Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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19 agosto 2011

COMPLETARE LA FACCIATA DI SAN LORENZO

Un altro testo di Ettore Maria Mazzola sulla proposta del Sindaco di Firenze Matteo Renzi di completare la facciata della chiesa di San Lorenzo, argomento già affrontato nei commenti al post sulla "riqualificazione" della Piazza San Silvestro a Roma.
A fine articolo riporto qualche link ai vari pareri sulla proposta e ad una storia dei progetti per il completamento dal 1900 al 1905.

Sull’ipotesi di completare la facciata di San Lorenzo a Firenze
di Ettore Maria Mazzola

Lunedì 25 luglio 2011, il Corriere della Sera” ha pubblicato una di quelle notizie definibili “shock” in ambito architettonico e accademico: il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, previo referendum popolare, propone di completare la facciata della Basilica di San Lorenzo secondo il progetto elaborato da Michelangelo nel 1515!
Il sindaco di Firenze, in occasione del 150° anniversario di Firenze Capitale d’Italia (2015), propone la “riqualificazione” dell’edificio, con una previsione di spesa di circa 2 milioni e mezzo di euro, in gran parte sostenuta da privati. In concreto, il piano prevede il completamento della facciata costruendo ex novo l’ingresso della Basilica.
La notizia, come era preventivabile, ha suscitato un vespaio di domande, la più ricorrente delle quali è stata: Ma è lecito riprendere in mano i progetti di un architetto scomparso più di 500 anni fa e tentare di andare incontro al suo volere con gli strumenti e le idee di oggi?



Inizialmente mi sono chiesto: ma con tutti i problemi delle periferie, del traffico e del degrado urbano che possono rilevarsi a Firenze, è davvero necessario ipotizzare una “riqualificazione” di San Lorenzo? E ancora, indipendentemente dalla facciata incompleta, considerata la vitalità della piazza in tutte le ore del giorno, pensiamo davvero che San Lorenzo sia un edificio che necessiti di essere riqualificato?
Ebbene, per non avvalorare le tesi di coloro i quali dicono di no a tutto – spesso stupidamente – e mettendo da parte questi interrogativi maliziosi, voglio prendere per buone le intenzioni del sindaco, e voglio dare dei suggerimenti a sostegno di questa proposta, affinché non si avvalori la posizione dei sostenitori della “necessità di evitare falsi storici, realizzando qualcosa di contemporaneo”, che già sta prendendo piede.

Che l’ambiente accademico italiano sia totalmente avverso a certi temi è cosa ben nota: a causa delle Carte del Restauro di Atene (1931) e Venezia del (1964), e soprattutto a causa delle teorie del restauro di Cesare Brandi, l’Italia è oggi il Paese dove, più di tutti gli altri, vige il terrore della “falsificazione della storia”, un problema del tutto falso, nato solo ed esclusivamente per tutelare il mercato nero delle opere d’arte! Sicché, in base a questa assurda posizione, e pensando di essere nel giusto, si insegna nelle università, si scrive sui libri e sulle riviste e si esercita la professione.
Così, a proposito della proposta del sindaco fiorentino, c’è stato chi si è chiesto: “che senso avrebbe dover rispettare il progetto di Michelangelo piuttosto che realizzare “finalmente” qualcosa che mostri che siamo nel XXI secolo?
Questa domanda esprime il generale sentimento serpeggiante tra gli architetti e i critici di architettura formatisi nella scuola modernista-storicista, quella scuola che ha fatto delle teorie di Gropius e di Zevi (l’insegnamento della storia andrebbe eliminato perché limitativo delle potenzialità della mente degli architetti), il proprio cavallo di battaglia. Partendo da questa affermazione, la scuola modernista ha via via sviluppato idee come “tutti abbiamo il diritto di esprimere la nostra arte”, oppure “tutti siamo artisti”, “tutti hanno diritto ai propri 15 minuti di notorietà” ecc. e, altrettanto gradualmente, ha formato una massa “ignorante" di professionisti (e di critici), questi, grazie a questa semplificazione della professione, hanno potuto credersi artisti, architetti, critici e storici.
Il lavaggio del cervello operato da questa scuola di pensiero impostasi come l’élite colta portatrice del verbo – specie a partire dal secondo dopoguerra – è stato talmente vasto che oggi molta gente, per paura di essere accusata di anacronismo e/o ignoranza, finge di comprendere il significato di determinate opere che non hanno alcun senso, se non quello dettato dalla legge del “prendi i soldi e scappa”.

