Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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4 febbraio 2010

ETEROGENESI DEI FINI

Su Avvenire del 3 febbraio è comparso un ironico editoriale di Leonardo Servadio, sempre attento al mondo del’architettura.
Servadio parte dalla notizia che a Victoria Beckham, l’ex cantante e adesso moglie del famoso calciatore, è stato chiesto (sottolineo “chiesto”) di firmare un progetto di un hotel di lusso in una delle famose isole artificiali di Dubai. La richiesta è stata incoraggiata, naturalmente, da un’offerta economica non proprio da minimi tariffari: 50 milioni di dollari!
Ma Victoria Beckham non è architetto (forse è per questo che non hanno rispettato i minimi) e allora è stata affiancata anche da un vero architetto, cioè Karl Lagerfeld, che in verità io conosco di nome come stilista di moda.


Servadio fa a questo punto una serie di considerazioni sulla crisi economica che ha colpito in maniera profonda gli architetti e sulla situazione italiana in cui c’è un architetto ogni 428 abitanti. Se poi si calcolano anche gli ingegneri edili si arriva a un progettista ogni 187 abitanti, cioè uno per ogni grosso condominio.
Conclude con la considerazione che questa situazione è figlia della spettacolarizzazione dell’architettura e che, tutto sommato, è anche possibile che il progetto della ex Spice Girl potrebbe non essere peggiore di quello di un architetto “vero”.

E così avremo un progetto firmato da una cantante e da uno stilista di moda. Finirà in tutte le riviste di moda, costume, arredamento, femminili, sui magazine, su quotidiani, settimanali, trasmissioni TV di tendenza: è l’effetto appunto della spettacolarizzazione dell’architettura; è l’effetto archistar senza archi ma con la star.
Pensavamo che il fenomeno archistar fosse il frutto maturo dell’architettura-oggetto iniziato nei primi decenni del secolo scorso, ma la fantasia del mondo della comunicazione è davvero senza limiti e oggi ci propone l’architettura-oggetto senza architetto. Geniale, c’è poco da dire.
Le archistar in fondo sono noiose. E poi sono sempre gli stessi personaggi, una quindicina, a occhio e croce. Tutti vestiti di nero, facce sofferenti o sguardi esaltati. Non sono adatti a periodi di crisi come questo. Tutto si consuma. Resta però il prodotto, purtroppo, ma questo interessa a pochi.
E allora si allarga il campo: se star devono essere, che lo siano per davvero! Non conosco la Beckham e quindi non riesco ad immaginare che taglio darà al progetto. Immagino che se chiamassero Angelina Jolie farebbe un progetto in stile umanitario. Però sarebbe corretto chiamare anche Brad Pitt che potrebbe impostare un progetto ecologicamente compatibile. George Clooney lo potrebbe fare bello e flemmatico quasi quanto se stesso. Lady Gaga sarebbe certamente più cool e trasgressiva.

Nutro, in verità, qualche speranza che questa nuova tendenza farà capire a molti quanto e perché sia giusto e doveroso, oltre che naturale e saggio, combattere il fenomeno archistar. Il libro di Nikos SalìngarosNo alle archistar”,LEF, 2009, dovrebbe essere reso obbligatorio nelle facoltà di architettura e al coraggioso editore Giannozzo Pucci dovrebbe essere assegnato un premio.

Non esiste alcuna differenza tra l’archistar e la star che firma un’architettura. Nessuna. E non lo dico per scelta ideologica o faziosa, ma proprio in base ad una legge interna all’architettura che è, prima di tutto, conoscenza tecnica dell’arte di costruire un edificio. Ora, così come la Victoria Beckham non potrà essere un architetto, nei fatti e non nel titolo, perché non può sapere niente di una costruzione e si limiterà a fare la stilista, a dare il tocco, lo stesso processo avviene con l’archistar.

Chi progetta l’edificio, chi rende possibile la realizzazione di strutture assurde e prive di senso, create solo per stupire? Le società di ingegneria, ovviamente. Niente di male, anzi, in un edificio complesso ciò è assolutamente necessario con la quantità di problematiche, reali o inventate dalla leggi, di tipo strutturale o impiantistico. Ma il fatto è che quando un’unica persona riesce a progettare contemporaneamente una serie numerosa di edifici importanti in ogni parte del mondo e nello stesso tempo a prendere parte a concorsi internazionali, è chiaro che il suo apporto al progetto è pari a quello che potrà offrire Victoria Beckham, cioè al tocco e, diciamolo, forse neanche a quello, che può essere demandato a fidati collaboratori.

L’archistar è un’azienda, né più né meno, e come tale deve comportarsi se vuole rimanere sul mercato. Benissimo! Ma l’architettura cosa c’entra e, soprattutto, come possono diventare esempio da seguire e da insegnare nelle università?

Eterogenesi dei fini: penso a critici, presunti critici, falsi critici, giornalisti, sindaci, professori. Adesso come faranno ad insegnare o osannare o desiderare i progetti di Victoria Beckham? Davvero non vorrei essere nei loro panni! E non parliamo poi di quegli architetti che li osannano e, osanna, osanna, adesso arrivano anche le star dello spettacolo, quello vero, a rubar loro il lavoro.
Quante persone mette in ridicolo questa situazione! C’è di che essere riconoscenti a Victoria Beckham.


Credits: La foto di Victoria Beckham è tratta da Wikipedia

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29 novembre 2009

LANGONE ANCORA CONTRO I GRATTACIELI

Su Il Foglio ancora una Preghiera di Camillo Langone contro i grattacieli.


