Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


12 novembre 2011

TRA LA VIA EMILIA E ....L'EAST

Dall'amico Enrico Defini, medico bolognese, viaggiatore curioso e appassionato di architettura e arte, ricevo questa cartolina di viaggio con alcune impressioni sui grattacieli di Manhattan ma non solo.

Caro Piero,
rientro da Manhattan, dopo una indigestione di grattacieli.
Erano con me una coppia di amici, che vedevano NY per la prima volta.
Mi sembra interessante riportarti le impressioni che questi amici (colti intelligenti ma "digiuni" in tema di architettura-urbanismo) esprimevano, al cospetto dei grattacieli.
Volutamente mi astenevo, per quanto possibile, da influenzare o pre-condizionare le loro opinioni.
Bisogna premettere che New York City, rispetto alla mia ultima visita, poco prima dell'11 settembre, è molto cambiata. Se due grattacieli mancano, decine di nuovi sono spuntati e stanno crescendo. Giurerei che la torre che stanno costruendo di fianco al Ground Zero Memorial, è cresciuta di un paio di piani nei sette giorni che sono stato là... (ha già raggiunto almeno i 300 metri!)

Vengo alle impressioni dei "profani" (come se io non lo fossi!!):

Innanzitutto si conferma che le forme "eleganti" in vetro acciaio e titanio vengono istintivamente viste come "belle" (e siamo al solito discorso sulla differenza tra oggetti di arredamento ed elementi urbanistici).
Ma insieme alla bellezza e allo stupore, i miei amici esprimevano anche valutazioni circa la "funzionalità" e considerazioni sugli aspetti logistici interni agli edifici e più in generale sulla rete infrastrutturale necessaria (indispensabile!) alla vita di un grattacielo.
Un edificio in cui abitano, o lavorano 5 o 10mila persone, non può esistere senza una rete di trasporti capiente, efficiente, vicina, affidabile.
Se i 7mila dipendenti del New York Times arrivassero al grattacielo (by R.Piano) sulla 8th av.-42nd street con le loro automobili, nessun parcheggio sarebbe sufficiente; nella migliore delle ipotesi alcuni (molti) dovrebbero lasciare l'auto a qualche centinaio di metri; le operazioni di ingresso e di uscita sarebbero caotiche e lunghissime. E la cosa andrebbe moltiplicata per centinaia di grattacieli.
E le operazioni di carico e scarico merci? Un albergo di 500, o mille, o 1500 stanze (e ce ne sono decine) produce spazzatura, biancheria da lavare, in quantità che fanno impressione. E gli approvvigionamenti? E lo stoccaggio delle scorte? Solo per la carta igienica, un camion al giorno!

Questo tipo di ragionamenti ha provocato nei miei amici una sorta di ammirazione per l'organismo "città" declinato alla newyorkese.
Facendo un paragone (moooolto ardito) con le nostre città e cittadine, dove si innalzano, o si vorrebbero innalzare, grattacieli senza un motivo plausibile e senza il substrato culturale storico logistico di cui NY dispone, si rischia di cadere nel ridicolo e nello scontato.

Ma è un fatto che NY è la città degli estremi. Foresta di grattacieli e tecnologie all'avanguardia, ma anche una città a misura d'uomo, dove ci si può spostare a piedi o in bicicletta.
E a proposito di bici, dopo 12 anni, ho constatato un netto aumento del loro uso; nelle mie precedenti visite ('93, '95 e '99) erano rarissime; solo qualche "pony express" di colore a sfrecciare pericolosamente. Noleggiarne una era possibile solo a Central Park, e solo tra maggio e settembre. Oggi ci sono decine di bike-rentals, decine di chilometri di piste ciclabili (e altre in costruzione); e anche centinaia di trabiccoli tipo "risciò" in cui un pedalatore trasporta due clienti su un divanetto posteriore; prezzo concorrenziale rispetto alle carrozze bianche.

Tornando ai grattacieli, bisogna riconoscere qualche qualità alla torre di Gehry a Lower Manhattan, la casa di abitazione più alta del mondo occidentale.
Mi ha deluso invece l'Heart Bldg di Foster.
E per parlare delle sensazioni mie personali in generale, rispetto agli anni '90, devo riconoscere che la lezione di Salìngaros ha lasciato il segno: gli edifici degli anni '20-'30, con i loro fregi art-déco (molti perfettamenti restaurati) mi sono quest'anno sembrati molto più belli e interessanti, rispetto alla fredde superfici delle glass-box.
In generale ho constatato di avere messo insieme uno sguardo più attento all'aspetto esterno mentre in precedenza mettevo in primo piano la funzionalità interna.
Scusa lo sproloquio, ma avevo piacere di condividere questi miei "pensierini"
Enrico

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11 novembre 2011

GIORGIO VASARI: GIORNATA DI STUDI

Pubblico il comunicato stampa dell'Ordine degli Architetti PPC di Arezzo per una giornata di studi sul nostro concittadino Giorgio Vasari in occasione del 500° anniversario della sua nascita.

COMUNICATO STAMPA
(informativa completa su www.architettiarezzo.it )

UNA GIORNATA DI STUDI SU GIORGIO VASARI ARCHITETTO
Studiosi, architetti e docenti universitari il 18 novembre al Teatro di Via Bicchieraia ad Arezzo

Arezzo - Come architetto fu la figura chiave delle iniziative promosse da Cosimo I de' Medici, progettando opere, come gli Uffizi a Firenze, il Palazzo delle Logge ad Arezzo e Palazzo della Carovana in Piazza Cavalieri a Pisa, che, a distanza di secoli, ne attestano la straordinaria intelligenza urbanistica. A questo aspetto di Giorgio Vasari, poliedrico artista aretino del quale quest'anno vengono celebrati i 500 anni dalla nascita, è dedicata la giornata di studi organizzata dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Arezzo, che si terrà venerdì 18 novembre prossimo presso il Teatro “Pietro Aretino” in via Bicchieraia ad Arezzo e che vedrà la partecipazione di insigni studiosi, architetti e docenti universitari.
L'architettura e la storia” sarà il tema della prima parte della giornata. In programma interventi di Francesco Gurrieri (Università di Firenze) “Giorgio Vasari architetto del Principe”, di Gabriele Morolli (Università di Firenze) “Vasari, Alberti: il templum cristiano e l'ordine architettonico disadorno”, di Anna PincelliGiorgio Vasari architetto aretino. Fabbriche ed interventi vasariani nella terra d'origine”, di Paolo Portoghesi (Università La Sapienza - Roma) “Sintassi e paratassi nell'architettura vasariana”.
Vasari e l'architettura contemporanea” sarà invece il tema che verrà affrontato nella seconda parte dei lavori, con l’intento di sintetizzare le conoscenze e la figura dell’architetto rinascimentale rispetto a quello contemporanee, i mutamenti, la figura del principe-committente rispetto ai committenti di oggi, le modificazioni nel tempo della progettazione di un’architettura rapportata a tecnologie e culture in continuo divenire. Previsti gli interventi di Massimo Carmassi (IUAV Venezia), Guido Canali, Paolo Portoghesi, Giovanni Vaccarini, Stefano Pujatti: moderatore, Luigi Prestinenza Puglisi, Presidente Associazione italiana architettura e critica. A conclusione dei lavori seguirà una tavola rotonda aperta al pubblico.
Al convegno, che ha ottenuto il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, porteranno il proprio saluto agli intervenuti, il Presidente dell'Ordine degli Architetti PPC di Arezzo Paola Gigli, il Sindaco Giuseppe Fanfani, il Soprintendente per i Beni A.P.S.A.E. di Arezzo Agostino Bureca, il Primo Rettore della Fraternita dei Laici Liletta Fornasari.

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9 novembre 2011

COMMISSIONE GRATTACIELI - ROMA


CONFERENZA STAMPA

La recente istituzione della Commissione "Grattacieli" voluta dal Sindaco Alemanno ha lasciato nello sconforto i romani, gli italiani e tutto coloro i quali, nel mondo, amano la Città Eterna. Il Gruppo Salìngaros, la Società Internazionale di Biourbanistica, la Commissione Urbanistica della Sezione Romana di Italia Nostra hanno dunque deciso di convocare questa conferenza stampa al fine di far riflettere il Primo Cittadino sulla inopportunità e pericolosità di questa scelta.

Quando:
Martedì 15 novembre, ore 11.00 - 12.30

Dove:
Sede Nazionale Italia Nostra
Viale Liegi, 33 tel. 068537271
Roma


Interventi:
Carlo Ripa di Meana
Ettore Maria Mazzola
Gabriele Tagliaventi
Nikos Salìngaros
Pietro Samperi


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1 novembre 2011

IL MASCHERAIO

L’architettura è arte e quindi l’architetto è un artista”.
Questa è la convinzione, in alcuni profonda e motivata, nei più accettata acriticamente, in quasi tutti divenuta luogo comune, frase fatta.
Prestinenza Puglisi è, ad esempio, uno dei più convinti (link all'articolo).
Quindi in Italia ci potrebbero essere circa 140.000 artisti, oltre a quelli dediti ad altre arti e a tutti quelli che si sentono artisti della domenica, a riprova del detto che il nostro è “ Un popolo di poeti di artisti, di eroi, di santi, di pensatori di scienziati, di navigatori, di trasmigratori” come scolpito nel Colosseo quadrato.

Quest’idea dell'architettura come arte è il fondamento ideologico per giustificare i peggiori progetti, il ruolo dell’archistar, la libera creatività dei 140.000. Dietro c'è una visione dell’architettura come fatto puramente concettuale senza riferimento alcuno alla realtà, la sconfessione dell’essenza dell’architettura, che è arte sì, ma civica.

Vorrei però non farla lunga, visto che l’ha spiegato benissimo questa mattina un mascheraio alla radio.
Ascoltando la trasmissione Chiodo fisso su Radio3, dedicata questo mese al teatro, ho sentito Ferdinando Falossi, storico del teatro e mascheraio, cioè il costruttore di maschere teatrali, spiegare in cosa consiste il suo lavoro. Questo il cuore di quanto ci interessa:

La maschera non è una costruzione artistica tout court perché si lavora al servizio di un regista e di un attore quindi il costruttore di maschere è il costruttore di uno strumento di lavoro per qualcun altro che poi dovrà viverci dentro, dovrà abitare la maschera, dovrà sudarci, dovrà farci le prove, dovrà lavorarci.
Il mascheraio ha poco da fare l’artista e non potrà mai dire: “ma io la vedo così”, perché il mascheraio deve confrontarsi con qualcun altro. Quindi è una dimensione artigianale, di fatica artigianale che porta alla costruzione di un prodotto
”.

Sostituisci mascheraio con architetto, regista e attore con committente ed ecco spiegato. Inutile aggiungere altro, solo che questo è il link alla trasmissione, avvertendo che vale la pena ascoltarla tutta a prescindere, ma la parte specifica è compresa nei primi 3 minuti circa.
Buon ascolto

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BIENNALE DI PADOVA: RIGENERAZIONE URBANA SOSTENIBILE?

