Pietro Pagliardini
Ieri al TG il garrulo Mollica, nei rituali servizi da San Remo, esaltava la “novità” di una canzone, non so quale. Quel poco di canzoni che ho sentito mi hanno fatto dormire, però pare siano portatrici di “novità”.
Novità, modernità, contemporaneità, creatività, innovazione, questi tag passano nei media e nella cultura diffusa come valori assoluti, esclusivi e indipendenti da ogni ulteriore attributo di qualità e di merito per ogni ambito in cui si esprime l’attività umana. La canzone è una novità e tanto basta a definirla una buona canzone. Ovviamente è anche contemporanea, e non potrebbe essere diversamente dato che è stata creata in questi giorni, e anche questo basta a renderla degna di nota. Però deve essere anche moderna, che non è proprio uguale a contemporanea. Infatti contemporanea ha un significato meno durevole, più di moda ma più soggetta al logorio del tempo, mentre moderna fissa definitivamente il carattere di positività in un arco temporale più vasto, un’epoca direi, e la consegna definitivamente all’olimpo delle cose da ricordare e da esporre al MOMA. Come si faccia ad esporre una canzone al MOMA non saprei dire, però credo che qualcuno ne sarebbe capace, se non l'ha già fatto. Se una canzone o un’opera è moderna, diventa icona di un’epoca, quella della modernità ovviamente.
Parlo di canzoni come semplice incidente di percorso ma il ragionamento vale per qualsiasi altra opera. Anche per l’architettura. Qui le novità si sprecano da decenni ma al momento attuale hanno raggiunto un ritmo veramente incalzante, da mozzare il fiato. I futuristi, poveretti, non reggerebbero il passo.
Le novità migliori sono quelle che viaggiano con la tecnologia. Zaha Hadid, grazie a Patrik Shumacher, fa due schizzi di autostrade che si incrociano, si sovrappongono, si allineano, arriva Shumacher e con il sapiente uso del software dà loro forma nello spazio virtuale. Il tutto passa poi a qualche disgraziato di ingegnere che deve ingegnerizzarlo per farne qualcosa che assomigli ad un edificio, che magari non serve a niente ma che comunque deve, ahimè, contenere persone in carne ed ossa senza cadere loro addosso. E’ decisamente una novità, su questo non si possono nutrire dubbi di sorta. Sarebbe l'architettura a prescindere.
Prima c’era, ormai sembra superato, quell’altro, Gehry, che nasce come scultore. Poi ha capito che tutto sommato scultura e architettura sono quasi la stessa cosa, solo che questa, oltre ad essere vuota dentro per farci entrare le solite persone, è molto più grande e costa molto di più e allora ha cominciato ad accartocciare dei fogli. Con una telecamera riprende da vicino i vari scorci creati dalla casualità delle pieghe e, con un processo decisamente più complicato e più artigianale (d’altronde siamo ai primordi, è pioneristico), sempre al computer, restituisce il modello cartaceo, arricchendolo e modificandolo per dargli una forma se non compiuta, che sarebbe esagerato dire, almeno più coerente. Tutto sommato l’impegno e lo studio, dal punto di vista plastico e compositivo è superiore. Superiore a quello di Hadid. Anche questa è stata una novità, a questo punto direi archiviata, certamente contemporanea quando è stata fatta e forse anche moderna. Non è andata al MOMA, perché non sapevano come infilarcela, ma è stata immortalata in un film di un famoso regista. E poi è andata a finire in diverse parti del mondo, con diversa fortuna e qualche problema di infiltrazioni d’acqua (certo nelle sculture questo problema non si poneva) ma l’apoteosi è stata Bilbao. Almeno per noi europei, soprattutto italiani. A Bilbao però non sembra vi siano problemi di acqua.
Quell’altro, decisamente in disarmo, ha fatto un ponte a Venezia in acciaio e vetro. E’ certamente una novità, e che novità. Camminare sull’acqua come Gesù nel lago di Tiberiade! Se non è una novità questa! L’altra novità è quella che sul vetro si scivola, specie quando piove e se non piove, a Venezia, quando non tira vento di tramontana c’è l’umidità che è come se piovesse e anche peggio perché uno non se lo aspetta. E allora si scivola anche quando non piove. E anche questa è una novità. E poi c’è l’altra novità, che se il ponte ad arco è spingente, vuol dire che spinge là dove appoggia e allora le spalle del ponte tendono ad allontanarsi l’una dall’altra e bisogna fare in modo che invece questo non avvenga. Questo fatto, in verità, tanto nuovo non è. Lo sapevano già gli antichi, che il vetro lo usavano poco, ma che se c’era un arco spingente rimediavano con un contrafforte. Ora Calatrava avrà pensato che le spalle avrebbero retto la spinta ma si vede che non devono avere retto se si muovono. La sfortuna ci sta nella novità.
Ma la sfortuna è anche delle casse pubbliche che pare abbiano sborsato 3 milioni di euro per la scivolosità e non so quanti per la spinta. Anche per la compagnia assicurativa del Comune deve essere stata una novità. Una novità un po’ dispendiosa, riconosciamolo, ma pur sempre una novità.
