Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


Visualizzazione post con etichetta Paolo Marconi. Mostra tutti i post
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15 marzo 2012

RIPAVIMENTARE PIAZZA SIGNORIA?

Il professor Alberto Asor Rosa è un ben strano ambientalista-conservatore del patrimonio culturale! Sulla ipotesi di rifacimento della Piazza Signoria a Firenze in cotto al posto della pietra dice:
Una proposta distruttiva almeno quanto lo possono essere interventi di degrado in ambito edile e territoriale. Anche l’antiquaria ed il restauro obbediscono alle leggi della storia. Se si dovesse ragionare con il criterio di Renzi, dovremmo rifare il Colosseo e, perché no, magari in cemento armato. Dubito che si possa ritrovare il cotto così come si faceva nel Rinascimento” (fonte: Corriere della Sera del 3/3/2012, ma l’articolo linkato è quello della redazione fiorentina).

Come paradosso, quello di ricostruire il Colosseo in c.a. è proprio scadente e non fa nemmeno sorridere, ma è proprio la costruzione intera della dichiarazione ad essere confusa: che cosa sarebbe “l’antiquaria.... che risponde alla legge della storia"? Troppo difficile addentrarsi nei meandri dei ragionamenti di AAR. Davvero è impossibile capire il nesso logico tra gli “interventi di degrado in ambito edile”, con la quale espressione immagino si riferisca a Monticchiello o a nuovi interventi edilizi in luoghi di pregio paesaggistico, e la ripavimentazione di una piazza del centro storico. Non c’è proprio relazione.


Mette insieme, AAR, problematiche diverse al solo scopo di essere contro; a chi non saprei dire. C’è però nelle sue parole l’eco di una cultura del restauro intesa come congelamento assoluto della situazione e con l’iperbole del Colosseo da ricostruire (non in c.a. ovviamente) non viene nemmeno un momento sfiorato dall’idea che in molti casi il ricostruire il monumento con le stesse tecniche originarie sia operazione di restauro vero e non di conservazione, secondo le definizioni di Paolo Marconi, il quale, non a caso, si dice favorevole all’ipotesi Renzi, insieme a Sgarbi e Portoghesi.

La proposta di Renzi mostra una concezione della città storica non immobile e fissata una volta per tutte a…quando non si sa, diciamo allo stato attuale, ma di una città bella e degna di tutte le attenzioni e il rispetto possibile, ma non completamente museificata ed esclusa del tutto dal processo naturale di trasformazione. Il Sindaco ha fatto solo una proposta sensata e tutta da verificare alla luce della storia ma anche in virtù del risultato finale che, fatta salva la qualità del materiale da impiegare, a me appare decisamente migliore della omogeneizzante pietra. Non so se Asor Rossa si sia scandalizzato per il progetto realizzato di piazza Santa Maria Novella, quello sì sbagliato anche a prescindere dalla “storia” ma proprio in relazione allo spazio circostante: una pavimentazione in pietra con tessitura e trattamento superficiale “moderno”, neanche fosse l’interno di un negozio.

Il professore non sembra essersi posto nemmeno lontanamente il “merito” della proposta Renzi, cioè non “l’antiquaria” ma la qualità dello spazio e il progetto, il confronto tra come è adesso la piazza e come potrebbe essere alla luce di un quadro esistente di Francesco Rosselli del 1498, così come è riportato sul Corriere e di una simulazione, un rendering in sostanza, che mostra un probabile risultato finale (purtroppo non l'ho trovato in rete). Quella di Asor Rosa è una preconcetta ostilità ad ogni cambiamento in nome di una malinteso senso della conservazione ad ogni costo.

In effetti ci troviamo nella assurda condizione, nel caso dei centri storici, di essere stretti tra atteggiamenti estremi: da una parte progetti fantasiosi opera di architetti creativi in cerca di un facile successo d’immagine, dall’altra invece lasciare tutto come è, anche se è peggiore di come potrebbe essere e addirittura di come in effetti era.
E’ una ben strana situazione questa che condanna questo paese al degrado o per stravolgimento del patrimonio cittadino o per abbandono. E’ una condizione molto sovrintendenziale: conservare il bene ma inserendovi elementi dichiaratamente nuovi per leggere le varie epoche. Gli estremi si incontrano, come al solito.
Malignità? Niente affatto, Alberto Asor Rosa era favorevole alla pensilina di Isozaki, guarda un po’!
Vedi link: Pensilina di Isozaki e concorsi

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19 ottobre 2011

COMMISSIONI "GRATUITE" PER INTERVENTI GRATUITI

di Ettore Maria Mazzola

Purtroppo quello che è circolato in questi giorni sul Blog Archiwatch del buon Prof. Muratore non era uno dei suoi simpatici scherzi firmati “Falso Cascioli”, è tutto vero e documentato sul sito istituzionale del Comune di Roma, sulla pagina ufficiale si legge:

“Il giorno 4 ottobre 2011 e il giorno 11 ottobre 2011 alle ore 14,30 alla presenza dell’Assessore all’Urbanistica, avv. Marco Corsini, si sono insediate ufficialmente la “Commissione Piazze” e la “Commissione Grattacieli”, entrambe istituite dal Sindaco di Roma Capitale”.
“La Commissione Piazze, è presieduta dal Prof. Paolo Portoghesi, Architetto di fama internazionale, è composta dal Prof. Francesco Cellini, Architetto di fama internazionale e Preside della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Roma Tre, dal Prof. Bruno Dolcetta, Architetto Docente di Urbanistica allo IUAV di Venezia, dall’Arch. Francesco Coccia, Direttore del Dipartimento Periferie di Roma Capitale, e dall’Ing. Errico Stravato, Direttore del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica di Roma Capitale, e ha il compito di individuare i siti idonei ad ospitare nuove piazze nell’ambito della città periferica nel territorio di Roma Capitale.
La Commissione Grattacieli, presieduta dall’Ing. Errico Stravato è composta dall’Arch. Massimiliano Fuksas, Architetto di fama internazionale, dall’Arch. Daniel Libeskind, Architetto di fama internazionale, dall’Ing. Francesco Duilio Rossi, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, dall’Arch. Amedeo Schiattarella, Presidente dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Roma, dal Prof. Livio De Santoli, Ingegnere esperto di energia per l’Università di Roma "La Sapienza", e ha il compito di individuare i nuovi siti adatti ad ospitare edifici con tipologia edilizia a sviluppo verticale.
Entrambe le Commissioni vedono la presenza dei loro componenti a titolo gratuito e hanno l’obiettivo di elaborare le linee guida per ogni sito individuato, unitamente alla procedura concorsuale che verrà successivamente bandita. Nel corso dei due incontri si è stabilito di calendarizzare i lavori delle Commissioni e selezionare i siti che verranno analizzati
”.

Il sindaco Alemanno venne eletto anche grazie alla promessa di provvedere a mettere fine alla campagna di devastazione della Capitale, inaugurata dal sindaco Rutelli e portata avanti da Walter Veltroni, ma ben presto i romani si sono dovuti accorgere dell’inganno.

