Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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26 marzo 2009

IDEE "SULLA" CITTA' COMUNISTA

Questo post, il cui titolo è una parafrasi di quello di un libro in voga nei primi anni '70, mi è stato inviato dall’amico Pier Lodovico Rupi, ingegnere e architetto con una importante storia professionale. E' un punto di vista dichiaratamente di parte e molto fazioso, libero e dissacratorio, un’interpretazione dell’urbanistica italiana dal dopoguerra tutta in chiave storico-politica ma con lo sguardo penetrante di un architetto e urbanista che è stato testimone diretto di una parte delle vicende che racconta.
Per qualcuno, ma non per me, può essere un pugno sullo stomaco che aiuta però a capire il recente passato e ci dice anche qualcosa per l’oggi.


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IDEE SULLA CITTA' COMUNISTA

di Pier Lodovico Rupi

Caro Pietro, ti mando una “marketta sul marxismo”, tema che qui dalle nostre parti, te lo assicuro, non rende proprio niente. Ma a me, cosa vuoi che importi.
Prendi lo Zen di Palermo, le Vele di Napoli, il Serpentone di Genova e via elencando e contestualizzali quanto vuoi, non sono incidenti. E allora, parliamone.
Un caro amico, democristiano non pentito come me, ma sbarcato in luoghi diversi, mi scrive che al sacco edil-urbanistico dell’Italia hanno partecipato “geometri democristiani, architetti socialisti e sindaci democristiani”. Aggiungerei altre categorie politiche, imprenditori e privati e intrallazzatori di ogni genere.
Ma perché lasciar fuori i professoroni dell’urbanistica, che hanno suonato il trombone sempre dalla stessa parte? E perché non andare a vedere laddove si distilla il pensiero, come nasce la cultura del “casermone”? Certo, la marketta che ti racconto qui di seguito è un approccio sommario, unilaterale, parziale e sicuramente anche di parte. Ma non è una analisi montata sul vuoto.

Nel primo dopoguerra, quando spirava forte il vento dell'ideologia marxista, la lobby politico-culturale degli urbanisti usciti dal fascismo si omologò rapidamente alla sinistra con il cui appoggio, e con l'insipienza dei cattolici, assunse rapidamente il potere nelle università, nelle istituzioni culturali, nell'editoria, nelle professioni, nei rapporti con lo Stato. Da allora, questa lobby ha dominato in modo totalizzante l'urbanistica nella teoria e ha avuto il monopolio nella prassi a tutti i livelli, nazionale, regionale e comunale.

Dal dopoguerra ad oggi, in poco più di cinquant'anni, le nostre città, che per formarsi avevano impiegato mille, duemila anni, hanno triplicato o quadruplicato la loro superficie, mentre i vani di abitazione sono passati da 35 milioni a 115 milioni. Ma dovunque, questa eccezionale espansione ha avuto risultati disastrosi : le nostre splendide città appaiono oggi avvolte da abnormi, informi, squallide periferie.

Prendiamo atto del fallimento dell'espansione delle città negli ultimi cinquanta anni e interroghiamoci sulle cause che l'hanno determinato.

Il fatto è che l'urbanistica dominante fu impregnata di una particolare idea di città che aveva i suoi riferimenti originari nell'Unione Sovietica e nell'ideologia collettivista. Quest'idea di città, rimbalzando dall'Unione Sovietica, variamente rimuginata da alcuni paesi europei, l'Inghilterra laburista, la Svezia socialista, i paesi dell'est, si impone anche in Italia, nel vuoto lasciato dalla caduta del fascismo.

Per chiarire meglio l'origine di questa idea di città che l'urbanistica dominante ha imposto in Italia, occorre rifarsi alla storia dell'Unione Sovietica.