Adesso c’è l’ultima novità, almeno fino a qualche giorno fa che nel frattempo è capace ne abbiano trovata un’altra. E’alla portata di molti architetti e questo fa prevedere, crisi permettendo, che potrebbero esserci moltissimi prodotti nuovi. Si parla del laser-scanner. Si crea una forma con qualsiasi materiale duttile e modellabile - e qui si esercita anche la creatività nella scelta dello stesso - la macchinetta lo “legge” e crea una nuvola di punti che, trattata al computer, restituisce un modello 3D bello e precotto. Cartocci di carta, pongo, plastilina, creta, lamiere tagliate e sagomate, stoffa, reti di acciaio, quello che si vuole. A quel punto, trovato il cliente giusto, non resta anche qui che passarlo agli ingegneri per la ingegnerizzazione. Tutti gli architetti potranno sentirsi Gehry, Hadid, Calatrava no perché lui è più tradizionale nel metodo, a parte il vetro che però non credo riuserà un’altra volta, per i ponti almeno.
A questo punto come non osservare che, a dispetto di chi afferma che la modernità è caratterizzata dalla frammentazione, decostruzione, individualismo, disordine, caos addirittura, siamo in vero tornati all’unità dell’arte e fra le arti! Musica, architettura, scultura, tutte unite dall’essere novità.
E il merito, la qualità dell’opera? Non conta, un dettaglio superato. D’altronde la novità è un concetto e l’arte moderna e contemporanea è concettuale. Questa però non è una novità, ma un discorso piuttosto vecchio.
15 febbraio 2013
NOVITA'
9 settembre 2012
L'ARTE....DELLA PAROLA
Stamani, domenica, radendomi la barba, come al solito accendo la radio.
Sento una bella voce di donna che espone, ma direi meglio narra, senza pause o incertezze.
Non posso fare a meno di astrarmi totalmente dall’azione, anche se il rasoio continua a scorrere sulla pelle.
Non so se stia leggendo ma sono portato a credere di no. Se anche leggesse, sono comunque certo che sarebbe capace di esporre in maniera così fluente e formalmente perfetta anche a braccio. Una grande dote, indubbiamente.
La prima parola che sento è “programmazione” e sono portato a pensare che parli di economia. Poi va avanti e parla di MAXXI. Mi dimentico sempre più di essere davanti allo specchio con il rasoio in mano.
Esalta la nuova spazialità del museo, si augura che “tutti” l’abbiano visitato (auspicio un po’ irrealistico in vero) e parla di arte contemporanea.
Mi ci vuole poco a realizzare che non vale la pena cercare di capire i contenuti espressi dato che siamo nel campo della pura forma verbale, di alta qualità, la comprensione dei quali è, ad essere benevolenti, indecifrabile.
Alla fine scopro che è Anna Mattirolo la direttrice del MAXXI Arte.
Se non mi sono tagliato è solo grazie alla, ahimè, pluridecennale esperienza per cui la mano è quasi indipendente dal controllo del cervello. Un po' come molti discorsi sull'arte contemporanea.
Lascio a voi l’ascolto della lezione:
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14 febbraio 2012
IL "FARE ARCHITETTURA" DI SCHIATTARELLA
Non era sufficiente il retorico, anacronistico e inutile manifesto dell’Ordine di Roma dal contorto e supponente titolo “Il diritto all’Architettura è un diritto di tutti”, ci voleva anche l’intervista dell’architetto Schiattarella, Presidente dell’Ordine di Roma, rilasciata a RaiNews e che ho visto solo oggi, a completare il quadro dell’ordine-pensiero.
Cosa ha detto Schiattarella? Ha stabilito la priorità assoluta per le nostre città. E di cosa hanno bisogno queste nostre città? Ecco quanto afferma Schiattarella:
“Il delta che c’è tra la nostra capacità di fare architettura e quella degli altri paesi europei sta aumentando in modo vertiginoso. Le nostre città non riescono più a esprimere il linguaggio contemporaneo mentre altre città sono diventate addirittura degli archetipi della modernità quindi sono molto più avanti rispetto al nostro”.
Dunque sarebbe questa l’emergenza che i promotori e i firmatari del manifesto rilevano per le città italiane! Non molte le adesioni in verità, poco più di 5000, nonostante una pagina intera del Corriere della Sera comprata dall’ordine e la grande pubblicità data dagli ordini provinciali in un momento “caldo” per la professione nell’attesa delle decisioni sulle liberalizzazioni di tariffe.
Il problema delle città italiane sarebbe la mancanza di “espressione del linguaggio contemporaneo”. Con un’idea di questo genere Schiattarella potrebbe candidarsi a sindaco, prendendo di sicuro un migliaio di voti dai suoi iscritti romani, perchè ha colto la vera emergenza urbana. I cittadini non pensano ad altro che al linguaggio contemporaneo dell’architettura e a Roma specie sono davvero preoccupati per il “delta tra la nostra capacità di fare architettura” e quella degli altri paesi europei che, ovvio corollario, sono più avanti. Ricordo, a titolo di esempio, le opere olimpiche di Atene e le metto a confronto con la situazione attuale della Grecia, non certo per speculare su quel popolo e quella terra che hanno partorito la civiltà occidentale ma per smentire palesemente l’esistenza di una relazione possibile tra “l’essere più avanti” e la capacità di “fare architettura” come la intende Schiattarella. Ricordo anche la fascinazione esercitata sugli architetti italiani dalla Spagna che “fa architettura”, secondo la provinciale vulgata architettonica a fronte dell’attuale situazione in quel paese.