Nulla è stato fatto per rimuovere la “Bara-Pacis” di Meier, anzi è stato proposto di realizzare un mega parcheggio ed un tunnel a suo supporto. Poi, sul problema dei palazzi demoliti nel ’39 lungo via Giulia, la giunta aveva inizialmente affidato al prof. Marconi (che con il sottoscritto e le Università di Notre Dame, Miami e Roma Tre, aveva prodotto un testo e dei progetti pilota) la redazione di un Bando internazionale per la ricostruzione filologica degli edifici da destinarsi ad Università per Stranieri a Roma, successivamente – di comune accordo con personaggi il cui amore per Roma e conoscenza della città sono ancora da dimostrarsi, nonostante la loro presenza nelle commissioni di cui sopra – il sindaco decise che la ricostruzione andava fatta ma non dovesse essere assolutamente basata su principi filologici! La storia vergognosa di questa faccenda è stata ampiamente raccontata e non merita ulteriori commenti, se non che dal ricordo dello scandalo legato all’appalto del parcheggio che dovrebbe sorgere in quel punto ed al tentativo di devastazione dei reperti archeologici trovati nell’estate di due anni fa. Poi c’è stato lo “strano caso” per cui il sindaco ha sostenuto a tutti i costi il progetto per Tor Bella Monaca e il “no” alla rigenerazione del Corviale su cui occorre stendere un velo pietoso. Che dire poi dei platani abbattuti dove si vorrebbe far sorgere le strutture delle ipotetiche Olimpiadi? Ma sono troppe le cose da raccontare, e allora mi limito a far qualche riflessione nella speranza che il sindaco e i suoi “esperti” facciano altrettanto.

Alemanno, forse a causa delle sue origini politiche, probabilmente vuole impersonare il ruolo del leader della nuova “era del piccone” e così, non pago degli scempi che ha promosso e sostenuto finora, ha deciso – complici i suoi “coltissimi” consiglieri ed assessori – di istituire due commissioni, una più insulsa dell’altra … forse per questo si sono premurati di sottolineare, di seguito ad ogni nome chiamato al capezzale della Capitale “Architetto di fama internazionale”, peccato però che questi personaggi, nella loro carriera, non hanno fatto altro che mostrare la “fame di fama” e perfino l’odio più totale nei confronti della tradizione e della storia!

Qualcuno potrebbe azzardarsi a scagionare da questa categoria di devastatori il prof. Portoghesi, ma poi basterebbe ricordarsi le parole che hanno accompagnato il suo progetto per via Giulia, oppure andare a vedere la piazza mostrata durante la conferenza sul futuro di Roma, o la proposta per Piazza San Silvestro, per rendersi conto che, sebbene abbia scritto libri mirabili in materia di “Barocco”, non provi alcun interesse per la progettazione dello spazio che quel meraviglioso periodo ha prodotto. A ben vedere, il suo unico interesse sembra rivolto alla forma della pavimentazione disegnata da Michelangelo per la Piazza del Campidoglio, forma che ha colonato gratuitamente (come i suoi incarichi gratuiti di cui sopra) ogni qualvolta gliene sia capitata l’occasione in giro per il pianeta. Che garanzie può dare un Presidente di Commissione per le Piazze che disegna piazze fini a se stesse, dove ci si deve recare e ripartire in elicottero perché non hanno alcuna relazione spaziale con una sequenza urbana pedonale? Quali mirabili piazze avrebbero realizzato, o perlomeno studiato e compreso, gli altri “architetti di fama internazionale” della Commissione?

Quanto all’altra Commissione, quella per i Grattacieli, c’è da restare annichiliti alla sola idea di istituirla, specie dopo che l’intera popolazione (non solo romana) s’era mobilitata per spiegare al sindaco, ed ai suoi sponsors, che quella del grattacielo è una tipologia che non appartiene né a Roma, né all’Italia, tipologia da ritenersi folle nell’era della sostenibilità. Si vede che gli sporchi interessi che girano dietro l’edilizia e il mercato fondiario hanno fatto decidere ai nostri amministratori di calarsi le braghe davanti a chi ha intenzioni speculative.
Il solo pensiero che della commissione facciano parte Fuksas, (che attualmente sta sfregiando l’edificio dell’ex Unione Militare all’angolo tra via del Corso e via Tomacelli) e di Liebskind (che ha finora dedicato la sua vita professionale a far violenza agli edifici storici come il Museo di Dresda), non può che suscitare incubi nella popolazione romana che, si deve supporre, vedrà massacrare il suo skyline, e probabilmente il suo centro storico, per lasciar posto quelle infernali macchine di distruzione ambientale che sono i grattacieli.

Non meravigliatevi se, di qui a poco, vedrete spuntare progetti che parlano di “grattacieli sostenibili” o di “boschi verticali”, saranno i nostri “esperti di fama internazionale” a proporceli, ci racconteranno che sono cose che si fanno all’estero, ci racconteranno che stanno cercando di farlo a Milano … ma questo non vuol dire che le parole e le immagini corrispondano alla realtà! Del resto se chiedessimo ad un produttore di pesticidi se sono nocivi non ci risponderebbe mai onestamente, né se chiedessimo ai produttori di alimenti geneticamente modificati quali possano essere gli effetti collaterali essi ammetterebbero mai una simile possibilità.

È incredibile che in questa nazione, e in questa città, ci si accorga sempre in ritardo di come le cosa vadano nel resto del mondo. Basta fare una semplice ricerca nel web, digitando “grattacieli abbandonati” o “ghostscrapers” o “abandoned skyscrapers” per trovare migliaia di pagine che raccontano come nel resto del mondo, dove questa tipologia è stata sposata, essa si è rivelata fallimentare. Onestamente basterebbe conoscere le ultime notizie su Dubai per rendersene conto, eppure sembra che, ottusamente, alcuni “architetti di fama internazionale” e i loro mecenati politici, non vogliano ammettere a se stessi la dura realtà.

Roma s’è già resa ridicola agli occhi dell’intero pianeta il 20 luglio 1972 quando, 5 giorni dopo l’abbattimento del complesso Pruitt-Igoe – ritenuto "ambiente inabitabile, deleterio per i suoi residenti a basso reddito” – evento che lo storico americano Charles Jencks aveva decretato “la morte di quelle utopie”, venne deciso di realizzare il progetto per Corviale a Roma!

Evidentemente dobbiamo credere a chi sostiene che i nostri attuali politici siano diabolici: errare è umano, perseverare è diabolico!

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24 febbraio 2011

PASSATISMO CONTRO MODERNO-NON-MODERNO

Questo post è in stretta relazione con il suo omonimo nel blog Archiwatch di Giorgio Muratore, scritto da Giancarlo Galassi, allievo di Gianfranco Caniggia, e alla sua lettura rimanda per una comprensione dell'argomento. Avverto che per leggere l'originario post è necessario scaricare un file di word.
Quello che segue è il commento, che io ritengo conclusivo dell'argomento, non una volta per tutte ma certamente in ordine alle argomentazioni oggetto del post stesso e di alcuni suoi commenti, scritto da memmo54 che mi ha autorizzato a pubblicarlo. Ringrazio anche Giorgio Muratore, a cui non ho chiesto il permesso, ma ho presunto che me lo avrebbe dato e comunque sono certo che non mi denuncerà per questo.
L'argomento è la proposta di ricostruzione di parte di un isolato in Via Giulia, a Roma, e nasce da un numero speciale de Il Covile a questo dedicato e che invito a scaricare e leggere.
Le premesse sono sinteticamente queste:
-il prof. Paolo Marconi viene invitato dal Comune di Roma a presentare una proposta metodologica di ricostruzione per l'area di Via Giulia;
- Marconi risponde con una ricostruzione filologica;
- il progetto non è condiviso dall'ufficio del centro storico e Alemanno invita sette architetti più o meno famosi a presentare altre proposte;
- tutti e sette gli architetti rifiutano il restauro filologico e presentano progetti "contemporanei";
- nel frattempo, però, gli studenti dell'Università di Notre Dame, guidati dal prof. Ettore Maria Mazzola avevano da tempo studiato l'area, producendo alcune soluzioni redatte da gruppi di studenti;
- il Sindaco decide di far scegliere i cittadini, limitando però la scelta solo ai progetti dei sette architetti "moderni" e non quello del prof. Marconi, tanto meno quello della Notre Dame.
Da questa palese manifestazione di pensiero unico nasce il numero de Il Covile e il conseguente post di Giancarlo Galassi su Archwtach.
Non voglio ripetere la mia ammirazione per il testo di memmo54, già espressa su Archiwatch, per non farla troppo lunga.