La cosa gravissima è che questo fenomeno si ritrova anche in ambiente ecclesiastico, ragion per cui, chi dovrebbe tutelare l’istituzione della chiesa, spesso e volentieri si lascia ammaliare dalla visione consumistica dell’architettura dettata dall’ignorantissima “società dello spettacolo”, visione che consente, con il minimo sforzo intellettuale, di produrre forme architettoniche generate da uno scarabocchio – opportunamente trasformato in tre dimensioni dal computer – che nulla hanno a che vedere con l’architettura delle chiese, con la liturgia, e con la religione stessa e, più in generale, con l’architettura degli edifici … non è un caso se Patrick Schumacher, partner di Zaha Hadid, ha avuto l’ardire di affermare che il “parametricism” – secondo il quale è il computer, grazie ad appositi softwares, e non più la mano dell’architetto a generare il progetto – da loro teorizzato, sta diventando la “nuova tradizione egemone!”.

Ebbene, alla domanda sulla legittimità o meno di realizzare la facciata di San Lorenzo progettata 500 anni fa, e considerato che chi ha posto questa domanda l’ha giustificata tirando in ballo “Le Sette Lampade dell’Architettura” di Ruskin: « ... lo spirito dell’artefice morto non può essere rievocato, né gli si può comandare di dirigere altre mani e altre menti. E, quanto alla copia semplice e diretta, è chiaramente impossibile, Come si possono copiare superfici consumate per mezzo pollice? L’intera finitura del lavoro era nel mezzo pollice sparito; se si tenta di restaurare quella finitura, lo si fa congetturalmente; se si copia ciò che è rimasto, affermando che la fedeltà è possibile, (...) come può il nuovo lavoro essere migliore del vecchio? C’era ancora un po’ di vita, in quello vecchio, un misterioso suggerimento di ciò che era stato e di ciò che aveva perduto ... » voglio brevemente esprimere il mio parere.

Che senso avrebbe avuto, per tutti gli architetti ch si sono succeduti nella realizzazione del Duomo di Firenze, dover giurare con una mano sulla Bibbia e l’altra sul modello ligneo del progetto di Arnolfo di Cambio (1296), che avrebbero portato a compimento l’opera originaria?
Chi conosce la storia del Duomo di Firenze sa che il progetto di Arnolfo venne interrotto nel 1330, privo della cupola perché non si sapeva come realizzarla. Nel 1367 Neri di Fioravante, sviluppò uno modello alto 4 metri che mostrava come, rinforzando le strutture arnolfiane, fosse possibile realizzare la gigantesca cupola ogivale. Tuttavia sorse il dubbio su come reperire il materiale e realizzare una centinatura e delle gru in grado di realizzare la struttura vera. Nel 1418 venne bandito il concorso, vinto da Brunelleschi e Ghiberti (ma questo nel ’25 venne rimosso) per realizzare la struttura medievale che venne portata a compimento nel 1468 con il completamento, ad opera del Verrocchio, della lanterna sormontata dall’enorme sfera dorata. Tutti questi personaggi, nonostante la loro fama, vennero costretti, dai membri dell’Opera del Duomo, a giurare sul modello di Neri, che avrebbero realizzato quella cupola.

La facciata venne addirittura realizzata solo nel 1871, da Emilio De Fabris (l’opera venne completata dopo la morte di quest’ultimo, nel 1887 da Luigi Del Moro) sulla base di un progetto che prendeva ispirazione dalla porzione basamentale già rivestita nel medioevo.
La stessa storia si ritrova per la Basilica di Santa Croce, sempre a Firenze, progettata da Arnolfo di Cambio nel 1294-95, dove il campanile venne realizzato ex-novo da Gaetano Baccani tra il 1847 e il ’65 e la facciata da Niccolò Matas tra il 1853 e il ’63!

Ma se andiamo in altre realtà, come il Duomo di Siena o quello di Orvieto, abbiamo facciate che ci raccontano fino a 700 anni di lavori, durante i quali si sono succeduti fior di architetti, scultori, mosaicisti e lapicidi … eppure l’immagine d’insieme ci mostra una coerenza e un carattere senza tempo e, soprattutto, una profonda devozione nei confronti del Signore.

Ecco, è proprio questo il punto, diversamente da oggi, un tempo non era la firma e/o il nome dell'architetto, né la "datazione", ad avere importanza, ma l'edificio costruito per il Signore!
Basta dunque con la lettura della storia fatta di schede datate infilate in cassetti la cui riapertura è vietata. Basta con l'egoismo dei critici e degli storiografi, che per dare un senso al loro mestiere e alla loro visione ideologica debbono imporre a tutti quella che è la loro lettura della storia. Se Renzi vuole completare San Lorenzo, come già era stato fatto a Firenze (con grande apprezzamento dei turisti) per Santa Maria del Fiore e per Santa Croce, che lo faccia, purché si proceda fedelmente nel rispetto del lavoro Michelangiolesco, (o arnolfiano, perché no?) senza stravaganze necessarie a far riconoscere che il lavoro sia stato fatto nel 2011!

