Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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9 settembre 2011

QUALE DENSIFICAZIONE?

Densificazione: parola brutta e anche vagamente sinistra: utilizziamola per comodità di linguaggio e di comuncazione. Vorrei rispondere più compiutamente ai commenti lasciati da robert al post precedente e premetto che: non sarò breve e se robert volesse replicare può non limitarsi ad un commento ma inviarmi un post da pubblicare.
robert afferma, e io non ne dubito, che l’idea di densificazione urbana è presente da almeno una decina d’anni in alcune università, e nel suo ultimo commento porta una serie di dati che lo confermano.
Con questa premessa giunge alla conclusione che noi che facciamo riferimento a Nikos Salìngaros non abbiamo inventato niente e che quanto affermato da Gabriele Tagliaventi nel suo articolo ha il merito, al massimo, di essere entrato nella notizia al momento giusto e che tutto sommato lui e noi del gruppo avremmo colto il vento e ci saremmo aggregati. Insomma, avremmo avuto fiuto.
Se anche si trattasse di fiuto lo riterrei già un merito: perché altri non l’hanno avuto, a maggior ragione se di questi argomenti vi è chi ne parla da almeno dieci anni e oltre e che adesso i tempi sembrano maturi?
Potremmo dire che chi ha introdotto questo principio nella legge urbanistica toscana ha avuto fiuto? Io direi più correttamente che è stato intelligente e lungimirante perché ha dato gambe ad una idea.
Ma robert sbaglia sul fiuto, perché si ferma solo alla superficie della densificazione urbana.

Cosa si intende per densificazione urbana?


Letteralmente è semplice: aumento della densità edilizia delle aree urbane, ottenuta andando a riempire vuoti di aree marginali ma urbanizzate, oppure demolendo e ricostruendo, oppure ristrutturando, con incentivi volumetrici per ottenere il doppio obiettivo di non “consumare “ nuovo suolo agricolo e di razionalizzare la vita all’interno della città in termini di servizi pubblici, di ogni genere, a partire dai trasporti.

Cercando nei vari documenti reperibili in rete, ho trovato molteplici varianti di significato, dalle più fantasiose, a quelle che trovano il sistema di infilarci i pannelli fotovoltaici o l'agricoltura urbana, a quelle che ritengono che sia l’altezza, cioè i grattacieli, l’elemento risolutore. Non v’è dubbio che il modello Manhattan sia molto denso. Il modello italiano invece si declina con grattacieli in mezzo al verde. Una novità già scoperta da un signore svizzero molto ordinato. L’ordine, comunque, diventa un merito rispetto alle proposte attuali che, prevalentemente, mettono insieme qualche birillo e, a posteriori, per giustificarne la presunta utilità ci appiccicano, tra le altre, l’idea di densificazione.

Ho trovato poi questo studio targato INU. Si osservi il risultato progettuale finale: qui non è cambiato niente rispetto a prima, il modello urbano è lo stesso, stecche perpendicolari alla strada, strada solo per le auto, mancanza di ogni caratteristica urbana, semplice ripetizione di modelli periferici, solo molto più densi. La chiamano densificazione insediativa. Già il termine insediativo, più ampio e generico di urbano, più burocratico, a mio avviso connota una certa indifferenza alla forma della città privilegiando l’azione dell’occupazione dello spazio e l’aspetto quantitativo. La proposta progettuale ne è una riprova.

Il punto è proprio questo: densificazione come mero dato numerico e funzionale è “vecchia” di qualche anno, come afferma robert, ma cosa c’è di nuovo, di utile, di positivo se la città resta qualitativamente come prima, e anzi replica e moltiplica i suoi difetti ma con molti metri cubi in più? Una densificazione urbanisticamente sbagliata diventa un’aggravante non un vantaggio.
Anche la speculazione edilizia più bieca è “densificazione”, e in questo caso si può affermare che per ritrovare l’origine dell’idea si può andare molto indietro nel tempo, direi alle insulae romane, che nonostante i divieti imperiali crescevano in altezza. Il condono consisteva nella tolleranza. Anche in questa densificazione, dunque, nihil sub sole novi.

