Pietro Pagliardini
Sembra impossibile ma il centro storico prima di diventare Centro Storico era una città. Anzi era la città. In campagna, quando c’era da andare al mercato, dicevano: oggi “vado in città”; e andavano nel centro storico. Questo, almeno dalle mie parti, accadeva fino a poco prima della seconda guerra e per un certo periodo anche dopo. Io non c’ero, in effetti, però me lo hanno raccontato e ho visto le foto.
Fino ad un certo momento il centro storico era semplicemente tutta, o quasi, la città. Non era una parte separata, una zona preziosa da salvaguardare, al pari di una riserva naturale, un pezzo di città alienata, nel senso di qualcosa di diverso da una città vera e propria, qualcosa che, per essere oggetto di particolari cure e attenzioni, deve necessariamente sentirsi come un malato grave e quindi estranea alla città stessa.
E’ diversa perché più bella, è diversa perché non ci si può andare in auto e perché ha un valore immobiliare più alto che altrove, perché è molto murata e molto densa senza essere opprimente, perché è omogenea eppur varia, perché vi si concentra l’arte e la storia di molte epoche, perché ci sono i migliori negozi, perché non è costruita con indici e standard fissati per legge ma con molte regole spontanee e per mille altri motivi.
Forse è troppo diversa dal resto di gran parte dell’insediamento urbano ma, dato che nella sua condizione di solitudine è essa ad essere diversa dal resto e non piuttosto il resto da essere diversa da lei (a proposito, ma il centro storico è maschile o femminile? a me piace s-grammaticalmente considerarla, in quanto città, femminile), il centro storico vive, in fondo, una condizione di isolamento. Ironia della sorte: il centro storico si colloca geograficamente ed idealmente al centro di un insediamento urbano ma è marginale e sola.
Ma prima non era così. Prima delle salvaguardie e della messa sotto tutela, la città (il centro storico) viveva la sua vita come la vivevano tutte le città che erano tutte centri storici, nel senso che stavano in luoghi nodali o centrali (di un territorio) ed erano tutte storiche (nel senso che non erano giovani). Ci abitavano e vi producevano persone, vi si scambiavano merci, c’era il mercato settimanale, ma non l’odierno circo commerciale itinerante da una città all’altra.
Le persone che vi abitavano avevano gli stessi bisogni reali di oggi: ampliare il fondo artigiano, aumentare sopra una stanza per farne una camera e specializzare o migliorare la propria casa, Quando si manifestava questo bisogno lo si soddisfaceva ampliando dietro, sul lotto di pertinenza. Lo stesso facevano i vicini e i dirimpettai. E, a poco a poco, in base ai bisogni, il lotto si intasava, e così il lotto accanto, e alla fine l’isolato intero. Restavano, talora, solo poche parti libere e scoperte: orti, corti, chiostrine.
E la città cresceva dentro e sopra sé stessa.
Osserviamo in alto la ricostruzione della pianta nel 1600 di San Giovanni Valdarno (AR) e confrontiamola con la situazione odierna tratta da Google Earth: San Giovanni è una città di fondazione su progetto di Arnolfo di Cambio, dunque la città di un architetto ma, una volta progettata è, in modo naturale e senza scandalo, sfuggita di mano al suo autore ed è cresciuta fino a coprire praticamente ogni spazio libero all’interno degli isolati.
Eppure la città di San Giovanni Valdarno è oggi salvaguardata come un bene prezioso ed è diventata il Centro Storico di San Giovanni Valdarno, con norme rigorose che la proteggono come un patrimonio collettivo da trasmettere ai posteri.
La città cresceva e si riproduceva come cresce e si riproduce un organismo, come cresce e si riproduce una vita. L’architettura e l’urbanistica tradizionale permette la modificazione, l’aggiunta e la crescita in maniera armoniosa in quanto è basata fin dalla sua origine sulla complessità delle parti e delle relazioni, contrariamente all’urbanistica e all’architettura moderna tutta imperniata sul rigore geometrico astratto, sulla pulizia e purezza delle linee accompagnate dalla purezza ed essenzialità dei materiali, e non tollera aggiunte e crescita se non con elementi che siano di forte contrasto con essa.
Invece l’edilizia tradizionale accetta proprio una crescita ad essa omogenea e respinge la dissonanza. E’ simile ad un albero che cresce e che riproduce nei rami giovani e nelle nuove foglie le stesse forme delle parti adulte; è, insomma, una crescita di tipo frattale.