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5 ottobre 2009

ELOGIO DELL'IMPERFEZIONE URBANA

Pietro Pagliardini

Uno scambio di commenti su Architettura Catania con un architetto con il quale sono in assoluto e insanabile disaccordo ma verso il quale nutro rispetto, mi ha fatto venire il dubbio che coloro i quali come me auspicano un ritorno alla città tradizionale possano dare l’impressione di aspirare ad una sorta di modello di città della perfezione dove tutto sia preordinato e concluso, una specie di città-spettacolo o città-parco più simile ad una Disneyland governata dall’alto che ad una città vera e viva, quotidianamente vissuta e trasformata dalle esigenze e dagli impulsi vitali della società in genere e dei suoi abitanti in particolare.

Per rappresentare in maniera paradigmatica le nostre reciproche differenze mi è stato opposto, dal mio interlocutore, il modello di San Gimignano, preso a simbolo della cristallizzazione di un’idea di città medioevale perfetta nella sua unità, una città-cartolina così come oggi la vediamo, attribuendolo alle mie aspirazioni, a quello di Dubai, simbolo antitetico della contemporaneità e della trasformazione continua, nel suo condensare da un giorno all’altro, almeno prima della crisi, tutto quanto viene sperimentato in campo architettonico, attribuendolo a sè.



Evidentemente il collega mi e ci considera antichisti nostalgici e romantici, innamorati di un’idea di città anacronistica, bella ma priva di vita, e soprattutto non modificabile e fissata una volta per tutte. Impossibile cercare di convincerlo del contrario ma spiegare alcune cose voglio tentare di farlo.



Dagli studi della scuola muratoriana, anche se decisamente faticosi e tanto ostici da sembrare quasi roba da iniziati (del libro di Caniggia e Maffei esiste anche una traduzione in inglese che non so che impatto possa avere sui lettori con quel vocabolario difficilmente traducibile), risulta con grande evidenza la permanenza di precise regole nella crescita delle nostre città storiche, certamente ricche di molte varianti, ma pur sempre riconoscibili da coloro che ne hanno appreso (“appreso”, altro termine iniziatico) le modalità di lettura. Regole analoghe sono state individuate da Nikos Salìngaros, facendo riferimento però a princìpi della matematica e della teoria delle reti.
Dovendole sintetizzare a pochi concetti essenziali direi che esse sono così riassumibili:

-Il processo di occupazione dell’ambiente antropico è caratterizzato da:


"un sistema di progressive modularità tra ciascuno dei termini scalari, dall’arredo al territorio: così che la partecipazione individuale dell’uomo al suo mondo strutturato è connessa alla molteplicità degli uomini e delle cose mediante una progressione di grandezze crescenti, ciascuna comprensiva e compresa dalle altre"

(Caniggia e Maffei, Lettura dell’edilizia di base, Marsilio 1979) e

tutta l’architettura popolare ha proprietà frattali. Credo che il nostro cervello sia fatto per costruire le cose in un determinato modo, così, inevitabilmente, noi sviluppiamo delle strutture frattali. La maggior parte delle grandi creazioni dell’umanità oltrepassa la struttura rigorosamente necessaria; abbiamo il bisogno di generare determinati tipi di forme e di correlazioni geometriche ….Le città, almeno quelle più piacevoli, sono frattali. Tutto, dai percorsi delle vie alla figura delle facciate e alla disposizione degli alberi è frattale nelle grandi città come Parigi, Venezia e Londra. Questo è stato misurato matematicamente da ricercatori come Michael Batty e i suoi collaboratori (Batty e Longley, 1994) e Pierre Frankhauser (Frankhauser, 1994)

(Nikos Salìngaros, No alle archistar, LEF, 2009).
-Le parole chiave della città sono: strada, nodo, rete, permeabilità, gerarchia.

Tutto ciò è riscontrabile nella città europea storica ma non solo: gli stessi fenomeni si ritrovano in molte favelas brasiliane e indiane e nelle borgate abusive romane, cioè laddove il processo di crescita è totalmente spontaneo e in palese contrasto con la città ufficiale pianificata a cui sono affiancate e contrapposte.

La città che descriviamo non è affatto una città “progettata” una volta per tutte, una città immobile e statica, quella, ad esempio, rappresentata nella città ideale che fa da logo a questo blog: quella ne è solo la forma pittorica idealizzata che solo raramente ed in alcune parti di una città reale, quella monumentale e pubblica, può essere presa come esempio da coltivare. La città che descriviamo deve solo essere indirizzata verso regole di crescita analoghe a quelle della città storica, in modo tale da continuare a crescere secondo quei principi di progressive modularità che sembrano essere essenziali per il nostro cervello che necessita della continuità del passaggio da una scala inferiore a quella superiore, secondo una logica frattale che si ritrova nella natura stessa. La continuità spaziale, nel senso di permeabilità, e temporale, nel senso di possibilità di continua trasformazione, caratterizza questo tipo di città.

La città moderna e contemporanea presenta invece come caratteristica principale la discontinuità e la parcellizzazione. Tutto è separato e sincopato: le varie zone a funzione diversa, gli edifici staccati gli uni dagli altri, le strade più simili a nastri trasportatori che trasferiscono auto da un luogo all’altro così come nelle fabbriche movimentano, ad esempio, biscotti dal forno all’impacchettamento. Ma dentro alle auto ci sono persone e non merci e a nessuno, riflettendoci sopra, può far piacere essere trattato al pari di una merce qualsiasi che si sposta da una macchina all’altra per il trattamento dovuto.

Non si tratta perciò di indirizzare il progetto di città verso uno stile piuttosto che verso un altro, anche se è indubbio che l’edilizia tradizionale presenta una serie di caratteristiche tipologiche e morfologiche che sono più omogenee con il naturale processo di crescita urbano; si tratta di garantire al contempo il miglior funzionamento della città nel suo complesso e l’ambiente urbano più favorevole al benessere di chi vi abita.