Il commento di memmo54:

Del sito conosciamo benissimo quanto demolito; meno bene le case romane che v’erano sotto. Non sappiamo se fossero domus, insulae o cos’altro. Lanciani non me ne da notizia: riporta solo alcuni tratti di strada romana su vicolo del Malpasso.
Dovendo procedere ad un progetto e/o restauro, sinonimi anche nel nostro caso, e nell’incertezza forse è più utile raccogliere le indicazioni, attendibili, più recenti : potrebbe anche essere una rifusione matura di celle primitive.

Comunque quanto demolito aveva senso compiuto ed era in sintonia con tutto il costruito dei pochi millenni trascorsi. Credo, sinceramente, che tutti l’abbiano ben presente.
Lo era per tipologia o derivazione tipologica; per tecniche, per materiali e per quel linguaggio epidermico, con cui confrontarsi inevitabilmente, che turba i sonni, lo sospetto, a più di un addetto ai lavori.
La tipologia, nel senso più esteso, è sicuramente una chiave di lettura ineludibile. Ma pur sempre “una” lettura e sarebbe riduttivo ed ingenuo derivarne tutto il progetto, a meno che una schiera di scatoloni di vetro o cls posti a schiera possano essere gabellati per romani purchè abbiano volumi e bucature al posto giusto.
La tradizione, nel suo fenomeno più radicale qui denominato passatismo, è comunque cosa complessa.
Così come complessi sono anche i materiali, le tecniche, il linguaggio: presi da soli non risolvono alcunchè non mettono al riparo da nulla.
Però quelle mostre quelle cornici quel bugnato, quei tetti, quei colori che tanto disturbano, sono parte integrante, dell’architettura e dell’universo; forse la più significativa ed immediata, la più leggibile, anche se non sempre calata nella situazione opportuna. Rimangono strumento insostituibile di comunicazione tra uomini ed architetture che sembrano, a prima vista, ignorarci ed ignorarsi.

Lo sono anche a dispetto della rigorosità e della coerenza con quanto “preordinato” strutturalmente o tipologicamente; così che in molte espressioni “genuine”, l’apparato linguistico di superficie travalica la semplicità insita, ponendosi come “sostanza” esso stesso.
Tutti concetti ovvi, banalissimi che sembra pleonastico rimarcare…ma tant’è …repetita juvant.

D’altronde il linguaggio, di qualsiasi genere lo si intenda, è “comunque” un copia ed incolla (…come si dice ora…): è, inevitabilmente, una ripetizione di esperienze passate, attimi di vita trascorsi, sedimento di generazioni e generazioni di architetti invisibili, scomparsi, sepolti: da cui dedurre, senza allontanarsi molto dal vero, che il tempo è il peggiore degli inganni; non è mai passato veramente.

Però 80 anni di civiltà industriale, ora in declino e prossima allontanarsi da questi lidi, hanno creato il deserto, nel cuore degli architetti, strappandoli dal naturale contesto, dalla vita, per consegnarli indifesi e soli a sbrigarsela ognuno col suo peccato, ad affaticarsi su indimostrabili miti, su approcci tecnico-scientifici volubili ed evanescenti, “insostenibili” sotto tutti i punti di vista.
Saremo costretti – malgrado noi, par di capire – a risperimentare il nostro passato dopo averlo superficialmente superato e dimenticato in questa febbre e frenetica incoscienza da divinità in delirio.

Il recupero potrebbe essere per molto tempo un aborto, una mescolanza infelice tra nuove comodità ed antiche miserie.
Ma ben venga anche questo modo confuso e caotico questo “passatismo”.
Tutto è meglio del tipo di architettura e di vita che la modernità impone.

Saluto
memmo54

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19 novembre 2010

IL PERICOLO DI UNA CULTURA MONODIREZIONALE

Un approfondimento del tema svolto svolto in un precedente post sul crollo a Pompei, sempre del prof. Ettore Maria Mazzola.

Sui danni al patrimonio artistico derivanti da una cultura monodirezionale
di Ettore Maria Mazzola

Premessa
E così è venuto giù un altro pezzo del nostro patrimonio: la Schola Armaturarum di Pompei, una costruzione dal volume semplice, costruita in opus mixtum di tufo e laterizio, che grazie agli scavi di Vittorio Spinazzola (1910-23), era stata restituita all’umanità dopo quasi 2000 anni di oblio conseguente l’eruzione del 79 d.C.
L'edificio, che si ergeva su via dell'Abbondanza – la strada principale della città – fino alla settimana scorsa era, per motivi di sicurezza, visitabile solamente dall'esterno.
Subito dopo il crollo, l’ANSA aveva battuto la notizia dicendo: “secondo quanto si apprende dalla Sovrintendenza le cause del crollo possono essere attribuite al peso del tetto in cemento armato della palestra stessa. La casa, infatti, fu bombardata durante la Seconda guerra mondiale e la copertura è stata rifatta tra gli anni '40 e gli anni '50. È probabile - fanno sapere dalla Sovrintendenza - che le mura antiche, dopo anni, non abbiano più retto al peso del tetto".

Nella mia lettera aperta – pubblicata su una decina di blog italiani all’indomani del crollo – avevo stupidamente sperato che il crollo della chiesa delle Anime Sante di L'Aquila e quello della Torre Medicea di Santo Stefano in Sessanio, avessero aperto gli occhi a chi “sovrintende”, e che quindi non si sarebbe più dovuto rimpiangere i nostri monumenti a causa di crolli generati da restauri sbagliati, ovviamente mi sbagliavo … e ovviamente il caso della Schola Armaturarum non può ritenersi l’ultima di queste tragedie.
Dà rabbia leggere quanto è stato pubblicato sui giornali, ed è stato dibattuto in televisione, a proposito del crollo pompeiano. Gli italiani hanno dovuto assistere inermi ad un vergognoso battibecco da pollaio, in cui i politici dei diversi schieramenti hanno menato il can per l’aia, nel vano tentativo di farsi belli davanti all’elettorato: “è colpa del ministro attuale!” “No è colpa dei ministri della sinistra che hanno operato male facendo incancrenire la situazione!
Ciò che è sfuggito ai nostri politici, e ai loro “scriba”, è che, mentre loro approfittano cinicamente di queste situazioni per fare la loro campagna elettorale, la cricca, che è la reale responsabile di questa situazione preoccupante, continua imperterrita per la sua strada!
Come infatti ha ammesso anche la Soprintendenza Archeologica di Pompei, la “responsabilità va fatta ricadere sull’errato restauro in cemento armato che aveva sovraccaricato la struttura!” Il problema è ben noto a tutti da anni, è non è neppure il primo caso visto che il Prof. Marconi racconta, spesso e malvolentieri, della sua triste esperienza Pompeiana relativa alla Casa delle Nozze d'Argento, ove l'Oecus Tetrastilo venne a subire una sorte simile a quella della Schola Armaturarum, grazie all'ottusità della sovrintendenza che si rifiutò di far realizzare (con soldi stranieri per giunta) la sostituzione, con una struttura lignea, di quella in c.a. eseguita negli anni '50... motivo del diniego? Sarebbe stato un falso storico!