Poi è successo qualcosa che ha interrotto bruscamente questo metodo di crescita. E’ accaduto che è intervenuta la modernità, cioè il progresso, quindi un fatto positivo per tutti i vantaggi che esso ha portato alla vita delle persone.
Nella corsa alla modernità sono intervenuti fattori nuovi ed anche i numeri in gioco sono cambiati.
E’ andata perduta la memoria di come cresceva la città e si è sostituita ad essa la teoria.
Il ragionamento era che cambiando la società dovesse cambiare anche la città, e questo aveva una sua razionalità, solo che si è ritenuto di poter fare a meno della memoria di come era avvenuta la crescita fino ad allora e di potere e dovere ricominciare tutto daccapo. Tutto avrebbe dovuto essere diverso, senza un ragionevole perché, solo in nome della modernità.
I fondamenti della scienza, che hanno permesso quel grande progresso, non sono stati accantonati, altrimenti non ci sarebbe stato nessun progresso ma i fondamenti di crescita della città, incredibilmente, consapevolmente e colpevolmente sì.
Si è ricominciato dall’inizio, si è inventata, tenendo conto solo dei nuovi elementi intervenuti ( la mobilità nelle sue varie forme, la grande industria, l’energia elettrica diffusa, ecc), una nuova teoria, immaginando e imponendo che anche l’uomo dovesse cambiare in base a quella teoria. Non ci si è limitati, cioè, a modificare e trasformare la città per accogliere e far funzionare al meglio quelle dirompenti novità ed integrarle nella crescita della città, si è voluto trascinarvi, reinventandolo, anche l’uomo, attribuendogli dall’alto bisogni diversi da quelli di prima.
Sull’onda delle varie teorie filosofiche e politiche dell’ottocento si è voluto creare “l’uomo nuovo”, parcellizzato nelle varie funzioni che qualcuno ha deciso di imporgli: lavorare, abitare, riposarsi.
E il ritmo della fabbrica è diventato il ritmo della città. La casa è diventata la macchina per abitare. La città è stata divisa in reparti come nel processo produttivo. La divisione del lavoro è diventata la divisione della città: c’è stata cioè coerenza ma una coerenza non giustificata e soprattutto sbagliata.
E’ possibile oggi ricostruire la memoria a livello generalizzato (che a livello specialistico e di nicchia ve ne sono di coloro che ne conoscono i “segreti”) e ricostituire un tessuto strappato per trasformare le nostre periferie in una espansione del centro storico in continuità con esso e cercare di fare del centro storico la città e viceversa?
Io credo che questa debba essere l’aspirazione, il principio guida, la stella polare nella redazione di piani e norme in modo che si possa dire: quel piano e quelle norme sono coerenti con quei principi? Se sì può darsi sia un buon piano, se no è quasi certo non lo sia.
Ad esempio: il Piano casa in discussione in questi giorni è un buon piano? Potenzialmente sì, perché i principi sono semplici ma coerenti con la crescita naturale della città dentro e sopra sé stessa.
N.B. La foto in testa è tratta dal sito: Arnolfo di Cambio, che accoglie le Celebrazioni nel VII centenario della sua morte.
23 marzo 2009
Quando il centro storico non era Centro Storico
28 agosto 2008
ORGANISMO E AUTOSOMIGLIANZA: UN'ANTINOMIA NON RISOLTA
Pietro Pagliardini
Nel blog sono apparsi di recente due post apparentemente diversi: uno sosteneva che la città è simile ad un organismo vivente, l’altro trattava dei frattali e dell’autosomiglianza in architettura.
L’autore del post sui frattali, intellettualmente molto esigente, comparando i due post si è posto però, con ciò ponendolo anche a me, questo dilemma:
“Il fenomeno dell’autosomiglianza appartiene all’architettura tradizionale e classica ma si può estendere anche alla città e nel post ci sono anche alcuni accenni . Ma i frattali non sono organismi, anzi sembrano l’esatto opposto, e allora come è possibile che da due procedimenti logici che partono da principi opposti si arrivi alle stesse conclusioni? Se la città è assimilabile ad un organismo come è possibile che presenti anche caratteristiche della geometria dei frattali?”.
