Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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8 agosto 2011

PROPOSTA DI LEGGE SUI CONCORSI DI ARCHITETTURA

Questa è una proposta per i concorsi di architettura che non ha affatto la pretesa di essere proposta di legge, come c’è scritto nel titolo che è uno specchietto per le allodole.
E’ solo un post in cui parlo dei concorsi e formulo alcune proposte, non organiche certamente ma in cui io credo abbastanza. Dico abbastanza perché non di tutte sono convinto al 100%.
Globalmente si tratta di una provocazione. Tuttavia la legge attuale e le altre proposte che ho letto non portano a niente perché si basano su presupposti assolutamente sbagliati, il peggiore dei quali è che sono sempre gli esperti, i tecnici, i "migliori" a decidere perché la politica sarebbe corrotta (e i cittadini non li prende in considerazione nessuno).
Se questo fosse vero, allora tanto varrebbe rinunciare alla democrazia, dato che i politici sono eletti dai cittadini e quindi, se sono corrotti i politici lo sono anche i cittadini. E non si tiri fuori la legge elettorale, dato che le attuali leggi trovano origine nel post tangentopoli, cioè quando c’erano le preferenze e l’uninominale.


Legenda: in rosso i commenti a me stesso

PRINCIPI GENERALI
Si soprassiede sulle premesse e sulla storia dei concorsi, per amor di patria, e si arriva subito ai principi generali.

Quello che i concorsi non devono essere:
• I concorsi di architettura non sono un metodo per fare lavorare gratis et amore dei, e senza speranza, centinaia di architetti per volta
• I concorsi di architettura non sono neppure welfare e non servono quindi a fare poca assistenza a molti allo scopo di creare consenso
• I concorsi di architettura non devono alimentare il sistema corruttivo, in senso etico ma anche in senso molto materiale, dei giudici che favoriscono i propri sodali, con scambio di ruoli con i sodali che giudicano i giudici della volta precedente
• I concorsi di architettura non devono servire solo a fare svolgere i concorsi di architettura e poi tutto finisce lì. A concorso deve seguire incarico e opera. Basta con l’onanismo dei concorsi

Quello che i concorsi devono essere:
• I concorsi di architettura servono a scegliere i migliori progetti per la città e non i migliori architetti per le riviste.
• Poiché la città è composta da cittadini e amministrata da amministratori eletti dai cittadini, i giudici dovranno essere gli esperti, i cittadini e gli amministratori eletti dai cittadini.
• E’ garantita alle riviste libertà di stampa e di opinione e se vorranno poi recensire i migliori architetti per le riviste, liberissime di farlo, tanto non le legge più nessuno, a parte gli architetti, che sono solo una parte - anche se consistente - dei cittadini.

PROPOSTA
I concorsi sono aperti a tutti.
Ma non tutti devono lavorare come pazzi a vuoto, anche per non creare inutili e frustranti aspettative.
I concorsi si svolgeranno in due fasi:
• nella prima fase tutti inviano un curriculum e una proposta progettuale composta di 1 max 2 tavole A3 che illustrino l’idea del progetto e una relazione in una pagina A4
• la commissione seleziona un numero di progetti limitato, massimo 5, tra quelli pervenuti, che passeranno alla fase successiva in cui il progetto sarà approfondito con massimo 3 tavole A1 e una relazione
Scendere nel particolare del formato e del numero delle tavole potrà sembrare sbagliato in questa fase, ma “Dio sta nei dettagli” ed è invece proprio nei dettagli delle leggi italiane che si annida il Diavolo.
A tutti i selezionati sarà riconosciuto un rimborso spese adeguato alla natura del progetto e comunque non simbolico.
Per fare un esempio: da 5 a 10.000 euro ciascuno. I concorsi costano ma costa molto di più bandirli e poi non assegnarli, cioè il solito coitus interruptus.
Al progetto vincitore sarà affidato l’incarico per la progettazione dell’opera (a questo punto si inserisce la proposta, molto ragionevole ed equa, di cui ai punti 6 e 7 della Proposta di legge del Sole 24 ore)
Questa prima parte di procedura non è inventata di sana pianta, ma fa riferimento al sistema adottato in Francia dove, con un metodo analogo a questo, vanno a concorso moltissime opere non solo pubbliche ma anche private.