In questo blog, invece, con il contributo dei vari amici, è stata sostenuta un’idea di densificazione urbana ben precisa, la cui necessità è giustificata al contempo dai due fattori fondamentali:
- quello economico-ecologico, cui fa riferimento robert, nel senso che più la città è compatta, minore è la necessità dell’utilizzo dell’auto, maggiore è la possibilità della pedonalizzazione e quindi il risparmio di risorse energetiche, migliore è l’organizzazione del trasporto pubblico;
- quello della forma della città, da perseguire mediante il disegno urbano, sul modello della città tradizionale europea: strade, isolati, cortine edilizie, piazze, pluralità di funzioni, zonizzazione verticale e quant’altro adesso non è il caso di ripetere.

Non è dato un lato della medaglia senza l’altro e direi che l’elemento prevalente è il secondo, la forma urbana, quella che consente, aldilà della situazione contingente di crisi economica, scelte economicamente virtuose, come scrive Tagliaventi nel suo articolo. La situazione di crisi è uno stimolo, direi un’occasione e una necessità in più per spingere in quella direzione, ma la forma compatta della città tradizionale ha un valore indipendente da quella e non ad essa subordinata.

Per restare a Tagliaventi, che sostiene quest’idea da sempre, portando spesso ad esempio il caso dello sprawl americano ed il retrofitting dei centri commerciali a veri quartieri urbani, mai ha egli tenuto separati i due aspetti del problema.
Ma vogliamo ampliare il discorso? Lèon e Rob Krier non hanno fatto altro che progettare e scrivere di città tradizionali, cioè dense, compatte, in cui il margine con la campagna è nettamente definito. Siamo agli antipodi dello sprawl. Altro che dieci anni, e altro che calcoli numerici!

City Pizza, di Léon Krier - La pizza completa (città tradizionale), la pizza per ingredienti (città dello zoning)
Il fatto è che, ragionando per assurdo, se non vi fosse stato quel taglio netto nella storia, quel grado zero dell’urbanistica teorizzato dall’avanguardia, se non fosse stata inventata, diffusa e propagandata fino a far credere che fosse impossibile immaginare una città moderna senza la zonizzazione, se non fosse stato abbandonato il disegno della città a vantaggio dei retini che indicano le varie funzioni parcellizzate, se l’unica forma di disegno, a scala di piani attuativi, non fosse stato quello della astratta geometria di tipo pittorico senza alcuna relazione con l’abitare dell’uomo nello spazio urbano, se non fosse stata vituperata e abbandonata la strada come elemento generatore della città, per sostituirla con edifici staccati e separati (ma dicevano tenuti assieme) da un improbabile verde comune, se non fosse stata abbandonata la città europea, ma solo adeguata ai nuovi standard di vita degli individui e della società, oggi non ci sarebbe stato bisogno di coniare questo brutto termine di densificazione, più adatto ad una confettura di marmellata industriale che ad un insediamento umano.

E’ un discorso per assurdo, l’ho già detto, perché con i se non si fa la storia, ma serve a far comprendere a robert la diversità esistente tra i 10 anni di studi sulla densificazione e quanto da noi sostenuto. E serve per sottolineare che c’è un uso buono ed un uso sbagliato di questo termine.
E noi ne abbiamo fatto un uso buono e lo abbiamo sostenuto con un’azione efficace, tenace e sfidando spesso anche il ludibrio di molti. Niente di eroico, per carità, specialmente per chi come me svolge la libera professione in ambito privato, ma chi è vissuto o ha provato a vivere nell’ambiente accademico credo ne abbia dovuto ingollare di rospi.

Quindi il fatto che vi sia chi l’ha studiato da dieci anni, e magari dal punto di vista sbagliato, e l’abbia tenuto in un cassetto da aprire per qualche convegno da mettere nel cv e presto dimenticato e non l’abbia diffuso presso gli studenti, non abbia insomma fatto scuola, loro che avrebbero potuto farla, per me ha valore "zero".
Lo studio della città non è lo studio delle particelle elementari della fisica, riservato al mondo accademico e della ricerca. Lo studio della città è destinato agli architetti, agli urbanisti e agli amministratori che devono diffonderlo e comunicarlo ai cittadini per renderlo operativo, a vantaggio di tutti.