Un post di Ettore Maria Mazzola cui segue un mio commento

Biennale di Padova – Rigenerazione Urbana Sostenibile … ma quale???
di Ettore Maria Mazzola

Negli ultimi anni, come “Gruppo Salìngaros” e “Società Internazionale di Biourbanistica”, abbiamo portato avanti progetti, pubblicazioni e conferenze incentrate sul tema della “Rigenerazione Urbana Sostenibile”. Nel tempo abbiamo registrato un enorme interesse da parte del grande pubblico e della classe politica, indipendentemente dagli schieramenti di destra o di sinistra. In particolare, grazie alla profondità ed attualità dei temi trattati, il sito web dell’International Society of Biourbanism ha registrato un altissimo numero di contatti e di richieste di iscrizione da tutte le parti d’Italia e dall’estero, ed abbiamo ricevuto moltissime richieste di pubblicazione di papers sul Journal of Biourbanism. Come è nella natura delle cose, purtroppo, ben presto abbiamo dovuto renderci conto che alcune persone e/o gruppi volessero affiliarsi al gruppo e adoperare il marchio dell’ISB per promuovere cose che tutto possono essere tranne che rappresentare progetti biofilici e sostenibili.

Oggi ci troviamo a registrare l’esistenza di una mostra/convegno che utilizza i temi da noi trattati, addirittura ricalcando il titolo di una delle nostre conferenze, dove però nessuno del gruppo è stato minimamente interpellato, né come relatore, né come espositore, né come membro del comitato scientifico.
Per aiutare a comprendere di cosa stiamo parlando, mi affido alle parole del sito che pubblicizza l’evento:

"Dal 27 Ottobre 2011 al 13 Febbraio 2012 presso il Palazzo della Ragione di Padova ci sarà l'esposizione della 5° mostra, non più incentrata sui progetti e opere di un architetto di fama internazionale, ma sul tema della rigenerazione urbana sostenibile, al fine di promuovere strategie di interventi su scala urbana e metropolitana, mirate a riqualificare quartieri degradati per gli aspetti edilizi, urbanistici, sociali e ambientali.
Gli architetti Michele De Lucchi -AMDL-, Andrea Boschetti e Alberto Francini -METROGRAMMA-, allestiranno l’esposizione di esperienze nazionali e internazionali di riqualificazione e rinnovo urbano, incentrate principalmente su tre livelli:
- le sfide della contemporaneità e dei suoi stili dell’abitare, del lavorare, del vivere, della multietnicità;
- la sostenibilità mediante l’uso di nuove tecnologie, compatibili con l’ambiente e che assicurino il risparmio delle risorse;
- l’integrazione e la continuità con il tessuto urbano esistente, la storia dei luoghi e i fatti identitari locali.
La Mostra sarà accompagnata da conferenze e tavole rotonde con architetti, urbanisti, economisti giuristi, esperti in sociologia urbana, amministratori di importanti città nazionali e internazionali oggetto di virtuosi interventi innovativi per approfondire, in modo interdisciplinare, i criteri di applicabilità di un approccio integrato alla riabilitazione urbana.
La Mostra a Palazzo della Ragione (allestimento di Michele De Lucchi, A. Boschetti e Alberto Francini) si incentra sul tema della rigenerazione urbana sostenibile prendendo lo spunto dalla comunicazione della Commissione Europea “Europa 2020”, una strategia per la città del futuro: sostenibile, intelligente e inclusiva ed inoltre dal Documento del Comitato economico e sociale europeo (CE.SE.) “Necessità di applicare un approccio integrato alla riabilitazione urbana
”.

Fin qui, tutto potrebbe sembrare giusto e legittimo, se nonché ecco la sorpresa … che sorpresa non è affatto. Le immagini ad inizio post rappresentano le opere in mostra organizzate per categorie come da programma.
Anche se è fuori dall’elenco ecco un’immagine di un altro progetto per Parigi sviluppato dagli stessi autori, progetto che lascia intendere come secondo questi personaggi potrebbe crescere il verde!

In pratica, piuttosto che confrontarsi con chi da anni pratica e studia scientificamente questo argomento, gli organizzatori hanno preferito limitarsi ad utilizzare lo slogan di un nostro convegno (nel quale vennero mostrati interventi sostenibili di rigenerazione urbana), per poter presentare ridicoli interventi le cui autoproclamate sostenibilità e intelligenza si limitano alla presenza di verde nei rendering (che non necessariamente verrà seguita dalla realtà dei fatti per ovvie ragioni di impossibilità di crescita), dimenticando del tutto che la sostenibilità non può tralasciare il miglioramento delle condizioni ambientali, economiche e sociali. Dimenticando gli studi scientifici che dimostrano come la geometria dello spazio possa avere degli effetti deleteri sull’organismo umano. Tralasciando del tutto la necessità di costruire a chilometri zero e con materiali naturali piuttosto che abbondare con cemento, metalli, vetri e altri prodotti industriali. L’architettura industriale, inclusa quella che viene spacciata per “bio”, piuttosto che risultare sostenibile, risulta una vera e propria macchina da guerra contro l’ambiente … ma gli sponsor delle riviste patinate e di eventi come questo non potranno mai ammettere che certe cose si sappiano! Appare quindi offensivo dell’intelligenza umana sostenere l'insostenibile e spendere del denaro per organizzare degli eventi tesi a prendere per i fondelli chi è a digiuno di architettura, urbanistica, ambiente, neurofisiologia, sociologia ed economia. Questi eventi infatti, hanno un unico obiettivo: far credere che questo genere di progetti debba essere quello da portare avanti!!ù

C’è stato chi, leggendo il mio commento all’evento pubblicato su FaceBook ha detto:

La ‘rigenerazione urbana sostenibile’ non è un’esclusiva di Salìngaros se ne parla almeno da un trentennio. Soprattutto l’architettura (urbana) non è un marchio (per fortuna). Rigenerazione e sostenibilità sono spesso temi pericolosi con derive ‘speculative’ (anche in chiave piccolo piccolo borghese antichista).

L’unica replica che certi commenti meritano è questa:
Una cosa è adoperare degli slogan e dei termini con lo scopo di attirare l'interesse delle persone, e un'altra è parlare con cognizione di causa di determinati argomenti.

Indipendentemente dalla visione dell’architettura e dell’urbanistica che ognuno di noi può avere, sarebbe ora che tutti ci indignassimo per certe prese per i fondelli ... a meno che non si voglia ritenere che i progetti elencati per le sezioni "Città Sostenibili" e "Città Intelligenti" siano davvero da ritenersi tali!

Le posizioni personali andrebbero messe da parte, sarebbe ora di combattere queste menzogne che tendono a promuovere sempre le stesse persone, persone il cui mito, (come per esempio nel caso di Perrault riportato in elenco) è stato creato a tavolino e non per meriti reali, ma solo per comodo dell’allora Ministro della Cultura francese. Se davvero pretendiamo che la gente ritorni ad amare l'architettura, dobbiamo fare in modo che si smetta di prenderla per i fondelli!!!

Commento al commento su Facebook
Rivendicare l'esclusiva sarebbe un errore ma sostenere che la maggior parte di quegli interventi mostrati nelle foto sono semplicemente nuovi interventi che con la rigenerazione urbana sostenibile niente hanno a che vedere è legittimo e corretto. Le parole sono pietre e hanno un significato ben preciso:
- Rigenerazione significa "ricostituzione di tessuto o organo leso"
- Urbana è aggettivo che significa "relativo alla città"
- Sostenibile significa purtroppo molte cose, troppe anzi, ma possiamo convenire tutti che è aggettivo da attribuire ad interventi di trasformazione del territorio che non gravino eccessivamente, e idealmente tendano a non gravare affatto, sulle risorse energetiche non rinnovabili, che non occupino nuovo territorio e che siano realizzati con l'uso di materiali ecologici.
Se messe tutte insieme queste parole formano un'espressione molto più rigorosa delle singole parti e non è difficile osservare che alcuni di quegli interventi sono semplici architetture isolate che certamente non "ricostituiscono un tessuto o un organo leso", cioè una parte di tessuto urbano degradato. Sono solo oggetti, neppure sostenibili che quindi non rigenerano un bel niente. Ma anche un parco, da solo, difficilmente rigenera un tessuto urbano, pur essendo urbano (ma non necessariamente sostenibile in quanto la presenza massiccia di opere costruite può esserne elemento discriminante in questo senso).
Purtroppo l'uso di slogan come richiamo pubblicitario legato alla moda del momento è divenuta un'abitudine che ha il grave difetto, tipico della comunicazione di questa epoca, di essere generica e imprecisa, di accondiscendere il gusto del momento, a prescindere dai reali contenuti, di offrire insomma in pasto al pubblico quello che si ritiene il pubblico gradisca di più con ciò ingenerando idee totalmente sbagliate.
Quanto all'espressione "in chiave piccolo piccolo borghese antichista" è veramente .....demodè e perfino buffa perché volendo apparire come molto "moderna" finisce invece per essere vecchia e direi meglio proprio ammuffita. Piccolo borghese si riferisce ad una divisione in classi sociali che non esistono più, nemmeno come atteggiamento mentale, e che non trovano riscontro o paragone possibile nella società contemporanea. Direi che è un'espressione "piccolo borghese" in senso metaforico perché probabilmente indotta da letture approssimative mal digerite o in qualche sezione di partito piena di ragnatele.
Un esempio: potrebbe forse essere classificato come atteggiamento piccolo borghese quello di coloro per i quali "il possesso (di un oggetto non essenziale come l'IPhone) è il segno di un’identità sociale e una sorta di compensazione (per quanto magra) in tempi che, in molti, non lasciano troppe speranze per il futuro"? [Fonte: la rivista Il Mulino]
Anche se l'atteggiamento ha qualche somiglianza di facciata, certamente tale classificazione sarebbe totalmente superficiale, fuorviante e sbagliata.

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30 ottobre 2011

LA CASA DEI MORTI


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29 ottobre 2011

STOP AL CONSUMO DI SUOLO O CONTRAZIONE DELLA CITTA?

Limitarsi allo Stop al Consumo di Territorio? O promuovere una restituzione “sostenibile” di parte dei terreni finora consumati?
di Ettore Maria Mazzola

Di recente, grazie anche all’operato di un sindaco illuminato come Domenico Finiguerra, sono nati in Italia diversi movimenti popolari atti a dire basta al consumo di territorio da parte dell’edilizia.
Della cosa, ovviamente, si sono interessati tutti tranne (o solo in maniera molto marginale) che gli architetti e gli urbanisti. La lezione morale che viene da quest’esperienza è comunque la dimostrazione della straordinaria volontà di partecipazione da parte della cittadinanza, stufa di essere posta a margine delle decisioni dalle quali può dipendere la propria qualità della vita e il proprio futuro! Del resto, studi sociologici come quello di Zigmunt Bauman (Voglia di Comunità – Laterza, 2005), dimostrano il desiderio di riappropriarsi della propria identità, e del senso di appartenenza ad una comunità, da parte della popolazione relegata al ruolo di spettatrice nella realtà che le viene costruita intorno ed in cui è costretta a vivere.