Composizione della commissione e criteri di determinazione del vincitore:
La commissione sarà composta da un numero dispari di membri e sarà presieduta dal Sindaco o suo delegato (o comunque dal rappresentante dell’ente banditore).
Questa è una proposta scandalosa nell’Italia moralista, giustizialista e anti-casta di oggi ma è l’unica che possa ridare responsabilità e dignità alla politica. Il Sindaco è eletto dai cittadini e quindi lui risponde del proprio operato a fine mandato, non gli altri.
I rimanenti membri saranno nominati al 50% dal Consiglio Comunale (o dall’organismo rappresentativo dell’ente banditore) e il rimanente 50% scelto dall’ente banditore tra una rosa di nomi indicati dagli Ordini professionali. Un funzionario dell’ente banditore svolgerà mansioni di segretario.
E’ chiaro l’intento di rimettere le scelte nelle mani della politica, sempre in base al principio di rappresentatività. Mi pesa un po' indicare gli Ordini, però al momento non conosco altro organismo che abbia maggior rappresentatività degli architetti. L'Università forse? Peggio mi sento! Meglio gli Ordini, almeno sono presenti in ogni provincia.
La commissione stabilirà una graduatoria tra i progetti selezionati e ammessi alla seconda fase, giustificandone con precisione le motivazioni, che saranno rese pubbliche.
I progetti selezionati saranno successivamente sottoposti al giudizio dei cittadini, previa esposizione dei progetti stessi. Nell’ambito di tale esposizione sarà tuttavia possibile prendere visione di tutti i progetti partecipanti, cioè anche quelli della prima fase.
E’ evidente la finalità di rendere accessibili tutti i progetti e non solo quelli selezionati: i cittadini, i partecipanti e  chiunque ne abbia interesse potrà così giudicare il lavoro della giuria. Data l’esiguità degli elaborati sarà un lavoro che non richiede particolari sforzi e costi di allestimento.
Per cittadini si intendono i residenti nel comune in cui sorgerà l’opera. Il periodo a disposizione per il voto non potrà essere inferiore a tot giorni, dopo un minimo di tot giorni in cui sarà data ampia pubblicità all’evento. Il voto sarà raccolto con la semplice presentazione del documento di identità che attesti la residenza.
Il tot sta a dire che non sono sicuro, ma immagino che 10 sia numero sufficiente per entrambe le scadenze. La cosa deve essere snella e non andare alle calende greche (tanto ad andarci, alle calende, ci pensa da sola).
Nelle città grandi, per opere di interesse esclusivo di zona o di quartiere, il voto potrà essere limitato ai residenti nella zona o nel quartiere.
Al termine della consultazione popolare il Sindaco (o il rappresentante dell’ente banditore) decide il progetto vincitore. Il Sindaco può avvalersi dei consulenti che ritiene più opportuni, i quali presteranno la loro opera dietro pagamento di un semplice rimborso spese.
Sarebbe più corretto che il Sindaco intervenisse solo nella fase finale, senza dunque partecipare ai lavori della giuria. Però è importante che tale figura sia presente anche nella prima fase di selezione dei progetti. Semmai è da valutare se debba partecipare alla scelta della seconda fase o se al suo posto non debba essere previsto un funzionario tecnico dell’amministrazione, visto che il Sindaco sarà quello che alla fine decide.

Considerazioni finali
Come ho detto questa proposta di legge è chiaramente una allegra provocazione. Sono una serie di principi generali e particolari (ricordiamoci sempre che Dio ecc. ecc.). E’ tutta da valutare, in specie nella fase di votazione dei cittadini. Quello che fa paura non è la possibilità, anzi la certezza, di polemiche, ché anzi è proprio questo il cuore e la vita della scelta di un progetto per la città, semmai la scarsa partecipazione, oppure la possibilità di organizzare politicamente i votanti. Perché è chiaro che a quel punto i nomi dei progettisti saranno resi noti. Ma anche questo, in fondo, è un rischio da correre, perché la città si organizza in base alla politica e non esiste, né può esistere, meccanismo perfetto, essendo la democrazia imperfetta per sua natura. Se si vuole scambiare la democrazia con la perfezione, si accomodino lor signori.
Un dubbio mi rimane sull’anonimato. Personalmente sarei propenso ad eliminare questa ipocrisia, ma capisco anche le ragioni contro.

