare industriale, la città radiocentrica degli scambi; le attività ricreative richiedono un’abbondanza di spazi liberi, che non basta concentrare in certe zone, ma devono formare uno spazio unico dove tutti gli altri elementi siano liberamente distribuiti (il parco ottocentesco prefigura la nuova città, che è un grande parco attrezzato per tutte le necessità della vita urbana); la circolazione dev’esser selezionata secondo le necessità dei vari mezzi di trasporto e alla rue-corridor va sostituito un sistema di percorsi separati per i pedoni, le biciclette, i veicoli lenti e i veicoli veloci, tracciati nello spazio continuo della città-parco…..
I primi tentativi su questa strada son risultati spesso utopistici e approssimativi; ma senza lo strappo, la consapevole presa di distanza, non si sarebbe potuto affrontare seriamente la progettazione della città moderna, riconoscere la molteplicità delle esigenze da sintetizzare e anche la ricchezza delle tradizioni locali, da sottrarre alle schematizzazioni degli stili”
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Una sintesi onnicomprensiva e perfetta di un periodo storico, con una conclusione (e un tono complessivo) che però mostra la mancata presa di distanza da quel modello, soprattutto delle ricadute, dell’applicazione di quel modello sull’attuale deserto urbano. Sono riproposti in questo brano tutti i principali temi di quel periodo storico che ha prodotto l’attuale modernità. Alcuni poi sono addirittura all’ordine del giorno del dibattito contemporaneo, come la specializzazione dei percorsi urbani.
Se si mette in sequenza questo testo con la breve lezione di J.H. Kunstler del post precedente, ecco che ognuno dei criteri del Movimento Moderno viene smontato pezzo per pezzo, fino a dire che di ognuno di quei criteri è necessario applicare il suo opposto per tentare di recuperare le nostre città ad una civile vita urbana:
- la campagna che entra nella città come un piano continuo in cui liberamente si appoggiano i vari edifici diversi per funzione creando uno spazio indistinto, un vuoto fisico e un vuoto dell’anima, diventa la definizione dei confini urbani, la netta differenza qualitativa tra lo spazio urbano e quello naturale;
- alla dispersione dell’urbanizzazione nel territorio per zone specializzate si deve opporre la concentrazione della città con la commistione delle diverse attività;
- alla specializzazione dei percorsi si deve opporre la rue-corridor, la strada tradizionale stretta tra cortine di edifici e caratterizzata dalla pluralità delle funzioni e dall’integrazione, dalla prossimità, dalla naturale pedonalità, dalla permeabilità, come dice Kunstler, cioè dal fatto che c’è scambio continuo tra gli edifici e la strada stessa.

Come non vedere, inoltre, nel MM una ideologia totalizzante di chi si sente investito della missione di cambiare il mondo, di creare l’uomo nuovo, attraverso una progettazione integrale di ogni parte del territorio? Lo stesso Benevolo lo riconosce quando scrive: ”Si perde la continuità soggettiva con la vicenda europea, per recuperare la comprensione oggettiva dell’intera serie degli interventi umani nel paesaggio terrestre”

C’è quindi alla base del MM una visione di tipo “morale”, in perfetta analogia con le ideologie del secolo breve, l’epoca delle grandi visioni politiche che hanno prodotto le più grandi catastrofi della storia, così come il MM ha prodotto l’era della disgregazione delle città e la perdita della conoscenza, delle regole per costruire la città, avendo azzerato nella teoria, ma anche nella memoria della cultura urbanistica e architettonica, ogni ricordo, ogni canone, ogni esperienza, se non cristalizzandola e museificandola nelle espressioni di “centro storico” e “monumento”.