Quando Stalin incaricò Andrei Alexandrovich Zhdanov di implementare in una visione alternativa globale la cultura del realismo socialista, fu posta all'indice l'impalcatura scientifica della civiltà "borghese", dalla psicanalisi alla meccanica quantistica e non si salvò nemmeno l'urbanistica. Gli architetti russi, guidati dal gruppo di Ernst May, teorizzarono la nuova città derivata dai principi del collettivismo: la città proletaria contrapposta a quella borghese. Una città composta da grossi contenitori dove assemblare, in spazi strettamente essenziali, la popolazione e dai "servizi sociali" nei quali si sarebbe dovuta svolgere tutta la vita collettiva, mentre alloggi senza identità avrebbero dovuto togliere alla casa tradizionale il ruolo di riferimento dell'individuo e della famiglia.
Nell'Unione Sovietica, questa città teorica si materializza in modelli concreti, come la città nuova di Magnitogorsk o quella di Elektrovoz, dove vengono eliminate dalle abitazioni perfino le cucine.

Contenitori a "stecche" ripetute, solo abitativi, perché il propagarsi dei negozi è considerato segno del decadentismo occidentale. Grossi interventi ossessivamente ripetitivi, senza una qualsiasi ricerca di qualità, le categorie estetiche essendo considerate pregiudizi borghesi, alloggi tutti uguali, secondo schemi modulari, con le forme irrigidite della prefabbricazione pesante, secondo il mito dell'economia di scala. La nostra cultura dominante ha potuto applicare compiutamente i principi degli architetti sovietici nei "quartieri popolari", dove ha avuto l'affidamento della gestione dell'intero processo urbanistico, fino alla realizzazione degli edifici. Cosicché nei "quartieri popolari" l'impronta collettivista emerge con assoluta chiarezza. Per richiamare un modello, lo ZEN di Palermo, esempio limite di aberrazione e degrado urbano, progettato da un campione di questa cultura, riassume tutti i principi dell'urbanistica collettivista. E per capire tale cultura, basta richiamare quell'architetto che, per promuovere la propria immagine professionale, progettò di trasformare il lingotto torinese in un enorme contenitore di alloggi.

Ma questi caratteri non sono presenti solo nei "quartieri popolari". Tipologie e forme urbane, piani urbanistici e norme di attuazione sono sempre di derivazione della stessa cultura dominante. Anche negli agglomerati di edilizia privata che negli ultimi cinquant'anni hanno avvolto le nostre città riemerge il principio urbanistico primario, la dottrina del collettivismo: grossi blocchi ad intasare ogni spazio, ripetitivi, tutti della stessa altezza, informi e senza qualità, solo abitativi.

Principi cui ha sicuramente fatto da sponda il funzionalismo del "Movimento moderno" nato nell'ambito della repubblica socialista di Weimar e anche l'immediato interesse di stuoli di costruttori improvvisati. Ma scava, scava, viene sempre alla luce quello che fu il mito originario, il programma di collettivizzazione della società.

Per perseguire queste teorie, la cultura dominante prende a modello le città dove impera l'ideologia comunista. Gli interventi edilizi dei paesi ex satelliti dell'Europa orientale vengono presi ad esempio e si intensificano le missioni di studio verso di essi.

Muovendo dai modelli di una società chiusa e ingessata, la cultura urbanistica dominante non riesce a comprendere quello che sta accadendo nelle città dell'occidente; e non riesce nemmeno a presagire, perché in contraddizione con i suoi preconcetti ideologici, le radicali trasformazioni economiche e l'evoluzione civile che avrebbero accompagnato questa grandiosa espansione urbana.

La cultura dominante, ancorata a questi riferimenti, si impantana in visioni pauperiste, in dottrine minimaliste, arriva a teorizzare lo "sviluppo zero". Mettendo su pezzi di città fatti di agglomerati di celle si immagina di costruire il nuovo modello di "città del popolo". Ma i "villaggi popolari" invece di rappresentare "la città del popolo" saranno il monumento al fallimento della cultura urbanistica dominante. E le nostre splendide città, fino ad allora coerenti ed organiche, vengono accerchiate da squallidi agglomerati, metafore rabberciate del principio collettivista.

Eppure, negli anni appena precedenti, si erano realizzati modelli urbani di ben diversa qualità. Basta richiamare città come Latina o la Montecatini degli anni 20-30, quartieri come 1"'EUR", parti di città come il centro di Bergamo, o vaste sistemazioni come quella del viale lungo¬mare della Versilia.