Pietro Pagliardini

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10 luglio 2010

"SARZANA CHE BOTTA" BANDISCE UN CONCORSO

Il comitato “Sarzana che Botta", molto attivo in rete oltre che in città, organizza il concorso di idee "Ri-pensiamo Via Muccini".
Per gli antefatti di questa vicenda rimando al sito del comitato e al ginopiarulliblog.
Questa iniziativa è di grande interesse per diversi motivi:
• un gruppo di cittadini si sono organizzati non solo per contestare un progetto urbano, come accade di frequente e rimanendo nella mera logica del no, ma vogliono proporre soluzioni alternative e valide per la loro città, dando un bell’esempio ai loro amministratori;
• il concorso è palese, cioè ogni concorrente apporrà in calce alle tavole nome e cognome facendo così cadere il velo dell’ipocrisia sul falso anonimato previsto dalle vigenti normative;
• la formula del concorso presenta, finalmente, la caratteristica fondamentale di affiancare alla giuria tecnica, una giuria popolare, scelta oltremodo coerente con il fatto che le indicazioni progettuali sono state date dal comitato stesso, cioè da un insieme di cittadini.

Il fatto più significativo e che più mi interessa è certamente la giuria popolare. Non so quali metodi di selezione e di scelta del progetto saranno adottai ma comunque andrà una cosa si può dire fin d’ora: il progetto sarà quello giusto, o almeno il più giusto tra quelli presentati.
Distillato purissimo di populismo? Neanche per sogno, è invece il risultato di una semplice constatazione e di un minimo di ragionamento: dato che la disciplina urbanistica, e la sua concreta attuazione e gestione, ha ormai toccato il fondo, avendoci consegnato città sempre più brutte, sempre meno città e sempre più periferie monofunzionali e prive di vita, da almeno 60 anni a questa parte, a fronte di procedure e leggi cervellotiche e astratte, il perseverare con la stessa logica, quella cioè di affidarsi, prima, agli esperti che appartengono indiscriminatamente, alla cultura modernista e, poi, alla politica e alla sua indifferenza rispetto alla qualità della città, è totalmente illogico e insensato. Non credo esista altro campo delle scienze sociali applicate che possa vantare una divaricazione così grande tra aspettative e risultati. I risultati contano, non i processi, e i risultati sono pessimi.
E dunque che decidano almeno i cittadini, detentori delle scelte per la loro città, veri e autentici proprietari, come comunità, come civitas, del diritto di decidere sull’urbs.
E poi, se la logica che governa l’architettura deve essere, come di fatto è, quella dello show, del successo, del consenso organizzato e guidato dall’alto che tanto alimenta il mito archistar, tanto vale che a determinare tale successo non siano i media e le riviste, ma la gente direttamente.

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23 novembre 2008

LEGGE SULL'ARCHITETTURA E CONCORSI

Pietro Pagliardini

Frequento molto raramente il sito di Luigi Prestinenza Puglisi. Ancora più raramente riesco ad essere d’accordo con quello che c’è scritto.
Un argomento invece ho molto apprezzato ed è l’argomento Concorsi.
Ho letto lo scritto breve e il decalogo annesso e ne ho apprezzato la lucidità e il coraggio nel denunciarne le degenerazioni. Quello che un mio collega chiama brutalmente lo “scambio di figurine” Puglisi lo descrive con molta precisione indicando nel continuo passaggio dal ruolo di concorrente a quello di giurato il metodo che consente di farsi qualche piacere. Semmai direi che i nomi che prende ad esempio rappresentano una selezione molto limitata e un pò troppo mirata, perché esiste un altro aspetto, meno appariscente perché più diffuso nei concorsi di minore importanza, e tutto interno e funzionale al sistema accademico di cui finalmente si parla sempre più spesso grazie al Ministro Gelmini: quello delle relazioni incestuose tra docenti e assistenti o comunque tirapiedi, ricercatori, dottorandi, ecc.

Nel suo decalogo l’autore dimostra di avere le idee chiare, anche se non concordo su tutte. Ma non è tanto importante rimarcare le piccole differenze scendendo nel dettaglio procedurale, quanto apprezzare appunto l’analisi che Prestinenza Puglisi compie sul tema.
Soprattutto questo scritto mi fornisce l’occasione per ritornare su un punto per me fondamentale del sistema concorsuale in architettura, proprio adesso che è stato pubblicato il testo del disegno di legge quadro sull’architettura da parte del Ministero dei Beni Culturali, in cui il concorso, appunto, sembra diventare il metodo principe per l’assegnazione degli incarichi.