La città non è dunque progettata una volta per tutte, non è una cartolina, ma deve garantire, come nella città storica e pure nelle favelas, una crescita e una trasformazione continua e naturale secondo le direttrici individuate in base alle caratteristiche geografiche e alle preesistenze. Questo tipo di città è l’esatto opposto di Disneyland, che in quanto città del divertimento e del business, è governata dall’alto e si modifica in base alle esigenze di mercato, mentre l’altra si sviluppa in base alle esigenze della società (tra cui rientra anche il mercato, ma non in maniera esclusiva) e dei suoi individui. E’, cioè, una città intrinsecamente democratica, a prescindere dalla forma politica nella quale si sviluppa.

Dubai, per restare all’esempio fatto, è invece l’esatto contrario; è una Disneyland non monotematica, che cresce in base alle esigenze di più forme di business anziché uno solo: il turismo, il commercio, il benessere, inteso come centro-benessere, il lusso, ecc. Dubai è la rappresentazione di uno status symbol che separa chi l’ha visitata dagli altri. Gli edifici devono essere perciò straordinari e inusitati nella loro fantasia per colpire l’immaginario collettivo, al pari di un manifesto pubblicitario, ma nulla conta la città in sé, perché non è vissuta da cittadini ma da clienti provenienti da ogni parte del mondo. Dubai è in fondo solo il più grande shopping center del mondo dove si vendono merci, servizi e sogni. L’architettura è in quel luogo solo comunicazione visiva e null’altro. E’, in fondo, come Las Vegas: come si potrebbe auspicare che l’architettura di Las Vegas divenisse l’esempio da esportare nel mondo? Niente di cui scandalizzarsi su Dubai ma prenderne ad esempio le sue follie architettoniche pensando che tutto il mondo sia Dubai, esaltarne come si fa nei media i suoi progetti come se avessero una valenza universale è né più né meno che un errore di comprensione.
La città che vogliamo è incompiuta, imperfetta, in continua trasformazione ed evoluzione ma basata esclusivamente sui bisogni, i desideri, i sogni dei suoi cittadini e degli uomini e delle donne che la vivono, non degli architetti. Da questa spinta ne deriverà la bellezza autentica, di cui gli architetti sono gli interpreti.
Dunque al collega dico che la vitalità sta, secondo me, in questo modello di città dietro cui c'è la società e non nella invenzione pubblicitaria in forma di architettura, dietro cui c'è solo il pur rispettabilissimo capitale, cioè una sola parte della società.

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1 maggio 2009

TUTTI A PARIGI, FINCHE' SIAMO IN TEMPO!

Pietro Pagliardini

Instant-post questo e con ancor meno pretese del solito. Solo un consiglio: chi già è stato a Parigi, ci torni prima possibile e se la goda. Chi non c'è stato ancora, fugga a vederla perchè, se va avanti così, la Parigi che vedranno sarà un'altra cosa.

I 10 progetti per la Parigi del XXI secolo sono arrivati al loro iter finale.

Si dirà: ma Parigi è sempre cambiata, anche in maniera drammatica. Sono state abbattute chiese e monumenti. Sono stati tracciati viali riconfigurando gli isolati in modo drastico. La modernità high-tech è entrata nel cuore della città (e ora si parla di smontarla e rimontarla altrove), i parchi stessi sono qualcosa d'altro che altrove. Ma proprio ieri leggevo che la cosa considerata più brutta dai parigini è il grattacielo Montparnasse (segue l'Opera Bastille), e oggi vedo una selva di guglie alla Gaudì spuntare lungo la Senna!!!
Andiamo a Parigi, finché non sarà come Dubai!

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10 gennaio 2009

EXPO 2015: LA “CITTA’ IDEALE” DI MOZZONI

Pietro Pagliardini

Sul Corriere della Sera leggo un articolo di Guglielmo Mozzoni, architetto, il cui nome confesso essermi fino ad ora sconosciuto, certamente per mia ignoranza.
Immagino subito che non deve essere giovanissimo dal paragone che fa tra le cose difficili della vita e l’Expo, in cui si legge l'appartenenza ad una generazione che apprezza espressioni goliardiche e un po’ rodomontesche, e ciò me lo rende simpatico.

Mozzoni si rivolge al Sindaco di Milano e presenta una intrigante proposta per l’EXPO2015 che mi appare come una piacevole novità.
Dice Mozzoni: “L' importante per una vita in comune, e quindi per l' Expo (anche se nessuno sembra aver voglia di dirlo), è poter vivere oggi in maniera adeguata alle nostre conoscenze attuali, risolvendo in primo luogo il problema urbanistico. Anche perché l' urbanistica racchiude in sé i problemi della vita: dal lavoro alla logistica, dalla fame alla cultura e all'ambiente, dall'inquinamento alla capacità di resistere ai sismi, dalla captazione alla produzione di energie alternative”.

Questa proposta mi sembra una ventata di aria nuova nel panorama delle ultime edizioni delle Esposizioni Universali, fatte di stands, oggetti provvisori e inutili architetture tutte uguali in cui per riconoscerne la provenienza occorreva leggere il cartello, oppure riconoscibili solo dall’autore, il solito “maestro” o “archistar” o aspirante archistar di belle speranze, quasi tutte destinate poi all’abbandono e all’oblio.
Invece Mozzoni propone una cosa seria che ha il solo difetto di chiamare “città ideale”, ma che io ho immaginato come una sorta di “manifesto“ dell’urbanistica cui egli attribuisce giustamente un ruolo primario e necessario per la città, prima dell’architettura, la quale sembra invece diventata, da anni, la creatrice delle città stessa.
Proseguo nella lettura e qualcosa non mi convince ma, avendo letto l’articolo in Corriere.it, non ci sono immagini di questa “città ideale” e non posso capire bene.
Conclude offrendo il suo progetto, a cui dice di lavorare da anni, e si capisce, tanto è ingenua, che è un’offerta sincera, fatta per coronare un lungo lavoro in cui Mozzoni crede e spera, comprensibilmente, di vedere concretizzato.