Non il degrado delle nostre periferie, eccetto quella di Roma ovviamente, dove infatti il linguaggio della contemporaneità si annuncia finalmente con i grattacieli a riqualificarle e rigenerale, non la scomparsa della forma urbana perpetrata da cinquant’anni a questa parte, non lo sforzo di immaginare forme e modalità di ricomposizione dello spazio urbano da attuare mediante un ricompattamento, o densificazione, basato sulla ristrutturazione del tessuto stradale, sul ritorno alla strada, piuttosto che sull’espansione incontrollata e informe nelle aree extra urbane, non l’abbandono della zonizzazione selvaggia. No, non sono queste le priorità da segnalare da parte di un ordine importante a quegli iscritti che eventualmente non se ne fossero accorti, non sono questi obiettivi tali da giustificare un vero manifesto capace di dare un segno di svolta culturale, ma l’emergenza per gli architetti italiani è, secondo l’ordine di Roma, apparire nelle riviste e nei video TV con immagini patinate di linguaggio contemporaneo, è appiattirsi nella pigra costruzione mentale dell’effetto Bilbao che Schiattarella e molti altri si sono costruiti, grazie alla campagna mediatica non filtrata da un minimo di senso critico, quella cioè che si identifica con il museo di Gerhy e che non corrisponde affatto alla realtà di una città rinata grazie ad una sapiente operazione globale di tipo economico e di ristrutturazione urbanistica supportata da notevoli investimenti resi possibili dal vero federalismo fiscale.
Possibile essere ancora così abbagliati dal conformismo architettese, dall’essere così attratti dal proprio ombelico da non vedere che Roma è un po’ diversa da Bilbao ed esprime valori culturali universali di caratura non confrontabile con quelli della città Basca? Possibile che gli architetti, una parte degli architetti spero, abbiano perso del tutto la capacità di leggere e interpretare la realtà, di sapersi guardare intorno quando il primo compito dell'architetto è proprio questo, necessario punto di partenza per qualsivoglia progetto?
Dimenticare la città che si ha davanti - e mi riferisco a Roma perché Schiattarella è di Roma – sia quella antica, unica per cultura, storia, emozione e ammirazione che riesce a comunicare al mondo intero, sia quella moderna e contemporanea che, salvo rarissime eccezioni, è il simbolo stesso del sacco edilizio che continua ininterrotto dal dopoguerra ad oggi, supportato da una incultura urbana e architettonica perpetrata con l'ausilio di coloro ai quali è rivolto proprio quel manifesto e lanciare un appello per passare da una grassa abbuffata di edifici ad una elegante, cool e geometrica portata nouvelle cuisine, dove la pietanza si colloca pretestuosamente dentro un enorme piatto quadrato, bianco o nero, gemella alimentare degli edifici-oggetto posti al centro del lotto, ciascuno disposto lungo una carreggiata stradale (non una strada) così come i piatti sono messi in fila sul tavolo per una cena!
Continuare nel sommare oggetti ad altri oggetti, quasi sempre inguardabili, come negli scaffali di un negozio di casalinghi e regali: questa è la città contemporanea sulla quale il manifesto rileva la necessità di “esprimere il linguaggio contemporaneo”! L’unico linguaggio contemporaneo italiano è proprio quello del vuoto urbano che c’è adesso e che invece va cambiato profondamente.
Dimenticare una città, patrimonio autentico dell’umanità, con o senza l’UNESCO, insieme alle altre mille città italiane, pagine di storia dell’uomo scritte con la pietra ed esempio vitale di spazio urbano, e riuscire a dimenticare allo stesso tempo le mille periferie desertificate e prive di relazioni sociali e interpersonali, dimenticare di essere architetti al solo scopo di rimasticare ancora sui “concorsi”, massimo obiettivo professionale innalzato quasi ad aspirazione di ordine etico, mantra ripetuto all’infinito dagli ordini per raccogliere facili consensi e visibilità specie in un momento difficile per gli ordini stessi, oltre che per la professione!
Vorrei consigliare a chi la pensa come Schiattarella di non guardare solo le riviste dal dentista o quelle all'Ordine o le news letter che arrivano dai vari siti internet dedicati allo star-system dell'architettura e che quando si guarda all'Europa si dovrebbe tenere conto che esistono altre realtà che non il "fare architettura" ma anche il "fare città", trasformando periferie infami in luoghi urbani, come nel caso dell'immagine in testa al post.
Ma forse ho sbagliato a scrivere questo post, perché in fondo di quel manifesto non è rimasto niente, solo la fattura della Divisione pubblicità del Corriere della Sera.
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29 marzo 2011
DIVERTISSEMENT
“…..perciò andranno privilegiate architetture contemporanee, di pregio, che sfruttino energie rinnovabili, e strutture verticali che limitino il consumo di suolo”.
Questa la testuale e meravigliosa sintesi di luoghi comuni fatta da un amministratore per un'area che prevede grattacieli.
Un'area, lo si capisce bene, in cui si prevedono grattacieli dalle forme contemporanee e che sfruttino energie rinnovabili.
Una dichiarazione tipo, uno stereotipo ormai consueto nel mondo della politica locale di qualsiasi appartenenza politica, in cui è condensata lo stato attuale della prassi urbanistica e architettonica.