La città è bene comune, cioè appartiene a tutti, la città è il luogo della politica (e tutti gli architetti lo sanno bene perché tutti i giorni si confrontano o si scontrano con la politica, cioè con l’arte di amministrare la polis, volenti o nolenti) e l’architettura è arte civica e le se le idee non si diffondono e si sostengono, specie in momenti in cui le città sono così in difficoltà, è come non averle prodotte.
Teoria e prassi in urbanistica camminano a braccetto e non possiamo immaginare l’una senza altra proprio per la specificità e direi unicità dell’urbanistica e dell’architettura rispetto ad altre discipline.
Una riprova elementare: qualsiasi quotidiano o foglio locale, oltre che di calcio, tratta sempre di urbanistica, lavori pubblici, traffico. Perché?

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21 agosto 2011

L'ISOLATO APERTO DELLA RIVE GAUCHE

Nella cassetta della posta ho trovato un giornale dal titolo Architetti, sotto titolo Idee, Cultura e Progetto. Ho pensato a materiale pubblicitario che fa sempre la solita fine, dopo la separazione della plastica che lo avvolge dalla carta. Poi ho visto la casa editrice, Maggioli, e l’ho sfogliata. Formato tabloid, fogli staccati tipo quotidiano, carta pesante, veste grafica studiata per una buona leggibilità. E’ già un pregio.
Sostenibilità a piene mani, ovviamente, qualche premio (alla sostenibilità), immancabile l’IPad, applicato all’architettura in questo caso.
Un titolo verso la fine attrae la mia attenzione: Sì alla rue, no al corridor. E sotto: Il quartiere Masséna, Paris, Rive Gauche. Sono costretto a leggere l’articolo. Che vorrà dire? Le Corbusier rivisitato? Oppure una sua mezza negazione? Insomma, il bicchiere sarà mezzo vuoto o mezzo pieno?


La faccio breve: si tratta di un nuovo quartiere in costruzione il cui piano urbanistico è di Christian de Portzamparc. Io ero rimasto alla Villette, quando ancora mi interessavano i nomi dei progettisti, anche se la Citè de la Musique non mi era piaciuta proprio. Cosa ha di speciale questo piano di Masséna? Ha che de Portzamparc pare essere famoso per l’isolato aperto, o open block o ilot ouverte - dico pare perché io non lo sapevo e quindi per me è una novità – e in questo quartiere c’è l’applicazione di questa novità.

Quale sarebbe la caratteristica di questo ilot ouvert? Sarebbe che le strade formano un tessuto analogo a quelle della città tradizionale, nella fattispecie credo che rimanga più o meno la trama attuale, ma gli isolati non sono costituiti da fronti continui lungo strada, bensì vengono lasciate aperture, varchi, distacchi tra gli edifici, essendo però costruiti gli incroci, cioè i punti più interessanti e singolari di un isolato. Ma qual è lo scopo di questa scelta o trovata che dir si voglia? Quella di permettere la costruzione di tanti edifici staccati l’uno dall’altro, ma abbastanza vicini l’uno all’altro, in modo tale che ogni progetto possa essere diverso dall’altro ma, è specificato nell’articolo, nel rispetto di certe sagome o profili.

Cito il brano specifico dell’articolo di Carlo Teodoli: “Dov’è l’idea chiave di de Porzamparc nel quartiere Masséna? E’ nel suo concetto di Ilot-Ouvert; un solo concetto semplice, ma che vale tutto il quartiere, e che apre a un vasto scenario, anche infinito, di “variabili” dell’architettura senza rinunciare alle “costanti” di buon funzionamento urbanistico e viabilistico del quartiere; parafrasando Le Corbusier (no alla rue corridor) de Porzamparc afferma invece: sì alla rue ma no al corridor”.
Chiaro no? Lo scopo è quello di consentire la massima libertà progettuale inserita in un tessuto apparentemente simile a quello proprio della città.

Nell’articolo vi sono una serie di foto di edifici ma non c’è alcuna planimetria. Gli edifici sono molto fantasiosi, nel senso che sono tutti diversi, come da concetto-guida, di varie altezze da quattro fino a circa 12 (almeno nelle foto del giornale; nel sito se ne vedono di molto più alti) e sono molto vicini tra loro. Non si capisce bene, o meglio, a giudicare dalle foto non vedo nessuna novità rispetto ad una città fatta di grattacieli, ma molto più bassi, cioè non sono grattacieli. Cerco su internet e trovo di più qui, su www.arthitectural.com (ma che nome impronunciabile che ha questo sito!).
Le immagini sono accattivanti e mi è impossibile capire se siano foto o rendering di altissima qualità. Per essere realtà è troppo ordinata, per essere rendering ci sono particolari troppo realistici (oggetti di uso comune che si intravedono dai parapetti traslucidi delle terrazze). Ma non ha troppa importanza, qui si capisce abbastanza bene ciò che è o dovrà essere.
Ci sono poi anche alcuni grafici che sintetizzano l’idea che sta dietro al quartiere.