Cerco subito su Google notizie di Guglielmo Mozzoni e scopro che ha la bella età di 94 anni. Letta anche la biografia ne apprezzo ancora di più l’energia e lo spirito di servizio.
Cerco le immagini della città ideale, le trovo e ….… rimango basito: vedo una sfera di dimensioni grandiose (circa 250 m di diametro) intorno a cui si avvolge una specie di nastro a spirale sul quale si intuisce esservi collocati edifici vari. Approfondisco meglio: ci sono siti e blog che ne parlano, vedo disegni quasi a fumetti di fantascienza, belli in sé, freschi e colorati ma la mia delusione resta grande.
Trovo poi, sempre sul Corriere, un commento molto positivo su quel progetto da parte di Mario Botta. Se alcune considerazioni sono condivisibili, non comprendo le conclusioni: “Si configura quindi per Milano un' «utopia concreta» da proporre al mondo, irripetibile al di fuori dell' evento straordinario dell' Expo; un unicum che si allontana con forza dai modelli offerti dall' attuale globalizzazione. Per le generazioni future Expo 2015 potrebbe divenire così il segno di una nuova speranza urbanistica”.

A me sembra invece che siamo esattamente dentro il modello offerto dall’attuale globalizzazione”, dove la sola differenza consiste nel fatto che a tanti oggetti sparpagliati e indifferenti al contesto, ve ne è uno solo, una macro-struttura, che ne contiene altri. E’ una logica comunque anti-urbana, è l’urbanistica risolta con oggetti, è una sintesi da romanzo di fantascienza della rappresentazione di una città del futuro.

Perché poi il futuro debba essere così rappresentato in forma utopica mi sfugge completamente, tanto più che non credo alle previsioni futurologiche di nessuno, figuriamoci a quelle degli architetti. Quale motivo c’è per andare a fare invenzioni del genere?
Se è vero ciò che dice Mozzoni in premessa, e secondo me è vero, allora la novità dovrebbe essere sì disegnare una città manifesto, ma senza inutili fantasie utopistiche, piuttosto mostrando al mondo che Milano, l’Italia è ancora capace di proporre una città che il mondo stesso ci deve invidiare, come ci invidia Roma, Venezia, Firenze e le migliaia di borghi sparsi su tutta la penisola e le isole, certamente reinterpretato alla luce delle tecnologie che devono caratterizzare una Esposizione Universale del 3° millennio, ma che poi, come dice Mozzoni stesso, possa essere abitata realmente e non rimanga uno spettrale cumulo di rovine.

Insomma l’EXPO2015 dovrebbe essere una vetrina dell’Italia non solo con la Ferrari, la moda, il design, lo spumante e i prodotti alimentari locali, ma soprattutto con l’urbanistica che sia capace di coniugare la storia della città, per la quale il mondo ci apprezza, con la tecnologia. Per fare un banale paragone: qualcosa di simile alla insuperata cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atene, in cui si fondeva una grande capacità tecnologica alla rappresentazione e al richiamo della storia e dell’arte greca. Riuscire a fare una sintesi della città italiana che serva di esempio anche per il nostro paese e per i nostri amministratori pubblici e i loro architetti, questa sarebbe la novità!

Per questo è necessario fare una città vera, con un tessuto viario a terra e non per aria, una città che funzioni, che limiti l’uso dell’auto, che non obblighi a lunghi spostamenti casa-lavoro, che preveda distanze pedonali contenute, che ricrei la strada con i fronti chiusi, la “rue corridor” che Le Corbusier voleva uccidere e ha ucciso, che preveda spazi di gioco per i bambini senza pericoli, che abbia, soprattutto, una quantità consistente, e collocata nei luoghi nodali giusti, di temi collettivi che siano capaci di dare dignità e senso di appartenenza ai suoi abitanti; dimenticando gli scenari da Flash Gordon.

Quanto al fatto che Botta apprezzi questa proposta, forse è dovuto al fascino che sercita su di lui la forma sferica in sé, vicina alle geometrie elementari, cubi, tronchi di cono, cilindri, semi-sfere di cui Botta fa largo uso. Un motivo in più per capire che siamo sempre nel campo delle forme architettoniche astratte e non nel campo dell’urbanistica.

Mi spiace per l’architetto Mozzoni, ma su quel nastro a spirale si può vivere solo a Dubai per una settimana di vacanza organizzata da un Tour operator, con il casinò al centro, i negozi in cui lasciare lo stipendio, qualche spa e quant’altro, non certo per trascorrere la propria vita normale.
Resta valida tuttavia l'idea essenziale di Mozzoni che dovrebbe essere l'urbanistica a guidare l'Expo.

Dice Nassim Taleb nel suo “Il Cigno nero”: “Non riuscirò mai a conoscere ciò che è sconosciuto perché, per definizione, è sconosciuto. Tuttavia posso sempre indovinare quali conseguenze può avere su di me, ed è in base a questo che devo prendere le mie decisioni”. Ebbene, nessuno può affermare con certezza se in futuro l’uomo sarà costretto a vivere appollaiato ad una città sferica ma possiamo dire, fin da ora, che le conseguenze di questo distacco da terra non sarebbero affatto positive: un motivo in più per scartare questa possibilità.

Se poi il futuro sarà come prevede o piace a Mozzoni e anche a Botta, vorrà dire che avranno avuto ragione loro, ma ne dubito e comunque non credo che lo potremo verificare mai né io, né Mozzoni, né Botta, né chi ha letto questo post.


N.B. Non posso riportare foto della città ideale di Mozzoni perché le immagini sono protette da copy-right.