Per quanto mi riguarda, non solo ritengo che sia possibile non consumare più territorio, ma perfino che sarebbe possibile restituirne parecchio alla campagna. Ho affrontato il tema nel mio libro "La Città Sostenibile è Possibile" (Gangemi 2010) e nei progetti che ho sviluppato per la "rigenerazione urbana" di Corviale a Roma e dello ZEN di Palermo, mostrando come sia possibile "ricompattare la città dispersa" creando posti di lavoro, calmierando il mercato fondiario e immobiliare, e migliorando le condizioni socio-economiche di chi è costretto a vivere in "quartieri" spersonalizzanti.

Non si tratta di bloccare l'espansione, ma di promuoverne anche la contrazione. Non si può dire che non si deve costruire sul suolo demaniale, perché questo rischia di portare con sé l'espansione a macchia d'olio della città, sotto l'egida dei movimenti ambientalisti: è ciò che sta accadendo a Roma, dove il nuovo Piano Regolatore vieta di costruire su suolo pubblico, consentendo agli speculatori fondiari e immobiliari di acquistare terreni agricoli e promuovere l'edificazione residenziale in luoghi sempre più lontani dal centro urbano, peraltro in assenza di un adeguato sistema di trasporto pubblico! Cosa ancor più grave è che la Regione e il Comune ipotizzino la realizzazione di quartieri di edilizia economica popolare e/o gli interventi di "mutuo sociale" in questi luoghi lontani da tutto e da tutti, giustificando la scelta con l’ormai noto slogan della necessità di realizzare alloggi per chi ne ha bisogno, dimenticando che quei “bisognosi” necessitano anche di contenere le spese di gestione della famiglia, ergo di risparmiare le decine di euro/giorno necessarie per il carburante delle auto da cui dipenderanno per recarsi al lavoro … ma questo sembra essere un problema loro, e non della società! Così come sembra non essere un problema per questi miopi politici, urbanisti e pseudo-ambientalisti, il costo di costruzione e di gestione di tutte le infrastrutture necessarie a rendere possibile città la cui estensione di strade e marciapiedi, reti, fognarie, acquedotti, elettriche, gas, telefono, e la cui potatura degli alberi (posti a margine per fingere una certa attenzione all’ambiente) gravano sul bilancio di tutti noi!

Se in realtà ci accorgessimo che, a causa di uno scriteriato modo di fare urbanistica generato dalla concezione idiota della "Città Funzionale", voluta e imposta da Le Corbusier (dietro la sponsorizzazione dell'industria automobilistica) per mezzo dalla Carta di Atene del 1933, il cosiddetto "sprawl" ha portato con sé strade molto più larghe del necessario, parcheggi perennemente inutilizzati, pseudo aree verdi (che di verde hanno solo l'erbaccia, e che vengono utilizzate dagli incivili per abbandonare lavatrici, materassi, divani e immondizie), allora ci accorgeremmo che potremmo mettere a disposizione parte dei terreni demaniali per contrarre le città, edificando ove possibile edifici tradizionali (ecocompatibili e a chilometri zero) atti a demolirne altri, dotando tutti i quartieri di luoghi per la socializzazione, giardini, parchi di quartiere, servizi, ovvero tutte quelle attività e luoghi che lo zoning ha impedito. In poche parole ci troviamo in una situazione dove potremmo ribaltare del tutto il problema denunciato da Giolitti nel 1909 parlando del crack finanziario del Comune di Roma:
«Se in principio, nel 1870, vi fosse stata un’Amministrazione comunale che, intuendo l’avvenire di Roma, avesse acquistato le aree fino a 5 o 6 km intorno alla città, ed avesse compilato un piano di ingrandimento, studiato con concetti molto elevati, oltre ad avere creato una città con linee molto più grandiose, avrebbe anche fatto un’eccellente speculazione».

Per dare qualche dato, nel progetto che ho sviluppato per Corviale, oltre ad aver inserito una serie di funzioni vitali (5 piazze poste in sequenza, tutte le scuole primarie e secondarie, municipio, cinema-teatro, ufficio postale, attività sportive, negozi, attività artigianali, centro culturale, chiesa, un enorme parco di quartiere, una serie di giardini con aree attrezzate per il gioco dei bambini e per gli anziani, ecc.), è stato possibile restituire alla natura 11 ettari di terreno! Inoltre è stato possibile inserire oltre 2000 nuovi residenti, necessari all'integrazione sociale. Tutto questo significa che, se l'operazione venisse effettuata direttamente dallo stato, visto che l'IACP è stato trasformato in ATER (Azienda Territoriale per l'Edilizia Residenziale), tornando a poter costruire in proprio gli edifici (anche per conto terzi) come prima del fascismo, piuttosto che limitarsi ad amministrare edifici di pessima qualità costruiti da imprese private, potrebbero azzerarsi i conti dell'edilizia residenziale pubblica: dalla vendita degli edifici speciali, negozi, attività artigianali e alloggi eccedenti, potrebbero addirittura guadagnarsi molti soldi reinvestibili in operazioni simili. Nel caso specifico di Corviale parliamo di una cifra compresa tra i 450 e i 518 milioni di euro! Altrettanto dicasi per lo ZEN, ma non posso anticipare i dati prima di aver presentato ufficialmente il progetto.

Per concludere, come ha scritto Italo Insolera: «in una città che ha l’edilizia come sua unica attività industriale, il deficit dell’amministrazione, già allora cospicuo, può essere sanato proprio con una diretta partecipazione in tale ramo di investimenti»

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24 ottobre 2011

SULLA COMMISSIONE GRATTACIELI A ROMA

Un link ad un articolo del Prof. Gabriele Tagliaventi sulla costituita "Commissione grattacieli" del Comune di Roma:

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23 ottobre 2011

LA BANALITA' DEL MALE

E così anche Arezzo entra, se pur dalla porta di servizio, nella "modernità" con il suo più noto simbolo: il grattacielo. Questa è una delle rare deroghe dedicate a parlare degli accadimenti della mia città, ma il tema è di quelli che interessano proprio questo blog.
Accade infatti che è stato approvato il Piano complesso(1) per una importante area all’ingresso della città, sede fino a circa dieci anni fa di una prestigiosa industria di abbigliamento poi decaduta, la Lebole, successivamente passata alla Marzotto, che prevede anche qualche grattacielino di 60 o 70 metri, non ricordo bene. Dalla porta di servizio a causa dell’altezza, troppo alta per la città ma troppo bassa per guardare in alto ed esclamare: "ooooh!" ma non solo per questo.

Non c’è in verità molta preoccupazione nel vedere disturbata la vista della città antica adagiata sul colle, proprio dal lato raffigurato da Piero della Francesca, dato che difficilmente quelle torri saranno mai realizzate, essendo state messe lì più come uno specchietto per le allodole a controbilanciare scelte del tutto diverse ma altrettanto “moderne” come un centro commerciale che per una convinzione profonda. Infatti, date le dimensioni del commerciale, per riequilibrare la grande superficie coperta si è evidentemente ritenuto che le torri fossero la soluzione più giusta e digeribile per liberare area da destinare a verde, con ciò aggiungendo male al male, perché condanna quell’area ad una condizione non urbana, dato che ci saranno due zone specializzate e separate: quella commerciale e quella residenziale, nessuna delle due aventi i caratteri della città. E’ il classico caso, negativo, in cui 1+1 fa meno di 2 e difficilmente saranno edificate in presenza di un mercato dove non si investe nemmeno in un condominio di quattro alloggi e quindi dubitiamo che qualche imprenditore rischierebbe il proprio denaro nelle torri le quali, una volta iniziate, vanno finite per vendere magari solo i piani "alti".

Stupisce però il fatto che tale scelta non sia stata nemmeno oggetto di dibattito in Consiglio Comunale, a leggere almeno il resoconto dell’ufficio stampa del Comune stesso: solo il consigliere del Movimento a cinque stelle ha fatto un accenno alla insostenibilità ambientale delle torri. Per il resto si parla d’altro.

Stupisce l’indifferenza con cui è passata questa perdita di “verginità”. Arezzo non è certo la prima città di provincia che sposa la verticalità, ma di ogni caso si è letto sui giornali, c’è stata discussione, fiere opposizioni e incondizionate dichiarazioni a favore. Qui invece si è parlato solo di commerciale, quasi a conferma di quanto prima detto. Le torri sono passate praticamente sotto silenzio, come fossero un accessorio, senza collera, certo, ma anche senza passione ed emozione.

Stupisce che un atto così “culturalmente” rilevante sia stato approvato in un momento in cui la città è in profonda crisi economica, con le industrie in difficoltà, e per la assoluta mancanza di idee e di volontà che non danno proprio l’impressione di essere in una fase creativa di sviluppo impetuoso. Non mi stupirebbe affatto l’adesione alla forma grattacielo come simbolo di sviluppo se ci trovassimo in una fase espansiva, se Arezzo avesse imboccato una strada di crescita economica che facesse presagire un futuro positivo e di speranza. E’ già avvenuto in passato che siano stati compiuti errori di cui oggi ci pentiamo, quale l’abbattimento delle mura urbane all’arrivo della ferrovia, ma almeno in quel caso c’era una spinta positiva verso la modernizzazione, c’era una comprensibile adesione ad un progetto di sviluppo. Ma oggi ci troviamo nella condizione opposta di decadenza e il simbolo stesso dell’improbabile rilancio, il grattacielo, è ormai diffuso in tutto il mondo sviluppato e anche sottosviluppato e non rappresenta nulla sotto il profilo della novità: non rappresenta più nessuna sfida né tecnica né ideale anzi accentua il contrasto con l’idea stessa di sostenibilità economica che a parole è la filosofia di questo tempo che viviamo. Il grattacielo è il simbolo vero di una contraddizione tra il pensiero e l'azione della nostra epoca. A meno che non si ritenga, e sarebbe quasi peggio, che il rilancio economico di una città possa essere affidato all’edilizia, di cui il grattacielo sarebbe, ancora una volta, il segno più sfavillante; non è così, ovviamente, avendo l’urbanistica il compito di disegnare le condizioni affinché la crescita si svolga in un ambiente urbano favorevole e l’edilizia al più può costituire un volano o un ammortizzatore in tempi di difficoltà, ma che può girare davvero solo se l’intera economia gira, non certo da sola. Il caso Spagna qualcosa dovrebbe avere insegnato.

Stupisce anche, e direi soprattutto, che questa scelta non sia stata minimamente inquadrata nella realtà urbana, economica e sociale di Arezzo, non tentando nemmeno di distinguere fra situazioni del tutto diverse, come quella di Milano ad esempio, città inserita a pieno titolo nel mondo del business globale, in cui c’è una sorta di obbligo di immagine che rispecchi questa realtà e si può anche comprendere, se non giustificare, che possa avere una sua importanza.

Non ci dovrebbe invece stupire dato che ormai sappiamo bene come la politica in genere abbia perso contatto con la realtà, sia diventata del tutto autoreferenziale e, al massimo, abbia come interlocutori privilegiati le varie corporazioni, chiusa nel suo Palazzo sempre più simile ad un grattacielo privo di rapporto vitale con la terra ma anche con la grandezza del cielo; tuttavia il minimo necessario di scambio di idee, anche sotto il profilo formale, sarebbe stato ragionevole attenderselo. Va detto, a parziale attenuante, che al solito la politica ha trovato il suo supporto nella tecnica, cioè negli architetti.