Analizziamo la frase:
1) privilegiare architetture contemporanee:
Dato che sarebbe difficile privilegiare architetture megalitiche o longobarde e neppure risorgimentali, nonostante il 150°, e dato che non tutte le architetture costruite oggi, quindi contemporanee comunque esse siano, potrebbero soddisfare il significato sottinteso di particolare specialità, è chiaro che per “contemporanee” si debbano intendere architetture che assomiglino alle migliori tra quelle che si vedono in giro o nelle riviste, in TV e nei magazine, cioè più alla moda. Se infatti io ricevessi l’incarico di ordinare uno stock di abiti per conto di qualcuno che mi dicesse solo: "voglio che tu privilegi un abbigliamento contemporaneo", mi documenterei sull’ultimo pret a porter sfilato a Milano o Parigi e tra quello andrei a scegliere. Analogamente, se mi si chiedesse un’architettura contemporanea, cercherei dove devo cercare. Quindi è la moda che comanda l’architettura, è la moda che fa scegliere le “architetture”. Sottolineo questo punto a favore di tutti quei colleghi che ancora vanno cercando l’architettura contemporanea: non si prendano troppa cura, la possono trovare all’outlet a prezzi stralciati. Tra un po’ sarà reperibile anche nei mercatini rionali e pare che già ci siano in commercio molte copie taroccate, non solo di produzione asiatica ma anche italiana. La Guardia di Finanza ne ha sequestrati diversi quantitativi.
2) di pregio:
Attributo questo ridondante e pleonastico in quanto scontato. Difficile desiderare un’architettura spregevole: contemporanea già basta e avanza.
3) che sfruttino energie rinnovabili:
Tradotto significa “che abbiano sul tetto pannelli solari”. Poiché è la legge che lo stabilisce, anche questa espressione è un pleonasmo.
4) strutture verticali che limitino il consumo di suolo:
Eccoci al conquibus! Tutto quanto detto prima è l’ouverture, la preparazione, l’introduzione, l’odore di quell’arrosto che è il grattacielo e che riassume in sé tutte le caratteristiche precedentemente esposte: contemporaneità, pregio, sostenibilità ambientale. Con l’aggiunta della più corretta tra le politicamente corrette espressioni correnti, cioè risparmi nel “consumo di suolo”. Ma il grattacielo non viene chiamato con il suo nome, e neppure con il più evocativo torre, bensì: struttura verticale. La capacità d’astrazione è qui eccezionale: l’edificio si smaterializza del tutto per diventare un concetto. Struttura, infatti, non ha niente di fisico, non rimanda a qualcosa che sostiene un carico, dato che la struttura verticale è presente anche in una capanna di un piano. Struttura verticale assume qui il significato filosofico dato dalla omonima corrente strutturalista, diventa un segno che connota un qualsiasi elemento che tenda verso l’alto, quasi l’aspirazione stessa alla salita.
E subito ci si immagina un bel monolite con un meraviglioso e soprattutto grande parco intorno, logica conseguenza del risparmio di suolo: si risparmia suolo e quindi si può liberare il verde, sotto il quale ci sta un immenso parcheggio che sputa veleno sopra ma tanto ci sono le piante che fanno da filtro. E si pensa ad un parco come un green da golf, e gruppi di alberi e fiori e roseti e panchine e squadre di manutentori che tagliano l’erba, raccolgono le foglie cadute e le bottiglie di birra vuote, le siringhe e le cicche, qualche ubriaco, ogni tanto anche un cadavere finito lì chissà come; che accomodano gli irrigatori, sostituiscono le panchine rotte e quelle rubate. E se si prende uno dei tre ascensori e ci si affaccia alla terrazza del roof-garden si può osservare ad est una città compatta, con tutti i tetti rossi, dove le strade appaiono come incisioni tra le masse murarie, come il cretto di Gibellina, e dove non ci si capacita di come per secoli la gente, questa incivile, abbia potuto vivere tutta così appiccicata e per di più intrappolata dentro una cinta di mura che segna un limite preciso all’espansione, dato che oggi non ci vive più nessuno, salvo qualche architetto che ci tiene studio, ma solo per immagine e poi, per comodità, per non perdere tempo nei viaggi, ci vive anche al piano di sopra, ma con grande sacrificio. Infatti possiede anche una bella casa colonica ristrutturata in campagna, con piscina, zona collinare, grande metratura, dove si riposa nei week-end e durante l’estate. Ha cercato, è vero, una casa in una amena periferia, ma è stato sfortunato perché costano meno e lui pensa che il prezzo più basso nasconda qualche magagna. Solo per questo non l’ha comprata, perché non si fida. E poi c’è sicuramente da sanare qualche difformità, troppe grane; il centro storico, invece, pare che esistesse già prima del ’67 e tutto è regolare, dice la legge.
Ci vivono anche pochi altri professionisti, avvocati, notai, psicologi, primari di cliniche private ma anche medici generici, possidenti, commercianti, ricchi di famiglia, industriali e arricchiti a vario titolo. C’è rimasto qualche anziano pensionato ma per poco perché c’è chi gufa perché tiri il calzino per potersi così presentare agli eredi con un bell’assegno. Comunque è un luogo poco raccomandabile perché c’è qualche extracomunitario, anche se, a onor del vero, loro preferiscono i condomini in periferia, perché sono veri amanti del bello. Non ci sono invece parchi tra quelle case, ma tra i tetti e i muri spuntano chiome di alberi che non si capisce proprio da dove vengano: saranno anche quelli sui roof-garden!
