Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


Visualizzazione post con etichetta coscienza spontanea. Mostra tutti i post
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27 luglio 2011

LA CITTA' SECONDO ANTONIO PENNACCHI

Nel suo bel romanzo Canale Mussolini, Mondadori, 2010, Antonio Pennacchi scrive a proposito della bonifica dell’Agro Pontino:

Nel corso della storia umana i villaggi e le città si sono formati normalmente quasi tutti sulle vie di traffico. A forza di passarci – o ai punti di guado o agli incroci con altri sentieri – ogni tanto qualcuno si ferma, costruisce una baracchetta e lì cominciano a fermarsi e magari a commerciare anche altri viandanti. Allora si sparge la voce e sempre più gente va lì e tira su una nuova baracchetta, un’altra ancora e nasce la città.
Pure Roma è nata così: come emporio, come posto di scambio e di mercato tra Etruschi, Sabini e Latini. Sono quindi le strade e i traffici che normalmente fanno nascere le città.
In Agro Pontino è stato il contrario e sono state le città – quei villaggi – a far nascere le strade. E difatti sono “città di fondazione” perché non sono nati una casa qui e un’altra là spontaneamente, ma ci è venuto prima un geometra, quando ancora non c’era niente, e ha detto: “Qui ci verrà una casa, lì la chiesa, un’osteria, i carabinieri, la piazza e tutto il resto, e ogni casa che verrà dopo dovrà mantenere questa e quest’altra distanza dalla strada e da tutto il resto”. E hanno cominciato a lavorare e a tirare su i muri
”.


Pennacchi fino a 10 anni fa faceva l’operaio, non l’architetto e neppure il geometra. Però ha studiato le città di fondazione della bonifica dell’Agro Pontino, ma non solo: ha capito da autodidatta quello che molti architetti non hanno capito con anni di studio, cioè l’essenza dell’origine e della vitalità della città, vale a dire la strada. Non sempre per colpa loro, non è che gli architetti siano più stupidi degli altri esseri umani, ma perché non è stato loro insegnato, e non è stato insegnato perché neppure i docenti lo sapevano o se lo sapevano ne avevano rimosso il ricordo allo scopo di perseguire un’idea di città così semplice da diventare misera, funzionalista ma non funzionante, illuminista ma priva di ogni barlume di razionalità.
E con l’andare del tempo se ne è persa davvero la memoria, almeno nella cultura ufficiale dominante, quella che detta la linea a cui la maggioranza si adegua, per ovvi motivi di convenienza e quieto vivere - le dinamiche accademiche sono più o meno note a tutti – e con la cultura ufficiale l’ha persa la cultura diffusa, quella operante quotidianamente, quella dei 140.000 architetti italiani. Ovvio che non tutti l’hanno persa, che anzi ve ne sono non pochi e agguerriti che perseguono questa idea nella loro professione, negli studi, nell’insegnamento, e la diffondono e la fanno conoscere a quelli che, come me ad esempio, si rendono conto che la città come è adesso non è più una città e confrontandola con un centro storico, depurato delle grandi qualità artistiche, si accorgono che la differenza vera la fa proprio la strada.

Pennacchi in queste poche righe dimostra però di avere colto anche la differenza tra la crescita della città spontanea, con regole insediative che sono una somma di condizioni geografiche, economiche, sociali e antropologiche, e quella della città progettata, con regole edilizie imposte e non necessariamente condivise, frutto di scelte culturali e/o ideologiche, cioè di un sistema di idee.
Visto il personaggio, non è più rinviabile la lettura di Viaggio per le città del Duce, Laterza, 2008, dello stesso Pennacchi.

Pietro Pagliardini

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9 marzo 2011

PERCHE' ESISTONO I TIPI (tratto da Caniggia-Maffei)

Il dibattito su Archiwatch prima e su questo blog, qui e qui, poi intorno ai progetti per la ricostruzione di parte di un isolato in Via Giulia a Roma, mi ha spinto a rileggere alcune parti di Lettura dell'edilizia di base, 1979, di G. Caniggia e G.L. Maffei.
Ne riporto qui un estratto che ha attinenza con il tema, soprattutto in relazione ad alcuni commenti lasciati.