Molti altri sarebbero gli appunti da fare al Piano così detto complesso - che non è nemmeno un punto fermo dato che senza piano attuativo è poco più che una dichiarazione d’intenti, ragione in più per averne dovuto discutere senza l’urgenza dell’attuazione - ma questo dei grattacieli è il fatto più significativo di una scelta fatta in maniera indifferente e sbagliata, sintetizzabile appunto con l’espressione di "banalità del male".

Note:
1) Piano complesso d’intervento, in sigla PCI (sic): strumento urbanistico previsto dalla Legge urbanistica n° 1/2005 della Regione Toscana. E’ un piano intermedio tra il Regolamento Urbanistico e il Piano Attuativo che è talmente poco usato, servendo davvero a poco e allungando i tempi, dato che comunque prevede un successivo Piano Attuativo, che nella proposta di revisione della Legge la Regione ne ha deciso giustamente l’abolizione.


Altri link:
La Nazione- Arezzo
Commenti su Informarezzo
Osservazione al Piano Complesso presentata da INARSINDAREZZO

Credits:
L'immagine del primo progetto di 5+1AA è tratta dal quotidiano La Nazione

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19 ottobre 2011

COMMISSIONI "GRATUITE" PER INTERVENTI GRATUITI

di Ettore Maria Mazzola

Purtroppo quello che è circolato in questi giorni sul Blog Archiwatch del buon Prof. Muratore non era uno dei suoi simpatici scherzi firmati “Falso Cascioli”, è tutto vero e documentato sul sito istituzionale del Comune di Roma, sulla pagina ufficiale si legge:

“Il giorno 4 ottobre 2011 e il giorno 11 ottobre 2011 alle ore 14,30 alla presenza dell’Assessore all’Urbanistica, avv. Marco Corsini, si sono insediate ufficialmente la “Commissione Piazze” e la “Commissione Grattacieli”, entrambe istituite dal Sindaco di Roma Capitale”.
“La Commissione Piazze, è presieduta dal Prof. Paolo Portoghesi, Architetto di fama internazionale, è composta dal Prof. Francesco Cellini, Architetto di fama internazionale e Preside della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Roma Tre, dal Prof. Bruno Dolcetta, Architetto Docente di Urbanistica allo IUAV di Venezia, dall’Arch. Francesco Coccia, Direttore del Dipartimento Periferie di Roma Capitale, e dall’Ing. Errico Stravato, Direttore del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica di Roma Capitale, e ha il compito di individuare i siti idonei ad ospitare nuove piazze nell’ambito della città periferica nel territorio di Roma Capitale.
La Commissione Grattacieli, presieduta dall’Ing. Errico Stravato è composta dall’Arch. Massimiliano Fuksas, Architetto di fama internazionale, dall’Arch. Daniel Libeskind, Architetto di fama internazionale, dall’Ing. Francesco Duilio Rossi, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, dall’Arch. Amedeo Schiattarella, Presidente dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Roma, dal Prof. Livio De Santoli, Ingegnere esperto di energia per l’Università di Roma "La Sapienza", e ha il compito di individuare i nuovi siti adatti ad ospitare edifici con tipologia edilizia a sviluppo verticale.
Entrambe le Commissioni vedono la presenza dei loro componenti a titolo gratuito e hanno l’obiettivo di elaborare le linee guida per ogni sito individuato, unitamente alla procedura concorsuale che verrà successivamente bandita. Nel corso dei due incontri si è stabilito di calendarizzare i lavori delle Commissioni e selezionare i siti che verranno analizzati
”.

Il sindaco Alemanno venne eletto anche grazie alla promessa di provvedere a mettere fine alla campagna di devastazione della Capitale, inaugurata dal sindaco Rutelli e portata avanti da Walter Veltroni, ma ben presto i romani si sono dovuti accorgere dell’inganno.

Nulla è stato fatto per rimuovere la “Bara-Pacis” di Meier, anzi è stato proposto di realizzare un mega parcheggio ed un tunnel a suo supporto. Poi, sul problema dei palazzi demoliti nel ’39 lungo via Giulia, la giunta aveva inizialmente affidato al prof. Marconi (che con il sottoscritto e le Università di Notre Dame, Miami e Roma Tre, aveva prodotto un testo e dei progetti pilota) la redazione di un Bando internazionale per la ricostruzione filologica degli edifici da destinarsi ad Università per Stranieri a Roma, successivamente – di comune accordo con personaggi il cui amore per Roma e conoscenza della città sono ancora da dimostrarsi, nonostante la loro presenza nelle commissioni di cui sopra – il sindaco decise che la ricostruzione andava fatta ma non dovesse essere assolutamente basata su principi filologici! La storia vergognosa di questa faccenda è stata ampiamente raccontata e non merita ulteriori commenti, se non che dal ricordo dello scandalo legato all’appalto del parcheggio che dovrebbe sorgere in quel punto ed al tentativo di devastazione dei reperti archeologici trovati nell’estate di due anni fa. Poi c’è stato lo “strano caso” per cui il sindaco ha sostenuto a tutti i costi il progetto per Tor Bella Monaca e il “no” alla rigenerazione del Corviale su cui occorre stendere un velo pietoso. Che dire poi dei platani abbattuti dove si vorrebbe far sorgere le strutture delle ipotetiche Olimpiadi? Ma sono troppe le cose da raccontare, e allora mi limito a far qualche riflessione nella speranza che il sindaco e i suoi “esperti” facciano altrettanto.

Alemanno, forse a causa delle sue origini politiche, probabilmente vuole impersonare il ruolo del leader della nuova “era del piccone” e così, non pago degli scempi che ha promosso e sostenuto finora, ha deciso – complici i suoi “coltissimi” consiglieri ed assessori – di istituire due commissioni, una più insulsa dell’altra … forse per questo si sono premurati di sottolineare, di seguito ad ogni nome chiamato al capezzale della Capitale “Architetto di fama internazionale”, peccato però che questi personaggi, nella loro carriera, non hanno fatto altro che mostrare la “fame di fama” e perfino l’odio più totale nei confronti della tradizione e della storia!

Qualcuno potrebbe azzardarsi a scagionare da questa categoria di devastatori il prof. Portoghesi, ma poi basterebbe ricordarsi le parole che hanno accompagnato il suo progetto per via Giulia, oppure andare a vedere la piazza mostrata durante la conferenza sul futuro di Roma, o la proposta per Piazza San Silvestro, per rendersi conto che, sebbene abbia scritto libri mirabili in materia di “Barocco”, non provi alcun interesse per la progettazione dello spazio che quel meraviglioso periodo ha prodotto. A ben vedere, il suo unico interesse sembra rivolto alla forma della pavimentazione disegnata da Michelangelo per la Piazza del Campidoglio, forma che ha colonato gratuitamente (come i suoi incarichi gratuiti di cui sopra) ogni qualvolta gliene sia capitata l’occasione in giro per il pianeta. Che garanzie può dare un Presidente di Commissione per le Piazze che disegna piazze fini a se stesse, dove ci si deve recare e ripartire in elicottero perché non hanno alcuna relazione spaziale con una sequenza urbana pedonale? Quali mirabili piazze avrebbero realizzato, o perlomeno studiato e compreso, gli altri “architetti di fama internazionale” della Commissione?

Quanto all’altra Commissione, quella per i Grattacieli, c’è da restare annichiliti alla sola idea di istituirla, specie dopo che l’intera popolazione (non solo romana) s’era mobilitata per spiegare al sindaco, ed ai suoi sponsors, che quella del grattacielo è una tipologia che non appartiene né a Roma, né all’Italia, tipologia da ritenersi folle nell’era della sostenibilità. Si vede che gli sporchi interessi che girano dietro l’edilizia e il mercato fondiario hanno fatto decidere ai nostri amministratori di calarsi le braghe davanti a chi ha intenzioni speculative.
Il solo pensiero che della commissione facciano parte Fuksas, (che attualmente sta sfregiando l’edificio dell’ex Unione Militare all’angolo tra via del Corso e via Tomacelli) e di Liebskind (che ha finora dedicato la sua vita professionale a far violenza agli edifici storici come il Museo di Dresda), non può che suscitare incubi nella popolazione romana che, si deve supporre, vedrà massacrare il suo skyline, e probabilmente il suo centro storico, per lasciar posto quelle infernali macchine di distruzione ambientale che sono i grattacieli.

Non meravigliatevi se, di qui a poco, vedrete spuntare progetti che parlano di “grattacieli sostenibili” o di “boschi verticali”, saranno i nostri “esperti di fama internazionale” a proporceli, ci racconteranno che sono cose che si fanno all’estero, ci racconteranno che stanno cercando di farlo a Milano … ma questo non vuol dire che le parole e le immagini corrispondano alla realtà! Del resto se chiedessimo ad un produttore di pesticidi se sono nocivi non ci risponderebbe mai onestamente, né se chiedessimo ai produttori di alimenti geneticamente modificati quali possano essere gli effetti collaterali essi ammetterebbero mai una simile possibilità.

È incredibile che in questa nazione, e in questa città, ci si accorga sempre in ritardo di come le cosa vadano nel resto del mondo. Basta fare una semplice ricerca nel web, digitando “grattacieli abbandonati” o “ghostscrapers” o “abandoned skyscrapers” per trovare migliaia di pagine che raccontano come nel resto del mondo, dove questa tipologia è stata sposata, essa si è rivelata fallimentare. Onestamente basterebbe conoscere le ultime notizie su Dubai per rendersene conto, eppure sembra che, ottusamente, alcuni “architetti di fama internazionale” e i loro mecenati politici, non vogliano ammettere a se stessi la dura realtà.

Roma s’è già resa ridicola agli occhi dell’intero pianeta il 20 luglio 1972 quando, 5 giorni dopo l’abbattimento del complesso Pruitt-Igoe – ritenuto "ambiente inabitabile, deleterio per i suoi residenti a basso reddito” – evento che lo storico americano Charles Jencks aveva decretato “la morte di quelle utopie”, venne deciso di realizzare il progetto per Corviale a Roma!

Evidentemente dobbiamo credere a chi sostiene che i nostri attuali politici siano diabolici: errare è umano, perseverare è diabolico!

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17 ottobre 2011

DUE STORIE DI SUCCESSO DALLA PROVINCIA

Sabato 15 ottobre si è svolta la festa per il 30° anniversario dell’istituzione dell’Ordine degli Architetti di Arezzo. Oltre al riconoscimento ad un gruppo di decani, del quale mi onoro di non fare ancora parte ma a cui auspico fortemente di arrivare a farne parte … il più tardi possibile, c’è stata una tavola rotonda di colleghi di ogni età, ognuno a rappresentare un modo diverso di svolgere la professione di architetto.