Riporto però alcuni link:
Su Archiwatch questa proposta di città ideale aveva fatto un passaggio: http://www.archiwatch.it/2006/03/02/nel-mondo-di-papalla.html
http://www.cittaideale.it/
http://cittaideale-gm.blogspot.com/


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10 agosto 2008

PENSILINA DI ISOZAKI E CONCORSI

Pietro Pagliardini

Il Ministro Bondi non vuole la pensilina di Isozaki agli Uffizi e lo dice al Corriere della Sera nel miglior modo possibile per un ministro:

«Non sono assolutamente contrario all' architettura moderna in sé, ma non è possibile pensare ad un nuovo progetto per una città rinascimentale come se non ci fossero mai stati Michelangelo e Vasari. Perché Firenze non è Dubai. Lo Stato non può autorizzare un intervento che ogni soprintendenza boccerebbe a un privato».
Il ministro, famoso per la sua mitezza e amante della poesia, ha parlato con grande fermezza, in modo che tutti possano capire: ha parlato di cultura, facendo riferimento all’unicità del patrimonio artistico, storico e culturale di Firenze e affermando che questo patrimonio va rispettato, e ha parlato di politica, dimostrando di essere a conoscenza dei rapporti tra cittadini e Stato e dichiarando che ciò che non è possibile ai cittadini non lo può essere neanche per le istituzioni che li rappresentano (la foto sopra di Firenze con l'astronave parla meglio dei rendering).

Venendo al tema, la domanda è: perché ripetere l’errore dell’Ara Pacis?
Per il semplice fatto che il progetto è uscito vincitore da un concorso?

E’ un fatto ormai noto che i progetti vincitori dei concorsi sono, nella maggior parte dei casi, progetti sbagliati perché giudicati da architetti che non si basano su ciò che è meglio per la città ma su ciò che è meglio per “l’architettura”, intesa come disciplina autoreferenziale, estranea al contesto e alla gente (ammesso che l’architettura sia ancora una disciplina).

Per dare dignità all’istituto del concorso, che in Italia non l’ha mai avuta, non resta che una strada: modificare la legge e affiancare alla giuria tecnica il voto dei cittadini (non si parli di lungaggini burocratiche perché la storia della pensilina, e di tutti i concorsi, va avanti da anni!) e poi, sulla base dei due diversi gradi giudizio, l’amministrazione, cioè il Sindaco (quando il soggetto è il Comune) prenda le sue determinazioni.

Si abbandonino i cosiddetti meccanismi automatici di falsi punteggi, buoni solo a dare apparenza di oggettività a decisioni che sono di tipo “sintetico” e non “analitico” (e non potrebbe essere diversamente).

Si mettano le decisioni nella mani dei cittadini e dei loro rappresentanti (pensando alla storia si potrebbe dire: si ri-mettano), dopo il necessario giudizio degli esperti. La figura dell’architetto progettista e dell’architetto giurato ne risulterà esaltata e non sminuita da questo confronto con i cittadini e la città, mentre oggi ai concorsi regolari non crede più nessuno.

La forma concorso acquisterà vera dignità e questo è l’unico modo possibile per avvicinare l’architettura ai cittadini, non certo con i vari festival, anche se mi rendo conto che smantellare l'attuale sistema dei concorsi a molti "esperti" potrà apparire "eversivo" perchè si vanno ad intaccare interessi accademici e professionali consolidati.

A proposito di questo concorso è assolutamente singolare un appello firmato nel 2004 da intellettuali di varia provenienza perché si facesse la pensilina. Questi i firmatari:
Zubin Mehta, Adolfo Natalini, Gianni Pettena, Fabrizio Rossi Prodi, Achille Bonito Oliva, Sergio Risaliti, Enzo Siciliano, Alberto Asor Rosa, Giorgio Van Straten, Stefano Passigli.

A parte Zubin Metha, che però nel dirigere Verdi non credo che gradirebbe l’intromissione di una chitarra elettrica, quello che meraviglia di più è l’ineffabile Alberto Asor Rosa: ma come, lui, il difensore dei valori del paesaggio e dell’architettura toscana firma a favore della pensilina?

Ma davvero dobbiamo credere alle motivazioni dell’appello che fa riferimento alla “credibilità internazionale dell’Italia”? E l’intervento contro cui si è mobilitato a Monticchiello non era forse una lottizzazione convenzionata, e quindi legittima, e il mettersi di traverso a quella lottizzazione non era forse uno screditare le istituzioni?

Forse che Firenze vale meno di Monticchiello? Probabile un errore di valutazione (l’appello per la pensilina, intendo).

Avrei una proposta per Asor Rosa: visto che è diventato il paladino dei comitati e ha buone conoscenze perché non si impegna anche lui a rendere possibile il voto dei cittadini nei concorsi?
La domanda è pleonastica perché Alberto Asor Rosa non legge certamente questo blog ma la considero come un messaggio dentro una bottiglia: chissà che, galleggia, galleggia, alla fine non gli possa arrivare!

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Altri post sui concorsi:
Concorsi per gli architetti o concorsi per la città?
Architettura come arte civica

La foto è tratta dal blog Skymino's House

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30 luglio 2008

LA RIVINCITA DEL PEDONE

Pietro Pagliardini
Interrompo la sosta estiva perchè solleticato da una bella discussione.
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Sul blog Archiwatch nei giorni scorsi si è sviluppata una, per me, piacevole e ricca discussione sulla eventuale, temuta, odiata, necessaria, auspicata, rifiutata partecipazione dei cittadini al progetto.
Intanto chiarisco la mia terminologia:

Cittadini: uso questo termine non nel senso usato dalla Rivoluzione Francese, ma solo nel senso di coloro che abitano e vivono nella propria città e che, in linea di principio, poi vedremo se e a quali condizioni, hanno il diritto di decidere sulla sua crescita, trasformazione, demolizione, alterazione, restauro, riqualificazione. Uso cittadini perché li ritengo, ma è ovvio che sia così, i padroni della città. O almeno dovrebbero esserlo. Cittadini è cioè termine che ha una forte connotazione territoriale.