Lettura dell'edilizia di base (1979)
di G. Caniggia e G.L. Maffei
Cap. 1.3 Specificazioni della terminologia e delle definizioni di base.
........Vediamo ora cosa succede quando mi chiedo il perché dell'esistenza dei tipi, ovvero, in altri termini, quando mi pongo il problema dell'esistenza logica, concettuale, fabbricata solo nella mia mente, oppure dell'esistenza autentica, in sé fisica, indipendentemente dalla mia presenza di osservatore, di classificatore, di tali « tipi edilizi ». Cercheremo di risolvere tale problema avvalendoci di strumenti logico-deduttivi, particolarmente propri dei momenti di crisi: ad esempio ci chiederemo se più case sono simili perché hanno utilizzato lo stesso progetto, o perché sono dello stesso autore o di più autori di una stessa scuola; oppure se le case risultano uguali per qualche imposizione a monte, un regolamento edilizio, una legge o un editto. Tutte ragioni inefficaci ai fini di capire quel « perché », nel senso che possono opporre a ciascuna notizie, osservazioni, documenti tali da smentirle — quelle case simili non sono fatte con un progetto unico, non sono dello stesso autore, ecc. -La nostra logica si arena di fronte all'evidenza che le case analoghe, dalle quali abbiamo ricavato « statisticamente » un tipo edilizio « casa a schiera » sono così fatte perché gli autori non sarebbero stati capaci di farle differentemente.

In effetti, corrispondendo ciascuna casa al concetto di casa vigente nel momento in cui ciascuna è stata fatta, ne consegue che la casa di Tizio, quella di Caio, l'altra di Sempronio, per il fatto stesso di essere state fabbricate in luoghi non lontani, e in tempi ravvicinati, hanno un identico corredo culturale alle spalle, finalizzato all'azione del « farsi la casa »: hanno, in breve, utilizzato lo stesso concetto di casa formatosi similmente nelle loro tre menti, sintetico di tutti gli aspetti che le case realmente edificate hanno poi assunto, e necessariamente precedente alla stessa presenza fisica delle tre case stesse. Ciò perché la predominante coscienza spontanea ha guidato quel « concetto di casa » a corrispondere in quell'epoca e in quell'area culturale, a un preciso progetto mentale che è responsabile di quella somiglianza tra i prodotti finiti che ora, avvalendoci della nostra coscienza critica, possiamo riscontrare ed etichettare in un tipo edilizio.
Diversamente, ma solo in parte, accade quando predomina la « coscienza critica »; analogia tra i prodotti e costanza di comportamento in tal caso sembrano ignorate.

Se al posto di S. Frediano o Santa Croce prendiamo in esame un qualsiasi aggregato alla periferia di Firenze, recentemente costruito, e andiamo a Novoli o a Sesto, o a Rifredi, è facile verificare che tre case attigue, almeno apparentemente, sono dissimili. Una ha le finestre « a nastro », correnti orizzontalmente per tutta la facciata; l'altra le ha strette e alte, da soffitto a pavimento; nell'altra ancora sono di varie misure e collocazione, frammiste a balconi in aggetto o logge rientranti. La prima sembra fatta di sole travi, che i pilastri (che pur ci saranno se la casa si regge) sono arretrati dal filo dell'involucro; la seconda di soli pilastri, portati in aggetto rispetto all'involucro stesso, mentre di travi non ne compaiono. La terza ha una parete continua, o che almeno si mostra tale; una quarta potrebbe essere di courtain wall e apparire come fosse una finestra sola, non esplicitando affatto il modo di reggersi. Il bello è che ciascuna di queste case seguita a essere « casa », fruita, abitata e perciò stesso legittima, dato che a suo modo si regge ed è utile a qualcuno; e che tali case sono tutte pertinenti allo stesso momento storico, alla stessa area culturale. Allora non c'è che da richiamarsi a quanto già detto in precedenza: quel che appare di tali case è frutto della personalizzazione del prodotto dovuta a scelte individuali nell'ambito di un repertorio di possibilità vastissimo; scelte che tuttavia incidono solo relativamente sulla fruibilità del prodotto, garantita non da quelle scelte, ma da ciò che i vari autori non hanno scelto, da ciò che è rimasto, in quel loro operare, di predeterminato a monte delle scelte stesse, da ciò che seguita a essere residuo di « coscienza spontanea », di « concetto di casa » e quindi, intrinsecamente, di « tipo edilizio » attuale. Ma, intendiamoci bene, non è che quelle scelte siano legittime, tanto che sarebbe facile confrontare il « tipo edilizio » e le scelte secondo le reciproche capacità di associarsi per il miglior rendimento; sarà facile constatare, e lo faremo, che tali scelte, e proprio in quanto tali, sono solo una forzatura espressionistica di componenti legittime del tipo, che a sua volta non le accetta ma le subisce, scapitandone, appunto, il rendimento globale. Facciamo una controprova: guardiamo queste case dal vero, in situ\ confrontiamo poi una rappresentazione planimetrica di quel quartiere con l'immagine che ce ne siamo fatti — un catastale, ma meglio un rilievo murario, come quelli che abbiamo ormai a iosa per gli aggregati antichi e che raramente sono stati fatti per i quartieri di periferia. Quelle diversità tenderanno a ridursi, se non a sparire; quelle case appariranno secondo quello che sono (e saranno certamente case in linea, che è il tipo attualmente vigente, pur con molteplici varianti) e soprattutto si vedrà quanto illusoria, parassitaria e velleitaria sia un’immagine imposta da scelte incidenti a livello estetizzante e non sulla sostanza, che resta fedele all’insaputa dell’architetto al tipo edilizio generalizzato.