Non farò un resoconto completo che sarebbe lungo e fuori tema ma mi soffermerò su due giovani, laurea nel 1998, un uomo e una donna (par condicio e pari opportunità e pari tutto puramente casuale) proiettati con successo in un genere di attività professionale che non ha confini, in senso fisico, vale a dire nel mondo: il primo, Maurizio Meossi, è Lead architect nello studio di Zaha Hadid e attualmente segue il cantiere CityLife a Milano; la seconda, Simona Franci, fa parte di una corporate (è lei che la chiama così) che, tanto per inquadrare il livello, ha come cliente, tra gli altri, il gruppo Ferrari per cui cura gli allestimenti dei vari “negozi” (e mi scuso perché non si chiamano così, ma non si chiamano nemmeno concessionarie, si chiamano in altro modo che non ho capito). Non si tratta di 4 o 5 negozi, ma di 300 in tutto il mondo e attualmente sono circa 60 in allestimento. Il bello è che lei vive ad Arezzo, è sposata ed ha un figlio, viaggia spesso ma la sua base operativa è ad Arezzo. A quello che ho capito praticamente lavora in casa grazie all’informatica. Incidentalmente, è anche piuttosto bella. Fantastico!

Prima considerazione, doverosa ma sincera: fa piacere sapere che giovani della mia città o provincia abbiano successo e abbiano saputo guardare al futuro con ottimismo e volontà e, da quello che ho capito, senza “accosti” o conoscenze personali ma solo facendo affidamento sui propri mezzi. Mi auguro che altri ve ne siano oltre a questi, ed è possibile dato che pur avendo conosciuto qualche anno addietro Simona non sapevo di questo suo successo, come non sapevo niente di Meossi.

Fino a qui la premessa, non breve ma necessaria. L’architetto Meossi ci ha raccontato, oltre al suo percorso post laurea e del suo master a Londra, della esperienza in atto nello studio della Hadid, con circa trecento addetti nelle varie parti del mondo, del fascino della persona, dell’amore e della dedizione che egli ha per la sua professione, della dimensione internazionale dello studio, del processo di elaborazione del progetto che naturalmente non è paragonabile a quello di uno studio di provincia.
Io, dopo avergli esternato i miei sinceri complimenti per la sua attività che per molti colleghi è un traguardo inarrivabile, gli ho chiesto se non ritenesse che quel tipo di processo progettuale avesse più a che fare con il sistema produttivo tipico di un brand, di una griffe, cioè di un’industria che deve garantire un prodotto riconoscibile con un certo standard e ho concluso chiedendo che cosa resti alla fine dell’architettura. Domanda brutale, mi rendo conto, ma i tempi erano contingentati. E’ chiaro che volevo significare il fatto che se lo scopo, la mission è tenere alto il marchio, l’architettura intesa come progetto prodotto per quello scopo in quel determinato luogo c’entra poco mentre c’entra moltissimo l’oggetto in sé, esattamente come un paio di scarpe, una borsa, un abito. Lui mi ha risposto laconicamente: “La risposta è nel cantiere di CityLife che io seguo”.
Risposta intelligente e abile, senza dubbio, che dimostra attaccamento e fedeltà al proprio lavoro ma che elude chiaramente il problema.

Alla mia domanda ha però risposto indirettamente e molto bene l'architetto Franci, entusiasta quanto Meossi, ma del tutto calata, senza infingimenti, nella realtà industriale e d’immagine in cui lei opera. Ha detto che nel suo lavoro non ha mai fatto uso del timbro professionale, che l’unica volta che l’ha utilizzato è stato per casa sua, che lei non conosce, e si vanta di non conoscere una legge una (oh, che invidia!), che non le vuole conoscere perché non le servono, che il suo lavoro consiste nel soddisfare il cliente fornendogli dettagli anche in scala 1:1 che siano perfetti, che ognuno dei trecento progetti sarà diverso nell’adattamento alle singole “locations” dall’altro ma il concetto è sempre lo stesso.

Mi pare chiaro che i due lavori, pur con organizzazioni diverse e nella diversità dell’oggetto prodotto, sono sostanzialmente analoghi quanto a finalità, obiettivi e processo di produzione. I progetti della Zaha Hadid poco hanno a che fare con l’architettura (questo è il mio parere, ovviamente), anche se una volta realizzati sono, purtroppo, architetture. Dico purtroppo perché restano e perché vengono considerate e venerate come tali dagli architetti. Sono invece, io credo, oggetti artigianali nel processo costruttivo (il cantiere edile non è mai industria) il cui processo progettuale è invece industriale e in questo io trovo molta più coerenza intellettuale nella collega, consapevole e soddisfatta del proprio ruolo e priva di qualsiasi intenzione di lasciare un segno che non sia quello prettamente d’immagine per l’azienda prestigiosa per la quale opera.
Lei sa di fare parte di un segmento importante, e suppongo e spero per lei, anche redditizio, della professione di architetto ed anche ad altissimi livelli, ma non ha minimamente ammantato il suo racconto di quel velo di romanticismo architettonico, di mitizzazione del proprio prodotto in quanto Architettura che deve fare scuola e passare alla storia. Ha solo mostrato un grande e legittimo entusiasmo per il suo successo professionale, consapevole del ruolo che lei svolge nel mondo dell’industria per l’immagine di un marchio come la Ferrari.

Non so se l’architetto Simona Franci diventerà presto archistar, ma se lo diventasse mantenendo questo stile, distruggerebbe l’immagine stessa delle archistar come si intendono comunemente perché farebbe comprendere a tutti di cosa si parla. A meno che anche in lei non risorga quel tarlo che tutti gli architetti hanno nascosto dentro di voler murare, di voler lasciare nel territorio un segno concreto e duraturo del loro passaggio su questa terra.

 Credits:
La foto dell'Arch. Meossi è tratta dal sito ufficiale di Zaha Hadid
La foto di Simona Franci è tratta dal sito della società Fortebis Group

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13 ottobre 2011

L'INGANNO DELL'ARCHITETTURA COME TESTIMONE DEL TEMPO

Torno a casa e, in attesa di cena, sfoglio la rivista trimestrale della nostra cassa di previdenza e vedo un articolo dal titolo “Il nuovo e il vecchio. Riflessioni sul dibattito attuale per un possibile dialogo (tutto italiano)”, di Antonio Crobe. Grazie a Internet vedo che è un delegato della Cassa, ma questo non è importante.
Mi interessa il “possibile dialogo”, cioè la proposta, proprio oggi, il giorno dedicato, diciamo così, al rompighiaccio di Dresda.

Mi ha anche colpito il commento di biz, cioè Guido Aragona al post precedente perché ho la sensazione che quello che lui scrive abbia un fondamento logico più sottile di come appaia ad una prima lettura e so che non è certo un cieco adoratore di scriteriati progetti.

C’è prima un inquadramento generale dei termini del problema, qualche giudizio sbrigativo - ma non sono certo io titolato a far critiche del genere - e infine la parte propositiva.
La possibile soluzione consiste nella “conoscenza profonda del passato [da cui] si possono trarre i principi per la progettazione del nuovo che risulterà fortemente ancorato alla storia e che costituirà un valore aggiunto. Bisogna discernere sia da una conservazione assoluta, tesa alla musealizzazione dell’esistente, che dal criterio di intervento sul costruito inteso come sopraffazione del testo, al fine di aggiungervi la propria griffe. L’intera questione deve, forse, essere ricondotta nell’alveo del “progetto” (virgolettato nel testo), luogo dell’equilibrio di esigenze complesse”.


E poi continua con l’architetto che ha il “compito di amministrare il cambiamento in atto, un inserimento nuovo nel vecchio che deve essere soprattutto un innesto, che è rispetto della memoria, ma anche nuova proposta”. Alcune altre considerazioni dello stesso tenore per concludere che occorre “evitare così di cadere nell’immobilismo”.

Eccoci al dunque, evitare l’immobilismo attraverso il progetto. Ma cos’è l’immobilismo, a quali casi pensa l’autore, a quali situazioni fa riferimento? Immobilismo ha valenza negativa in molti campi ma in molti altri stare immobili può garantire la soluzione e la sopravvivenza. In politica non si può stare sempre immobili, ma in certi casi farlo può evitare disastri. Senza immobilismo la guerra fredda sarebbe stata anche troppo calda, ad esempio. Quindi cominciamo col ribaltare i termini del discorso perché è sempre lo stesso trucco: dare per scontato, attraverso l’uso di termini che hanno un consolidato quanto non sempre giustificato valore negativo, che certe condizioni sono sbagliate e vanno superate per aprire la strada al nuovo E’ una tecnica, in gran parte involontaria, ma molto subdola.

Invece che parlare di immobilismo, domandiamoci dove, perché e in quali casi si dovrebbe intervenire nei centri storici con nuove costruzioni. Domandiamoci perché “Caratteristica inconfondibile delle nostre città storiche è la stratificazione di epoche diverse, la capacità di cambiare aspetto adattandosi ai contesti sociali e culturali che si avvicendano nel tempo” e oggi, invece, questa caratteristica è fortemente e, secondo me, giustamente, contestata!
Non è difficile la risposta: il modernismo - è un dato oggettivo - ha voluto rompere con la storia e le tradizioni ma la memoria non è così facile da cancellare come sembra. Certo, si può distruggere e demolire ma la memoria resta ugualmente e, quanto più traumatica essa sarà, tanto più forte sarà il desiderio umanissimo di riavere ciò che è andato perduto.
Non è neppure una condizione culturale, piuttosto è antropologica. Si dà il caso che da una parte i nostri centri storici esistono, sono lì in piedi, nonostante il tempo, sopravvissuti ai terremoti - salvo i casi in cui è intervenuta malamente la modernità - e dall’altra c’è la città nuova, le cui case sembrano soddisfare meglio esigenze del vivere contemporaneo ma dove lo spazio pubblico è assente o sbagliato e dove l’insieme non appaga, non è appagante o almeno, a livello puramente emotivo e magari non perfettamente consapevole, se ne intuisce il differenziale di valore tra l’una e l’altra parte di città. Il dubbio, come minimo, dovrebbe essere, ed è, lecito per tutti perché ogni cambiamento, ogni trasformazione è da decenni un peggioramento.
Solo architetti e politici, nella loro smania di apparire, di cogliere una visibilità e un successo effimero, gli uni per vanità professionale, gli altri per consenso elettorale, sembrano convinti del contrario.

Ma c’è un paradosso straordinario in questa volontà di lasciare il segno con sulle spalle il bagaglio di una “conoscenza profonda del passato”, come è scritto nell’articolo: gli innovatori del passato non ragionavano in termici storicistici, operavano in continuità con il loro presente, talvolta a piccoli passi, talvolta con concezioni diverse e “dissonanti”, ma sempre e comunque nel solco di una evoluzione. La rottura avvenuta nei primi anni del ‘900 ha stravolto questo metodo, la specializzazione estrema del mestiere di architetto, la rigida periodizzazione degli “stili”, ciascuno dei quali visto come una necessaria e consapevole volontà di cambiamento, attribuendone uno per ciascun periodo, ha fatto perdere ogni legame effettivo, almeno a livello spontaneo, con il passato e con ciò che di esso è rimasto nella città.

Solo una logica intellettualistica e autoreferenziale del genere può far pensare che sia naturale e doveroso “lasciare il segno di un’epoca”. Non esiste motivo razionale che giustifichi questa condizione, siamo in presenza invece di un assioma e non di un teorema che prevede dimostrazione. Il trucco usato è quello di scambiare il progresso, inteso come miglioramento delle condizioni materiali di vita delle persone, con una sorta di destino che ci costringe a testimoniare a noi stessi e ai posteri ciò che è stato fatto in una certa frazione di tempo. E’come se la nostra vita dovesse essere scritta in una timeline in cui, ad ogni settore temporale “debba” corrispondere una traccia caratteristica di quel periodo e diversa dalle altre, a dimostrazione del “progresso fatto”.