Rivolgendo lo sguardo ad ovest il vuoto prevale e, dopo il pieno ad est che costringeva ad aguzzare la vista, il campo si allarga, l’orizzonte si amplia, gli occhi vagano senza meta mancando, per fortuna, un disegno leggibile. Quella città è veramente democratica perché ognuno la può interpretare a modo suo, libera la creatività e incoraggia l’iniziativa perché non c’è regola che comandi se non la mancanza di regole. Un grande parcheggio sulla sinistra, un altro mini-grattacielo sulla destra, un po’ più vecchio, non tanto contemporaneo, collezione di quattro anni fa, vintage, non è chiaramente sostenibile perché non v’è traccia di energia alternativa. Al centro quella che sembra una raccolta di scatole da scarpe tutte ordinate perpendicolari alla strada e, accanto a queste, case sparse con tetti dalle forme più varie e fantasiose, e un po’ più lontano un grande ipermercato.
Un flash di memoria ricorda che quella parte di città dentro le mura ha accolto, nei tempi di massima crescita, fino a 30.000 abitanti. Ma adesso che la città ne conta 100.000, come mai la superficie attuale è almeno 10 volte tanto? Boh!
Comunque adesso, con i grattacieli le cose cambieranno radicalmente: il consumo di suolo si ridurrà drasticamente, il verde aumenterà e …. la campagna diminuirà….. se diminuisce la campagna però cresce la città…. ma la città è verde…. sarà verde la città ma cosa ci si coltiva, l’erba all’inglese?..... no, l’erba no, semmai l’insalata e…. si possono fare gli orti urbani…… ma sull’insalata urbana ci va lo smog delle auto parcheggiate sotto…. e allora portiamole a piano terra le auto…. sì, ma così sull’insalata ci va lo smog delle auto di sopra ….. e allora….. coltiviamo l’insalata in campagna e in città facciamoci le cose da città, magari ci si vende l’insalata della campagna e anche qualcos’altro e per non consumare troppa benzina si potrebbero costruire le case più vicine e un tantino più basse della struttura verticale strutturalista, così il sole c’è per tutti non solo per quelli dei piani alti, e magari al piano terra metterci qualche negozio.
Fammi dare un po’ uno sguardo a quel fittume, tanto, tanto mi venisse qualche idea!
19 marzo 2010
MA SOLO L'ANTICO E' FALSO?
Pietro Pagliardini
Quell’edificio crollato non deve essere ricostruito com’era perché sarebbe un FALSO!
Quel progetto in campagna non deve imitare una casa colonica perché sarebbe un FALSO!
Quell’edificio è adatto a Disneyland perché è una copia quasi identica ad una villa palladiana, ed è un FALSO!
Tre situazioni diverse che raccolgono la riprovazione della “cultura” architettonica imperante verso il “falso” e la mimesi.
Per il momento non vorrei confutarla ma vorrei portare casi diversi:
Quel progetto è fantastico! Si vede che è un allievo di Ghery.
Quel progetto ha il dinamismo e il senso dello spazio di Zaha Hadid!
Quel progettista fa uso di tecnologia con sensibilità e grazia. Mi ricorda Renzo Piano.
Niente paura, nessuna sparata contro le archistar; i loro nomi servono solo per l’esempio.
Ogni architetto, in specie nella fase giovanile, fa riferimento ad una figura di riferimento. In genere, con il tempo, acquisita sicurezza nei propri mezzi e maturata la capacità di dominare il progetto, tende a distaccarsene, fino all’abbandono, e ad elaborare un linguaggio personale. Voglio immaginare che il nostro architetto riesca a raggiungere un livello professionale alto, tanto che molti riconoscono l’autore negli edifici da lui costruiti.
Ma siamo assolutamente certi che questo bravo architetto non debba niente a qualcuno in particolare o a ciò che osserva viaggiando o alle riviste e ai libri che legge o a tutto quanto ha studiato all’università e, ancor prima, ai suoi stessi ricordi giovanili? Siamo sicuri che esista veramente qualcuno, in qualsiasi campo, che non debba la propria conoscenza e competenza ad altri?
L’apprendimento inizia con l’imitazione. Successivamente non si chiama più imitazione, ma studio, osservazione, esperienza ed elaborazione di informazioni.
Qualsiasi disciplina, intellettuale o manuale, è un accumulo di conoscenza ed esperienza sedimentata nel tempo in opere o libri o trasmissione verbale. Oggi anche in forme più tecnologiche e nuove: immagini, video, audio. Cambia e si evolve il mezzo, ma il contenuto è lo stesso: conoscenza di alcuni, fissata perché possa essere trasmessa ad altri.
Ogni disciplina, intellettuale o manuale, è imitazione, mimesi; quello che si osserva viene elaborato e riproposto in forme e modi diversi e in base alla propria inclinazione.