Il dibattito sano
In questi giorni, sul suo blog De-Architectura, Pietro Pagliardini ha denunciato l’ennesimo scempio in corso nella sua Arezzo, dove la Fortezza Sangallesca è oggetto di “restauro creativo” da parte di professionisti locali che, sotto l’egida della Soprintendenza, stanno provvedendo a ricostruire con una struttura posticcia (“curtain-wall”) la porzione di un bastione: evidentemente, per questi “tecnici illuminati” l’uso del mattone, nella città le cui mura furono menzionate da Vitruvio come il primo esempio romano di utilizzo della muratura piena di mattoni, probabilmente era troppo scontato!
Già all’indomani del crollo di Pompei tutti i blog sull’architettura in Italia si erano scatenati, raccogliendo centinaia di post e commenti, pro e contro, un determinato modo di approcciare il cantiere di restauro.
Succede che, quando si dibatte sui blog, chiunque sia legittimato a dire la propria, e questo nella maggioranza dei casi è un bene! Tuttavia, quando il discorso si fa tecnico, chi partecipa al dibattito animato dall’ideologia, raramente accetta il parere di chi invece possa essere motivato dalla sua esperienza pratica di cantiere.
Del resto, viviamo nel Paese dove tutti si credono ingegneri e allenatori della Nazionale di calcio e, diceva Pirandello, così è se vi pare!
Questa situazione fa sì che i discorsi divengano infiniti, nessuna delle parti in gioco riesce ad ammettere “ok, mi ero sbagliato!” E allora si gira e rigira la frittata, pur di dimostrare di aver ragione anche davanti all’evidenza del contrario; finché, per sfinimento, una della due parti (spesso quella nel giusto) abbandona il ring … ma agli ignari lettori il dubbio rimane.
Il rischio di questa “resa” è che essa possa venir letta come la conferma del fatto che il “restauratore filologico” – quello vuole ripristinare tutto com’era e dov’era, e con gli stessi materiali adoperati all’origine – sia mosso semplicemente dalla sua ideologia, mentre il “restauratore creativo” – o il suo sostenitore – sia invece colui che, per onestà intellettuale e storicista, vorrebbe attualizzare il monumento.
Alimentare questo dubbio, in un’epoca in cui il livello di ignoranza in materia di restauro è ai massimi storici, è quanto di più sbagliato possa avvenire.
Sarebbe invece il caso di ammettere che i vari Brandi e Pane si sbagliavano, e che aveva ragione Ceschi quando a proposito dei palazzi genovesi e del campanile di Venezia difendeva la “falsificazione della storia” a vantaggio del bene e del bello comune, e soprattutto aveva ragione quando sosteneva che il restauro debba essere sempre affrontato “caso per caso”.
In vista di una vera campagna di salvaguardia del nostro patrimonio, sarebbe doveroso un “mea culpa” da parte delle Soprintendenze e, prima di loro, da parte delle eminenze grigie che dalle cattedre universitarie impongono i loro dogmi. Spesso, tra l’altro, molti dei docenti che pretendono di insegnare come restaurare, non hanno alcuna conoscenza della pratica, e devono le loro conoscenze ai soli libri sulla Teoria del Restauro, spesso datati!
Se poi pensiamo che, la maggioranza di chi detiene il bastone del comando all’interno delle Soprintendenze, possiede una laurea in Lettere Classiche e/o Beni Culturali, ignorando in toto il processo costruttivo e la tecnologia dei materiali da costruzione, appare ridicolo che lo Stato riponga fiducia assoluta in un Ente ignorante in materia tecnica.
Ebbene, penso che si debba necessariamente dare qualche chiarimento.