Per questo motivo, personalmente non apprezzo molto di Kunstler e del New Urbanism l’insistere in maniera ideologica su aspetti che hanno anch’essi un background di tipo morale, quali quelli ambientalistico-catastrofistici sull’esaurimento delle risorse petrolifere (che in verità non sono esaurite ma il cui prezzo è destinato ad aumentare per l’incremento della domanda da parte dei paesi emergenti e per ragioni geo-politiche e se anche fosse finito non ci sarebbe da compiacersene), proprio perché anch’essi si presentano, nell’ansia di voler dimostrare gli errori commessi, come una visione “globale” che coinvolge ogni aspetto della vita degli uomini e il loro “stile di vita”. E dal voler cambiare lo stile di vita all’”uomo nuovo” il passo è breve.

Non serve l’uomo nuovo, serve la città nuova, cioè la città tradizionale, in cui l’uomo di sempre, l'uomo e basta, abbia la possibilità di comportarsi da cittadino di una comunità di persone. La città nuova serve anche per motivi energetici, ma servirebbe anche se il petrolio costasse poco.

Non c’è bisogno di ricorrere a queste visioni perché si rischia lo stesso abbaglio ideologico del secolo scorso, dato che è sufficiente la presa d’atto degli errori fatti e la necessità di rivalutare il principio civile di cittadinanza, proprio come afferma molto opportunamente lo stesso Kunstler nell’intervista, non considerando cioè i cittadini solo come consumatori ma come esseri umani che hanno la necessità di vivere in una comunità che offra loro la possibilità di avere una vita urbana piena, civile e accogliente e in essa poter dispiegare tutta la ricchezza e la varietà di attività, interessi, rapporti, emozioni che il diritto di cittadinanza è in grado di offrire.
La città tradizionale ne è la premessa indispensabile perché ciò avvenga, un mezzo e non un fine di ordine morale.

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19 agosto 2012

JAMES HOWARD KUNSTLER: VIDEO

Su segnalazione di un'amica, propongo un altro video, questa volta di James Howard Kunstler, sulla città americana.
Questa volta però, contrariamente al video precedente, i concetti che Kunstler esprime sono perfettamente validi anche per le nostre città europee e italiane.
Tra l'altro il video è anche molto divertente perchè Kunstler è brillante e ha il dono di dire cose intelligenti e importanti con grande umorismo.
Al solito, il video può essere sottotitolato in italiano.


Altri post su Kunstler
- LA SOSTENIBILITA' DI JAMES KUNSTLER E QUELLA DI CASA NOSTRA
- COSTRUIRE CON PARSIMONIA, di Ettore Maria Mazzola

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29 giugno 2011

LA SOSTENIBILITA' DI JAMES HOWARD KUNSTLER E QUELLA DI CASA NOSTRA

Parto dalle parole chiave del dibattito urbanistico attuale, sia in politica che tra i così detti addetti ai lavori (i due campi si confondono spesso), quelle che vengono citate ogni tre per due e che, giuste o sbagliate che siano, frutto di riflessione meditata o semplice coazione a ripetere slogan, contribuiscono non poco alle scelte, o alle non-scelte, e quindi ai risultati.
Le parole chiave, i tag, sono l’espressione semplificata di principi, idee, visioni della città ma proprio per sintetizzare devo ricorrere ad un’ulteriore semplificazione, una selezione che necessariamente ne trascura moltissime altre non meno importanti . Ne sono consapevole.
Dunque le parole chiave più ricorrenti sono, a mio parere:
• sostenibilità
• consumo di suolo
• zero volume.

James Howard Kunstler

La prima delle tre, la sostenibilità, è il principio fondante delle altre due, che rappresentano invece il momento di attuazione concreto di quel principio, il modo attraverso il quale si ritiene di conseguire il risultato di rendere qualsiasi atto pianificatorio o edificatorio “sostenibile”. Si potrebbe dire “in principio era la sostenibilità” perché in fondo la sostenibilità si sostiene su un atto di fede politica, essendo le verità scientifiche addotte alquanto controverse, soggette a confutazione e del tutto secondarie rispetto alla profonda motivazione ideologico-lobbistica (vedi lobby )
In questo senso la legge urbanistica della Regione Toscana, già nella sua prima versione, è probabilmente la madre giuridica, e quindi il vangelo dello stato di diritto, di questo principio e delle sue conseguenze. Dice infatti la legge (condenso e semplifico):
La legge promuove lo sviluppo sostenibile, nel rispetto della migliore qualità della vita delle generazioni presenti e future e garantisce la tutela delle risorse essenziali del territorio quali, aria, acqua, suolo ed ecosistema, città ed insediamenti, paesaggio e documenti della cultura, sistemi infrastrutturali.
Nuovi impegni di suolo
(consumo di suolo) sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di realizzazione e riorganizzazione degli insediamenti (zero volume).