La trovata è, dal punto di vista del marketing, assolutamente geniale. Lo slogan è azzeccato. Insomma, la confezione è ottima. Il risultato molto meno. Gli spazi tra gli edifici sono privi del minimo senso. Non sono strade, non hanno altro scopo che mantenere i distacchi in funzione dell’esaltazione degli edifici, sono vuoti lasciati per la vuota vanità dell’architetto e sono inevitabilmente destinati all’abbandono.

Il principio dell'ilot ouvert non è urbanistico, è architettonico. Nell’articolo della rivista c’è scritto: “…i risultati sono molto interessanti: rinuncia (de Portzamparc) a firmare l’architettura di edifici ma firma l’urbanistica del planivolumetrico come se fosse un immenso e articolato edificio, per affermare, magari senza volerlo, il ruolo del progettista “dal cucchiaio alla città” o, più semplicemente, il primato dell’architettura come disciplina globale nel design della città dove l’urbanistica (come l’ingegneria del resto) è insomma un suo autorevole affluente, ma non il contrario”.
Ecco, io credo sia vero proprio quel contrario, anche se, idealmente, le due discipline dovrebbero essere intimamente unite, come lo sono state nel passato. Penso però che questo non sia più pienamente possibile, non nel linguaggio architettonico almeno. E’ possibile invece negli aspetti tipologici e morfologici, nella indicazione planivolumetrica (come nel caso in oggetto, in fondo), nel controllo delle altezze, nella continuità della cortina stradale, che è un aspetto urbanistico e architettonico allo stesso tempo.
Insomma, il bicchiere è mezzo vuoto, la rue o è corridor o non è. Inutile tentare mediazioni tra l’isolato (sostantivo) e l’edificio isolato (aggettivo) nel lotto. Il risultato resta quello di una città priva di sequenze, una somma di oggetti cui la presenza della strada non riesce comunque a garantire una continuità.

Ma voglio finire con una nota di ottimismo estivo: prendiamola come una manovra di avvicinamento al punto di...inizio.