Il cemento … se lo conosci lo eviti!
Il cemento è un pessimo materiale per il restauro, chi lo ha inventato non poteva conoscere i suoi effetti collaterali nel medio-lungo termine, tuttavia la Carta di Atene del '31 ne impose il suo utilizzo, e quello dei materiali sperimentali, nel restauro dei monumenti ... si ritenevano utili perché più resistenti … inoltre consentivano di riconoscere l'antico dal nuovo.
Prima di addentrarmi in discorsi chimici – ovviamente semplificati per essere accessibili a chiunque – voglio ricordare un dato fisico, ben noto sin dagli albori di questo materiale, che riguarda il suo peso rapportato a quello delle murature tradizionali.
Mentre una muratura tradizionale pesa in media 1700-1800 Kg/mc, una muratura in cemento armato ne pesa 2500! Va da sé che, se una muratura venne dimensionata (anche gli antichi facevano le loro valutazioni, pur su basi geometriche e proporzionali) per reggere un solaio ligneo, il cui peso va dai 32 ai 50 kg/mq, è ben difficile che oggi possa reggere un solaio latero-cementizio, il cui peso oscilla tra i 250 e i 300 kg/mq!
Il cemento si ottiene per cottura di marne, oppure di miscele artificiali di calcare e argilla. La caratteristica fondamentale del prodotto di cottura (clinker) è che – a differenza delle calci idrauliche – la calce vi è interamente combinata come silicati, alluminati e ferriti di calcio. Il meccanismo di indurimento di questo legante riguarda pertanto sostanzialmente l’idratazione dei composti formantisi durante la cottura.
Per prevenire fenomeni indesiderati in fase di esercizio, dei quali dirò, occorre controllare molteplici parametri (modulo idraulico, modulo silicico, modulo dei fondenti e modulo calcareo) che potrebbero inficiare la qualità del prodotto finale.
In particolare, se il livello ammissibile di “calce libera” venisse superato, si potrebbero avere seri problemi, mentre se risultasse inferiore al minimo, il cemento si polverizzerebbe spontaneamente all’aria!
Durante la cottura, la calce che si forma dalla dissociazione termica del carbonato di calcio (CaCO3) reagisce con l’allumina e con l’ossido ferrico; la parte residua (calce restante) si combina chimicamente con la silice per formare silicato bicalcico (2 CaO SiO2) e silicato tricalcico (3 CaO SiO2): questi due silicati sono i più attivi costituenti idraulici del cemento.
Il silicato tricalcico, nella sua reazione con l’acqua d’impasto, sviluppa un’elevata quantità di calore (che nelle murature antiche è molto pericolosa), inoltre presenta un’accentuata attitudine al ritiro, accompagnata da un’elevata velocità di indurimento: quest’ultima proprietà è importante ai fini della resistenza alle brevi stagionature. Esso perciò si tiene abbondante nei cementi (supercementi) che devono servire per strutture non molto spesse da disarmarsi rapidamente. Dal punto di vista chimico le sue proprietà, come vedremo, sono poco soddisfacenti. In ogni modo questa velocità fa sì che molte imprese usino questo tipo di cementi per velocizzare il lavoro!
Il silicato bicalcico, invece, sviluppa pochissimo calore durante la reazione con l’acqua, ha scarsa attitudine al ritiro, ed ovviamente una lenta velocità di indurimento: affinché raggiunga una resistenza meccanica accettabile occorrono mesi, anche se la resistenza finale è simile a quella del silicato tricalcico. È ovvio che questo tipo di cemento, nella società del mordi e fuggi non nutra le simpatie delle imprese che vogliono accelerare i cantieri. In ogni modo, considerato che il silicato bicalcico è il costituente che consente l’aumento della resistenza meccanica alle lunghe stagionature, esso viene mantenuto abbondante nei cementi utilizzati per costruzioni di grosso spessore, e per quelli che devono avere una certa resistenza chimica.
Tuttavia, nei corsi di Tecnologia dei Materiali da Costruzione, (il mio professore è stato Francesco Romanelli, già collaboratore del grande Pier Luigi Nervi) ci insegnano che “con la sostituzione del silicato tricalcico con il silicato bicalcico, entro i limiti accettabili per le resistenze meccaniche, si realizza il duplice vantaggio di ridurre il calore d’idratazione e migliorare la resistenza chimica del materiale. I cementi ricchi in C3S sviluppano, infatti, una notevole quantità di calce di idrolisi (cementi ad alta basicità) che, dal punto di vista chimico, rappresenta il “tallone di Achille” del cemento”.
Ci si dovrebbe dilungare nel raccontare i problemi collegati con la necessità di accelerare i tempi di realizzazione cercando di mantenere delle buone resistenze meccaniche, cosa che però comporta grossi problemi di fessurazioni, dovute al rapido ritiro, e con esse un indebolimento strutturale e un’elevata permeabilità. Sarebbe utile far conoscere i vari “trucchi del mestiere” escogitati dai costruttori per ottenere questi obiettivi; trucchi che però non portano a nulla di buono: per esempio, per ripristinare le caratteristiche di lavorabilità del cemento, si usa aggiungere acqua in betoniera, ma questo trucco diminuisce gravemente la resistenza meccanica ed aumenta la permeabilità del manufatto indurito!
Ciò che non viene raccontato del cemento è il perché esso tenda a deteriorarsi in tempi molto brevi se raffrontati a quelli delle malte tradizionali.
La causa di disgregazione di una pasta di cemento può essere provocata da cause sia interne che esterne: nel primo caso la disgregazione si produce in tutta la massa, che si altera profondamente in tutte le sue parti; nel secondo l’alterazione si manifesta inizialmente solo in alcuni punti della superficie, e procede poi verso l’interno. La calce libera (CaO) e la magnesia (MgO), ed un eventuale eccesso di gesso, sono le cause intrinseche di alterazione. Si noti che, anche piccoli tenori di calce non combinata chimicamente nei clinker creano enormi problemi. Questa calce, cotta all’elevata temperatura del cemento, risulta bruciata per cui si idrata molto lentamente, quando il cemento ha già fatto presa, provocando rigonfiamenti e screpolature: il cemento risulta espansivo a causa dell’espansione della calce.
La magnesia presenta fenomeni simili a quelli della calce, ovvero l’espansione si manifesta in tempi molto lunghi, anche 1 – 2 anni dopo la messa in opera!
Nel caso del gesso in eccedenza, si hanno forti fenomeni di espansione a causa della formazione di solfoalluminato di calcio successivamente alla presa, che provoca un forte aumento di volume.
Altre volte, il deterioramento è causato dall’impurità del cemento che presenta degli alcali.
Ovviamente, occorre prendere in considerazione anche le ragioni del deterioramento causato da un attacco esterno, cosa anche questa ben nota, ragion per cui risulta ridicolo che si sia teorizzato, e si continui ad adoperare il cemento a faccia vista della cosiddetta “architettura brutalista”.
Una certa influenza su deterioramento è data da fattori di origine fisica (calore eccessivo, gelo) e chimica (azioni di acque aggressive, capaci di provocare fenomeni di dilavamento e di rigonfiamento) … non volendo annoiare con discorsi troppo tecnici, lascio al lettore la possibilità di comprendere da sé per quale motivo la soprintendenza e i politici, per il crollo di Pompei abbiano accusato le piogge!
Finora ho descritto il problema limitandomi al cemento; il discorso però andrebbe fatto per quello che è il materiale che viene adoperato nei cantieri: il calcestruzzo armato, ovvero un composto di cemento e inerti, rinforzato con barre di acciaio, cui spesso e volentieri vengono addizionate sostanze chimiche, (molto tossiche), che servono a ritardare o accelerare il processo di presa e indurimento e/o altro.
Ovviamente, per renderle solidali con le preesistenze, le strutture in c.a. vengono opportunamente “ammorsate” nelle murature originarie, ragion per cui, nel caso dell’uso del c.a. nei cantieri di restauro, risulta necessario fare delle piccole (o grandi) demolizioni per realizzare gli ancoraggi tra le vecchie e le nuove strutture. C’è da dire che, mentre le strutture antiche hanno la capacità di adattarsi gradualmente ai vari cedimenti, assestandosi e mai collassando, le strutture in c.a. risultano estremamente rigide e indipendenti dalle strutture originarie, sicché, come si è visto a L’Aquila, in caso di sisma queste strutture tendono a partire per la tangente, schiantando a terra ciò che le sosteneva!
Non occorre avere una laurea in chimica per sapere che il carbonato di calcio, CaCO3, è il peggior nemico del ferro, va da sé che qualche problema all’interno di una struttura in c.a. poteva essere immaginato da chi la teorizzò.
Per quanto riguarda il calcestruzzo, un problema molto serio è quello della carbonatazione, il fenomeno consiste nella reazione dell’anidride carbonica CO2 dell’aria con l’idrossido di calcio Ca(OH)2 della pasta di cemento, con la formazione di CaCO3. In determinate condizioni tale processo si manifesta con una diminuzione di volume. L’influenza della carbonatazione non è però limitata al ritiro. Ma anche alle notevoli conseguenze per quanto riguarda la corrosione delle armature in acciaio. Infatti nelle zone carbonatate il calcestruzzo non è più alcalino, o lo è poco, e quindi non è più sufficiente ad assicurare la passività dell’acciaio. Pertanto, ai fini della durevolezza, si richiede che il copriferro esposto all’aria risulti di spessore adeguato, e l’impasto abbia bassa porosità … ma spesso e volentieri chi costruisce lo fa e basta, e se ne frega di tutte queste precauzioni.
Vanno considerati poi gli effetti collaterali dell’acqua sul calcestruzzo.
Quando una struttura di calcestruzzo è in contatto con acqua, o altri liquidi, le cause di degradazione possono essere suddivise in cause di natura chimica, fisica o meccanica. Le prime ovviamente sono le più importanti
I tipi più comuni di agenti chimici aggressivi naturali sono i sali solfatici, quelli magnesiaci, le acque ricche in anidride carbonica, le acque pure e i cloruri; l'azione corrosiva di questi ultimi riguarda più i ferri del calcestruzzo armato che non il calcestruzzo stesso. Sono esclusi da queste considerazioni i liquidi di scarico industriale, acidi alcalini o contenenti composti organici ed inorganici, i quali per la loro azione specifica nei confronti del calcestruzzo andrebbero considerati caso per caso.
L'azione di questi agenti chimici si esplica sostanzialmente in tre modi:
l) per solubilizzazione della calce d'idrolisi (dilavamento); 2) per trasformazione dell'alluminato tricalcico ad opera dei solfati in un prodotto di volume maggiore, il solfoalluminato di calcio, da cui deriva la disgregazione della massa; 3) per attacco dell'idrossido e dei silicati di calcio da parte dei sali di magnesio, con formazione di prodotti ancora espansivi o incoerenti.
L'azione dei sali di magnesio è diversa a seconda del tipo di sale; per es.: il solfato di magnesio attacca l'alluminato tricalcico con formazione del solfoalluminato, ma questo in presenza di solfato di magnesio forma solfato di calcio, allumina idrata e idrossido di magnesio. Il solfato di magnesio attacca anche i silicati con formazione di solfato di calcio, idrossido di magnesio e silice. La silice e l'idrossido di magnesio tendono ad ostruire i pori, ma col tempo formano silicato di magnesio idrato privo di coesione. In modo analogo si comporta il cloruro di magnesio.
In aggiunta ai fenomeni descritti, e ormai ben noti, ce n’è un altro silente e terribilmente dannoso per il calcestruzzo armato, si tratta di un fenomeno quasi sconosciuto e poco studiato: l’inquinamento acustico!
La costante vibrazione delle strutture in c.a. sollecitate al rumore crea un lento ed inarrestabile processo disgregativo all’interno delle strutture che, nel tempo, tendono a perdere del tutto le loro capacità meccaniche!
Concludo questo paragrafo ricordando che, peggio del calcestruzzo si comportano i materiali chimici adoperati nei cantieri di restauro, per esempio le resine epossidiche le quali, benché finalmente bandite, continuano imperterrite ad essere adoperate dai restauratori senza cultura!