Quesito difficile che, se non risolto, potrebbe indurre anche alla conclusione che l’uso che abbiamo fatto di queste metafore non siano tanto astrazioni della mente utili a ricavarne leggi sull’essenza e sul funzionamento dell’architettura e della città quanto espedienti letterari e narrativi privi di corrispondenza alla realtà, frutto di elucubrazioni intriganti ma fuorvianti.
Mi azzarderò a tentare una parziale risposta sperando di soddisfare il rigoroso interlocutore.
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Nei due post si sostiene che la città per funzionare deve essere simile ad un organismo vivente complesso e, contemporaneamente che una forma architettonica o urbana per essere riconosciuta come bella dall’uomo, deve riprodurre, in forma astratta, le forme della natura le quali sono, in moltissimi casi, identiche a sé stesse via via che si scende di scala.
Entrambe le due condizioni convergono (o forse sono strumentalmente utilizzate dai due diversi scriventi) verso la stessa visione di un ritorno alla storia sia in urbanistica che in architettura, portano cioè acqua al mulino di un ambiente urbano tradizionale e/o classico.
Tuttavia sembra di essere in presenza di una antinomia cioè di quella condizione che sfugge al principio di non contraddizione in base al quale o è vera A o è vera non-A mentre in questo caso sembrerebbero vere sia A che non-A.
Può darsi che uno dei due procedimenti logici parta da un principio sbagliato, per cui, ad esempio:
non è necessariamente vero che la città sia assimilabile ad organismo;
oppure:
non è necessariamente vero che l’architettura debba essere costruita con il principio dell’auto-somiglianza a causa della “necessità per la mente e il corpo dell’uomo di un rapporto di continuità con le forme della natura e dell’ambiente” che, perciò, risulterebbe falso.
Un bel problema che, logicamente, è fuori della mia portata. Per dare una risposta occorre però verificare, innanzi tutto, se entrambe gli assunti iniziali siano veri, o almeno verosimili.
Lo farò non ripetendo le stesse cose già dette nei due post precedenti ma appellandomi alla forza dell’analisi e della teoria di Caniggia e Maffei, i quali, sulla scia di Saverio Muratori, hanno studiato il processo evolutivo “dell’ambiente antropico”, dalla scala del tipo edilizio fino alla scala del tipo territoriale, nel loro “Lettura dell’edilizia di base”, Alinea
LA CITTA' COME ORGANISMO
Tutto lascia presumere che la città si evolva e si modifichi secondo principi analoghi a quelli degli organismi viventi: in particolare si consideri la “legge dei raddoppi” che vale ad ogni scala: dalla matrice elementare edilizia di circa 5/6 metri per circa 5/6 metri avviene il raddoppio in altezza; successivamente avviene il raddoppio in pianta, passando al tipo edilizio di base di circa 5/6 metri per circa 10/12 metri e per due piani, successivamente ancora alla casa in linea e così via in un processo di tipo organico per le sue forti somiglianze con il processo biologico cellulare
Ma c’è tutto il processo di crescita e modificazione “dell’ambiente antropico” a confermare il comportamento organico: “ Qual'è dunque la spinta alla crescita del tipo; a che è dovuta la necessità di acquisizione di spazio maggiore, in relazione allo sviluppo di una civiltà? Sembra evidente che, da uno spazio a uso indifferenziato, che già assolve e riassume tutte le funzioni di una casa odierna in poca superficie, il “tipo base”, vengono di volta in volta separate le funzioni che l’uomo ha progressivamente ritenuto di dover separare, attribuendo a ciascuna uno spazio proprio, specializzato ad assolvere quella determinata funzione.” (Caniggia-Maffei- Lettura dell'Edilizia di base - Pag. 98)
Cioè l’organismo da semplice e indistinto si specializza, come nel processo evolutivo della natura.
Questo per quanto attiene alla crescita, ma esiste anche la funzionalità della città e anche qui l’assimilazione all’organismo è dato dalla presenza di “organi, o altre parti che lavorano insieme per svolgere i vari processi della vita” (definizione tratta da www.thefreedictionary.com/organism).
Come negare l’esistenza di organi diversi e collaboranti nella città! Le varie polarità urbane, ciascuna con funzione specifica ma integrata, il rapporto tra le strade e la piazza, i temi collettivi, che integrano e servono la residenza, le connessioni stradali che, similmente al corpo umano, devono essere ridondanti per evitare che il blocco di una sola di ese causi il blocco di tutto il flusso.