Ebbene, coloro che credono in questa condizione assiomatica, non hanno altra possibilità di intervenire nei contesti storici che con progetti di rottura. Per assurdo, si può dire che il rompighiaccio di Dresda sia, in quella logica, la migliore espressione dell’assioma di lasciare testimonianze del nostro tempo.
Chi invece immagina di lasciare un segno “soft” è, ed estremizzo un concetto, afflitto da ingenuità perché qualunque tipo di diversità sarà comunque leggibile e non potrà essere evolutiva rispetto a ciò che c’è.

A meno che, come scrive Paolo Marconi, non si consideri l’architettura antica come viva e, conoscendone le tecniche e ricostruendone le possibilità di evoluzione, tipologicamente e morfologicamente, quindi con un atteggiamento che prevede anche la ricostruzione di parti completamente nuove e non documentate ma coerenti con quelle esistenti, si intervenga come su un corpo vivo ricostruendone o costruendone ex-novo nuovi “organi” e “tessuti” ma in armonia con quelli esistenti, esattamente come si farebbe, se fosse possibile, con un corpo umano.
Così facendo si produrrebbero quelli che molti chiamano il “falso storico” – storico perché pronunciato con l’idea storicistica che ogni epoca debba avere per legge la sua espressione – e che pochi invece chiamano l'“autentico contemporaneo”.

La terza via è, anche in questo campo, una illusione, una aspirazione “debole” perché lasciata al “progetto”, come scrive Crobe, vale a dire al progettista, al singolo, all’artista sensibile. E’ possibile che ne esistano, non lo si può certo escludere, ma come dato statistico e di semplice osservazione del reale si può dire che è altamente improbabile, mentre è quasi certo che il risultato sarà disastroso.

Anche perché si pone il dilemma: chi giudica l’artista?

Ho ragionato in maniera estrema ma solo in questo modo si può affrontare un tema del genere, non con il buonismo architettonico che nasconde spesso la medesima volontà, mascherata, di lasciare il segno di coloro che invece non hanno pudore. Forse biz pensava anche a questo.

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12 ottobre 2011

AUTOCENSURA

E’ troppo difficile commentare questo progetto senza rischiare la querela per uso eccessivo e reiterato di aggettivi oltraggiosi e d’altra parte affrontarlo in tono ironico potrebbe essere giudicato da qualcuno come superficiale e inadeguato alla gravità della situazione.
Avventurarsi in considerazioni troppo pensose, invece, può portare ad una grottesca situazione di esagerato contrasto con la quantità di pensiero presente nell’opera.
Inserire questo progetto nella storia dell’autore per inquadrarne il messaggio nel suo personale percorso progettuale, in ossequio alla concettualità dell’opera, potrebbe apparire un omaggio all’autore stesso e rischierebbe di indurre l’idea in qualche mente debole che vi sia anche del vero.
Provare a immaginare come potrebbe risolversi l’inserimento ambientale del Ponte sullo Stretto di Messina, di cui il nostro è incaricato, basandosi su questo disegno mi farebbe diventare per un paio di minuti l’idolo dell’opposizione parlamentare al gran completo, come con l'Arcuri, e di guai ne ho già troppi in casa per andarne a cercare anche fuori.
Osservare che questa nostra società occidentale ha un serio problema con Alzheimer che non lascia presumere niente di buono per il futuro è talmente ovvio che sarebbe inutile approfondire.
Dichiarare di pensare che quest’edificio ci fa sentire più vicini gli orrori della guerra potrebbe essere scambiato per retorica o, molto peggio, come la prova della giustezza del progetto, invece mi è solo balenato per la testa che di cose brutte, oltre alla guerra, in giro se ne cominciano a vedere.
Scrivere sulla degenerazione del fenomeno archistar è sotto gli occhi di tutti, o quasi, e non sarebbe originale.
Affrontare il tema del rapporto del progetto con il contesto o del dialogo tra nuovo e vecchio mi farebbe sentire alquanto scemo.
Mi resta solo la scelta di non scrivere niente e aspettare che qualche coglione di critico o di storico ce lo spieghi con dovizia di particolari e molte citazioni. Sai quanti se ne trovano nel web e pure nelle nostre facoltà!

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7 ottobre 2011

IL DOLORE NON HA PREZZO

Ricevo da Ettore Maria Mazzola questo testo sulla morte delle cinque donne per il crollo dell'edificio nel quale lavoravano. E' un testo scritto sull'onda della commozione, essendosi la tragedia consumata nella sua città natale, ma lucido come al solito nell'evidenziare l'approssimazione con cui vengono emessi giudizi e la scarsa conoscenza delle cause che possono averla determinata.
Il testo è stato anche pubblicato su Archiwatch

Caro Pietro,
ho sentito il dovere nei confronti della mia città natale di raccontare ciò che a 500 km di distanza ho percepito di questa terribile tragedia e della speculazione che c'è stata intorno al dolore di chi ha perso la vita, un familiare o una casa e un lavoro.
Spero possa postare sul tuo blog questo mio sfogo

 IL DOLORE NON HA PREZZO
di Ettore Maria Mazzola

Succede che, mentre una città si stringe intorno ai feretri di cinque povere vite strappate, e la donna sopravvissuta al crollo di via Roma dal suo letto di ospedale racconta si che lavorasse per 4 euro all’ora, ma che non è vero che il suo datore di lavoro fosse un negriero, la stampa locale e nazionale continuava ad accanirsi, descrivendo Barletta come un luogo in cui gli imprenditori sfruttane le operaie .. e trascurando colpevolmente la ricerca della verità sulle ragioni del crollo.

Peggio hanno fatto certi politicanti i quali, stimolati dal banchetto per sciacalli e avvoltoi allestito dalla malasorte e dalla faciloneria, hanno pensato bene di cogliere al volo l’occasione per potersela prendere con il sindaco chiedendone le dimissioni.

Che senso ha tutto ciò? Come è possibile essere così cinici da trasformare una tragedia che ha distrutto 5 famiglie in una occasione di rivincita politica? Dov’è la dignità e l’etica di certa gente il cui comportamento è paragonabile a quello degli sciacalli, se non addirittura a quello degli stercorari?

Se c’è qualcosa che certi momenti richiedono è un’unità, al di là del credo politico, è il senso di solidarietà verso chi ha perso la mamma o una figlia, verso chi ha perso la casa, verso chi non ha più nulla. E invece certa gentaglia, assetata di “politica”, ha pensato bene di approfittare della situazione.

Questa gentaglia ha trovato l’ovvio appoggio di certi media interessati allo scoop scandalistico che, nell’era della società dello spettacolo, trovano molto remunerativo usare la macchina del fango che non mira solo a distruggere la personalità dei titolari del maglificio all’interno del quale hanno perso la vita 5 giovani vite, inclusa quella della loro piccola figlia, ma ad infangare un’intera città, e se si vuole, tutto il sud d’Italia! Ieri c’è stato il funerale, anch’esso immortalato dalle telecamere come in uso per le grandi tragedie, anch’esso preceduto e seguito da passaggi pubblicitari televisivi. I servizi degli inviati hanno “giustamente” dato ampio spazio alle rimostranze dei cittadini che chiedevano la verità … senza assicurarsi dei modi con i quali lo facevano, né a chi fossero rivolte le accuse che, purtroppo, in parte sono sembrate manipolate da chi sosse interessato solo alla testa del sindaco Maffei.

Ora cala il sipario, e probabilmente in Italia, Presidente della Repubblica incluso, non fregherà più nulla a nessuno della tragedia che si è consumata a causa del pressappochismo con cui qualcuno ha operato. Se c’è qualcuno con cui bisognerebbe prendersela, non credo proprio che possano essere le autorità comunali, semmai bisognerebbe alzare l’indice verso quei tecnici e periti che non hanno saputo valutare il pericolo incombente, oppure verso quella cultura generale che a Barletta, come in molte altre città italiane, consente di far demolire edifici storici ritenendoli intenzionalmente “fatiscenti”, mentre nella realtà potrebbero vivere molto più a lungo di quanto non si immagini: la loro colpa è solo quella di essere dislocati in zone centrali, molto appetibili per chi voglia fare speculazione e costruire in zone molto più vivibili che non nelle orribili periferie zonizzate che la pseudo-cultura urbanistica a partire dagli anni ’50 ci ha “regalato”.

Ma c’è di più. Lo sputtanamento mondiale sul salario delle povere vittime andrebbe capito meglio. La fortunata e coraggiosa sopravvissuta ci dice che fossero proprio loro stesse, le operaie, a chiedere di non essere messe in regola: qui si tratta di una situazione di necessità di sopravvivenza!

Uno Stato la cui Costituzione si apre dicendo che “l’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro” non dovrebbe consentire che certe cose possano accadere, e se accadono è perché i “moderni” politici – anni luce distanti da chi concepì e scrisse quelle parole sulla Costituzione – hanno trasformato questa “Repubblica” in una “Oligarchia fondata sul precariato e sul gioco d’azzardo”.

Ci scandalizziamo per i 4 euro l’ora delle povere ragazze di Barletta, ma quanto guadagnano le loro omologhe che lavorano nelle altre città d’Italia, nord incluso? Ce lo siamo dimenticato il servizio di Report che mostrava come gli operai delle “grandi imprese” impegnate nei cantieri “a 5 stelle” milanesi vengono pagati 2,5 euro l’ora? E quanto guadagnano i maestri di scuola e i professori delle medie e superiori? E quelli delle Università? E come è possibile accettare la sola esistenza delle Agenzie Interinali che guadagnano sul lavoro sottopagato dei loro iscritti? Quanto guadagnano gli addetti ai call-center della grandi aziende? E quanto i “tecnici” che oggi fanno le perizie per alcune banche italiane pur avendo le loro basi in Romania, togliendo lavoro ai tecnici nostrani che, tra l’altro, potrebbero visionare meglio gli immobili da periziare? Cosa dire poi della mia categoria, gli architetti, dove i grandi studi sfruttano vergognosamente i giovani laureati e abilitati pagandoli (quando li pagano) i giovani e volenterosi ragazzi molto meno di quei 4 euro l’ora?

Cosa può fare un piccolo, o piccolissimo, titolare d’azienda italiano che vuole continuare a produrre in Italia invece di farlo in Cina (magari anche prendendosi dei contributi dallo Stato Italiano)? A nord si sfruttano i lavoratori stranieri i quali, pur consentendo al loro “padrone” di mantenere in vita l’azienda nonostante il mondo globalizzato, viene anche negato il diritto a mantenere il proprio credo religioso perché, essendo in Italia, questi “sporchi stranieri” devono rinnegare le loro origini e tradizioni! Non c’è dunque da meravigliarsi se a sud la cosa avvenga, come è sempre avvenuta, coinvolgendo dei connazionali. Questo non significa voler giustificare chi lo faccia, ma semplicemente voler guardare più onestamente, e senza retorica, alla dura realtà che investe il mondo del lavoro di tutto il Paese, e non solo Barletta.