Segnalo il tono profetico e salvifico volto a preservare le generazioni future, quindi quelle che ancora non ci sono. Personalmente tendo a diffidare di chi, al di fuori di una visione religiosa e all’interno di una politica, dichiara di preoccuparsi troppo anche per chi ancora non c’è. Mi sembrerebbe sufficiente pensare ai figli e al massimo ai nipoti: andare oltre, più che superfluo è arrogante è pericoloso perché lascia supporre di avere capito tutto anche dell’evoluzione del futuro. Sembra un atto di speranza ma è invece il suo opposto perché manifesta la sfiducia nella capacità delle future generazioni di saper gestire e trovare soluzioni al loro presente. Induce ad un ripiegamento su se stessi, è la fine della speranza, l’interruzione del cammino in una visione lineare del tempo e della storia. Potrebbe trattarsi solo di realismo o di principio di precauzione, ma il primo richiederebbe informazioni e dati più certi, il secondo è negato dal testo della legge e soprattutto dai toni apocalittici che accompagnano in genere la pronunzia di questo assioma.

Si dichiara, infatti, che la sostenibilità è finalizzata alla qualità della vita dell’uomo e si specifica che la “qualità insediativa ed edilizia sostenibile” deve garantire “la sanità e il benessere dei fruitori”. Queste due condizioni vengono però dopo “il risparmio energetico” e “la salvaguardia dell’ambiente naturale”.
Sanità e benessere insieme evocano, più che altro, ticket, liste di attesa e la pubblicità di una SPA in località termale, e questo la dice lunga sulla visione dell’uomo che viene sottesa dalla legge, perché il vero soggetto della legge, e quindi della sostenibilità, sono il risparmio energetico, cioè la Terra, anzi Gaia, e la natura. Al centro della legge, che come tutte le leggi è allo stesso tempo frutto e seme, effetto e causa della società, c’è una Natura idealizzata, non solo buona e da preservare ma anche dotata di valore autonomo a prescindere dalla presenza dell’uomo e quindi un soggetto che ha diritti che l’uomo non può e non deve violare. E’ un totale rovesciamento di fronte rispetto al pensiero e all’azione del mondo occidentale (1).

Ma vi sono altri indizi che la sostenibilità sottenda un giudizio negativo sull’azione umana. Questi si ritrovano nei modi in cui essa viene declinata, cioè nel consumo di suolo e nel volume zero.
Continuando nella lettura della legge (ripeto che questa è presa a titolo di modello esemplificativo di un pensiero) ecco cosa si trova:
Fermo restando quanto disposto dal comma 3, nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. Essi devono in ogni caso concorrere alla riqualificazione dei sistemi insediativi e degli assetti territoriali nel loro insieme, nonché alla prevenzione e al recupero del degrado ambientale e funzionale.
Qui ci sono il “consumo di suolo” e “il volume zero”. A parte la retorica del linguaggio, che depone senza appello a sfavore di tutta la legge, queste prescrizioni sono suscettibili di interpretazioni diverse. Vi si dice in sostanza che occorre prima recuperare ciò che esiste e solo se dimostra che non ce ne è abbastanza per le necessità (su quali siano e come si ottengano, il mitico dimensionamento, è meglio sorvolare) allora e solo allora sarà possibile procedere con nuovo impegno (comunemente detto “consumo”) di suolo.
Il dubbio nasce, non per me ma in base a come vengono generalmente interpretate queste norme, con il periodo successivo che si riferisce non a singoli edifici ma a sistemi insediativi che devono essere riqualificati.
Ora questo comma nel suo complesso potrebbe e dovrebbe essere interpretato nel senso migliore, vale a dire nella necessità di costruire nel costruito, nel densificare la città, sia mediante ristrutturazione che con nuove costruzioni e quindi evitare al contempo il “consumo di nuovo suolo” e di migliorare lo stato di quanto è già costruito, o meglio urbanizzato. Sarebbe non solo cosa ragionevole ma anche corretta e auspicabile, se non fosse che nella vulgata e nell’uso corrente della politica, della tecnica e della burocrazia, per nuovo impegno di suolo si intende, banalmente e stupidamente, nuova superficie coperta e da qui nasce l’equivoco del “volume zero”: ogni nuova costruzione è demonizzata, anche in aree interne alla città, libere ma comprese all’interno di ambiti ormai non più fungibili per l’uso agricolo. Questo è tanto vero che l’assessore regionale all’urbanistica, che di professione è urbanista, la prof.ssa Anna Marson, ha sentito recentemente il bisogno di puntualizzare in un documento che per impegno di suolo non si deve intendere quello all’interno delle aree urbanizzate.