Per mascherare risultati così disastrosi, la cultura urbanistica dominante affiancata dalla vulgata della sinistra cerca un capro espiatorio e lo trova nella "speculazione edilizia", accusata come "la madre di tutti mali" della crescita sfigurata della città. Pur con tutte le collusioni e corruzioni e con tutti gli intrecci che hanno cadenzato l'espansione della città, non si capisce come chi guadagnava nella compravendita dei terreni, prevedendo quello che gli urbanisti non sapevano prevedere, o chi guadagnava costruendovi sopra, vincolato ai limiti dei Piani Regolatori e delle relative norme di attuazione, avrebbero potuto decidere la forma urbana, la larghezza delle strade, l'altezza degli edifici, le tipologie edilizie e ogni altra sistemazione urbanistica. Modellare e regolamentare la crescita urbana spettava agli amministratori comunali che ne avevano il potere e il dovere e alla cultura urbanistica che fu investita, in assoluta esclusiva, del compito di produrre modelli e regole, Piani Regolatori e norme attuative. Non si comprende quindi come sia possibile salvare dalla responsabilità dello sfascio del territorio italiano gli amministratori comunali (democristiani, socialisti o comunisti) e con essi la cultura urbanistica dominante, questa solamente comunista.

Politica e cultura, invece di dare risposte adeguate, si trastullavano in vaniloqui ancora una volta di matrice ideologica, sull' "esproprio generalizzato" e sulla "proprietà pubblica dei suoli".

Per decenni si è fatto credere che tutti i problemi dell'urbanistica si sarebbero brillantemente risolti e le città si sarebbero sviluppate belle e amene se solo si fosse applicato l'esproprio generalizzato.
A parte i risultati disastrosi nei paesi dell'est europeo, negli ultimi cinquant'anni, in Italia gli interventi più invasivi si sono avuti soprattutto nelle aree di proprietà pubblica. Spesso preziosi piccoli paesi appaiono sfigurati da "case popolari", o anche altri edifici pubblici che impattano volgarmente lo sky-line urbano. Per non dire dei quartieri di edilizia pubblica delle grandi città.
Per riportare un caso emblematico visto da tutti, basta richiamare l'immagine di Orte dall'Autostrada del Sole, con il profilo dell'acquedotto romano e, in oscena sovrapposizione, un grosso volume di edilizia residenziale pubblica. (1)

Come succede nella psicologia individuale, frustrata da questi insuccessi l'urbanistica dominante ha riversato sui cittadini un atteggiamento punitivo. Sono stati importati in Italia e sponsorizzati fino a farli divenire leggi, modelli normativi ispirati a principi di collettivizzazione, come il "diritto di superficie" e la "proprietà indivisa".

Visto l'insuccesso anche di questi dispositivi, che, oggi, quasi tutti sono d'accordo essere da buttare a mare, l'urbanistica dominante si è successivamente indirizzata verso una vecchia idea dell'ideologia collettivista, l'idea che con le norme si possa sistemizzare e dirigere tutto. Ed ha promosso e proliferato ai livelli regionale e comunale un immane apparato di leggi, regolamenti, direttive, procedure, in un inestricabile viluppo di commi, contro-commi, richiami eccetera, del quale possono spesso ricavarsi le più contraddittorie interpretazioni.

L'appropriazione burocratica dell'urbanistica è così divenuta la nuova frontiera dell'ideologia.




La foto del Manifesto che illustra i "vantaggi" della città-giardino sovietica è stata tratta dal blog The Measures Taken.

Nota (1) - Su Orte è rimasta famosa la denuncia di Pier Paolo Pasolini il cui video è visionabile su YouTube


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14 dicembre 2008

NOTE SUL CONVEGNO URBS

Pietro Pagliardini

Queste mie impressioni non possono in alcun modo essere riferite al convegno nel suo complesso, essendo stato presente alla sola prima giornata. Tuttavia, limitatamente a questa, alcune considerazioni posso azzardarle.