Certo, Michelangelo non aveva tenuto in grande considerazione il programma medievale della Basilica di San Lorenzo, però aveva progettato una facciata in perfetta armonia con la “grammatica”, le proporzioni, i materiali e i colori dell’architettura fiorentina dopo l’opera di Brunelleschi, Michelozzo, Alberti e Rossellino.

Come propone il sindaco dunque, spero davvero che sarà la cittadinanza ad esprimere il proprio parere, Michelangelo o Arnolfo, purché tutto avvenga nel massimo rispetto della filologia e del contesto!


Link:
Libero: Confindustria, positivo dibattito su completamento facciata San Lorenzo
Blog Cristallo di Rocca: Caldi agostani
La Nazione, Firenze: San Lorenzo, pensiamo alle crepe sulla cupola
Corriere Fiorentino: San Lorenzo: Festa e rivoluzioni
Skyscrapercity: E' giusto o no completare le facciate delle basiliche secoli dopo?
Corriere Fiorentino: La città non è delle Soprintendenze
FAI, Fondo Ambiente Italiano: Michelangelo, una archistar per Firenze
Massimiliano Savorra: progetti per la facciata di San Lorenzo a Fierenze (1900-1905)

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23 marzo 2009

Quando il centro storico non era Centro Storico

Pietro Pagliardini

Sembra impossibile ma il centro storico prima di diventare Centro Storico era una città. Anzi era la città. In campagna, quando c’era da andare al mercato, dicevano: oggi “vado in città”; e andavano nel centro storico. Questo, almeno dalle mie parti, accadeva fino a poco prima della seconda guerra e per un certo periodo anche dopo. Io non c’ero, in effetti, però me lo hanno raccontato e ho visto le foto.
Fino ad un certo momento il centro storico era semplicemente tutta, o quasi, la città. Non era una parte separata, una zona preziosa da salvaguardare, al pari di una riserva naturale, un pezzo di città alienata, nel senso di qualcosa di diverso da una città vera e propria, qualcosa che, per essere oggetto di particolari cure e attenzioni, deve necessariamente sentirsi come un malato grave e quindi estranea alla città stessa.

E’ diversa perché più bella, è diversa perché non ci si può andare in auto e perché ha un valore immobiliare più alto che altrove, perché è molto murata e molto densa senza essere opprimente, perché è omogenea eppur varia, perché vi si concentra l’arte e la storia di molte epoche, perché ci sono i migliori negozi, perché non è costruita con indici e standard fissati per legge ma con molte regole spontanee e per mille altri motivi.
Forse è troppo diversa dal resto di gran parte dell’insediamento urbano ma, dato che nella sua condizione di solitudine è essa ad essere diversa dal resto e non piuttosto il resto da essere diversa da lei (a proposito, ma il centro storico è maschile o femminile? a me piace s-grammaticalmente considerarla, in quanto città, femminile), il centro storico vive, in fondo, una condizione di isolamento. Ironia della sorte: il centro storico si colloca geograficamente ed idealmente al centro di un insediamento urbano ma è marginale e sola.

Ma prima non era così. Prima delle salvaguardie e della messa sotto tutela, la città (il centro storico) viveva la sua vita come la vivevano tutte le città che erano tutte centri storici, nel senso che stavano in luoghi nodali o centrali (di un territorio) ed erano tutte storiche (nel senso che non erano giovani). Ci abitavano e vi producevano persone, vi si scambiavano merci, c’era il mercato settimanale, ma non l’odierno circo commerciale itinerante da una città all’altra.

Le persone che vi abitavano avevano gli stessi bisogni reali di oggi: ampliare il fondo artigiano, aumentare sopra una stanza per farne una camera e specializzare o migliorare la propria casa, Quando si manifestava questo bisogno lo si soddisfaceva ampliando dietro, sul lotto di pertinenza. Lo stesso facevano i vicini e i dirimpettai. E, a poco a poco, in base ai bisogni, il lotto si intasava, e così il lotto accanto, e alla fine l’isolato intero. Restavano, talora, solo poche parti libere e scoperte: orti, corti, chiostrine.

E la città cresceva dentro e sopra sé stessa.