Quindi, il tipo c'è e non è una finzione logica; il tipo c'è ed è prodotto di coscienza spontanea, allora e ora. Ma è vero anche che parlare di tipo, rinvenire il tipo, è frutto di coscienza critica; il fatto stesso di applicare definizioni, di incasellare la realtà, di classificare è esigenza critica, derivata da un momento di crisi. Se per assurdo potessimo domandare oggi a un muratore del Quattrocento che stesse costruendo allora, se sta facendo una casa a schiera» a tre piani, con due finestre per piano, larga cinque metri e profonda dodici, egli non capirebbe assolutamente di cosa parliamo, perché la sua operazione, nella sua mente, è unicamente e semplicemente « costruire una casa » e non un « tipo edilizio » da noi distinto per contrapposizione ad altri tipi.


Questo significa che se è vero che il « tipo » è un derivato .genuino della coscienza spontanea, è anche vero che la nozione di tipo è altrettanto genuino derivato della coscienza critica, ossia una diretta conseguenza del porsi di fronte alla realtà, e di cercare di capirla: operazione identica a quella che fa il botanico quando classifica le piante scalarmente secondo analogie di aspetti e qualità, o a quella che fa il linguista quando individua le strutture di una lingua, la grammatica o la sintassi ad esempio: queste ultime sono strutture ceno ignorate, nel senso di non averne nozione critica, da chi le ha fatte nel corso di secoli e millenni per il semplice fatto di aver parlato; e tuttavia proprie e note a livello inconscio a chiunque, oggi come ieri, parli usando una qualsiasi lingua, e che userebbe quelle strutture sintattiche e grammaticali anche se nessun linguista le avesse ricercate e sistematizzate a livello critico.

Da quanto detto, deriva che il tipo può avere una formulazione critica, desunta mediante un'analisi a posteriori: ma deve ineluttabilmente la sua esistenza all'essere « sintesi a priori », « concetto ». Ossia esiste nella mente dell'artefice prima di realizzare una casa, e non è una prefigurazione di uno o pochi aspetti che saranno assunti dal prodotto costruito, ma di tutti insieme: è un vero e proprio organismo, inverante l'intera realtà della casa prima che questa esista fisicamente. Se la situazione dello studioso di tipologia edilizia è assimilabile a quella di un linguista, la situa-zione dell'artefice è identica a quella di chiunque parli: ossia di formulare, mediante la lingua, concetti necessariamente anteriori al momento del parlare e necessariamente sintetici di ogni carattere strutturale che il linguista potrà isolare e poi classificare.


Attraverso la nostra opera critica, che ci porta al riconoscimento di un tipo edilizio, in sostanza, ripercorriamo la via della formazione dell'oggetto edilizio fino al momento in cui questo oggetto, un istante prima di esserci (esserci nella sua fisicità di oggetto costruito) ancora non esiste se non nella sua concettualità, che è presente come programma nella mente di chi lo sta per fare, con tutta la sua storicità, ossia la sua appartenenza a un momento temporale e a un luogo determinato.