Riflessioni sullo stato attuale
La maggioranza della classe docente, dei responsabili delle Soprintendenze, e dei professionisti che operano nel settore del restauro sono “cresciuti a pane e cemento armato”, sicché non conoscono altra possibilità che quella. A questo limite culturale va aggiunto il problema, prettamente italiano, generato dalla teoria del Falso Storico.
Questo presunto “reato” induce – chi interviene e/o sovrintende ai lavori – a mettere alla base dell’intervento un approccio ideologico, fondato sui contenuti delle Carta di Atene e Venezia, così si dà per giusta la necessità di differenziare il nuovo dal vecchio, e opta per la“conservazione” del bene piuttosto che per il suo “restauro” … anche se poi, lo abbiamo visto, questa conservazione dura molto poco.
I crolli di Pompei e L’Aquila, e quello della Torre Medicea di Santo Stefano in Sessanio – tutti edifici mal restaurati (addirittura consolidati!) ad opera delle soprintendenze – lasciano supporre che, presto o tardi, verranno seguiti da altri eventi simili, a meno che non si provveda sollecitamente a rimuovere le strutture “moderne” insistenti su quelle antiche. Ma per far questo risulta necessario rivedere al più presto il modo di affrontare, ed insegnare, il restauro dei monumenti, a partire dalla necessità di abbandonare il “falso” problema della “falsificazione” che ci ha indotto all’uso di materiali e soluzioni aliene ai monumenti stessi.
La situazione non è dissimile da quella che lamentava, alla metà dell’800 nelle sue Conversazioni sull’Architettura, Viollet-Le-Duc; epoca in cui l’Academie des Beaux-Arts imponeva il solo studio del linguaggio Classico e Neoclassico. Il suo dubbio può essere riassunto in questa frase: se non diamo la possibilità ai nostri architetti di conoscere l’architettura gotica, chi potrà prendersi cura del patrimonio architettonico francese?
La differenza sostanziale è che, i fin dei conti, gli “accademici” francesi producevano edifici duraturi, benché lontani dall’architettura francese, mentre noi oggi non facciamo più nemmeno quello!
Chiudo citando alcune frasi illuminanti, tratte dalle “Conversazioni” di Viollet-Le-Duc, poiché esse sono da considerarsi una sorta di “testamento morale”, testamento sul quale occorre ancora oggi riflettere a fondo. Queste frasi, infatti, potrebbero essere state scritte in questi tristi giorni, durante i quali piangiamo la perdita della Schola Armaturarum, e assistiamo inermi allo scempio della Fortezza di Arezzo.

Sulla libertà dell’Arte: “le arti si sviluppano in modo attivo quando sono, per così dire, solidamente legate ai costumi di un popolo e ne costituiscono il linguaggio sincero. Esse declinano allorquando diventano una specie di cultura privata; allora gradualmente si rinchiudono nelle scuole e si isolano; ben presto adottano un linguaggio che non è più quello della massa. L’arte allora diventa un estraneo che talvolta viene accolto senza che si associ alla vita quotidiana. Si finisce con il farne a meno perché più di impiccio che d’aiuto; pretende di governare e non ha più sudditi. L’arte può vivere solo se libera nella sua espressione, ma sottomessa nel suo principio; perisce quando, al contrario, il suo principio è misconosciuto e la sua espressione ridotta alla schiavitù”.

Sul rischio di perdere la capacità di intervenire sul patrimonio a causa di un insegnamento distorto e limitato: “per quanto riguarda la folla degli studenti, dopo aver progettato per dieci anni monumenti impossibili e indescrivibili, essi non hanno davanti a sé che la prospettiva di un posto in provincia, oppure il settore privato. Ora, bisogna riconoscere che essi non sono stati assolutamente preparati a svolgere queste funzioni. Poche idee pratiche, molti pregiudizi, nessuna conoscenza dei materiali del nostro paese e dei modi di impiegarli, il profondo disprezzo dell’ignoranza per le arti proscritte dalla scuola e difficili da studiare e conoscere; nessuna idea della direzione e dell’amministrazione dei cantieri, nessun metodo, e la mania di fare dei monumenti, quando si tratta semplicemente di edificare costruzioni solide, adeguate, adatte alle esigenze”.

Sulla necessità di conoscere la tradizione per progredire: “è necessario riunire la più grande quantità di materiale possibile, per conoscere quanto è stato fatto e approfittare dell’esperienza acquisita; poiché è importante non passare il tempo ricercando la soluzione di problemi già risolti, e partire sempre dal livello raggiunto” […]. Esaminiamo quindi a fondo i nostri procedimenti e le forme solite della nostra architettura; confrontiamoli con i procedimenti e con le forme dell’architettura antica, e vediamo se non ci siamo sbagliati, se non occorre rifare tutto, per trovare quest’architettura del nostro tempo reclamata ad alta voce proprio da coloro che ci privano degli unici mezzi atti a crearla”.

Sull’esterofilia degli architetti: ”se ci teniamo a possedere un’architettura della nostra epoca, facciamo innanzitutto in modo che tale architettura sia nostra, e che non vada a cercare le sue forme e le sue disposizioni ovunque fuorché in seno alla nostra società. Che i nostri architetti conoscano gli esempi migliori di ciò che è stato compiuto prima di noi e in condizioni analoghe; niente di meglio se a tali conoscenze associano un metodo valido e uno spirito critico. Che sappiano come le arti anteriori hanno costituito l’immagine fedele delle società nel cui ambito si andavano sviluppando”.

Sulla perdita dei principi dell’unità e dell’uniformità: “tutti i nostri antenati sono rimasti degli osservatori fedeli di questi principi primitivi, derivanti dal semplice buon senso, solo noi li abbiamo messi da parte. ... gli antichi, al pari degli artisti medievali, hanno sottomesso le loro opere ai principi dell’unità, senza mai cadere nell’uniformità”.

Sul fallimento dell’architettura alla moda: “in definitiva, per il pubblico, questa architettura ha prodotto edifici scomodi, dove i servizi non sono né posti in risalto, né tanto meno soddisfatti; che non parlano alla sua mente, né ai suoi gusti; spese enormi che lo stupiscono talvolta senza commuoverlo mai”.

Del controllo assoluto: “il corpo, ricordo di istituzioni estranee alle idee della nostra epoca, è, nonostante tutto, padrone dell’insegnamento delle belle arti, padrone della maggioranza delle amministrazioni che dispongono dei capitoli di bilancio statale e delle grandi città destinate alle belle arti; padrone, quindi, delle sorti degli artisti e in modo più particolare degli architetti che, per manifestare il loro talento, hanno solo i lavori che dipendono da queste amministrazioni”.