Gente: uso questo termine con un significato più esteso, meno specifico, per indicare quello che io ritengo sia il recettore del “comune sentire”. In genere uso gente per indicare il corpo sociale complessivo dell’opinione pubblica non strettamente legato ad uno specifico territorio.

Tutto è iniziato da una lettera di Cristiano Cossu, in risposta ad un mio commento, in cui esprimeva seri dubbi sulla possibilità di coinvolgere la “gente” nella fase decisionale del progetto.

E’ intervenuta, infine, Vilma Torselli. Ho detto infine ma solo come espressione temporale, non di merito, perché Vilma, in genere, solleva problemi e questioni, suscita dubbi, stimola il confronto; questa volta, però, è stata più categorica e, nel caso della partecipazione, direi quasi tranchant, ha usato espressioni molto poco diplomatiche che non lasciano spazio ad interpretazioni. Non è stata demagogica (non lo è mai, in realtà) non ha giocato con le parole, non è stata politically correct e ha detto, semplificando e brutalizzando il suo pensiero, che la partecipazione è una stronzata.

Però…sto esagerando, perché Vilma ha anche detto che l’architetto “non può né deve operare da solo per conto di Dio” e non deve e non può decidere da solo. Ha portato ad esempio “la rivincita del pedone” che è quel sistema, non sappiamo se reale o mitico, per cui in Giappone prima si realizza un parco e poi si fanno i percorsi seguendo i sentieri tracciati dai pedoni sull’erba. In realtà ho visto anni fa un servizio TV in cui, sempre in Giappone, hanno messo, credo come esperimento, le strisce pedonali agli incroci anche lungo le diagonali, perché quello è il percorso che ogni pedone “naturalmente” predilige, per il semplice fatto che la diagonale ha lunghezza minore della somma dei due cateti necessari per andare da un angolo dell’incrocio all’opposto: una importante dimostrazione che la geometria non è solo un’astrazione dei libri di scuola ma risiede naturalmente nella mente della “gente” anche se non l’ha studiata o non la ricorda.

Dalla rivincita del pedone Vilma ne ricava, giustamente, l’esito che l’architetto deve comportarsi come un “cacciatore di tracce, un segugio che scopre i segni…”.
Eduardo Alamaro ha detto, sempre su Archiwatch, che questa parte del testo di Vilma ha qualcosa di poetico, ed è vero, ma è anche, secondo me, la palese dimostrazione del fallimento del nostro lavoro di architetti. Chi, infatti, vuole o può o sa che il metodo indicato da Vilma è esattamente quello che dovrebbe essere seguito per la preparazione e la redazione di un progetto? Vilma ha descritto molto bene, e direi d’istinto, come un segugio, nient’altro che il Genius Loci, che è tutto ciò che lei dice con qualcosa di più. Potrei essere in disaccordo? Ma oggi questa espressione è molto usata, anche troppo, come tutto ciò che dà suggestioni, ma raramente compresa e applicata.

Se dovessi indicare il metodo progettuale che va per la maggiore parlerei di “creatività”, di “libertà di espressione”, di innovazione e sperimentazione, insomma di tutto ciò che consente all’architetto di esaltare solo se stesso e poco il progetto.

E non mi si venga a dire che questo metodo vale solo per gli archistar, per i grandi, perché il dramma sta proprio qui, nel fatto che è una mentalità diffusa alla base, laddove si progetta la massa degli edifici e si fanno i veri danni alle città e al territorio. Poco c’entra il fatto che il cliente intervenga pesantemente sul progetto originario e il povero architetto sia costretto, dai rapporti di forza impari e dalla necessità di sbarcare il lunario, a modificare, aggiungere, togliere in genere. Intanto in molti casi hanno ragione i clienti e comunque quello che conta è l’atteggiamento con cui l’architetto si pone nei confronti del progetto che è sempre lo stesso, con la differenza che gli archistar fanno (quasi) sempre ciò che vogliono, noi architetti condotti subiamo molto di più le ingerenze pesanti dei nostri clienti.

Tuttavia io sono personalmente molto più ottimista nel buon senso della gente di quanto non lo sia Vilma e anche altri che sono intervenuti nello scambio di commenti e sono invece molto pessimista sull’atteggiamento degli architetti , perché questi hanno davanti a sé modelli troppo glamour per non adeguarvisi: soldi, potere, successo mediatico, a chi non piacciono? Un grattacielo a Dubai, che gira, che si allunga, che si piega, isole create dal nulla a forma di…tutto, la tabula rasa, liberi di creare dal nulla. E’ se è vero che a Dubai c’è poco di storia (c’è tuttavia il deserto, il mare, la natura, una cultura) in Italia e in Europa l’atteggiamento è il medesimo.
Il delirio di onnipotenza, il poter dire: “tutto questo l’ho creato io”, come si concilia con il ricercare le tracce, leggere i segni presenti ma non sempre facilmente visibili?