Se poi qualcuno ritenesse che il corpo umano è assimilabile e ad una macchina (o meglio, l’inverso) si entrerebbe in questo caso in problematiche filosofiche diverse che esulano da questo post. Ciò che conta è che la città, nel suo complesso e a tutte le scale cresce e si comporta in modo simile ad un organismo vivente, almeno a livello di “coscienza spontanea”. Inutile tornare sul confronto delle favelas o delle borgate romane abusive che, planimetricamente, sono città migliori di molte tra quelle pianificate.
LA CITTA' COME AUTOSOMIGLIANZA
Che "l’ambiente antropico" si sia sviluppato secondo un disegno che si avvicina molto a quello dei frattali, lo dice la modularità, dalla scala edilizia a quella urbana, per cui “una città grande finisce per essere costituita dall’associazione gerarchizzata di tante città piccole, una piccola da un’associazione organica di paesi, un paese da una società di villaggi a loro volta fatti da una gerarchia, sia pur minima, di case. Tutto ciò implica che una metropoli dovrà essere letta attraverso un mondo di moduli progressivamente comprendenti moduli più contenuti, a loro volta fatti di moduli ancor più piccoli, ecc; ciascuno comunque rappresentativo di un organismo relativamente autosufficiente, gerarchizzato, ossia fornito di ruolo peculiare.....”(Lettura dell'edilizia di base- pag.178). In questo brano si descrive il fenomeno dell'autosomiglianza di un organismo. E’ d’altronde facile, a livello intuitivo, verificare questo fenomeno: basta solo visitare i siti Google Earth o Visual Earth, posizionarsi su una città e zoomare a scatti fino a che lo consente il software e, ad ogni vista, si possono osservare forme di aggregazione simili a quelle della vista precedente (vedi immagini di Siena all'inizio).
Allora, se Caniggia e Maffei hanno ragione, sembrerebbero veri entrambe gli enunciati (e loro non si sono posti il problema dei frattali, la cui prima pubblicazione è del 1975 in inglese, mentre i loro studi sono precedenti e contemporanei, né dovevano dimostrare che la città è un organismo ma lo hanno dedotto dalla lettura dei tessuti edilizi).
Siamo d’accapo: com’è possibile? Per tentare (ancora!) di spiegarlo devo ricorrere ad un’altra metafora, quella del corpo umano.
"Il corpo umano è un organismo perché risponde alla seguente definizione:
Una forma individuale di vita, come una pianta, un animale, un batterio ecc; un corpo costituito da organi, o altre parti che lavorano insieme per svolgere i vari processi della vita" (definizione tratta dal sito www.thefreedictionary.com/organism).
Il corpo umano è appunto costituito da organi (cuore, polmoni, neuroni, vasi sanguigni, ecc.) diversi che lavorano insieme. Il corpo umano, nella sua forma esterna ha ben poco di frattale, come invece avviene nel caso degli alberi o del cavolo. Ma i singoli organi hanno geometria frattale: i polmoni è il caso più evidente, ma anche il cuore e l’intestino.
Dunque vi è apparentemente una differenza tra la scala grande e la scala piccola. Ma è in fondo, la stessa differenza che c’è tra la simmetria e la asimmetria nel corpo umano: mentre il corpo umano è, all’esterno e frontalmente, simmetrico, la sua anatomia interna lo è molto meno, a parte la colonna vertebrale e gli organi doppi.
Ma per quello che riguarda la percezione umana l’anatomia interna non conta niente, conta ciò che si vede e l’astrazione della forma che viene elaborata dal cervello. Chiedete ad un bambino di disegnare un uomo e, somigliante o meno alla realtà, sarà certamente simmetrico.
Anche gli alberi sono, nella percezione immediata, simmetrici ma lo sono molto meno, se non affatto, nella realtà.
Dunque, se all’interno del corpo umano, che possiamo definire l’organismo per definizione in quanto è il più complesso, convivono anche forme frattali (forse solo forme frattali) credo che sia a maggior ragione possibile nell’ambito della città.
Sulla problematica dei frattali legati all’architettura e all’urbanistica resta il dubbio del perché l’ambiente antropico dovrebbe svilupparsi secondo processi di questo tipo, come se ammettere questo presupponesse una sorta di determinismo, di fede o di qualcosa di magico.