Tipo è, allora, la concettualità dell'oggetto realizzato: come tale, dunque, non è concettualità di parte dell'oggetto, non è schema funzionale-distributivo, non è struttura, non è una facciata, e basta. È tutto questo insieme, e tutte le aggettivazioni che potremo poi applicare all'oggetto stesso: tipo è l'insieme unitario delle definizioni che concorrono mutuamente a formare l'oggetto stesso, integrate organicamente; è proiezione totale, prima concettuale, quando nasce, poi logica, quando lo esaminiamo, dell'oggetto esistente, conformata secondo il «concetto di casa» presente nella mente dell'artefice a livello di coscienza spontanea, vigente in un determinato momento storico, frutto del progressivo succedersi dei « concetti di casa » evoluti anteriormente a quel momento storico. La globalità delle componenti del « tipo » è riassumibile nei tre caratteri dell'edilizia, nella nota triade vitruviana firmitas, utilitas, venustas o meglio, come sottolinea molto giustamente L. Vagnetti, ratio firmitatis, ratio utilitatis, ratio venustatis: precisazione importante perché rafforza più chiaramente il senso della distinzione, riaffermandone la fondamentale unità. È un'unica ratio, un'unica ragione globale in tre aspetti concorrenti. In linguaggio odierno potremmo dire: la globale razionalità della struttura (cioè del modo di « star su » di una casa), inscindibile con l'esigenza che questa sia utilizzata secondo un'integrata globale razionalità della distribuzione (cioè dell'uso che si fa di una casa); ambedue inscindibili con una globale razionalità della leggibilità (cioè di come questa casa riesce a essere capita da chi la guarda o ne fruisce, riesce a trasmettere le sue modalità di star in piedi e di funzionare); come questa casa riesce a esprimere unitariamente tutto questo attraverso un linguaggio, un codice collettivo caratterizzante un'area e un momento civili, tanto da risultare leggibile quale proiezione totale del suo essere oggetto fatto dall'uomo.


La cognizione di tipo richiama indispensabilmente un'ulteriore definizione, quella di processo tipologico. Se esaminiamo più tipi edilizi non contemporanei, in una stessa area culturale, ci accor-giamo di una progressiva differenziazione tra questi, più sensibile tra tipi distanti nel tempo, meno vistosa se letti in intervalli ravvicinati.


L'operatore del Trecento che si fa la casa la costruisce secondo il tipo, il concetto di casa, di quel momento; l'operatore del Quattrocento agisce similmente, facendosi la casa secondo il concetto, il tipo, vigente alla sua epoca. È facile riscontrare, quindi, una scalare mutazione del tipo edilizio a seconda dell'epoca: anche se all'interno di una stessa definizione, la « casa a schiera », varia a seconda della data di edificazione; non solo, ma è facile anche notare che la casa a schiera costruita nel Trecento, soltanto per essere ancora utilizzata nel Quattrocento, tenderà a modificarsi secondo il tipo del momento. Il che vuoi dire che per ogni epoca si è raggiunta un'accezione differenziata del « concetto di casa » che ha prodotto case diverse: non solo limitatamente al tipo della casa (che chiameremo, come meglio vedremo, « tipo di base »), ma anche per qualsiasi altro oggetto edilizio, e diciamo pure per qualsiasi oggetto antropico in generale, vediamo prodursi in una stessa area similari mutazioni al variare del tempo. Tuttavia, al di là delle differenze, vediamo un vistoso fenomeno di continuità, altrettanto facilmente leggibile delle differenze, tra prodotti analoghi: cosicché la casa a schiera del Trecento avrà certi caratteri che seguiteranno ad accomunarla a quella del Quattrocento come a quella del Duecento, attestando una mutazione graduale dei prodotti attuati prima e dopo rispetto a quello pertinente ad un certo intorno temporale. Se poi confronto le mutazioni del « tipo » a più minuti intervalli temporali intermedi, mi accorgo che nel corso di un secolo il tipo è variato attraverso una serie di mutazioni intermedie, alcune caduche, nel senso che non hanno sensibilmente inciso sulla nuova formulazione del tipo, altre permanenti, che ritrovo appunto nel tipo rinnovato: ciò anche indipendentemente dalla progressiva e scalare edificazione, nel senso che quasi sempre l'attività edilizia in un luogo non è continua, ma si realizza per alterni momenti di « boom » edilizio e di stasi.