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7 novembre 2010

PERCHE' IL CROLLO DI POMPEI

Dopo il crollo di Pompei, un giustamente indignato Presidente della Repubblica ha chiesto spiegazioni urgenti: «Quello che è accaduto a Pompei dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l'Italia» ha dichiarato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, commentando il crollo nell'area archeologica. «E chi ha da dare delle spiegazioni - ha aggiunto - non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie». (dal Corriere della Sera).

Il professore E.M. Mazzola ha mandato a me e ad altri questa mail che spiega le autentiche e non contingenti ragioni del crollo, ed io la posto perché possa contribuire a fare un po' di chiarezza. Il Presidente non la leggerà certamente, ma se per una fortuita e insondabile casualità anche parte del suo contenuto potesse giungergli in qualche modo, sarebbe un bel contributo di chiarezza, dopo le banalità del teatrino della politica e delle soprintendenze lette sui giornali di oggi e di ieri.

****

Carissimi,
non vi nascondo che mi sento triste come se stessi scrivendo un messaggio di condoglianze.
Dopo il crollo della chiesa delle Anime Sante di L'Aquila, speravo che fosse chiaro oramai a tutti che il cemento armato non va d'accordo con le murature antiche ... sembrava che lo avevessero capito anche le soprintendenze. Nessuno ha mai smentito ciò che ebbi modo di scrivere 3 giorni dopo il sisma abruzzese.
Oggi siamo qui a dibattere se scrivere e come ... ma non vorrei che alla fine si scrivesse qualcosa che faccia sembrare che sia stato fatto solo per rivendicare il nome del "Gruppo Salìngaros" piuttosto che per rimpiangere un bene inestimabile che è andato perduto "grazie" all'ignoranza umana.
Abbiamo persone che ci amministrano, le quali preferiscono investire i nostri soldi per costruire il Maxxi (120.000.000 di Euro) e comprare una collezione di "opere d'arte" (60.000.000 di Euro) per dare un senso al "museo" di Zaha, pur sapendo che i nostri soldi dovremmo investirli per tutelare i monumenti che dovrebbero darci da campare con il turismo.

E' venuto giù l'intonaco di una volta del Colosseo ed abbiamo scoperto che non avevamo i soldi per fare i lavori necessari ... anche "grazie" allo spreco di denaro per costruire (ed arredare) il Maxxi e il Macro; è venuta giù una parte della Domus Aurea, ed oggi la casa dei gladiatori, ma continuiamo a pensare a costruire una serie di edifici inutili concepiti per la società dello spettacolo, fondata sulla moda passeggera. Perché dobbiamo consentire ancora tutto questo?
Il cemento è un pessimo materiale, chi lo ha inventato non poteva conoscere i suoi effetti collaterali nel medio-lungo termine, tuttavia la Carta di Atene del '31 impose il suo utilizzo, e quello dei materiali sperimentali nel restauro dei monumenti ... si dicevano utili perché più resistenti e perché consentivano di riconoscere l'antico dal nuovo.
Oggi però, a distanza di tanti anni, tutti conoscono, specie nelle soprintendenze, ciò che il cemento armato ha provocato ai templi di Selinunte e di Agrigento, a Piazza Armerina, e via discorrendo, sicchè viene da sorridere - ma in realtà dovremmo piangere - leggendo che l'ex sovrintendente Guzzo abbia dichiarato che il crollo simile verificatosi a gennaio avrebbe dovuto imporre un monitoraggio!
Non un monitoraggio, bensì una sostituzione di tutti i restauri in c.a., avrebbe dovuto farsi sin da quando si è scoperto che quel maledetto materiale non ha nulla in comune con le strutture antiche, e che semmai le distrugge.
Il prof. Marconi racconta sempre della sua esperienza Pompeiana con la triste vicenda della Casa delle Nozze d'Argento ove l'impluvium venne a subire una sorte simile a quella dell'edificio odierno, grazie all'ottusità della sovrintendenza che si rifiutò di far realizzare (con soldi stranieri per giunta) la sostituzione della struttura in c.a. realizzata negli anni '50 con una nuova struttura in legno ... motivo del diniego? Sarebbe stato un falso storico!
Spesso le tragedie lasciano un profondo dolore, ma altrettanto spesso il sacrificio di qualcuno porta beneficio ai posteri. Mi auguro che quest'ennesimo scempio causato dall'idiozia umana serva da monito affinchè si possa finalmente vietare per legge l'uso del calcestruzzo armato, e ci aiuti a dimenticare per sempre l'ottusità del "falso storico".
Se non si fosse intervenuti per sostituire con travi in legno le travi in c.a. che negli anni '50 sostituirono quelle originarie della volta a carena palladiana, probabilmente tra un paio di anni avremmo dovuto rimpiangere per sempre la Basilica di Vicenza. Anche in questo caso dobbiamo dire grazie alla saggezza di Paolo Marconi che è stato consulente per questo restauro che consentirà ai posteri di godere della vista del simbolo di Vicenza.
Occorre rivedere di sana pianta l'insegnamento distorito che si è fatto negli ultimi 70 anni nella facoltà di architettura e di ingegneria, solo così sarà possibile garantirci una riformazione dei professionisti che dovrebbero sovrintendere ai beni culturali.
Per far questo sarà necessario non abbassare mai la guardia e premere affinché i media influenzino il corpo docente, ancora ottusamente ancorato ai dettami di Brandi e Pane per il restauro e di LeCorbusier e Bardi per l'architettura e l'urbanistica. L'avvento del Modernismo potè essere possibile anche e soprattutto grazie al bombardamento mediatico di riviste come La Casa Bella, Quadrante, Moderne Bauformen, L'Esprite Nouveau ecc. che, facendo il lavaggio del cervello alla classe docente dell'epoca, consentirono la messa al bando degli architetti tradizionali, da Frigerio a Brasini.
Sicchè oggi, 70 anni e passa di pessima gestione ideologica del nostro patrimonio, fanno sì che si debba invertire la rotta, ritornando ad operare come il buon senso aveva fatto in passato, costruendo e ricostruendo con gli stessi materiali e le stesse tecniche utilizzati dai costruttori originari degli edifici che necessitano interventi di restauro. Quella saggezza costruttiva e di restauro ci ha consentito di godere della fruizione di queste bellezze che il mondo ci invidia, non è più ammissibile che l'egoismo ideologico di una minoranza di tecnici, storici e critici possa continuare a distruggere il nostro patrimonio imponendo la lettura del nuovo e dell'antico.
Si rifletta inoltre sul fatto che quando si parla di restauro, se si va a leggere il dizionario o anche la legge 457, non si parla ci "conservazione" del bene, ma di ripristino dello stesso! Nelle soprintendenze si conosce solo l'idea di conservare (male), mai quella di "rimessa in vita" che il termine restauro prevederebbe.

Ettore Maria Mazzola

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16 febbraio 2010

IL NUOVO LIBRO DI ETTORE MARIA MAZZOLA

Il Club di Architettura della Residenza Universitaria Segesta di Palermo organizza l'incontro con due brillanti professori di Architettura.

Il prof. Ettore Maria Mazzola, University of Notre Dame School
of Architecture Rome Studies,
e il prof. Ettore Sessa, della Facoltà di Architettura di Palermo
,

presentano il libro:

Ettore Maria Mazzola, "La città sostenibile è possibile - Una strategia
possibile per il rilancio della qualità urbana e delle economie locali",
Gangemi Editore, Roma 2010.