Anche a questo però rispondono bene i soliti Caniggia e Maffei:
“Al confronto con altri comportamenti non antropici, nel campo della biologia o della struttura della materia, possono notarsi sorprendenti analogie. Riteniamo che ciò non debba stupire poiché l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia. In sostanza , quando l’uomo agisce, si assume il carico di partecipare al sistema di globale divenire di tutta la struttura del reale, quindi è intrinsecamente “naturale” anche quando attua le sue strutturazioni dotate di un alto grado di “artificialità”: lavora sulla materia che esiste, e non può che aderire, anche se non lo sa e non lo vuole, alle leggi formative della natura. Omissis.
In sintesi la nostra lettura porta alla comprensione di una globale organicità del reale: come parte di questo la realtà edilizia, “spontanea” o “pianificata” che sia ……… è fittamente strutturata, non nasce né si modifica casualmente, ma deriva da una costante evoluzione guidata da un sistema unitario di leggi di formazione e mutazione che costituisce quel che chiamiamo “processo tipologico dell’ambiente”, in tutte le sue possibili e molteplici diramazioni.
Caratteristica intrinseca a ogni fase di tale processo è la presenza di un sistema di progressive modularità tra ciascuno dei termini scalari, dall’arredo al territorio: così che la partecipazione individuale dell’uomo al suo mondo strutturato è connessa alla molteplicità degli uomini e delle cose mediante una progressione di grandezze crescenti, ciascuna comprensiva e compresa dalle altre”. (Lettura dell'edilizia di base . Pag.259)
Come si vede, senza conoscere la geometria dei frattali, erano giunti alle stesse conclusioni.
A chi poi facesse il prevedibile richiamo alla teoria del caos, che tanto piace evocare a molti architetti contemporanei, per affermare che proprio i frattali dimostrano l’impossibilità di determinare leggi universali per la città, essendo nel campo dei sistemi non lineari, faccio osservare:
a) Che caos non significa necessariamente confusione ma è il nome di un ordine di tipo diverso, molto più complesso. “Lo studio del caos ci consente di conoscere in quali condizioni il sistema si comporterà in un dato modo.” La definizione di Teoria del caos, da un punto vista scientifico si chiama Teoria dei Sistemi Dinamici non lineari. Anche i nomi contano.
b) Che le mele cascano sempre dagli alberi e le leggi sulla gravitazione dei corpi celesti, che si basa sui sistemi lineari, consentono sempre di determinare l’esatta posizione di un astro in un momento definito, per cui non si tratta di rinnegare secoli di ricerca scientifica e filosofica che hanno prodotto grandi scoperte nelle leggi della natura, ma prendere atto che esiste una complessità maggiore del previsto. D’altronde “ … l’indeterminismo di fatto, ma non di principio, non è eliminabile, dato che in un sistema numerico è comunque necessario fissare un certo grado di precisione non infinito e qualsiasi grado anche più alto di precisione produrrà storie dinamiche differenti. Questo è il cosiddetto caos deterministico, dove il sistema ha un comportamento complessivamente regolare ma irregolare nel dettaglio, e quindi è impossibile prevedere il suo comportamento negli istanti futuri.”. Questa definizione, che fa chiarezza su certe semplificazioni, è tratto da http://www.dti.unimi.it/~pizzi/TESI_ECG/1%20Teoria%20del%20caos.pdf
Certamente la teoria del sistemi dinamici non lineari ha rimesso in discussione il pensiero scientifico e filosofico precedente ma questo non autorizza ad utilizzarla strumentalmente e semplicisticamente per giustificare la dissoluzione della città e dell’architettura in un “caos” appunto, in cui ognuno possa fare ciò che crede con un automatismo deterministico, appunto, tra teoria del caos e teoria della confusione urbana.
Che le attività e gli eventi all’interno di una città appartengano al genere sistemi dinamici non lineari, credo sia abbastanza semplice da comprendere, ma che la sua forma, per questo, debba essere inevitabilmente caotica, per coerenza ad un sistema scientifico, mi sembra possa rientrare nell'ambito della scelta e non della necessità.