Ma la vulgata resta ed è quella che diffonde il verbo e che impedisce di spostare il dibattito su un livello più alto, di nuovo disegno urbano, indirizzandolo invece verso una generica e improduttiva denuncia contro il mondo delle costruzioni.
Sostenibilità è parola chiave importante e da prendere troppo sul serio per essere lasciata nelle mani di chi la riduce a slogan, luogo comune, passepartout per il politicamente corretto.
C’è un bell’articolo di James Howard Kunstler, dal titolo Ritorno al futuro, che affronta il tema della sostenibilità. Se è vero che Kunstler parte da una visione e previsione alquanto catastrofista, che personalmente non condivido perché in fondo speculare alle previsioni delle città futuriste, è anche vero che il suo approccio al tema città è una ventata di aria fresca, un ritorno alle origini, agli elementi fondativi che hanno determinato la nascita delle città stesse, vale a dire la loro collocazione geografica in prossimità di grandi elementi naturali di comunicazione, fiumi, mari, tracciati naturali terrestri, per affermare che in caso di crollo e declino di molte città - fatto che negli USA è assolutamente frequente in questi tempi di crisi economica - saranno proprio quelle dotate di questa forza intrinseca a sopravvivere, grazie alla possibilità di modificare il proprio modello di sviluppo in maniera meno dipendente dall’energia o con l’uso di energia diversa.

Kunstler consiglia di investire su quelle città, e in futuro vede: “le nostre città diventare più piccole e più dense, con un minor numero di abitanti. I grattacieli diventeranno obsoleti, i viaggi saranno ridotti e i confini della campagna più definiti.L’apporto di energia alle nostre economie decrescerà di molto e probabilmente in modo destabilizzante……. Ricordate: le città tradizionalmente esistono proprio in quei luoghi perché occupano siti di importanza geografica e strategica, come la posizione di Detroit su un breve tratto di fiume tra due grandi laghi. Qualche tipo di insediamento continuerà ad esistere nella maggior parte di questi luoghi, ma non nella forma che oggi conosciamo. Saranno luoghi urbani nel senso tradizionale del termine: compatti, densi, ad uso misto, e composti di quartieri basati sul quarto di miglio a piedi dal centro al bordo, i cosiddetti cinque minuti a piedi, che è una norma transculturale che si trova ovunque nelle comunità urbane pre-automobilistiche. Il modello è scalabile: un quartiere è l'equivalente di un villaggio; diversi quartieri e un distretto commerciale fanno una città, e molti quartieri costituiscono una città di medie dimensioni”.....
“L'idea di agricoltura verticale è una dimostrazione di quanto sia diventata estrema la nostra tecnograndiosità, e quanto ci siamo allontanati da secoli di saggezza accumulata….. il luogo appropriato per questo (l’agricoltura) è al di fuori della città. C'è una grande differenza tra il giardinaggio e l'agricoltura. Alcune attività sono essenzialmente rurali e alcune cittadine, e abbiamo bisogno di ristabilire questa distinzione”.