Nella meccanica di mutazioni incidono soprattutto le variazioni progressive degli edifici già esistenti, gli adattamenti capillari di quel che già c'è per renderlo atto, a volte con limitati aggiorna-menti, a un continuo rincorrersi tra processualità degli edifici e parallela mutazione processuale dei bisogni. In realtà il contributo delle mutazioni capillari risulta leggibile solo ad intervalli prolungati, confrontando un nuovo assetto raggiunto con la stesura anteriore: chiameremo fase l'intervallo cronologico di sufficiente ampiezza a che tali mutazioni siano riscontrabili con una sufficiente chiarezza. Se, dunque, esamino i tipi nella loro progressiva mutazione, nel susseguirsi di una successione di fasi, ottengo quel che chiamiamo « processo tipologico ». Il quale può anche leggersi in un delimitato intorno storico, ma tenendo ben presente che vi è di necessità un certo margine di riduttività, in tal modo, poiché per definizione il susseguirsi di tipi non può aver inizio se non dal momento in cui nella mente dell'uomo si è formato il concetto generale di « casa »; e non può aver fine se non quella, del tutto provvisoria, corrispondente al momento attuale. Diciamo ancora che, esaminando i prodotti edilizi di un'area culturale, noto che questi mostrano diversità dagli analoghi prodotti di qualsiasi altra area: e che tali diversità sono scalarmente crescenti a seconda sia del crescere della distanza puramente metrica, sia anche delle delimitazioni spaziali imposte, fase per fase, a ciascuna cultura.


Ossia in una stessa fase storica sono diversi gli edifici prodotti, mettiamo, nel Lazio o in Toscana; ma ancor più lo sono quelli della Toscana rispetto agli analoghi in Francia; e presenteranno ancora maggiori diversità, al confronto, gli edifici della Toscana e quelli della Cina, al punto che diventano quasi simili quelli tra Toscana e Lazio che a prima vista avevo qualificato come diversi. Tutto ciò sempre relativamente alla precisazione di un intorno temporale, poiché, ad esempio, sono maggiormente differenziate due case, una toscana e l'altra emiliana, nel Duecento, di quanto non lo siano due esempi analoghi nel Quattrocento.


Questo sta a significare che la stessa scalarità che leggo nel tempo in una stessa area culturale la leggo anche nello spazio, al confronto tra più aree culturali; cioè vedo che nello spazio v'è una continuità di differenziazioni dei prodotti edilizi al punto che posso parlare di un processo tipologico anche nella progressiva dislocazione differenziata di aree a contatto. Mi approssimo alla realtà processuale solo se associo ambedue le varianti, e leggo unitariamente il processo tipologico come un susseguirsi di mutazioni temporali e di distinzioni, e relative mutue influenze, spaziali: in breve, devo parlare di processualità storica. La storicità, che è condizione di esistenza sia di ciascun uomo, sia di ciascun oggetto che produce, sia di ciascun avvenimento che lo riguarda, è inscin-dibile da una duplice relazione spazio-temporale. Un uomo, un oggetto, un avvenimento esiste in quanto collocato in un tempo e in uno spazio determinato. La storia è un sistema di individuazioni spazio-temporali leggibili attraverso la loro processualità, prodotta dalla unità-distinzione che deriva dall'essere, ciascuna individuazione, collocata in un reciproco legame, che è anche reciproca contrapposizione. Nulla esiste che non sia, o non sia stato nello spazio e nel tempo: condizione di esistenza è di essere in un determinato tempo e luogo.....

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28 agosto 2008

ORGANISMO E AUTOSOMIGLIANZA: UN'ANTINOMIA NON RISOLTA

Pietro Pagliardini

Nel blog sono apparsi di recente due post apparentemente diversi: uno sosteneva che la città è simile ad un organismo vivente, l’altro trattava dei frattali e dell’autosomiglianza in architettura.
L’autore del post sui frattali, intellettualmente molto esigente, comparando i due post si è posto però, con ciò ponendolo anche a me, questo dilemma:
“Il fenomeno dell’autosomiglianza appartiene all’architettura tradizionale e classica ma si può estendere anche alla città e nel post ci sono anche alcuni accenni . Ma i frattali non sono organismi, anzi sembrano l’esatto opposto, e allora come è possibile che da due procedimenti logici che partono da principi opposti si arrivi alle stesse conclusioni? Se la città è assimilabile ad un organismo come è possibile che presenti anche caratteristiche della geometria dei frattali?”.

Quesito difficile che, se non risolto, potrebbe indurre anche alla conclusione che l’uso che abbiamo fatto di queste metafore non siano tanto astrazioni della mente utili a ricavarne leggi sull’essenza e sul funzionamento dell’architettura e della città quanto espedienti letterari e narrativi privi di corrispondenza alla realtà, frutto di elucubrazioni intriganti ma fuorvianti.
Mi azzarderò a tentare una parziale risposta sperando di soddisfare il rigoroso interlocutore.
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Nei due post si sostiene che la città per funzionare deve essere simile ad un organismo vivente complesso e, contemporaneamente che una forma architettonica o urbana per essere riconosciuta come bella dall’uomo, deve riprodurre, in forma astratta, le forme della natura le quali sono, in moltissimi casi, identiche a sé stesse via via che si scende di scala.