Basti un’osservazione elementare: il fatto che i sistemi dinamici non lineari siano stati scoperti qualche decennio fa non significa che prima i comportamenti non lineari della natura non esistessero, significa solo che erano sconosciuti; allora perché, pur vigendo ovviamente quel tipo di comportamento "caotico", le città medievali, rinascimentali, barocche si sono organizzate in quel determinato modo, che oggi si dice superato dalla “scoperta” della teoria del caos?
Anche quelle città si sono organizzate, in maniera "ordinata", in presenza del “caos”, solo che non se conosceva la teoria.
Conclusioni
La città, o meglio “l’ambiente antropico”, si sviluppa come un organismo e contemporaneamente prende forma seguendo il fenomeno dell’autosomiglianza, cioè dei frattali. Anche il corpo umano presenta queste medesime caratteristiche.
L’antinomia non è però risolta.
Ma, a questo punto, domando all’amico ingegnere e a chi avesse la soluzione: esiste davvero l’antinomia?
N.B. I riferimenti al numero delle pagine del libro di Caniggia e Maffei sono quelli della vecchia edizione di Marsilio editori e non a quella in vendita di Alinea.
Le immagini aeree sono tratte da Visual earth di Microsoft
18 luglio 2008
GEOMETRIA DEI FRATTALI E AUTOSOMIGLIANZA
di Giulio Rupi
Fino a qualche tempo fa si pensava che qualsiasi fenomeno naturale, per quanto complesso, potesse essere rappresentato attraverso dei modelli matematici in grado di prevedere, partendo dalla conoscenza dello stato iniziale e in maniera più o meno approssimativa a seconda delle circostanze, l’evoluzione del fenomeno. E’ la capacità predittiva, quella che sta alla base di qualsiasi proposizione scientifica.
I primi (giganteschi) passi di questa capacità predittiva della scienza dei fenomeni lineari li avevano fatti le leggi di Newton e la loro applicazione alla dinamica dei corpi celesti. E infatti quei sistemi, i sistemi gravitazionali dei corpi celesti, sono praticamente assimilabili a dei sistemi lineari.
La legge fondamentale dei sistemi lineari è che a cause simili, quasi identiche, corrispondono effetti simili, quasi identici.
La legge fondamentale dei sistemi non lineari è che a cause simili, quasi identiche, corrispondono effetti assolutamente differenti e distantissimi tra loro. E questo pur nell’ambito di una visione rigorosamente deterministica, senza che entri in gioco qualsiasi aspetto probabilistico relativo all’indeterminazione delle particelle elementari.
Ci spieghiamo: ho un sistema complesso non lineare e ne conosco alla perfezione tutti i dati che lo descrivono all’ora X. Per prevedere lo stato del sistema all’ora “X più dieci giorni” dovrò realizzare un modello matematico altrettanto complesso del mio sistema, implementarlo in una macchina simulatrice (il calcolatore) e far girare questa macchina esattamente dieci giorni! Si salva così il determinismo ma non si salva la capacità predittiva del modello, perché il modello, l’abaco, è il sistema stesso!
E infatti provatevi a prevedere i terremoti, o il clima da qui a un mese, o, più semplicemente, l’esatta evoluzione del più elementare tra i sistemi biologici, o l’andamento delle borse da qui a tre giorni!
La scoperta più sconcertante è che la quasi totalità dei sistemi naturali è fatta di sistemi non lineari e che i sistemi lineari sono delle eccezioni, sono delle schematizzazioni molto rozze che si applicano a pochi aspetti della realtà.
Sono ad esempio sistemi non lineari tutti i sistemi legati alla vita: e da qui la difficoltà di applicare modelli matematici a tutte le scienze umane e della vita, dalla medicina, alla biologia, all’economia.
Tutto quello che vediamo intorno a noi e dentro di noi è dunque regolato da sistemi non lineari e segue le leggi della matematica del Caos e della geometria dei Frattali, geometria di notevole complessità, di cui si può pero enunciare e comprendere anche da profani almeno la caratteristica fondamentale: quella dell’autosomiglianza.
E’ una parola chiave che si definisce da sola e che essenzialmente indica l’indifferenza di alcune caratteristiche dei fenomeni non lineari nei confronti del cambiamento di scala.