Ecco, questa è la sostenibilità che può aiutare il progetto di una città migliore e che non richiede, per esistere, una catastrofe ecologica, ambientale, energetica ed economia prossima ventura, perché è corretta a prescindere, e non le parole d’ordine, o parole chiave, usate a sproposito da noi a soli fini di lotta politica tra chi vuole costruire ad ogni costo e chi vi si oppone con presupposti sbagliati.


Nota:
1) Vedi questa intervista a Giulio Giorello, certamente un laico, fatta da uno studente:
STUDENTE: A proposito del rapporto uomo-natura, perchè l’uomo, invece di coesistere con essa, cerca sempre di prevaricare sulla natura?
GIORELLO: Ogni essere vivente cerca di modificare il proprio ambiente. I castori, per esempio, modificano il corso dei fiumi. L’uomo esprime una volontà di conquista della natura molto più ambiziosa di qualunque altro animale, estendendo il proprio intervento fin dove può. Si pensi all’intera storia delle conquiste spaziali. E’ difficile spiegarne le ragioni. Si può solo dire che quest’ambizione è per l’uomo una condanna e al contempo un privilegio. Il privilegio gli è stato dato da Dio, come è scritto nel Libro della Genesi dell’Antico Testamento in cui il Signore incarica Adamo di "nominare tutti gli animali e tutte le piante". L’esegesi biblica e una esatta traduzione dall’ebraico indicano che Adamo, e pertanto l’uomo, sia considerato il "custode" della natura e non il suo "dominatore". Di conseguenza l’uomo deve considerarsi il responsabile di tutte le creature che abitano la terra, l’acqua e l’aria, e di tutto l’ambiente che lo circonda. L’uomo quindi è anche responsabile di ciò che fa all’ambiente. Nel suo rapporto con la natura l’uomo non può e non deve essere un prevaricatore. In caso contrario la natura "si vendica".

Pietro Pagliardini

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29 agosto 2010

PENSIERI SULL'ULTIMA BIENNALE DI VENEZIA

Ettore Maria Mazzola

Un uomo con i baffetti alla Hitler, un altro con la mano destra infilata tra i bottoni a metà camicia e il mignolo della mano sinistra infilato nell’orecchio, il terzo con maglietta a righe orizzontali bianche e blu, berretto a girandola e lecca lecca gigante. Potrebbe essere questa l’immagine della giuria di esperti, presieduta da Paolo Baratta che ha deciso, su proposta del Direttore della 12^ edizione Kazuyo Sejima, di dare il Leone d’Oro alla carriera a Rem Koolhaas.
Il sito web della biennale ne riporta anche la motivazione della giuria, che però risulta scritta solo in inglese … e già, siamo in Italia, o forse in “ailatI” – secondo l’organizzatore del Padiglione Italiano alla Biennale Luca Molinari – ma la lingua italiana non viene presa in considerazione! Chissà mai che gli italiani dovessero capirne la motivazione?

“Rem Koolhaas has expanded the possibilities of architecture. He has focused on the exchanges between people in space. He creates buildings that bring people together and in this way forms ambitious goals for architecture. His influence on the world has come well beyond architecture. People from very diverse fields feel a great freedom from his work.”

E allora ecco perché Koolhaas meriterebbe il Leone d’Oro:

“Rem Koolhaas ha allargato le possibilità dell’architettura. Si è focalizzato sull’interazione tra le persone nello spazio. Egli crea edifici che fanno socializzare la gente, e in questo modo forma degli obiettivi ambiziosi per l’architettura. La sua influenza sul mondo è andata oltre l’architettura. Gente appartenente ad ambiti assolutamente diversi sente la grande libertà del suo lavoro”.