Ma ecco che interviene la variabile “ricerca”. C’è sempre stata, naturalmente. Chissà se l’anonimo inventore della ruota riconoscerebbe il suo prodotto guardando un gran premio di formula 1 nel momento in cui i meccanici ne cambiano 4 in 4 secondi! Alta tecnologia e specializzazione, ma il principio della ruota è sempre lo stesso: un cerchio rigido che gira intorno al suo centro. Ma la ruota non si è materializzata nella mente del suo inventore da una tabula rasa, anche se la rivoluzione è stata grande. Vai a capire i millenni che ci sono voluti per fare meno fatica a trasportare roba! Certo, il passaggio intermedio di una ruota quadrata non credo ci sia stato, ma molte slitte su rulli sì. Il principio era già a portata di mano, bastava vincolare il rullo. Alla fine è arrivata l’ideuzza giusta. Da quel momento l’evoluzione del mezzo: di materiali, di tecnica per diminuire l’attrito, nel centro e nella circonferenza, e resistere all’usura. Ma il principio è sempre lo stesso: copiare le idee altrui, quelle che si ritengono buone, per andare avanti, aggiungendoci del proprio. Gli scambi di opinione, ad esempio, servono a questo e sono anche un modo per trovare nuovi stimoli.
Torniamo alle esclamazioni iniziali.
I tre campioni di “falso” sono riferiti a tipi architettonici antichi o semplicemente vecchi. Qual è il limite superato il quale non si parla più di “falso” ma, al massimo, di progetto “datato”? Difficile stabilirlo. Approssimando un po’ potremmo dire che il limite è l’introduzione di tecnologie nuove, quale il c.a., naturalmente nella fase di una certa diffusione. Ecco, un progetto anni ’60 di edilizia corrente, con mensole in c.a. a vista e marcapiani in c.a. riproposto oggi, magari con un minimo di “ironia”, verrebbe considerato “datato”, ma “falso” certamente no. Un progetto alla Rietveld, per alcuni datatissimo, per altri potrebbe essere l’inizio di un nuovo neo-ismo.
Fissando una data, credo si possa affermare sia considerato “falso” tutto ciò che non corrisponde ai canoni e alle forme di prima degli anni ’20 del secolo scorso.
C’è una logica. Apparente.
I nostri tre architetti che vengono confrontati con Ghery, Hadid o Piano, hanno, anche inconsapevolmente, “attinto” a quelle fonti; hanno fatto un’operazione mimetica. Hanno copiato, bene, da coloro che più apprezzano. Così come il nostro giovane architetto, venuto su bene, in autonomia e in libertà da banali copie del maestro di riferimento, non si è inventato tutto, né del progetto né, a maggior ragione, delle tecniche costruttive.
Diciamo che, al pari della ruota, hanno sviluppato e interpretato qualcosa che già esiste, aggiungendoci quel tanto di “gesto” individuale che lo rende riconoscibile e di successo.
Queste sono situazioni ideali! Ma se sfogliamo le solite riviste, cartacee oppure on line, si vedono centinaia di autentici “falsi” contemporanei. Hanno plagiato forse? Certamente no, hanno solo sviluppato ciò che ritenevano valido dell’opera altrui. E’ come con la musica: Ennio Moricone dice che il plagio musicale è ormai quasi inevitabile perché le combinazioni sono praticamente esaurite e quando una musica è nell’aria è facilissimo riproporla in buona fede come propria.
E’ normale, è logico persino, perché nessuno può pretendere, anche se vuole, di inventare ogni volta qualcosa di “nuovo”.

Ma i tre esempi iniziali invece vengono condannati senza appello come “falsi”. Solo loro tre, poverini, vengono additati al pubblico ludibrio. Perché?
Ma è chiaro, perché sono “modelli” ante anni ’20 del secolo scorso!
Il concetto di falso, così come viene utilizzato dalla kultura arckitettonica ha esclusivamente una connotazione temporale: è falso tutto ciò che non è moderno o contemporaneo!
Il concetto di moderno o contemporaneo, invece che servire da semplice “datazione” di prima approssimazione, assurge al rango di valore fine a se stesso. E’ una condizione del tutto priva di senso.
Io copio (come tutti, sia chiaro) un progetto che ho visto in internet e sono magari bravo; io copio un tipo di casa colonica della bonifica lorenese, perché devo fare un progetto in campagna, e sono un imbroglione!
Io devo ricostruire una casa nel centro storico e, se la faccio di vetro, copiando da un repertorio infinito di nefandezze attuali, va bene, ma se la rifaccio com’era, o come si può ricavare che fosse, vengo classificato antichista e nostalgico!
Bossi, Bossi! Qui ci vorrebbe la tua lapidaria frase in milanese per chiudere il discorso!
Credits: Le foto sono tratte da Dezeen.
L'idea del post mi è venuta grazie al dibattito seguìto alla conferenza di Ettore Maria Mazzola ieri 18 marzo ad Arezzo. Praticamente ho fatto un "falso".