E’ il fascino del reality che prende molti giovani, il bisogno di uscire dall’anonimato di provincia, di essere al centro dell’attenzione. Gli Archistar sono solo la punta dell’iceberg (e in genere è ovvio che sono molto meglio dei loro emuli) il simbolo su cui mirare, la bandiera da conquistare per demoralizzare l’esercito ma non sono loro il problema, il problema è la truppa, numerosa e guidata da abili ufficiali e sottufficiali che hanno i loro quartier generali nelle università, nel mondo dei media, nell’ambiente culturale mondano, nelle amministrazioni comunali a fare PRG senza disegni, con norme assurde e funzionali quasi sempre a quel sistema che rifiuta la storia, la città, il contesto.
Questa situazione, che non è solo italiana ovviamente, ma è globale, da noi è tuttavia aggravata da due fattori:
- l’essere il nostro paese quello con più storia, con più patrimonio artistico e naturale di tutti gli altri;
- l’avere il nostro paese un’università fatta di caste, grandi e piccole, che se la giocano con altre caste, grandi e piccole, nel mondo dell’editoria e dei mass media.

Di qui la mia piccola, modesta, circoscritta proposta di fare giudicare i concorsi anche ai cittadini, gli unici titolari delle decisioni sulla città. Se gli architetti sono, siamo, quelli che ho sopra descritto, perché gli esperti, i professori dovrebbero essere migliori, essendo proprio loro che hanno formato la truppa? Di più: se anche tutti noi architetti fossimo bravi e i professori membri di giuria fossero bravissimi, perché dovrebbero essere loro a decidere le sorti di una città? Quando è mai successo storicamente? Quando mai l’architetto non ha avuto un rapporto conflittuale, se va bene di amore-odio, con il proprio committente, quando mai non ha risposto agli ordini del padrone e del proprio cliente? Chi ha messo in testa agli architetti una simile storia, talché tutti pensano di fare il proprio comodo e di essere portatori di verità? La repubblica platonica dei filosofi, cioè degli esperti, di quelli bravi, è l'esatto contrario della democrazia, è la tirannia.

Oggi non c’è il Principe, lo sappiamo tutti e ne siamo quasi tutti felici ( a Dubai c’è il Principe, in Cina c’è il Principe, andateci voi a godervelo). Amen. Inutili i lamenti di coloro che dicono: la classe politica è incolta; è probabilmente vero ma spostare il problema su altri soggetti non aiuta a migliorare sé stessi.

Da noi ci sono i cittadini che votano i propri amministratori; non è detto che scelgano i migliori ma è il meglio che ci possiamo permettere e, poiché la città è di tutti, come l’acqua, come l’aria, come l’ambiente naturale di cui tanto ci preoccupiamo; la città è una somma di proprietà private disposte su un tessuto che appartiene a tutti, alla collettività, per questo i cittadini, che costituiscono la civitas la quale esiste, è una cosa vera non un’astrazione intellettuale, devono decidere e avere voce in capitolo sulla costruzione dell’urbs.
Che poi decidano per delega, nella maggior parte di casi e per ovvi motivi di organizzazione sociale e politica, o per democrazia diretta, in pochi ma significativi casi, poco importa: ma il principio è questo. Sulle forme concrete non sta certo a me o a noi decidere.

Questo principio è il fondamento storico dell’essere delle nostre città occidentali; se esiste la pianificazione urbanistica (brutto nome), se esistono i Piani Regolatori, se esiste una normativa (snella o voluminosa è un diversivo ai fini di questo discorso), è perché nella città si devono esprimere valori collettivi e condivisi. Questo è l’unico, vero, profondo motivo che giustifica e ha sempre giustificato l’urbanistica come disciplina, da quei paesi in cui, per ovvi motivi geografici come l’Olanda, è più avanzata a quelli come il nostro in cui, per motivi geografici opposti, è più problematica, frammentaria, meno centralizzata e quindi più disarticolata. I colonizzatori hanno portato l’urbanistica in America del nord, terra sconfinata e con poca popolazione e ciò vuol dire che non è proprio possibile che ognuno disponga del territorio a suo piacimento, che c’è bisogno di un disegno che unisca un popolo intorno a valori condivisi che li facciano sentire appartenenti ad una comunità.

E la rivincita del pedone cosa c’entra con tutto questo discorso? C’entra, perché questa espressione non si riferisce solo ai giapponesi ma è la prova della distanza che c’è tra il progetto e la gente; la rivincita del pedone è appunto la libertà del pedone di non passare dai percorsi pedonali disegnati e realizzati nel verde da un architetto che ha lavorato sul foglio da disegno come si trattasse di un quadro astratto, secondo geometrie che nulla hanno a che vedere con quella che c’è in testa alle persone e che, senza ricordare o conoscere le regole dei triangoli, fa loro intuire che la diagonale è più corta dei due cateti. E così avviene che quei percorsi progettati vengono incrociati da sentieri spontanei senza erba che i pedoni scelgono naturalmente, non per maleducazione, ma per libera scelta di buon senso.
Un’altra dimostrazione sull’organicità della città, che deve consentire il massimo grado di scelte possibili, pena sentire la propria città come estranea, perché gli edifici non si possono scavalcare come i percorsi pedonali.

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26 luglio 2008

L'ANTICA GRECIA, LA CINA, DUBAI E REM KOOLHAAS

Pietro Pagliardini

I greci antichi erano una civiltà che ha creato monumenti in modo comunitario, che sentiva di avere una responsabilità collettiva verso la cosa pubblica e che aveva chiara la relazione tra il pubblico e il privato. Questa civiltà ha creato un' architettura e un' urbanistica che sono ancora, per la gran parte di noi, il modello dominante”.
Chi ha scritto queste frasi? Léon Krier o il Principe Carlo o Marco Romano o qualche storico dell’architettura?
No, l’ha scritto Rem Koolhaas sul Corriere della Sera e questo è proprio l’incipit dell’articolo e il ragionamento che Koolhaas dipana successivamente è estremamente sapiente e degno di tutta l’attenzione possibile.