Ma forse sarebbe stato meglio essere più onesti e, visto che si tratta di un premio alla carriera, avrebbero dovuto darglielo per la sua famosa frase intorno alla quale ha svolto tutta la sua opera: “Fuck the context”, ovvero “fanculo il contesto!”
Vediamo allora qualcuna di queste opere “socializzanti”:

Si potrebbe andare avanti con le immagini, ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Verrebbe da chiedersi: che cosa avevano bevuto a cena questi giurati?.
Forse, se nella commissione ci fosse stato il grande saggista, giornalista e scrittore statunitense James Howard Kunstler, autore di “The Long Emergency” e “The Geography of Nowhere” il giudizio sarebbe stato “leggermente” diverso. Egli, infatti, su Koolhaas non è andato per il sottile quando, intervistato poco dopo l’incendio che il 9 febbraio 2009 distrusse l’edificio di Koolhaas definì l’edificio come “incomprensibile”, e la sua architettura come “Anti Sociale e Despotica”. Andando più nello specifico, Kunstler disse: “molti architetti famosi, incluso Koolhaas, spesso si sforzano di confondere la gente al fine di apparire soprannaturalmente brillanti. Ma tutto risulta concentrato nel loro pensiero di grandiosità e narcisismo. Piuttosto che tentare di disturbare le nostre aspettative, gli architetti dovrebbero sforzarsi di darci edifici neurologicamente comprensibili e che soddisfino il nostro bisogno di orientamento culturale”.

E allora, come è possibile che questa commissione di “saggi” abbia premiato l’architetto olandese per la sua architettura “socializzante”?

Purtroppo gli architetti, e i critici dell’architettura, animati dall’assurda idea che l’arte e l’architettura per poter essere “moderne” debbano risultare trasgressive, hanno perso il controllo della situazione. Ai convegni si presentano tutti vestiti di nero, come dei corvi (1), e discutono tra loro di quanto sono bravi, talvolta chiedendosi come mai, la massa ignorante non li capisca. Poi però, ricordandosi che – secondo un principio astruso che risale alle avanguardie ottocentesche – i “grandi artisti” devono, SEMPRE, risultare incompresi, e che quindi occorreranno anni perché si possa comprendere il loro messaggio, si sentono sollevati dal dubbio, e continuano per la loro strada, certi di essere nel giusto.

D’altro canto le riviste specializzate, opportunamente sponsorizzate dall’industria edilizia, pubblicizzano quanto di più astruso possa esserci, purché dimostri l’impiego delle tecnologie e dei materiali più moderni, non fa niente se un domani risulteranno nocivi. Con l’avvento della “città funzionale” voluta da Le Corbusier e compagni, si è persa l’idea di città, e gli edifici non hanno più una relazione con essa essendosi ridotti ad una serie di oggetti isolati, fini a se stessi. Gli edifici “moderni” non dialogano con l’urbanistica, non ne hanno bisogno! … Nonostante l’evidenza di questo aspetto, spesso e volentieri gli stessi architetti, o più spesso i critici, si permettono di scrivere lunghe – e rigorosamente contorte – descrizioni che esaltano gli aspetti urbanistici e socializzanti di determinati “starbuildings”, facendo si che la gente comune continui a sentirsi ignorante e, per paura di esser ritenuta tale, finga di comprendere ciò che non ha alcun senso.

A chi si chiedesse se c’è speranza per il futuro, rispondo che per il momento nutro seri dubbi. Se infatti il futuro dell’Italia è quello selezionato, e orgogliosamente presentato, dal Padiglione Italiano nella mostra “Ailati” non c’è che da essere preoccupati.
Per chi volesse comprendere il senso della mostra, cito pedissequamente ciò che pubblicizza il sito web:
“Si legge «Ai lati», ma anche «Italia», al contrario. È il nome del padiglione Italia alla XII Biennale di Architettura a Venezia, che in questa edizione punta i riflettori su progetti innovativi ed emozionanti, realizzati da giovani talenti e non dalle «archistar». Luca Molinari, curatore di «Ailati. Riflessi dal futuro», esalta la capacità dei giovani progettisti italiani di essere internazionali e innovativi. Con una sorpresa: «la nostra architettura più evoluta nasce nei distretti regionali e provinciali ed è anche la rappresentazione di un tipo di committenza che lascia a chi progetta la libertà di esprimersi». La nuova generazione di architetti italiani proviene proprio dalla provincia, «ma ha attraversato l’esperienza dell’Erasmus: lo studio in paesi particolarmente sensibili alle tematiche dell’abitare: Olanda, Francia, Belgio, Spagna...».