IL VECCHIO

Intanto dico subito che, una volta di più, ho riscontrato un divario forte, due diverse velocità, due approcci al mondo della professione di architetto, e quindi dell’architettura, da una parte tra coloro che, a vario titolo, da accademici o da architetti liberi professionisti o da entrambe le posizioni, si interessano all’architettura e alla professione avendo l’occhio attento alla società che cambia e, ognuno a suo modo, cerca di dare risposte, magari sbagliate, magari viziate da opportunismi personali, ma sempre con la consapevolezza di una realtà in evoluzione, e dall’altra dal mondo istituzionale degli architetti, quello degli Ordini Professionali, che invece sono sempre più fermi, immobili nella conservazione assoluta dello status quo, pronti a riconfermare, punto su punto la loro esistenza come garanti …. della propria esistenza stessa, cioè totalmente auto-referenziali, sordi e ciechi rispetto alla realtà, mummificati in un ruolo che li rende corpo estraneo a coloro che essi dovrebbe rappresentare, chiusi nella fortezza delle loro vecchie certezze come antidoto alla mancanza di un ruolo vero che non sia che quello di garantire la sopravvivenza di un sistema, quello degli ordini appunto, che ormai altro non è che il retaggio di una società passata, che si trascina nel presente, diversa da quella attuale, sia quantitativamente che qualitativamente. Dico questo avendo ascoltato il Presidente dell’Ordine di Roma, o suo delegato non saprei, che, oltre la inevitabile parte formale, ha ripetuto la solita, vecchia, stanca tiritera sui concorsi, affermando che tutto dovrà andare a concorso, senza il benché minimo accenno ad una nota critica e auto-critica, ad un qualsiasi riflessione, ad un pensiero su questa formula e sulla sua gestione, mentre da parte di moltissimi ormai si denuncia il fallimento di questo sistema come fonte di vera e propria corruzione. Come altro chiamare lo scambio dei ruoli tra giurato e concorrente denunciato con chiarezza e tra gli applausi, da Orazio Campo, come da Prestinenza Puglisi nel suo sito, come da alcuni blog che nascono proprio come una esigenza di denuncia puntuale e precisa contro questo sistema?

Non pretendo certo che l’Ordine debba opporsi ai concorsi ma ciò che è disarmante è la totale mancanza di una riflessione, ma direi proprio di pensiero sul passato e sul presente da cui formulare una proposta per il futuro; un attaccamento acritico e puramente ideologico ad una formulazione di questi che palesemente non solo non danno frutti concreti, e quei pochi scadenti, ma è un vero fattore di inquinamento, etico e professionale, tanto più grave in un metodo che, per definizione, dovrebbe risultare equo e soprattutto finalizzato al conseguimento del miglior risultato possibile. L’attuale sistema di concorsi va a braccetto con i peggiori difetti accademici e fornisce un po’ di linfa agli ordini per dialogare con il potere e collocare la propria squinternata casta nelle commissioni. Ad altro non giova.
Ma tant’è, ai convegni si va anche per trovare conferme e in questo gli Ordini non deludono mai. Semmai è mancata una lamentazione sull’abolizione dei minimi tariffari ma chissà quanta fatica sarà costata il reprimerla.

IL (QUASI) NUOVO

Di nuovo ho assaporato …..il clima, più che i contenuti. I convegni sono anche una vetrina, una parata, una rappresentazione in cui ognuno, in proprio o in nome e per conto di organizzazioni, recita una parte, si mostra, svolge un ruolo preciso, si posiziona, lancia segnali, manda avvertimenti, per cui è difficile ascoltare posizioni nette, dichiarazioni forti nei contenuti e certamente questo convegno era abbastanza influenzato dal significativo cambio di maggioranza nel Comune di Roma. Lo definirei, perciò, un convegno di tipo interlocutorio caratterizzato da …..segnali di fumo.