Il vero scandalo non è dunque questo, ma l’esistenza di un sistema marcio che si ricorda di queste realtà solo in occasione di certe disgrazie, disgrazie che esso stesso ha generato avendo gettato nella disperazione l’intero mondo del lavoro.

Poche ore dopo aver appreso la notizia, quasi in diretta perché me l’aveva comunicata mia madre che si era trovata a passare lì vicino quando ancora si levava in volo la nuvola di polvere avevo scritto queste parole:

È una storia che si ripete. Spero che adesso si riescano a salvare i superstiti e si comprendano fino a fondo le cause che hanno generato questo crollo. Che si puniscano gli eventuali responsabili, se non è stato un caso dovuto all'abbandono parziale dello stabile, come sembra di capire da alcune notizie che ho potuto leggere nel web, spero soprattutto che non si speculi politicamente sul dolore e sul lutto che ha colpito Barletta. Dalle foto mi sembra comunque di capire che la malta che legava i tufi delle murature non fosse di buona qualità, mi sembra uno di quegli edifici che, come usano dire gli operai molto anziani, ha sofferto la sete, ovvero un edificio la cui malta aveva poca calce, tanta sabbia e poca, se non pochissima, acqua. In questo caso, finché l'edificio è stato abitato e vissuto, e non ha subito stravolgimenti degli orizzontamenti e delle murature portanti, nulla gli è capitato perché aveva raggiunto un suo equilibrio che lo faceva "lavorare" a compressione, nel momento in cui sono sopraggiunte delle modifiche (pare che ci fossero dei lavori in corso?) che hanno generato delle tensioni, quell'equilibrio precario è venuto meno. Diversamente non mi spiego come possano esserci la quasi totalità dei blocchi di tufo che sembrano essere usciti ieri dalla cava. Chiudo esprimendo il mio dolore ai parenti della piccola che è deceduta e all'intera cittadinanza”.

Il giorno dopo ho potuto capire qualcosa in più e ho scritto:

ho letto stamattina un po' di notizie che non avevo potuto leggere ieri, ed ho anche visto un video prima del crollo che mi ha lasciato alquanto perplesso: Un edificio che viene demolito in adiacenza ad un altro con il quale "collaborava" staticamente. Una demolizione avvenuta sicuramente con l'ausilio di martelli pneumatici (tassativamente vietati sugli immobili costruiti in tecnica tradizionale), un muro ad arcate che è stato demolito venerdì e che, si suppone, facesse da contrafforte alla struttura, sono tutte cose che lasciano sconvolti per la faciloneria con cui si è proceduto. Non sapevo dell'atteggiamento discutibile dei VVFF cui qualcuno ha fatto riferimento, del quale sono venuto a conoscenza solo stamattina. Fino a ieri pensavo che il crollo fosse relativo all'intero blocco che non c'è più, solo stamattina ho compreso che a crollare è stata la casa a schiera con due sole finestre. Penso che sia fin troppo chiaro come le cose siano andate, spero che lo sia altrettanto per chi farà le indagini e le perizie, e per chi emetterà delle sentenze .. nella speranza che certe cose non accadano mai più”.

E poi, avendo letto un post di Niki Vendola sul crollo ho voluto puntualizzare:

Condivido il discorso, ma voglio puntualizzare alcune cose perché potrebbe partire una campagna demonizzatrice di una certa edilizia nell'interesse di chi voglia specularci (specie in conseguenza dei Piani Casa). Voglio ricordare che certi edifici vengono giù per l'incompetenza con cui vengono fatti certi lavori e non perché sono costruiti con pietre, mattoni e calce. Tra l'altro gli edifici in tecnica tradizionale, se ben costruiti, in caso di sismi o altre sollecitazioni, adattandosi gradualmente alle mutate condizioni statiche, possono salvare molte più vite degli edifici in cemento armato e/o acciaio che, in caso di collasso, non lasciano vie di scampo. Per essere più preciso voglio ricordare che i crolli di L'Aquila e Pompei ci hanno dimostrato come, se certi edifici fossero stati restaurati con tecniche e materiali tradizionali, oggi starebbero ancora in piedi, e molte vite sarebbero state salvate. Non si deve demonizzare gli edifici antichi e/o "vecchi", semmai si devono demonizzare le università che non formano più dei tecnici in grado di restaurare a dovere il nostro patrimonio. Non è poi ammissibile che per ragioni economiche (anche dovute alla situazione politico-economica attuale) si debba risparmiare sulle norme e i sistemi di sicurezza: Come è stato possibile demolire l'edificio accanto a quello crollato (col quale collaborava staticamente) senza nemmeno puntellare quello crollato? Chi ha vigilato sulle opere di demolizione in corso ha valutato la necessità di demolire "a mazza e piccone"? Oppure ha consentito l'uso (proibito sugli immobili costruiti in tecniche tradizionali) del martello pneumatico che crea vibrazioni pericolosissime che generano il distacco tra i blocchi di tufo e i ricorsi di malta? Come è stato possibile che, come ha raccontato un volontario, sotto gli occhi dei VVFF e della Protezione Civile, una pala meccanica si sia potuta mettere a scavare senza pensare che sotto potevano esserci ulteriori cedimenti che, come poi si è visto, probabilmente hanno portato ad estrarre solo cadaveri nonostante ci fossero stati dei contatti tra i soccorritori e le "sepolte vive"?

Riflettiamoci tutti, e stiamo vicini, almeno col pensiero, a queste famiglie straziate da un dolore che nessuna condanna potrà più colmare.

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30 settembre 2011

TRASPORTO PUBBLICO E CITTA' DISPERSA

Un link ad un articolo del Prof. Gabriele Tagliaventi che, con il caso Bologna, affronta, numeri alla mano, il tema generale della città compatta alla luce della difficoltà del trasporto pubblico. Argomento che vale per tutte le città.

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22 settembre 2011

IL PARADOSSO DELLE CITTA' INVISIBILI

Segnalo un paradosso che esemplifica il completo distacco dell’urbanistica operante dalla realtà della città e dallo stesso senso della realtà:

la Regione Toscana ha “esploso” la categoria edilizia dell’ampliamento, il cui significato è sufficientemente comprensibile a tutti, dividendolo in due categorie diverse:
l’addizione funzionale e l’addizione volumetrica.
Non sto a riportare la definizione ufficiale e la semplifico: l’addizione funzionale è quell’”ampliamento” che non costituisce un nuovo organismo edilizio e deve essere “funzionale” ad uno già esistente. A titolo di esempio: se ingrandisco il mio soggiorno o aggiungo una camera per un figlio o una stanza al servizio della casa esistente, una serra per esempio, si parla di addizione funzionale.
Se invece accanto alla mia casa costituisco una unità autonoma, oppure accanto alla mia casa costruisco un nuovo volume da utilizzare come “laboratorio” per un’attività lavorativa, a prescindere dalle dimensioni della stesso, si parla di addizione volumetrica.

Ora è evidente, in base al troppo bistrattato “buon senso”, che in entrambe i casi io costruisco fisicamente un “volume”. Per adesso teniamo a mente questa constatazione.

Cosa distingue i due diversi volumi?
In linea di principio tale distinzione non è né astratta né peregrina, perché segue, in qualche misura, il processo di crescita spontaneo di un organismo, di uno stesso organismo edilizio, che si sviluppa nel tempo in base alle necessità di chi vi abita, e questo viene nella legge classificato come “addizione funzionale”.
Se invece inserisco un organismo edilizio nuovo e diverso, faccio un salto di scala, modifico la natura del tessuto, e questo viene classificato come addizione volumetrica. In sostanza, l’addizione funzionale risponde a normali esigenze di crescita legati all’abitare e quindi va incontro alle normali aspettative dei cittadini.

Tutto questo in linea di principio. Ma cosa accade poi nel momento in cui i principi si sostanziano in articoli di legge? Accade, tra le altre cose, che le addizioni funzionali non rientrano nel “dimensionamento” del PRG, mentre le addizioni volumetriche sì.
Già, perchè esiste il dimensionamento del piano, che sarebbe la madre di ogni PRG. Dico madre, ma sbaglio, dovrei dire figlio, perché si suppone che il mitico numero che segna e direi mette il marchio su ogni nuovo piano dovrebbe scaturire dall’altrettanto mitico quadro conoscitivo.
Ora come possa un numero, la cui determinazione è così complessa, scaturire da un quadro conoscitivo territoriale nessuno è in grado di stabilirlo e infatti il dimensionamento è una scelta a monte, una scelta politica che successivamente viene giustificata con una massa di dati, a valle, una parte dei quali certamente necessari, i più invece superflui e abbastanza risibili. Comunque nessuno di questi da solo può determinare automaticamente un valore credibile, ad eccezione di quelli della rete dei servizi: acqua, fognature, ecc. oppure dei servizi scolastici, ma solo se si esclude di poterli incrementare; e questa è, appunto una scelta politica.

In verità è molto più semplice ed anche più logico lavorare per approssimazioni successive, e per sintesi, ipotizzando un certo valore di cubatura, in base a criteri sintetici fondati essenzialmente su scelte di progetto e quindi proiettare, in base al numero di abitanti prevedibili a regime, la necessità dei vari servizi.
E’ chiaro che l’indirizzo del dimensionamento è quello di restringersi al minimo fino a raggiungere lo zero, conseguendo cioè l’altro mito chiamato volume zero.

Con queste condizioni, l’addizione funzionale sfugge al dimensionamento, perché la sua quantità totale non è facilmente prevedibile e perché l’addizione funzionale è classificata nella categoria della ristrutturazione edilizia.
Sì, avete capito bene: con la ristrutturazione edilizia si può ampliare casa ma quel’ampliamento non è classificato come volume. Non è una deroga, in verità (e sta qui la grande furbizia) ma è proprio la categoria dell’intervento edilizio cui si fa appartenere l’addizione funzionale che esclude per definizione l’esistenza del volume in aggiunta. Quindi è un volume inesistente e quindi, anche in un piano che si dicesse essere a volume zero, nella realtà a zero non è.

Paradosso della norma: il dimensionamento, stabilito a monte come principio ideologico, è salvo.
Si stabliscono limiti improbabili allo sviluppo (sostenibile) e contemporaneamente si introduce sotto banco la scappatoia a quei principi. Si introduce cioè una norma fatta apposta per evadere la norma, quindi si può dire che non è il cittadino a compiere azioni criminogene, come qualcuno sostiene, ma è lo Stato, in questo caso la Regione, che produce norme che sono potenzialmente criminogene. La furbizia pubblica incoraggia certamente quella privata.

Dice: ma è tutto fatto a fin di bene, per uno scopo nobile. E io rispondo che è vero, ci mancherebbe, tuttavia si vorrà ammettere che la logica e lo stesso principio di realtà vanno a ramengo?

Una norma che volesse rispettare il principio della crescita naturale dell’abitato esistente, il principio di realtà e un minimo sindacale di logica umana, avrebbe dovuto conservare la categoria dell’ampliamento, regolamentando quello corrispondente alle addizioni funzionali, con incrementi a scalare in base alle necessità, quindi con una norma che conceda di più a chi ha di meno (una casa piccola ha più necessità di una casa grande)e considerare gli ampliamenti per quello che sono, cioè nuovi volumi. Ma non si può farlo perché il dimensionamento, dato ideologico-politico imposto a monte lo impedisce.