Personalmente ritengo che, specie grazie alla spiegazione finale che ci dà Molinari, che l’ARCHITETTURA, ma preferirei dire l’EDILIZIA, presentata in questa mostra di “giovani talenti”, sia proprio il risultato di un insegnamento distorto di matrice modernista, operato in tutte le università d’Europa, esaltato dallo stupido complesso di inferiorità culturale che i nostri docenti di architettura vivono nei confronti delle altre nazioni, sicché è ben difficile che si trovino progetti che ricerchino il nuovo scavando nella nostra gloriosa tradizione, sarebbe impossibile, vista l’ignoranza in materia di chi dovrebbe guidare i giovani verso l’apprendimento di questa disciplina, così è molto meglio scopiazzare dalla riviste internazionali quanto di più distante possa esserci dalle reali esigenze umane, tanto gli uomini (quelli che non hanno studiato nelle facoltà di architettura) sono tutti ignoranti e non capiranno mai!

Sarebbe stato il caso che il sig. Molinari, in questa sezione dedicata ai giovani italiani, si fosse ricordato anche di tutti quei giovani architetti e ingegneri che, ormai da decenni, si dedicano a recuperare un modo di costruire gli edifici e le città in maniera più rispondente alle reali esigenze umane, nel rispetto delle tradizioni locali, nel rispetto del clima, dei materiali, e delle esigenze della “banalità quotidiana”, come il sociologo Richard Sennet le ha definite … ma purtroppo, al sig. Molinari e a tutti i “corvi” vestiti di nero che decidono chi e cosa debba esporsi alla Biennale, questo tipo di architettura non interessa … forse perché non fa gli interessi della lobby edilizia? … o forse perché non la comprendono essendo essa troppo all’avanguardia?

Allora qual è il senso delle Biennali. Ferma restando la critica sui contenuti e sulla sfacciataggine degli organizzatori – ricordo anni fa lo slogan di una Biennale d’Arte che titolava “Contro l’arroganza dell’osservatore” (sic!) – mi chiedo che senso abbia questa mostra, se non quello di confermare la confusione che si fa tra Architettura e Arti Figurative? Le Arti figurative, ormai dall’epoca delle avanguardie, passando per il Ready Made e la Pop Art, per arrivare alla Transavanguardia ed alle “istallazioni”, si sono trasformate in beni di consumo, pertanto la Biennale sembra più una fiera campionaria che non una mostra di Arte, mentre la Biennale di Architettura non può ritenersi come la celebrazione di quanto di meglio si possa progettare e costruire per migliorare la vita della gente, ma piuttosto come la triste conferma che l’Architettura non è più un qualcosa da tramandare ai posteri, essendosi modificata in un prodotto “usa e getta”.
Infine, in merito al luogo ove si svolgono le Biennali, mi viene da fare questa riflessione: se la Biennale si svolgesse in qualche orrenda periferia italiana – in perfetto stile con i contenuti della mostra – piuttosto che a Venezia, sono certo che ben poca gente, eccetto gli architetti e gli studenti di architettura, andrebbe a visitarla!


(1)Uso il termine “corvi” per ricordare agli adepti di Le Corbusier che, ironia della sorte, il vero nome del loro idolo era Charles-Edouard Jennaret, e che il suo pseudonimo era il nome con cui si definivano in epoca medievale gli addetti all’allontanamento dei corvi dalle chiese.


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