Entrambe le due condizioni convergono (o forse sono strumentalmente utilizzate dai due diversi scriventi) verso la stessa visione di un ritorno alla storia sia in urbanistica che in architettura, portano cioè acqua al mulino di un ambiente urbano tradizionale e/o classico.

Tuttavia sembra di essere in presenza di una antinomia cioè di quella condizione che sfugge al principio di non contraddizione in base al quale o è vera A o è vera non-A mentre in questo caso sembrerebbero vere sia A che non-A.
Può darsi che uno dei due procedimenti logici parta da un principio sbagliato, per cui, ad esempio:
non è necessariamente vero che la città sia assimilabile ad organismo;
oppure:
non è necessariamente vero che l’architettura debba essere costruita con il principio dell’auto-somiglianza a causa della “necessità per la mente e il corpo dell’uomo di un rapporto di continuità con le forme della natura e dell’ambiente” che, perciò, risulterebbe falso.

Un bel problema che, logicamente, è fuori della mia portata. Per dare una risposta occorre però verificare, innanzi tutto, se entrambe gli assunti iniziali siano veri, o almeno verosimili.

Lo farò non ripetendo le stesse cose già dette nei due post precedenti ma appellandomi alla forza dell’analisi e della teoria di Caniggia e Maffei, i quali, sulla scia di Saverio Muratori, hanno studiato il processo evolutivo “dell’ambiente antropico”, dalla scala del tipo edilizio fino alla scala del tipo territoriale, nel loro “Lettura dell’edilizia di base”, Alinea

LA CITTA' COME ORGANISMO

Tutto lascia presumere che la città si evolva e si modifichi secondo principi analoghi a quelli degli organismi viventi: in particolare si consideri la “legge dei raddoppi” che vale ad ogni scala: dalla matrice elementare edilizia di circa 5/6 metri per circa 5/6 metri avviene il raddoppio in altezza; successivamente avviene il raddoppio in pianta, passando al tipo edilizio di base di circa 5/6 metri per circa 10/12 metri e per due piani, successivamente ancora alla casa in linea e così via in un processo di tipo organico per le sue forti somiglianze con il processo biologico cellulare

Ma c’è tutto il processo di crescita e modificazione “dell’ambiente antropico” a confermare il comportamento organico: “ Qual'è dunque la spinta alla crescita del tipo; a che è dovuta la necessità di acquisizione di spazio maggiore, in relazione allo sviluppo di una civiltà? Sembra evidente che, da uno spazio a uso indifferenziato, che già assolve e riassume tutte le funzioni di una casa odierna in poca superficie, il “tipo base”, vengono di volta in volta separate le funzioni che l’uomo ha progressivamente ritenuto di dover separare, attribuendo a ciascuna uno spazio proprio, specializzato ad assolvere quella determinata funzione.” (Caniggia-Maffei- Lettura dell'Edilizia di base - Pag. 98)

Cioè l’organismo da semplice e indistinto si specializza, come nel processo evolutivo della natura.

Questo per quanto attiene alla crescita, ma esiste anche la funzionalità della città e anche qui l’assimilazione all’organismo è dato dalla presenza di “organi, o altre parti che lavorano insieme per svolgere i vari processi della vita” (definizione tratta da www.thefreedictionary.com/organism).
Come negare l’esistenza di organi diversi e collaboranti nella città! Le varie polarità urbane, ciascuna con funzione specifica ma integrata, il rapporto tra le strade e la piazza, i temi collettivi, che integrano e servono la residenza, le connessioni stradali che, similmente al corpo umano, devono essere ridondanti per evitare che il blocco di una sola di ese causi il blocco di tutto il flusso.

Se poi qualcuno ritenesse che il corpo umano è assimilabile e ad una macchina (o meglio, l’inverso) si entrerebbe in questo caso in problematiche filosofiche diverse che esulano da questo post. Ciò che conta è che la città, nel suo complesso e a tutte le scale cresce e si comporta in modo simile ad un organismo vivente, almeno a livello di “coscienza spontanea”. Inutile tornare sul confronto delle favelas o delle borgate romane abusive che, planimetricamente, sono città migliori di molte tra quelle pianificate.