ORAZIO CAMPO
Il più deciso e aperto è stato Orazio Campo, non solo nella denuncia di cui sopra, ma anche nel rilevare i cambiamenti che stanno avvenendo nel sistema dei grandi centri commerciali e nelle conseguenze che questi possono avere negli assetti territoriali. Le tendenze che Campo ha rilevato nel ridimensionamento dei centri commerciali e di una loro parziale trasformazione in luoghi per la residenza, con ciò creando una delle condizioni per la nascita di veri e propri quartieri residenziali dotati dei servizi necessari , non è molto diversa da quanto sta accadendo in Gran Bretagna, dove il governo ha assunto come modello per i nuovi insediamenti commerciali nel territorio agricolo l’esperimento riuscito di Poundbury, il villaggio voluto dal Principe Carlo e il cui piano è stato disegnato da Lèon Krier.

Un esperimento che ha funzionato così bene che, terminata la prima fase, adesso ha iniziato la nuova espansione. Se questo è vero, esiste non solo la riconversione dei centri esistenti ma anche una riflessione per quelli nuovi. Una riflessione che è necessaria per gli architetti e per gli amministratori i quali devono sapere che, nel momento in cui vanno a collocare in una determinata area un outlet o un ipermercato, cui nel tempo si affiancano nuove attività commerciali o artigianali che da questi traggono un bacino d’utenza, domani queste attività possono esaurire o diminuire la loro spinta commerciale e la trasformazione naturale che verrà richiesta dalla proprietà sarà, inevitabilmente, quella tradizionale della residenza.
Quindi ciò che nasce come area specializzata, cattedrale del consumo nel deserto, potrebbe invece dare luogo ad un nuovo modello insediativo, che di nuovo avrebbe però solo l’età ma che null’altro è che un insediamento tradizionale con un mix di residenza, commercio, uffici, attività produttive di servizio. A quel punto non potranno mancare i servizi e le infrastrutture pubbliche necessarie alla nascita di una comunità vera.
Per questo sarà importante il problema delle scelte di localizzazione ma anche quelle del disegno urbano, della forma della città, sia nel caso della riconversione sia, a maggior ragione, nel caso dei nuovi interventi.
Per questo il sogno dei matti tradizionalisti, antichisti, visionari e conservatori allo stesso tempo, potrebbe assumere i contorni della realtà e, invece di assistere al pur significativo modello degli outlet-finte città, potrebbe darsi il caso di dover progettare vere città con una forte impronta commerciale. E’ un cambiamento di paradigma sostanziale.
Degna di nota anche la denuncia che Campo ha fatto della “sperimentazione” fatta sulla pelle dei cittadini, riferendosi, come caso limite, al Corviale.

FRANCO PURINI
Purini ha concentrato la sua attenzione sul rapporto tra scelte urbanistiche e architettoniche e sociologia, vista la presenza, non fisica ma via Skype di Bauman. La sua risposta è stata, in ogni caso, un richiamo ad una certa concretezza e ad una autonomia disciplinare dell’urbanistica dalle grandi narrazioni sociologiche, stimolanti quanto si vuole ma che non prevedono relazioni immediate e dirette dall’uno all’altro campo. Delle analisi sociologiche è necessario cogliere il senso generale, le linee principali di tendenza e andare oltre la cronaca: che nel mondo occidentale, ed europeo in particolare, esista il problema nuovo, almeno in queste proporzioni, e dirompente dell’immigrazione e della difficile convivenza tra culture e popoli diversi non se ne sono accorti solo i sociologi.

Che il nostro paese sia, apparentemente, più impreparato di altri a fronteggiarlo è anche vero. La soluzione peggiore da adottare sarebbe però quella di seguire l’esempio di quei paesi che prima di noi hanno avuto quel fenomeno, come la Francia ad esempio, creando squallidi quartieri ghetto da cui poi si alimenta il disagio sociale. L’idea di costruire quartieri di case popolari, o edilizia sociale come si dice oggi, può diventare estremamente pericolosa e quando si parla di emergenza abitativa c’è da tremare, perché c’è da aspettarsi nuovi insediamenti che, contrariamente a quelli degli anni ‘60 e ‘70 non saranno abitati solo da un’unica componente sociale ma anche da popoli diversi che, a quel punto, difficilmente potranno integrarsi nel tessuto sociale della città dovendo soffrire la doppia discriminazione sociale ed etnica.

La mia impressione è che la formula dell’edilizia sociale debba essere completamente rivista e sembra anche sia l’impressione di Purini se ha fatto un riferimento chiaro al lavoro di Nikos Salìngaros.