Partirei da una domanda che pongo prima di tutto a me stesso: perché il sistema concorso, inteso come presentazione di un concreto progetto, e non come selezione di persone per un determinato ruolo lavorativo, è consueto in architettura ma è pressoché sconosciuto o raro in altre professioni? Si è forse mai sentito dire di un concorso per avvocati con indicazione di una linea di difesa al fine di stabilire chi meglio sia in grado di rappresentare, ad esempio, una pubblica amministrazione in un giudizio? O per dottori commercialisti, da parte dell’amministrazione finanziaria, al fine di scegliere colui che presenti la miglior proposta per combattere l’evasione fiscale? La risposta è ovviamente no.

Perché, allora, ciò che vale per l’architettura non vale per la legge o per la medicina?

La mia impressione è che, generalmente, la forma concorso venga considerata necessaria dal punto di vista del rispetto di certi “valori” di carattere sociale quali la trasparenza, l’equità, la perequazione, la giustizia, le pari opportunità. E’ un concetto che si avvicina cioè ad una sorta di “ammortizzatore sociale” per sperare di compensare squilibri esistenti tra gli incarichi di pochi e lo scarso lavoro dei più. Infatti ogni legge o proposta di legge riserva “quote giovanili” ai concorrenti, sotto varie forme; un concetto simmetrico alle “quote rosa” in politica. Tutto è poi condito (e mascherato) con la ricerca della qualità (quale?) e di far emergere nuove idee, ma il fatto che l’attuale forma concorsuale nasca dopo tangentopoli, come riconosce anche Prestinenza Puglisi, la dice lunga sul significato reale di questa soluzione.

Queste sono solo motivazioni occasionali e contingenti della forma concorso, la quale invece, avendo una storia antica e una diffusione in ogni parte del mondo e tra culture diverse, affonda le sue ragioni nell’essere l’architettura un’arte civica e perciò soggetta al parere e all’approvazione di coloro che, willy-nilly, godranno o subiranno la presenza dell’edificio.

..il giudizio sulla congruità [dei temi collettivi], sulla loro utilità e sul decoro costituisce per principio una competenza di tutti i cittadini della civitas in quanto tali, dove tutti sono legittimati ad avere un punto di vista sul se e sul come realizzarli a prescindere dalla nostra specifica cognizione dell’arte”.

Questo brano tratto da La città come opera d’arte di Marco Romano, spiega l’origine del concorso di architettura, la sua peculiarità, la sua necessità sotto certi aspetti, ma dice anche che le “procedure” sono solo un mezzo per ottenere un risultato che consiste nel raggiungimento della massima condivisione possibile del progetto.
Tutte le altre motivazioni che vengono ormai attribuite al concorso vengono dopo, sono accessori intercambiabili in base alla sensibilità e alle necessità del momento storico o politico, restando invece la sua essenza sempre la stessa.

Per ottenere questo risultato dunque la sola commissione di esperti, comunque composta, non solo non è sufficiente, ma è del tutto inadeguata e contraria proprio al principio che la città appartiene a tutti i cittadini e non c’è esperto che possa appropriarsene e sostituirsi alla comunità, perché “tutti sono legittimati ad avere un punto di vista… a prescindere dalla nostra(di noi esperti) specifica cognizione dell’arte”.

L’insistenza di ogni legge sulla figura dell’esperto come colui che possiede la conoscenza e quindi il potere di scegliere, con tutti gli illusori cavilli giuridici e artifici procedurali studiati per garantire equità, probità, competenza, è il sintomo di una società molto smemorata e con tendenze autoritarie perché toglie ai cittadini spazi di decisioni che loro competono per la storia e l’essenza stessa della città e di cui la legge dovrebbe semplicemente prendere atto.

Per garantire il miglior risultato all’esito dei concorsi c’è solo un metodo: il referendum popolare. Qualunque scelta venga fatta sarà la migliore perché la più condivisa. Questa proposta non nasconde alcuna utopia né ipotesi rivoluzionarie o populiste ma solo il risultato di una riflessione sulla città come bene collettivo.

..le case si affiancano l’un l’altra a lunghi nastri continui e le strade diventano condotti comuni, luoghi di transito, di sosta e di scambio, ma anche di tensione sociale e quindi di vita; di conseguenza l’ambiente stradale si caratterizza per la somma di iniziative individuali, peraltro controllate da norme statutarie e guidate dai “magistri viarii” o anche da consultazioni collettive”.