15 marzo 2010
ECCE BOMBO
Trovo questo lungo articolo su www.archinfo.it, firmato da Maria Argenti e Maura Percoco
Innovazione e tecnica nel progetto della residenza
Tuttavia, sarà la cultura dell’ossimoro, sarà la coincidenza degli opposti di cui si parla all’inizio, vi trovo qualche conferma a mie convinzioni ripetutamente scritte in questo blog:
“In un'epoca che coltiva la cultura dell'ossimoro, della contraddizione che si fa sistema, della convivenza degli opposti che non necessariamente si sciolgono in una sintesi, ma piuttosto si perpetuano, è interessante notare come anche l'architettura sia costretta dai tempi e dalla tecnica a misurarsi con uno spazio che non è più statico, ma dinamico, scorrevole, discontinuo. La stabilità diventa instabile; la temporaneità durevole. La contemporaneità diviene il valore di riferimento. Vivere l'attimo, catturare l'istante, trasformarsi continuamente per non rimanere indietro sono gli obiettivi condivisi. A questo processo non resta estranea nemmeno l'idea della casa. Anch'essa cambia, sta cambiando, per rimanere aderente allo spirito del tempo. Ora che la tecnologia le permette relatività un tempo impossibili con soluzioni semplici e innovative; ora che lo spazio virtuale ha acquistato la stessa corporea dimensione di quello reale; ora che i "non luoghi" hanno la stessa forza dei luoghi, e la rete conta più delle radici; l'abitazione collettiva conosce cambiamenti, che sono un insieme di tecniche e di valori. È il concetto stesso di intimità domestica che si sta trasformando. Per rispondere alle esigenze della contemporaneità, l'architettura chiede ad una tecnologia sempre più potente risposte sempre più nuove e flessibili. Risposte che fanno della casa stessa un meccanismo variabile e individuano anzi, proprio nel meccanismo, nella sua capacità di adattarsi alle più diverse esigenze individuali o collettive, il centro del sistema, lasciando in secondo piano la forma (mutevole), i modelli tipologico formali (sorpassati), gli schemi (troppo statici). Persino le regole strutturali classiche sono messe in discussione da una tecnologia che, se lo ritiene utile, può contraddirle. La stessa standardizzazione cambia codici e livello. Non comporta necessariamente una omologazione estetica e tipologica. Appare al contrario la leva con cui poter mettere in discussione il sistema del pensiero unico alimentato dal marketing pubblicitario. Scende ai componenti primari. Permette, teoricamente, infinite possibilità combinatorie all'interno del medesimo standard. Realizza e proietta verso un futuro ancora più innovativo la profezia corbuseriana della casa come machine à habiter senza metterne in discussione la domesticità. Permette ad ognuno di ritagliarsi il proprio habitat domestico su misura, di superare il concetto di spazio architettonico come qualcosa di fisso, immutabile, congelato per sempre. E di costruire spazi che cambiano con noi, che si adattano alle nostre sempre nuove esigenze. Spazi unici. Personalizzati dai singoli abitanti chiamati a completare in un processo senza fine, un work in progress, il lavoro del progettista”.
Un tono di grande sicurezza data da molte certezze caratterizza questo inno all’incertezza. La certezza delle incertezze, la instabile stabilità, il relativismo assoluto.
Vi trovo la conferma della contemporaneità come valore di riferimento autoreferenziale, cioè una semplice condizione temporale che diventa autonomo fondamento culturale; l’illusione di sfuggire alle stesse regole strutturali, quasi a vincere la forza di gravità; la conferma della totale continuità dell’oggi con la “profezia corbuseriana”, termine del tutto appropriato all’aspetto religioso e di culto della sua teoria.
Vi trovo anche qualche ingenuità, quale l’illusione che la standardizzazione, o comunque il processo edilizio come lo intendono le autrici, possa mettere in discussione il pensiero unico del marketing pubblicitario, quasi invece non ne fosse il prodotto. Oppure la mitizzazione degli abitanti tutti protesi in un work in progress a completare il lavoro del progettista.
E mi immagino questi poveri residenti che ogni volta che tornano a casa dovrebbero arrovellarsi il cervello nel trasformare, modificare, stravolgere, adattare la propria abitazione con un occhio all'orologio, dato che il valore fondante è l’attimo, come se non fosse già abbastanza pressante la scadenza del mutuo e della rata del credito al consumo per i mobili!
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11 dicembre 2008
SOCIETA' LIQUIDA, CITTA' SOLIDA (2)
Concludo con questa 2° parte il resoconto del convegno URBS2008.
Essendo già molto lunga la trascrizione degli interventi di Paolo Portoghesi e di Orazio Campo, non aggiungo alcun commento, solo una precisazione: purtroppo nella registrazione di Portoghesi alcune parti non sono ben comprensibili al registratore e quando questo avviene ho inserito dei puntini. In alcuni casi avrei potuto interpretare ma ho preferito lasciare il compito a chi legge.
PAOLO PORTOGHESI
Bauman è un analista della contemporaneità e ha la forma mentis di chi leggendo il presente dà anche un’idea del futuro. …. Ha una visione che si basa sulla prevedibilità: è un errore perché i secoli hanno dimostrato una capacità di contraddizioni interne, di cambiamenti che rendono la storia assolutamente imprevedibile, fanno parlare i filosofi di destino, cioè qualcosa che supera la prevediblità, il meccanismo di un fenomeno nato ad espandersi all’infinito. Per esempio la mondializzazione....: è proprio sicuro che sia la prospettiva del futuro? Secondo me è legittimo farsi la domanda soprattutto di fronte alla crisi economica che stiamo vivendo in questi giorni. In fondo la mondializzazione è stata creata da una idealizzazione del mercato. I produttori si sono mossi alla ricerca del minimo costo di produzione. Questo ha prodotto una vera e propria rivoluzione nei rapporti. Con questo può darsi che continui all’infinito, può darsi anche che abbia una inversione.