Perché ho detto che solo apparentemente l’Italia è più impreparata? Perché la lentezza da bradipo delle nostre istituzioni pubbliche può, per assurdo, in qualche caso essere un fattore positivo perché consente, con differenze geografiche sostanziali, un adattamento naturale del fenomeno come avviene in alcune città in cui la prima ondata grossa di immigrazione si è distribuita naturalmente in ogni quartiere, non dando luogo a ghetti.
Il fenomeno dell’integrazione e della convivenza resta, ma questo è un fenomeno sociale e politico che è di livello superiore agli urbanisti, come riconosce lo stesso Bauman.

Gli urbanisti possono solo cercare di prevedere ciò che accadrà quando devono intervenire sulla città dal punto di vista fisico, quando tracciano strade o quando non le tracciano, quando disegnano isolati o quando optano per l’edificio in mezzo al lotto, quando propongono tipologie edilizie che permettano una miscela tra soggetti sociali diversi, sapendo che le “case popolari” devono essere “case come le altre”, mentre nel passato le “case come altre” sono state progettate come le “case popolari”. Certo, in questi casi un po’ di sociologia deve venire incontro perché è forse bene sapere che gli immigrati di certi paesi e quelli di religione islamica difficilmente possono vivere in maniera civile in 50 mq, visto l’alto tasso di natalità e i complicati rapporti familiari.
Ma anche molte famiglie italiane non vivono bene in 50 mq.

PAOLO PORTOGHESI
Portoghesi mi è sembrato più distaccato dall’agone anche se non ha mancato di prendere posizioni chiare, in senso negativo, sui nuovi interventi in programma e in essere all’EUR (Velodromo, nuvola, torri). Ha ripercorso storicamente alcune vicende romane, ha riaffermato il principio di fare trasformazioni anche nel centro di Roma ma ha dovuto prendere atto che quelle fatte sono state sbagliate (es. Meier).
Soprattutto ha cantato, giustamente, un inno a Roma, alla città di Roma (non al potere romano), definendola eterna in quanto capace ancora di insegnare architettura ed urbanistica al mondo, e ha ribadito il principio base che ogni intervento nel cuore della città può essere fatto solo a condizione che prima se ne faccia una lettura attenta e se ne riesca a penetrare l’anima.

Ha infine riconosciuto all’EUR un valore di “modernità” , anzi ha detto che “…., non per realizzare un compromesso tra razionalisti e tradizionalisti, ma invece questa occasione affidata nelle mani di un tradizionalista (Piacentini), più o meno illuminato a seconda dei tempi, molto sensibile alle politiche, ha dotato la città di uno dei suoi elementi di modernità. Paradossalmente se c’è un quartiere a Roma che può rappresentare la modernità è proprio l’EUR nel senso che somiglia poco alla città storica, prende lezione soprattutto dalla città romana antica e per certi aspetti è estranea al carattere di cordiale tessuto storico, però ha una sua forza d’immagine, una sua complessità, una sua logica interna indiscutibile”.

Anche Portoghesi, come Campo, ha richiamato l’architettura a valori civili e democratici, almeno indirettamente, quando ha affermato: “Poi l’architettura moderna ha scoperto la democrazia e si è resa conto che i bisogni, i desideri delle persone sono importanti, non basta soltanto imporre il proprio punto di vista di minoranza”. Diciamo che l’ha voluta inquadrare storicamente questa idea e, a mio parere, commette un errore di collocazione, perché è vero che l’architettura moderna ha scoperto i bisogni ma ha anche sempre imposto il proprio punto di vista di minoranza: minoranza culturale anziché politica, ma sempre di imposizione si tratta.

Tuttavia leggo questo richiamo alla democrazia, sfumato quanto si vuole, se letto insieme all’attenzione per i segni della storia, come un segno dei tempi, come una stanchezza verso l’imposizione, da parte di pochi, alla città, di progetti, di esperimenti che ignorano totalmente la città stessa e i suoi abitanti.



N.B. La foto aerea dell'Outlet di Barberino è tratta da Pagine Gialle Visual

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