E’ appunto da qualche decennio che abbiamo cominciato a osservare la realtà attraverso questa struttura interpretativa, una struttura concettuale estremamente potente, perché è in grado di allargarsi dall’interpretazione dei fenomeni naturali più semplici a quelli più complessi, stabilendo una mirabile legge di continuità e di armonia tra i fenomeni della Natura “inanimata” (le forme di una costa o di una catena di montagne), i fenomeni della Natura “animata” (la forma di un cavolfiore e quella di un albero), fino alle creazioni più nobili dell’attività umana, quali l’Architettura e l’Arte.
Così le forme di una costa frastagliata sono simili tra loro anche se si varia la scala a cui si osservano.
Così le creste di una catena montuosa hanno un profilo simile a quello di un segmento di essa.
Così se da un cavolfiore si stacca una parte, quella parte sarà simile al cavolfiore intero, e via frazionando.
Così le ramificazioni di una querce saranno simili alle venature delle sue foglie.
Così, passando con continuità dalle forme della Natura alle costruzioni tradizionali dell’Uomo (il che farà sobbalzare sulla sedia i lettori modernisti di questo scritto) le forme dell’Architettura saranno autosomiglianti e indifferenti al cambiamento di scala.
Come una querce ha una base che si allarga sulle radici, un fusto che si eleva e una chioma a forma di cupola che si confonde con l’aria e il cielo, così una colonna ha una base che la collega a terra, un fusto che si eleva, un capitello che la conclude in alto.
Così un tempio avrà una gradinata che lo appoggia sul terreno, un colonnato e infine un timpano che con la sua punta lo conclude in alto.
Così la forma di una cattedrale gotica si ripeterà nella forma del suo portale e così ogni apertura di un qualsiasi edificio di qualsiasi epoca si poggerà su una soglia, sarà contenuto da stipiti e sovrastato da un timpano, una cornice o quant’altro.
Di più: in una cittadina collinare d’Europa le mura rappresenteranno la base di appoggio al terreno, il tessuto delle case il levarsi verso l’alto di questa struttura urbana, i campanili e le torri in cima la conclusione verso l’alto di una struttura che anche a quella scala resta autosomigliante.
Ma quanto esposto alla scala massima (la città collinare nella sua interezza) vale, rifacendo tutto il percorso all’indietro, anche alla scala minima perché in questa ottica trova ragione, e anzi necessità, il tanto detestato (dai modernisti) ornamento e la tanto detestata decorazione, elementi che (come nelle forme delle cose naturali) ripetono anche alla scala più piccola, anche all’interno dell’elemento architettonico minimo, la tessitura della complessità.
Dalla geometria dei Frattali e dalle sue leggi di autosomiglianza ci viene quindi la conferma che l’ovvia continuità tra la natura e l’uomo si traduce anche in una sostanziale continuità tra le forme della natura e le opere dell’uomo.
Ci viene la conferma che le antiche leggi del costruire hanno da sempre applicato questi principi e queste strutture, creando ambienti in cui ci sentiamo a nostro agio non per ragioni di adesione intellettuale o culturale, ma per i motivi più profondi dell’adesione a una reale continuità tra l’ambiente naturale, il nostro corpo, la nostra mente.
Quando si è voluto spezzare il filo della Storia, quando Marinetti e Le Corbusier hanno proclamato un’Architettura creativa che si concretizzasse in forme geometriche non più autosomiglianti, staccate dalle precedenti forme della Tradizione, non si è consumata soltanto una rottura dell’uomo con il suo passato: si è consumata la rottura dell’uomo con la natura, cioè dell’uomo con se stesso. Ci si è preclusa l’attitudine a ricreare una qualsiasi forma di armonia tra la nostra mente e il nostro ambiente.
Allora, la contrapposizione che noi poniamo non è tra le forme del passato e quelle del presente, o simili scempiaggini.
La vera contrapposizione è tra noi che sosteniamo la necessità per la mente e il corpo dell’uomo di un rapporto di continuità con le forme della natura e dell’ambiente e tra quelli che sostengono l’autosufficienza di una artificialità completamente astratta dalle leggi di natura quali risultano essere dalle più recenti acquisizioni della Scienza, tra noi e quelli che sostengono una artificialità che, anzi, si oppone coscientemente a queste leggi per contestarle e decostruirle.
I risultati del verbo modernista, questi sì prevedibili deterministicamente, non potranno che continuare ad essere il degrado delle periferie, lo spaesamento degli abitanti, il disagio e la sofferenza dei cittadini.