Dice l’architetto olandese che attualmente il conflitto tra pubblico e privato ha raggiunto il massimo e ormai volge a tutto vantaggio di quest’ultimo.
Lo strapotere della finanza, che viene sinteticamente rappresentato con le moneti forti, Yen, euro e dollaro,spinge ad una architettura “stravagante”, non vi sono più certezze, manca qualsiasi spinta ideale e siamo passati dall’eccesso di utopia alla sua mancanza assoluta, e ciò è un male.
Personalmente sono del tutto d’accordo.

Cita poi una serie di casi sintomatici, che sono incontrovertibili, in cui si manifesta in maniera esasperata questa situazione di sostanziale stravaganza, meglio, follia architettonica e urbanistica: Cina, Dubai, Florida, Singapore, Las Vegas e altri, e aggiunge che siamo alla tragedia dell’“apoteosi della città”.

Un passo dell’articolo, sulla Cina, è significativo: “Del vasto repertorio di tipologie rimangono solo il grattacielo e la baracca; questa gamma ridotta di tipologie è utilizzata in nuovi quartieri dall' aspetto caotico”.

Insomma, sembra proprio che Koolhaas si sia ricreduto, che voglia cambiare strada ma l’articolo finisce senza nulla proporre, senza dare un’indicazione, senza indicare una qualsivoglia strada, in un senso o nell’altro, si interrompe bruscamente, quasi a rappresentare l’ineluttabilità di questa tendenza, l’impossibilità e l’inutilità di opporsi al divenire delle cose e al fato.

Tale costruzione retorica è sicuramente accettabile in uno scrittore o in un filosofo che, da semplice spettatore, constata con amarezza o con lucida razionalità la fine di una civiltà urbana, la descrive con rigore, la denuncia ma non ha strumenti, o intenzione, né per fare proposte generali né per dare suggerimenti specifici; il filosofo Emanuele Severino, ad esempio, sostiene con convinzione e argomenti provenienti dalla ragione, in base alle premesse che egli pone, l’ineluttabilità del potere della tecnica sull’uomo.

Nulla importa che Severino se ne compiaccia o ne sia addolorato, perché il suo scopo è solo la comprensione, non la presa di posizione.

Rem Koolhaas, viceversa, non è solo un intellettuale che analizza la realtà urbana “dal di fuori”; la sua analisi non è esterna alla realtà che egli esamina; Koolhaas è anche e soprattutto un architetto, un archistar, uno che ha dato e continua a dare il suo bel contributo alla situazione che egli denuncia, è all’interno del gioco, è, volente o nolente, uno degli attori in scena e l’attore non si mette a fare il critico della propria commedia nel momento in cui la recita. Tra l'altro, per quello che conta, il nome di Koolhaas compare, unico architetto, nella rivista TIME tra quello dei cento personaggi più influenti al mondo, quindi si ritiene che egli abbia qualche capacità di influenzare il corso degli eventi. Non è, cioè, uno che si deve adattare a subire.

Se, per assurdo, Severino fosse anche uno scienziato che lavorasse nel campo della genetica, il suo pensiero, ancorché fosse valido, sarebbe inficiato in buona parte dal suo lavoro di scienziato. Chiunque sarebbe autorizzato a pensare che potrebbe avere un interesse di parte e soprattutto sarebbe un’analisi “dal di dentro”, cioè disturbata dalle inevitabili interferenze.

Koolhaas non sembra porsi questo problema. Lui lavora a Dubai, lui lavora a New York, lui teorizza la Junkspace e, contemporaneamente, afferma che l’architettura e l’urbanistica greca “sono ancora, per la gran parte di noi, il modello dominante”. Già in questa affermazione mi sembra di leggere una sorta di falsa coscienza poiché non è assolutamente vera, il modello dominante (quello del potere dominante intendo) essendo esattamente l’opposto e non credo che Koolhaas non lo sappia.

A me sembra che il significato dell’articolo non sia affatto un richiamo amaro alla realtà bensì quello di fare accettare la realtà così com’è perché il potere che la guida e la indirizza è talmente forte che opporvisi non solo non servirebbe ma sarebbe addirittura pericoloso.

L’articolo è, a mio parere, assolutamente funzionale a quel potere perché tende a depotenziare l’eventuale volontà di opporvisi ridicolizzandone, il velleitarismo; quindi lui che non solo non vi si oppone, con i progetti, ma anzi lo incoraggia e lo esalta, sta dalla parte della vittoria e perciò della ragione (la ragione non è mai dei vinti), tutti quelli contro dalla parte sbagliata. Inutile perciò perdere tempo e discutere: adattarsi è la strada giusta.

D’altronde in un articolo del New York Times di Nicolai Oroussuff sul progetto di Koolhaas a Dubai, il critico di architettura del NYT riassume l’atteggiamento dell’architetto in questa sua frase “cercare l’ottimismo nell’inevitabile”.

Una strategia perfetta, veramente temibile perché frutto di una notevole intelligenza unita alla scelta “vincente".

Il problema non è, tuttavia, l'atteggiamento personale di questo o quell'archistar, che interessa relativamente, il punto è l'abilità incredibile del sistema di potere economico, di cui parla Koolhaas, che riesce contemporaneamente a fare scempio di città e territori e consuetudini locali, distrugge le identità, colonizza i paesi emergenti e i paesi arabi (non esportando democrazia, che potrebbe anche andare bene, ma sostituendo una cultura con un’altra) e, contemporaneamente, riesce a criticarsi, lasciando le cose esattamente come stanno. E’ un sistema tanto diabolico da sembrare parodistico.

A chi non fosse d’accordo non resta che cercare di comprendere cosa c’è sotto, sollevare il velo e scoprire cosa si nasconde dietro la cortina di parole suggestive e intriganti perché logiche; e la logica va smontata sia con le sue stesse armi, cioè la logica stessa, sia con la realtà dei fatti, perché la logica non prevede la verità assoluta, ma solo quella relativa alle premesse da cui parte.

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