Data: sabato 27 febbraio 2010
Ora: 10.00 - 12.00
Luogo: Residenza Universitaria Segesta, via Gaetano Daita 11, 90139 Palermo

Ecco l'indice del volume:
1. prefazione (Paolo Marconi)
2. premessa
3. La tesi e le sue ragioni
4. Che cosa possiamo imparare dalla storia di Roma Capitale?
5. Costi (denaro e tempi di realizzazione)
6.Costi energetici
7. L’operazione urbanistica di ricompattamento
8. Un esempio pratico: Ricompattamento parziale del quartiere Barra di Napoli elaborato dagli studenti della University of Notre Dame School of Architecture Rome Studies

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24 giugno 2009

COMMENTO SU KRIER A NOVOLI

Pietro Pagliardini

In un articolo su la Repubblica edizione di Firenze, l’architetto Antonio Godoli, direttore del Dipartimento Architettura degli Uffizi, presente all’incontro di Lèon Krier con la cittadinanza a Novoli, oltre a continuare nell’improponibile difesa d’ufficio (d’ufficio?) del Palazzo d’in-Giustizia di Leonardo Ricci, scrive, tra l’altro:

Credo che l’errore del Comune fiorentino fu proprio quello di chiamare un unico progettista e di un preciso indirizzo architettonico a disegnare un pezzo di città, pensando così di risolvere automaticamente ogni problema, facendogli riproporre forma, dimensioni e tracciato uguali a quelli di un insediamento storico. Krier rappresenta quel pensiero che vuole il linguaggio dell’architettura moderna causa di ogni male, di ogni disagio, di qui il ritorno a canoni, principi del passato. E’ evidente il richiamo, il fascino dei centri storici ma essi sono prodotti da stratificazioni di eventi nei secoli, memoria del passaggio della vita, la ricostruzione artificiale della loro forma non riprodurrà mai la felicità di un tempo”. Conclude attribuendo a Krier stesso una parte della responsabilità per il disagio dei residenti. Non si capisce, in verità, come possa essere responsabile di un progetto non suo, nè l'articolo accenna ad una spiegazione, ma questo non è l'argomento del post.


L’architetto Godoli è un caso rappresentativo, e non mi riferisco alla persona ma al ruolo che egli svolge e all’istituzione che egli rappresenta ai massimi livelli, di uno strano sdoppiamento della personalità niente affatto infrequente nel mondo della tutela dei monumenti e del patrimonio storico in genere.

Una persona normale, anche un architetto normale, sarebbe portato ad immaginare che l’Istituzione che sovrintende al patrimonio storico dell’architettura dovrebbe nutrire un amore per determinate forme, per un certo tipo di architettura diciamo classica e che aspirasse a vedere riprodotta, almeno in parte, tale bellezza anche negli edifici e nella città nuova. Invece non è così. Diranno gli amici modernisti: ma è ovvio che non sia così, anche se sono restauratori (o conservatori?) vivono nel loro tempo e quindi desiderano l’architettura della modernità! Anzi, immagino che proseguirebbero, proprio per l’amore e il rispetto dell’arte e dell’architettura antica, desiderano, anzi auspicano ed esigono che non si faccia ad esse il verso creando “falsi” che, quand’anche fossero del tutto simili al vero, trarrebbero in inganno gli abitanti e gli osservatori, e sarebbero inoltre anacronistici e sbagliati perché non adatti alla società contemporanea. Forse direbbero anche altre cose, meno garbate, ma per certo queste non mancherebbero.

Tralasciando il luogo comune della non meglio identificata modernità, perché se io faccio un edificio oggi è moderno per definizione, anzi contemporaneo, ma questa semplice ed evidente verità è abbastanza dura da farla entrare in testa a molti, è interessante ricordare come il prof. Paolo Marconi spiega questo paradosso molto italiano nel suo libro “Il recupero della bellezza”. Egli lo fa risalire ad Arrigo Boito e alla trasposizione in architettura della deprecabile usanza del falso pittorico (venduto però come autentico). Ecco il distico di Boito sotto accusa: “far io devo così che ognun discerna/esser l’aggiunta un’opera moderna”.

Marconi avverte però che Boito si riferiva solamente al restauro archeologico ed era rivolto contro i falsari-duplicatori. A questo Marconi fa risalire la cultura modernista delle Soprintendenze, le quali seguono il principio della “conservazione” piuttosto che quella del restauro.
Ha sicuramente ragione, come avrà sicuramente ragione quando attribuisce anche a Cesari Brandi l’equivoco di aver assimilato le falsificazioni di oggetti d’arte finalizzate a frodi commerciali alle “repliche architettoniche a fini di conservazione dei monumenti, seguendo troppo pedestremente l’invettiva di Boito”.

Ma a me sembra vi sia anche dell’altro, più profondamente legato alla cultura architettonica del novecento. Per questo riporterò parte di un post scritto circa un anno fa:

"Parlare di falso vuol dire partire inevitabilmente dalle teorie estetiche e dalla teoria del restauro. L’origine del dibattito e le diverse posizioni sono riconducibili a Ruskin e Viollet le Duc, l’uno con la sua intransigente visione di non restaurare i monumenti e lasciarli decadere per farli tornare parte della natura da cui provengono, una concezione frutto di profonde e rispettabili convinzioni personali ma difficilmente praticabile; l’altro con l’introduzione del restauro stilistico che ammette, quando non vi è sicurezza dell’originale, l'aggiunta cercando di interpretare le intenzioni autentiche dell’autore o, addirittura, l'invenzione, cioè il massimo del “falso”.

Ma è la Carta di Atene che istituzionalizza il concetto di falso, stabilendo che laddove vi è la necessità di inserire nuovi elementi, questi dovranno essere chiaramente leggibili, per riconoscerne l’epoca e per non creare, appunto, falsi.
Questa è la teoria che ha dominato il XX secolo e il metodo di lavoro delle Soprintendenze, trasformandola però nel manuale del politically correct dell’architettura, perché, col trascorrere del tempo, questa è trasmigrata, per osmosi, dal restauro al progetto, con la conseguenza che “l’antico” è stato definitivamente fossilizzato e fissato all’epoca di appartenenza e, per analogia con la teoria del restauro, il nuovo si dovrà esprimere con le forme e con i materiali del proprio tempo; così si è determinata la paradossale situazione che tutto ciò che è antico è intoccabile ma, quando si deve intervenire accanto ad edifici antichi o dentro la città storica si ammetterà qualunque cosa, purché “moderna”.

E’ da qui che è nato il luogo comune e il pregiudizio di falso = zotico; invece io affermo che la falsificazione è una qualità fondamentale dell’architettura”.

Ecco mi pare che questo post si adatti benissimo a quanto l’architetto Godoli ha scritto e a quanto ha detto durante l’incontro.

Per inciso, l’architetto ha dichiarato, con un certo orgoglio, di aver partecipato alla commissione che ha selezionato il progetto di Arata Isozaki per gli Uffizi.
Sì, proprio la famosa pensilina-gazebo.
E' stato forse l'unico momento della serata in cui si è sentito un mormorio e un mugugno proveniente da gran parte del pubblico, ma questo non l'ho letto ancora in nessun articolo di giornale.


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16 giugno 2009

ANCORA UN LINK SUL TEMA RICOSTRUZIONE

Il Covile continua nell'approfondimento del tema restauro e ricostruzione con un articolo di Ettore Maria Mazzola.

Inevitabile il link:

di Ettora Maria Mazzola

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2 giugno 2009

IL PROF.PAOLO MARCONI SULLA RICOSTRUZIONE A L'AQUILA

Il Covile propone oggi uno straordinario intervento sulla ricostruzione A L'Aquila del Prof. Paolo Marconi, con una nota sull'autore del Prof. Ettore Maria Mazzola.

Corre l'obbligo di un link immediato:
COSA FARE IN CITTA' COME L'AQUILA DOPO IL TERREMOTO?

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