LA CITTA' COME AUTOSOMIGLIANZA

Che "l’ambiente antropico" si sia sviluppato secondo un disegno che si avvicina molto a quello dei frattali, lo dice la modularità, dalla scala edilizia a quella urbana, per cui “una città grande finisce per essere costituita dall’associazione gerarchizzata di tante città piccole, una piccola da un’associazione organica di paesi, un paese da una società di villaggi a loro volta fatti da una gerarchia, sia pur minima, di case. Tutto ciò implica che una metropoli dovrà essere letta attraverso un mondo di moduli progressivamente comprendenti moduli più contenuti, a loro volta fatti di moduli ancor più piccoli, ecc; ciascuno comunque rappresentativo di un organismo relativamente autosufficiente, gerarchizzato, ossia fornito di ruolo peculiare.....”(Lettura dell'edilizia di base- pag.178). In questo brano si descrive il fenomeno dell'autosomiglianza di un organismo. E’ d’altronde facile, a livello intuitivo, verificare questo fenomeno: basta solo visitare i siti Google Earth o Visual Earth, posizionarsi su una città e zoomare a scatti fino a che lo consente il software e, ad ogni vista, si possono osservare forme di aggregazione simili a quelle della vista precedente (vedi immagini di Siena all'inizio).

Allora, se Caniggia e Maffei hanno ragione, sembrerebbero veri entrambe gli enunciati (e loro non si sono posti il problema dei frattali, la cui prima pubblicazione è del 1975 in inglese, mentre i loro studi sono precedenti e contemporanei, né dovevano dimostrare che la città è un organismo ma lo hanno dedotto dalla lettura dei tessuti edilizi).

Siamo d’accapo: com’è possibile? Per tentare (ancora!) di spiegarlo devo ricorrere ad un’altra metafora, quella del corpo umano.

"Il corpo umano è un organismo perché risponde alla seguente definizione:
Una forma individuale di vita, come una pianta, un animale, un batterio ecc; un corpo costituito da organi, o altre parti che lavorano insieme per svolgere i vari processi della vita
" (definizione tratta dal sito www.thefreedictionary.com/organism).

Il corpo umano è appunto costituito da organi (cuore, polmoni, neuroni, vasi sanguigni, ecc.) diversi che lavorano insieme. Il corpo umano, nella sua forma esterna ha ben poco di frattale, come invece avviene nel caso degli alberi o del cavolo. Ma i singoli organi hanno geometria frattale: i polmoni è il caso più evidente, ma anche il cuore e l’intestino.
Dunque vi è apparentemente una differenza tra la scala grande e la scala piccola. Ma è in fondo, la stessa differenza che c’è tra la simmetria e la asimmetria nel corpo umano: mentre il corpo umano è, all’esterno e frontalmente, simmetrico, la sua anatomia interna lo è molto meno, a parte la colonna vertebrale e gli organi doppi.

Ma per quello che riguarda la percezione umana l’anatomia interna non conta niente, conta ciò che si vede e l’astrazione della forma che viene elaborata dal cervello. Chiedete ad un bambino di disegnare un uomo e, somigliante o meno alla realtà, sarà certamente simmetrico.
Anche gli alberi sono, nella percezione immediata, simmetrici ma lo sono molto meno, se non affatto, nella realtà.

Dunque, se all’interno del corpo umano, che possiamo definire l’organismo per definizione in quanto è il più complesso, convivono anche forme frattali (forse solo forme frattali) credo che sia a maggior ragione possibile nell’ambito della città.
Sulla problematica dei frattali legati all’architettura e all’urbanistica resta il dubbio del perché l’ambiente antropico dovrebbe svilupparsi secondo processi di questo tipo, come se ammettere questo presupponesse una sorta di determinismo, di fede o di qualcosa di magico.

Anche a questo però rispondono bene i soliti Caniggia e Maffei:

Al confronto con altri comportamenti non antropici, nel campo della biologia o della struttura della materia, possono notarsi sorprendenti analogie. Riteniamo che ciò non debba stupire poiché l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia. In sostanza , quando l’uomo agisce, si assume il carico di partecipare al sistema di globale divenire di tutta la struttura del reale, quindi è intrinsecamente “naturale” anche quando attua le sue strutturazioni dotate di un alto grado di “artificialità”: lavora sulla materia che esiste, e non può che aderire, anche se non lo sa e non lo vuole, alle leggi formative della natura. Omissis.
In sintesi la nostra lettura porta alla comprensione di una globale organicità del reale: come parte di questo la realtà edilizia, “spontanea” o “pianificata” che sia ……… è fittamente strutturata, non nasce né si modifica casualmente, ma deriva da una costante evoluzione guidata da un sistema unitario di leggi di formazione e mutazione che costituisce quel che chiamiamo “processo tipologico dell’ambiente”, in tutte le sue possibili e molteplici diramazioni.
Caratteristica intrinseca a ogni fase di tale processo è la presenza di un sistema di progressive modularità tra ciascuno dei termini scalari, dall’arredo al territorio: così che la partecipazione individuale dell’uomo al suo mondo strutturato è connessa alla molteplicità degli uomini e delle cose mediante una progressione di grandezze crescenti, ciascuna comprensiva e compresa dalle altre
”. (Lettura dell'edilizia di base . Pag.259)