Osserviamo in alto la ricostruzione della pianta nel 1600 di San Giovanni Valdarno (AR) e confrontiamola con la situazione odierna tratta da Google Earth: San Giovanni è una città di fondazione su progetto di Arnolfo di Cambio, dunque la città di un architetto ma, una volta progettata è, in modo naturale e senza scandalo, sfuggita di mano al suo autore ed è cresciuta fino a coprire praticamente ogni spazio libero all’interno degli isolati.
Eppure la città di San Giovanni Valdarno è oggi salvaguardata come un bene prezioso ed è diventata il Centro Storico di San Giovanni Valdarno, con norme rigorose che la proteggono come un patrimonio collettivo da trasmettere ai posteri.
La città cresceva e si riproduceva come cresce e si riproduce un organismo, come cresce e si riproduce una vita. L’architettura e l’urbanistica tradizionale permette la modificazione, l’aggiunta e la crescita in maniera armoniosa in quanto è basata fin dalla sua origine sulla complessità delle parti e delle relazioni, contrariamente all’urbanistica e all’architettura moderna tutta imperniata sul rigore geometrico astratto, sulla pulizia e purezza delle linee accompagnate dalla purezza ed essenzialità dei materiali, e non tollera aggiunte e crescita se non con elementi che siano di forte contrasto con essa.
Invece l’edilizia tradizionale accetta proprio una crescita ad essa omogenea e respinge la dissonanza. E’ simile ad un albero che cresce e che riproduce nei rami giovani e nelle nuove foglie le stesse forme delle parti adulte; è, insomma, una crescita di tipo frattale.

Poi è successo qualcosa che ha interrotto bruscamente questo metodo di crescita. E’ accaduto che è intervenuta la modernità, cioè il progresso, quindi un fatto positivo per tutti i vantaggi che esso ha portato alla vita delle persone.
Nella corsa alla modernità sono intervenuti fattori nuovi ed anche i numeri in gioco sono cambiati.

E’ andata perduta la memoria di come cresceva la città e si è sostituita ad essa la teoria.

Il ragionamento era che cambiando la società dovesse cambiare anche la città, e questo aveva una sua razionalità, solo che si è ritenuto di poter fare a meno della memoria di come era avvenuta la crescita fino ad allora e di potere e dovere ricominciare tutto daccapo. Tutto avrebbe dovuto essere diverso, senza un ragionevole perché, solo in nome della modernità.

I fondamenti della scienza, che hanno permesso quel grande progresso, non sono stati accantonati, altrimenti non ci sarebbe stato nessun progresso ma i fondamenti di crescita della città, incredibilmente, consapevolmente e colpevolmente sì.

Si è ricominciato dall’inizio, si è inventata, tenendo conto solo dei nuovi elementi intervenuti ( la mobilità nelle sue varie forme, la grande industria, l’energia elettrica diffusa, ecc), una nuova teoria, immaginando e imponendo che anche l’uomo dovesse cambiare in base a quella teoria. Non ci si è limitati, cioè, a modificare e trasformare la città per accogliere e far funzionare al meglio quelle dirompenti novità ed integrarle nella crescita della città, si è voluto trascinarvi, reinventandolo, anche l’uomo, attribuendogli dall’alto bisogni diversi da quelli di prima.

Sull’onda delle varie teorie filosofiche e politiche dell’ottocento si è voluto creare “l’uomo nuovo”, parcellizzato nelle varie funzioni che qualcuno ha deciso di imporgli: lavorare, abitare, riposarsi.

E il ritmo della fabbrica è diventato il ritmo della città. La casa è diventata la macchina per abitare. La città è stata divisa in reparti come nel processo produttivo. La divisione del lavoro è diventata la divisione della città: c’è stata cioè coerenza ma una coerenza non giustificata e soprattutto sbagliata.

E’ possibile oggi ricostruire la memoria a livello generalizzato (che a livello specialistico e di nicchia ve ne sono di coloro che ne conoscono i “segreti”) e ricostituire un tessuto strappato per trasformare le nostre periferie in una espansione del centro storico in continuità con esso e cercare di fare del centro storico la città e viceversa?
Io credo che questa debba essere l’aspirazione, il principio guida, la stella polare nella redazione di piani e norme in modo che si possa dire: quel piano e quelle norme sono coerenti con quei principi? Se sì può darsi sia un buon piano, se no è quasi certo non lo sia.

Ad esempio: il Piano casa in discussione in questi giorni è un buon piano? Potenzialmente sì, perché i principi sono semplici ma coerenti con la crescita naturale della città dentro e sopra sé stessa.


N.B. La foto in testa è tratta dal sito: Arnolfo di Cambio, che accoglie le Celebrazioni nel VII centenario della sua morte.

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