Così Giovanni Astengo alla voce Urbanistica dell’Enciclopedia Universale dell’Arte, parlando della città medioevale. E la stessa voce così si conclude sulle prospettive future dell’urbanistica:
Per questo suo compito corale [l’urbanistica] ambisce al riconoscimento di “arte collettiva” per eccellenza ed i suoi successi sono necessariamente legati alla misura con cui essa stessa riuscirà nei vari paesi a diventare abito non secondario di comportamento collettivo adulto”.
Astengo non risulta appartenere alla categoria degli utopisti né dei rivoluzionari.

Le cronache dei giornali locali straboccano di articoli e “polemiche” che riguardano le scelte per la città, a dimostrazione che il tema collettivo non è un romantico residuo del passato, come qualcuno pensa, ma solo che è cambiata la forma in cui si manifesta questo interesse dei cittadini.

Fino a che l’esito dei concorsi sarà affidato solo ed esclusivamente ad “esperti” e al loro necessario giudizio non potrà seguire quello popolare non potranno che prevalere logiche di potere interne alla casta di turno, non potrà esserci legge capace di garantire che i giurati siano “al di sopra di ogni sospetto”, come scritto al punto 6 del decalogo di Prestinenza Puglisi, soprattutto, a prescindere dalla correttezza o meno, dalle capacità o meno dei soggetti, non potrà esservi garanzia che la scelta sia quella migliore per la città.

Un'ultima domanda: perché c'è tanta ostilità verso il referendum popolare per i concorsi?
Possibili risposte:
1) Perché la gente non sa scegliere e sarebbe influenzata da politici e giornali.
2) Perché allunga i tempi, è costoso e populista.
3) Perché gli architetti, cioè gli esperti, sono gli unici che hanno le soluzioni dei problemi.
4) Perché molti hanno paura di perdere ruolo e perciò potere.
5) Perché le scelte popolari non andrebbero verso il modello di architettura dominante ma verso forme, appunto, più popolari.

Ognuno ha la sua risposta. Le mie sono la 4 e la 5, sa và san dir.


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13 giugno 2008

CONCORSI PER GLI ARCHITETTI O CONCORSI PER LA CITTA'?

Pietro Pagliardini

In occasione della presentazione del libro di Nikos Salingaros, Anti-Architettura e Demolizione, Libreria Editrice Fiorentina, € 22,00, tenutasi a Firenze mercoledi 12 giugno, presenti l’autore, l’editore Giannozzo Pucci e gli architetti Natalini, Vannetiello, Zermani e Brugellis, l’architetto Natalini, a seguito di mia specifica domanda, ha spiegato le esatte modalità con cui si è svolto il concorso di Groningen, Olanda, per la ricostruzione della Waagstrasse del 1991 dal quale egli è uscito vincitore.

Il suo racconto riveste un grande interesse per quegli architetti che sono grandi fautori dei concorsi ma anche per quelli che sono diffidenti di questa forma di assegnazione degli incarichi; soprattutto dovrebbe interessare quegli amministratori e politici che intendono riappropriarsi della dignità e responsabilità di fare scelte per la propria città, non abdicando a favore di figure terze, gli "esperti", il cui ruolo, fondamentale, è però del tutto diverso.

Il progetto è stato scelto dopo un concorso, al quale erano stati invitati tre architetti olandesi (Jo Coenen, Gunnar Daan ed il gruppo van Velsen) e tre europei (Moneo, Siza e Natalini), per la ricostruzione di due isolati distrutti dalla guerra. (Fonte: Architectour.net).

Il concorso prevedeva tre gradi di giudizio:
• una giuria squisitamente tecnica per verificare la congruità economica e la fattibilità esecutiva;
• una giuria “tradizionale”, come la intendiamo noi, che valutava la qualità urbanistica e architettonica del progetto;
• una giuria popolare costituita dai cittadini di Groningen.

Natalini ha detto che:

- per la giuria tecnica il suo progetto era il primo (o comunque tra i primi);
- per la giuria tradizionale il suo progetto era da scartare (o comunque tra gli ultimi);
- dal voto popolare il suo progetto ha vinto con l’83,7% dei consensi, cioè la quasi unanimità.

A questo punto la scelta è passata in mano all’amministrazione comunale la quale ha scelto il suo progetto.