Come si vede, senza conoscere la geometria dei frattali, erano giunti alle stesse conclusioni.

A chi poi facesse il prevedibile richiamo alla teoria del caos, che tanto piace evocare a molti architetti contemporanei, per affermare che proprio i frattali dimostrano l’impossibilità di determinare leggi universali per la città, essendo nel campo dei sistemi non lineari, faccio osservare:

a) Che caos non significa necessariamente confusione ma è il nome di un ordine di tipo diverso, molto più complesso. “Lo studio del caos ci consente di conoscere in quali condizioni il sistema si comporterà in un dato modo.” La definizione di Teoria del caos, da un punto vista scientifico si chiama Teoria dei Sistemi Dinamici non lineari. Anche i nomi contano.
b) Che le mele cascano sempre dagli alberi e le leggi sulla gravitazione dei corpi celesti, che si basa sui sistemi lineari, consentono sempre di determinare l’esatta posizione di un astro in un momento definito, per cui non si tratta di rinnegare secoli di ricerca scientifica e filosofica che hanno prodotto grandi scoperte nelle leggi della natura, ma prendere atto che esiste una complessità maggiore del previsto. D’altronde “l’indeterminismo di fatto, ma non di principio, non è eliminabile, dato che in un sistema numerico è comunque necessario fissare un certo grado di precisione non infinito e qualsiasi grado anche più alto di precisione produrrà storie dinamiche differenti. Questo è il cosiddetto caos deterministico, dove il sistema ha un comportamento complessivamente regolare ma irregolare nel dettaglio, e quindi è impossibile prevedere il suo comportamento negli istanti futuri.”. Questa definizione, che fa chiarezza su certe semplificazioni, è tratto da http://www.dti.unimi.it/~pizzi/TESI_ECG/1%20Teoria%20del%20caos.pdf

Certamente la teoria del sistemi dinamici non lineari ha rimesso in discussione il pensiero scientifico e filosofico precedente ma questo non autorizza ad utilizzarla strumentalmente e semplicisticamente per giustificare la dissoluzione della città e dell’architettura in un “caos” appunto, in cui ognuno possa fare ciò che crede con un automatismo deterministico, appunto, tra teoria del caos e teoria della confusione urbana.

Che le attività e gli eventi all’interno di una città appartengano al genere sistemi dinamici non lineari, credo sia abbastanza semplice da comprendere, ma che la sua forma, per questo, debba essere inevitabilmente caotica, per coerenza ad un sistema scientifico, mi sembra possa rientrare nell'ambito della scelta e non della necessità.

Basti un’osservazione elementare: il fatto che i sistemi dinamici non lineari siano stati scoperti qualche decennio fa non significa che prima i comportamenti non lineari della natura non esistessero, significa solo che erano sconosciuti; allora perché, pur vigendo ovviamente quel tipo di comportamento "caotico", le città medievali, rinascimentali, barocche si sono organizzate in quel determinato modo, che oggi si dice superato dalla “scoperta” della teoria del caos?
Anche quelle città si sono organizzate, in maniera "ordinata", in presenza del “caos”, solo che non se conosceva la teoria.

Conclusioni

La città, o meglio “l’ambiente antropico”, si sviluppa come un organismo e contemporaneamente prende forma seguendo il fenomeno dell’autosomiglianza, cioè dei frattali. Anche il corpo umano presenta queste medesime caratteristiche.

L’antinomia non è però risolta.

Ma, a questo punto, domando all’amico ingegnere e a chi avesse la soluzione: esiste davvero l’antinomia?



N.B. I riferimenti al numero delle pagine del libro di Caniggia e Maffei sono quelli della vecchia edizione di Marsilio editori e non a quella in vendita di Alinea.
Le immagini aeree sono tratte da Visual earth di Microsoft

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