D’altra parte noi parliamo di architettura che è una disciplina che ha sempre avuto molta difficoltà a sposarsi con la democrazia. Per esempio l’architettura moderna è nata proprio come rivolta di una piccola minoranza di persone contro la stragrande maggioranza della borghesia dell’ottocento che era arretrata nel gusto e continuava per la sua strada ad autocelebrarsi. Poi l’architettura moderna ha scoperto la democrazia e si è resa conto che i bisogni, i desideri delle persone sono importanti, non basta soltanto imporre il proprio punto di vista di minoranza. Questo discorso della maggioranza e della minoranza è importante finché la democrazia si basa sulla maggioranza io trovo che sia legittimo che l’identità di base di una città continui a svilupparsi e non si debba invece arrestare di fronte a questa tematica del dialogo. Il dialogo è necessario io ho costruito una moschea e sono felice di averlo fatto perché ho visto come abbia risolto dei problemi concreti però io ho cercato di costruire a Roma una Moschea romana. Non mi sono fatto imbavagliare dal discorso del dialogo che ha un senso finché è sincera e concreta, quando invece diventa una volontà diciamo pure politica, tra virgolette, rischia moltissimo.
L’architettura è legata alla terra. Quando si parla di liquidità dell’architettura si parla di qualcosa di paradossale perché il liquido tende a spandersi dappertutto. I fiumi sono in un certo senso il tessuto formativo della terra e rappresentano un’ambiguità alla permanenza e alla stabilità del luogo.
Io penso che, se si deve pensare al futuro di Roma, la cosa più sbagliata sia quella di cercare di adeguarsi, senza uno sguardo critico, a ciò che sta succedendo in tutto il resto del mondo. In questo modo Roma potrà essere soltanto l’ultima degli ascoltatori senza poter in nessun modo intervenire e dire una parola propria.
Ben vengano le riflessioni dei sociologi che ovviamente sono uno strumento che ci consente di conoscere meglio la (realtà) ma non pensiamo che la mondializzazione possa essere un modo per sfuggire alla grande responsabilità di opere per la città come quelle.
Interviene a questo punto la coordinatrice che torna a Bauman e osserva che, se è vero che lo stesso Bauman non ha mai parlato di liquidità dell’architettura, è anche vero che esistono fenomeni, sociali più che di cultura architettonica, come la provvisorietà di intere città (si riferisce a baraccopoli e favelas) che è in fondo una forma di liquidità dell’architettura. Domanda che relazione c’è tra questi fenomeni e l’architettura.
ORAZIO CAMPO
A questo punto risponde Orazio Campo, che riassumo velocemente:
Devo dire che non potrei riportare il testo esatto di quanto detto da Campo perché è stato più volte coperto dagli applausi in sala, sia sul tema dei concorsi, che sulla responsabilità degli architetti, che sul tema delle periferie.
SESSIONE POMERIDIANA-FARE E DISFARE
Partiamo da Roma come esempio che conosco meglio. Per molti anni non si è pensato a sostituire alcunché ugualmente è sorto quello che era opportuno conservare ogni momento della vita architettonica della città congelando il centro storico poi ampliando il circuito del centro storico e quindi in un certo senso imbalsamando la città e ci siamo battuti perché questa intangibilità della città che contraddice la sua storia fosse eliminata quindi in molte occasioni io ho difeso il diritto di entrare nel centro storico soprattutto per risolvere i problemi che erano rimasti insoluti. Quando Carlo Aymonino era assessore al centro storico io accolsi con entusiasmo quella sua idea di risolvere i problemi del centro storico lasciati insoluti dalle demolizioni dell’epoca fascista, i famosi buchi. Il progetto fu drasticamente interrotto dal cambio di amministrazione, per cui non si può giudicare per i risultati che ha avuto, si può giudicare solo attraverso le intenzioni.
Questo unico terreno rimasto per realizzare i servizi necessari per la vita del quartiere è stato sacrificato ad una duplicazione del Palazzo dei Congressi….. (la Nuvola).
Basta pensare all’episodio della tangenziale urbana, all’errore di fare una metropolitana all’interno del centro storico allungando enormemente i tempi e adottando tecnologie sbagliate.
Mi limito a rivolgere un invito: già stamattina ho segnalato la sparizione della Direzione Generale del Ministero dei Beni Culturali che si occupava di arte moderna e qualità urbana. Praticamente nelle istituzioni culturali della Repubblica non c’è più un’istituzione che possa dare voce alle esigenze della qualità architettonica e all’esigenza anche di contrapporre a una cultura della conservazione ad ogni costo, una cultura della trasformazione, del rinnovamento.
17 marzo 2008
UNA CITAZIONE DI LUCIEN STEIL
La contemporaneità non può essere ridotta a una permanente umiliazione del nostro giudizio morale e del nostro buonsenso estetico!
La contemporaneità non é una qualità, non é uno stile, non é una religione, non é una saggezza, non é un'abilità, non é una estetica, non é una promessa, non é un ideale e neanche una delusione!
Quello che é semplicemente la contemporaneità, é il fatto di essere qui, adesso!