Il risultato finale è che:
- un parte della crescita della città risulta essere invisibile, perché non esiste ufficialmente come volume; questa palese assurdità autorizza il cliente a pensare che tu lo stia prendendo in giro o che non ci abbia capito niente. Vaglielo a spiegare al cliente che un volume non è volume, e quello ti dice, d'istinto, che se non è volume allora perché lo limitano! E’ possibile dargli torto?
- il dimensionamento, posto come limite massimo per legge, ma senza una motivazione reale, tant’è che lo si svicola con una norma che con l’arcivernice fa sparire gli ampliamenti, diventa il nodo scorsoio dei PRG imposto dalla politica e non dalla realtà delle cose, dato che la realtà non è un numero ma la forma della città e il vero dimensionamento è quello che compatta la città in base ad un disegno coerente e non la fa espandere nella campagna;
- la ristrutturazione, che ha una sua accezione chiara nella legge nazionale, a livello regionale diventa un elastico entro cui ci può stare ogni cosa e che contribuisce al sorgere di interpretazioni leguleie da cui la qualità della città ha solo da perdere.

Morale: come rovinarsi la vita con le proprie mani senza ottenere alcun risultato qualitativo accettabile, rovinando la vita ai progettisti, incrementando a dismisura la loro dipendenza dalle interpretazioni degli uffici e inquinando quello che dovrebbe essere il normale rapporto tra la legge e i cittadini: leggo, capisco, applico.
Troppo facile per uno Stato sofferente di bulimia burocratica che ci sta portando alla morte.

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9 settembre 2011

QUALE DENSIFICAZIONE?

Densificazione: parola brutta e anche vagamente sinistra: utilizziamola per comodità di linguaggio e di comuncazione. Vorrei rispondere più compiutamente ai commenti lasciati da robert al post precedente e premetto che: non sarò breve e se robert volesse replicare può non limitarsi ad un commento ma inviarmi un post da pubblicare.
robert afferma, e io non ne dubito, che l’idea di densificazione urbana è presente da almeno una decina d’anni in alcune università, e nel suo ultimo commento porta una serie di dati che lo confermano.
Con questa premessa giunge alla conclusione che noi che facciamo riferimento a Nikos Salìngaros non abbiamo inventato niente e che quanto affermato da Gabriele Tagliaventi nel suo articolo ha il merito, al massimo, di essere entrato nella notizia al momento giusto e che tutto sommato lui e noi del gruppo avremmo colto il vento e ci saremmo aggregati. Insomma, avremmo avuto fiuto.
Se anche si trattasse di fiuto lo riterrei già un merito: perché altri non l’hanno avuto, a maggior ragione se di questi argomenti vi è chi ne parla da almeno dieci anni e oltre e che adesso i tempi sembrano maturi?
Potremmo dire che chi ha introdotto questo principio nella legge urbanistica toscana ha avuto fiuto? Io direi più correttamente che è stato intelligente e lungimirante perché ha dato gambe ad una idea.
Ma robert sbaglia sul fiuto, perché si ferma solo alla superficie della densificazione urbana.

Cosa si intende per densificazione urbana?


Letteralmente è semplice: aumento della densità edilizia delle aree urbane, ottenuta andando a riempire vuoti di aree marginali ma urbanizzate, oppure demolendo e ricostruendo, oppure ristrutturando, con incentivi volumetrici per ottenere il doppio obiettivo di non “consumare “ nuovo suolo agricolo e di razionalizzare la vita all’interno della città in termini di servizi pubblici, di ogni genere, a partire dai trasporti.

Cercando nei vari documenti reperibili in rete, ho trovato molteplici varianti di significato, dalle più fantasiose, a quelle che trovano il sistema di infilarci i pannelli fotovoltaici o l'agricoltura urbana, a quelle che ritengono che sia l’altezza, cioè i grattacieli, l’elemento risolutore. Non v’è dubbio che il modello Manhattan sia molto denso. Il modello italiano invece si declina con grattacieli in mezzo al verde. Una novità già scoperta da un signore svizzero molto ordinato. L’ordine, comunque, diventa un merito rispetto alle proposte attuali che, prevalentemente, mettono insieme qualche birillo e, a posteriori, per giustificarne la presunta utilità ci appiccicano, tra le altre, l’idea di densificazione.

Ho trovato poi questo studio targato INU. Si osservi il risultato progettuale finale: qui non è cambiato niente rispetto a prima, il modello urbano è lo stesso, stecche perpendicolari alla strada, strada solo per le auto, mancanza di ogni caratteristica urbana, semplice ripetizione di modelli periferici, solo molto più densi. La chiamano densificazione insediativa. Già il termine insediativo, più ampio e generico di urbano, più burocratico, a mio avviso connota una certa indifferenza alla forma della città privilegiando l’azione dell’occupazione dello spazio e l’aspetto quantitativo. La proposta progettuale ne è una riprova.

Il punto è proprio questo: densificazione come mero dato numerico e funzionale è “vecchia” di qualche anno, come afferma robert, ma cosa c’è di nuovo, di utile, di positivo se la città resta qualitativamente come prima, e anzi replica e moltiplica i suoi difetti ma con molti metri cubi in più? Una densificazione urbanisticamente sbagliata diventa un’aggravante non un vantaggio.
Anche la speculazione edilizia più bieca è “densificazione”, e in questo caso si può affermare che per ritrovare l’origine dell’idea si può andare molto indietro nel tempo, direi alle insulae romane, che nonostante i divieti imperiali crescevano in altezza. Il condono consisteva nella tolleranza. Anche in questa densificazione, dunque, nihil sub sole novi.

In questo blog, invece, con il contributo dei vari amici, è stata sostenuta un’idea di densificazione urbana ben precisa, la cui necessità è giustificata al contempo dai due fattori fondamentali:
- quello economico-ecologico, cui fa riferimento robert, nel senso che più la città è compatta, minore è la necessità dell’utilizzo dell’auto, maggiore è la possibilità della pedonalizzazione e quindi il risparmio di risorse energetiche, migliore è l’organizzazione del trasporto pubblico;
- quello della forma della città, da perseguire mediante il disegno urbano, sul modello della città tradizionale europea: strade, isolati, cortine edilizie, piazze, pluralità di funzioni, zonizzazione verticale e quant’altro adesso non è il caso di ripetere.

Non è dato un lato della medaglia senza l’altro e direi che l’elemento prevalente è il secondo, la forma urbana, quella che consente, aldilà della situazione contingente di crisi economica, scelte economicamente virtuose, come scrive Tagliaventi nel suo articolo. La situazione di crisi è uno stimolo, direi un’occasione e una necessità in più per spingere in quella direzione, ma la forma compatta della città tradizionale ha un valore indipendente da quella e non ad essa subordinata.

Per restare a Tagliaventi, che sostiene quest’idea da sempre, portando spesso ad esempio il caso dello sprawl americano ed il retrofitting dei centri commerciali a veri quartieri urbani, mai ha egli tenuto separati i due aspetti del problema.
Ma vogliamo ampliare il discorso? Lèon e Rob Krier non hanno fatto altro che progettare e scrivere di città tradizionali, cioè dense, compatte, in cui il margine con la campagna è nettamente definito. Siamo agli antipodi dello sprawl. Altro che dieci anni, e altro che calcoli numerici!

City Pizza, di Léon Krier - La pizza completa (città tradizionale), la pizza per ingredienti (città dello zoning)
Il fatto è che, ragionando per assurdo, se non vi fosse stato quel taglio netto nella storia, quel grado zero dell’urbanistica teorizzato dall’avanguardia, se non fosse stata inventata, diffusa e propagandata fino a far credere che fosse impossibile immaginare una città moderna senza la zonizzazione, se non fosse stato abbandonato il disegno della città a vantaggio dei retini che indicano le varie funzioni parcellizzate, se l’unica forma di disegno, a scala di piani attuativi, non fosse stato quello della astratta geometria di tipo pittorico senza alcuna relazione con l’abitare dell’uomo nello spazio urbano, se non fosse stata vituperata e abbandonata la strada come elemento generatore della città, per sostituirla con edifici staccati e separati (ma dicevano tenuti assieme) da un improbabile verde comune, se non fosse stata abbandonata la città europea, ma solo adeguata ai nuovi standard di vita degli individui e della società, oggi non ci sarebbe stato bisogno di coniare questo brutto termine di densificazione, più adatto ad una confettura di marmellata industriale che ad un insediamento umano.

E’ un discorso per assurdo, l’ho già detto, perché con i se non si fa la storia, ma serve a far comprendere a robert la diversità esistente tra i 10 anni di studi sulla densificazione e quanto da noi sostenuto. E serve per sottolineare che c’è un uso buono ed un uso sbagliato di questo termine.
E noi ne abbiamo fatto un uso buono e lo abbiamo sostenuto con un’azione efficace, tenace e sfidando spesso anche il ludibrio di molti. Niente di eroico, per carità, specialmente per chi come me svolge la libera professione in ambito privato, ma chi è vissuto o ha provato a vivere nell’ambiente accademico credo ne abbia dovuto ingollare di rospi.

Quindi il fatto che vi sia chi l’ha studiato da dieci anni, e magari dal punto di vista sbagliato, e l’abbia tenuto in un cassetto da aprire per qualche convegno da mettere nel cv e presto dimenticato e non l’abbia diffuso presso gli studenti, non abbia insomma fatto scuola, loro che avrebbero potuto farla, per me ha valore "zero".
Lo studio della città non è lo studio delle particelle elementari della fisica, riservato al mondo accademico e della ricerca. Lo studio della città è destinato agli architetti, agli urbanisti e agli amministratori che devono diffonderlo e comunicarlo ai cittadini per renderlo operativo, a vantaggio di tutti.

La città è bene comune, cioè appartiene a tutti, la città è il luogo della politica (e tutti gli architetti lo sanno bene perché tutti i giorni si confrontano o si scontrano con la politica, cioè con l’arte di amministrare la polis, volenti o nolenti) e l’architettura è arte civica e le se le idee non si diffondono e si sostengono, specie in momenti in cui le città sono così in difficoltà, è come non averle prodotte.
Teoria e prassi in urbanistica camminano a braccetto e non possiamo immaginare l’una senza altra proprio per la specificità e direi unicità dell’urbanistica e dell’architettura rispetto ad altre discipline.
Una riprova elementare: qualsiasi quotidiano o foglio locale, oltre che di calcio, tratta sempre di urbanistica, lavori pubblici, traffico. Perché?

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5 settembre 2011

GABRIELE TAGLIAVENTI SU CATTIVA URBANISTICA E DEBITO PUBBLICO. ARTICOLO CHE SI SPOSA CON IL POST PRECEDENTE

Un articolo di Gabriele Tagliaventi sul rapporto tra urbanistica e debito pubblico italiano.
Un articolo che conferma la bontà e la necessità di quei principi affermati nella modifica alla Legge urbanistica della Regione Toscana di cui ho scritto nel post predcedente.

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