Questo episodio, che ha lanciato Natalini in Olanda, in particolare, ma lo ha fatto affermare nel giro internazionale con un progetto che ha, tra l’altro, segnato l’ultima decade di fine millennio avendo girato per tutte le più importanti riviste specializzate, è sintomatico della distanza che separa la nostra realtà concorsuale, professionale e politica da quella olandese:
- i nostri concorsi sono il più delle volte un'assoluta presa in giro per coloro che partecipano e spesso anche per coloro che vincono, perché a vincere sono sempre gli stessi, perché spesso non segue l’esecuzione dell’opera, perché c’è un intreccio perverso tra giurati e concorrenti;
- la nostra realtà professionale è bloccata dagli ordini che si comportano come una vera corporazione che nomina loro membri nelle varie commissioni concorsuali come se gli eletti nell’ordine fossero i più adatti, cioè i migliori (mentre l’essere consigliere ha tutt'altra valenza), alimentano il desidero degli architetti di essere loro i decisori delle sorti della città, quando è evidente che altri sono i soggetti a questo delegati;
- la nostra politica è delegittimata e impaurita e impotente, per legge, ad assumersi la responsabilità di decidere, pena ricorsi e denunce.

La procedura olandese è invece esemplare per chiarezza di ruoli, assunzioni di responsabilità da parte di tutti i soggetti, senso pieno e compiuto del concetto di civitas che si ritrova a decidere sulle sorti della propria urbs.

Certamente, come ha premesso lo stesso Natalini, vi sono condizioni completamente diverse in Olanda rispetto all’Italia, in particolare vi è un altissimo e diffuso senso civico (si pensi che per le elezioni politiche e amministrative non si usano le scuole ma le case dei privati o di associazioni), l’architettura è tenuta in altissimo conto a livello popolare visto che in ogni giornale, anche locale, così ha raccontato Natalini, c’è sempre (magari spesso) una pagina ad essa dedicata e i politici, evidentemente, hanno sufficiente autorevolezza per non delegare ad altri scelte che ad essi spettano per diritto democratico.

E’ ovvio che l’Olanda non può non essere interessata all’urbanistica e all’architettura dato che è terra inventata e strappata al mare, e il disegno e la geometria vi regnano sovrane; questa è la prima impressione forte che si prova entrando in quel paese, di trovarsi in un gigantesco foglio da disegno su cui mani sapienti hanno lavorato e stanno continuamente lavorando per tracciare canali, strade, edifici, città. Ogni cosa è progettata perché la terra stessa, la stessa geografia è progettata dll’ingegno umano. Quello è l'unico paese in cui l'espressione cultura del progetto ha un significato non astratto e fumoso. Questa circostanza determina condizioni uniche che, oltre a dare un forte senso di unità e appartenenza ad una collettività, non può non influenzare la cultura di un popolo in ogni suo aspetto.

Ciò detto, poste le dovute differenze, fatte le necessarie distinzioni, perché non dovrebbe essere possibile l’adozione di questo sistema democratico anche da noi?
Chi si potrebbe opporre ad una soluzione di questo tipo?

E’ triste constatare che probabilmente si opporrebbero proprio gli architetti nelle loro istituzioni rappresentative e, probabilmente, l’establishment accademico che perderebbe una parte del suo potere “culturale” di decidere per gli altri.
E’ interessante osservare che, cercando in internet qualche informazione rispetto a questo concorso e a questo metodo, occorre veramente la lente di ingrandimento e i dati sono scarsi, a meno che uno non conosca l’olandese. Nei siti italiani si racconta naturalmente di quest’opera ma il metodo sembra non interessi proprio a nessuno. Ho dovuto fare appello alla mia memoria per ricercarne tracce e ho dovuto incappare in Natalini in persona per avere notizie più precise, anche se infiorettate dallo spirito sagace e ironico dello stesso.

E pensare che questo metodo sarebbe rivoluzionario per l’architettura, almeno per quella di immagine e quindi, per ricaduta, su tutta l’architettura, perché buona parte delle opere de-costruttiviste sparirebbe dalla circolazione, nei centri storici finirebbero i folli inserimenti di pensiline varie, i monumenti agli architetti si trasformerebbero in monumenti alla città e ai cittadini. Forse è proprio per questo che c’è la congiura del silenzio, o l'indifferenza, da parte di una parte della classe professionale.

Eppure, proprio a quella presentazione del libro, nella sala all’ultimo piano di Orsanmichele a Firenze, c’erano, nel raggio di 100 metri due esempi reali, concreti ed esemplari che stiamo sbagliando tutto e che quel sistema è giusto e possibile: l’architetto Natalini con la sua Waagstrasse a Groningen e addirittura Filippo Brunelleschi con la sua Cupola di Santa Maria del Fiore. Con le rispettose differenze, non sono mica tanto male come esempi!

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