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20 marzo 2011

L'ASSIOMA DEL GRATTACIELO

Se avevo definito noioso il mio vecchio post Grattacieli sostenibili e sostenuti, al confronto di questo potrà apparire eccitante, perché qui analizzo puntigliosamente il grattacielo con calcoli di tipo geometrico per smentire luoghi comuni diffusi in buona e cattiva fede su questo tipo edilizio, con dovizia di calcoli, per evitare l’accusa di partigianeria (che comunque c’è). Chi non se la sentisse di seguire la “dimostrazione” e si fidasse, può andare direttamente alle conclusioni.
*****
La giustificazione tecnica prevalente di tipo assiomatico per la costruzione dei grattacieli è quella della “minore occupazione di suolo”, con il correlato e inevitabile corollario dei grandi spazi di “verde” liberato intorno. Successivamente ne derivano anche altre di giustificazioni, ma sono prevalentemente di tipo “ideologico”, quali la loro presunta, quanto risibile sostenibilità ambientale e autonomia energetica. Soffermiamoci però sul primo assioma che è di facile e immediato utilizzo da parte di ognuno, in specie sindaci e amministratori, ma che in effetti ha una certa presa anche a livello popolare. Perché si tratta di assioma? La definizione che Wikipedia da di assioma è la seguente: In epistemologia, un assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento. In questa definizione c’è la ragione in base alla quale un sindaco-tipo che affermi la “minore occupazione di suolo” da parte del tipo grattacielo non può essere tecnicamente considerato un mentitore. Ma è un po' come affermare solennemente che un grattacielo è alto, e sarebbe folle negare questa evidenza. Ma constatare l’altezza di un edificio e fermarci lì non ci dice molto oltre alla sua….altezza. Il sindaco-tipo non può essere accusato di menzogna ma può essere serenamente tacciato di omissione. Vediamo perché. La minore “occupazione di suolo” discende da una semplice considerazione geometrica svolta in via intuitiva: a parità di volume, all’aumentare dell’altezza diminuisce la superficie di base. Poiché questa affermazione è certamente vera, si immagina, probabilmente in buona fede in coloro che si fermano a questo dato, che per “consumare meno suolo” sia opportuno costruire sempre più in alto. Voglio dare per scontato, almeno per ora, che “consumare meno suolo” non richieda specificazioni sul suo significato reale, voglio cioè stare anch’io al gioco delle omissioni, e concentrarmi sul fatto se sia vero e in quale misura e in quali condizioni che un grattacielo occupi “meno spazio” di un edificio con identico volume ma con altezze inferiori, e quindi con maggiore superficie coperta, e quali siano le conseguenze di questo assioma applicato alla città. Consideriamo un grattacielo alto 100 metri con base di 20x20 metri, posto al centro di un lotto di dimensioni 100x100 metri (Figura 1). L’edificio sviluppa un volume di 40.000 mc e l’indice fondiario è di 4 mc/mq. Sul medesimo lotto si disegni un edificio continuo, perimetrale al bordo della profondità di 12 metri. Il lotto si trasforma in isolato (Figura 2). Perché questo edificio possa sviluppare volume pari a quello del grattacielo è necessaria un’altezza dell’edificio di 9,6 metri, cioè 3 piani. Una prima considerazione anticipata: aumentando di un solo piano l’edificio, con caratteristiche prettamente urbane, si otterrebbe un indice fondiario di 5,5 mc/mq, analogo a quelli dei centri storici e quindi una densità maggiore che, valutata a scala urbana, comporterebbe una “minore occupazione di suolo”. Torniamo al “verde”. Nel caso del grattacielo la superficie occupata è di soli 400 mq, ma si dà il caso che occorrano i parcheggi. Applicando i valori minimi di legge, largamente insufficienti, cioè una superficie pari ad 1/10 del volume, si ottengono in entrambe i casi 4000 mq di superficie necessaria. Nel caso del grattacielo ipotizziamo di porli su due piani interrati posti sotto l’edificio stesso. Se ne ricava una superficie di 2.000 mq. Rimane potenzialmente destinata a verde una superficie di 8.000 mq. Nel caso dell’isolato, poiché un piano interrato non è sufficiente, data la presenza di numerosi vani scala, ipotizziamo gli stessi due piani: se ne ricava certamente una maggiore quantità di parcheggi e una superficie libera a verde di 5.776 mq, minore dell’altra di 2.224 mq che corrisponde a 2,24 mq ad abitante. Da questo dato risulta dunque che l’assioma del sindaco-tipo è vero ma ancora non completo e non giustificativo della scelta - che io ritengo di altro genere - del tipo grattacielo. Continuiamo con le valutazioni “oggettive”. Calcoliamo adesso quanti alloggi si possono collocare, a parità di superficie per alloggio, nel grattacielo e quanti nell’edificio a corte. Consideriamo solo la destinazione residenziale, per confrontare valori omogenei. Nel grattacielo ritengo siano utilizzabili allo scopo: 29 piani totali (ottimistico) –2 piani tecnici – 1 piano al livello 0 per l’ingresso (ottimistico) e si ottengono 26 piani utili. Considerando un corpo centrale per i collegamenti verticali con almeno due ascensori e due vani scala che ipotizziamo di 100 mq (ottimistico perché occorrono anche i disimpegni per gli appartamenti e le vie di fuga) rimangono 300 mq, cioè quattro appartamenti della superficie lorda di 75 mq. Dunque otteniamo un totale di 4x26= 104 appartamenti (Figura 3). Nell’edificio a corte consideriamo 24 vani scala (pessimistico), ciascuno di 30 mq. Rimangono ad ogni piano mq (4.224-(24x30))x3= mq 10.512 di superficie che, divisa per mq 75 ad alloggio, restituisce 140 appartamenti, cioè 36 appartamenti in più del grattacielo (Figura 4). Come è possibile? Semplice, basta sviluppare il volume dei “collegamenti verticali” e si troverà una differenza in più a favore del grattacielo di circa 3081 mc che comportano 41 appartamenti . La differenza con 36 è data dalle approssimazioni al taglio degli alloggi, dunque in realtà la differenza è 41 e non 36. 41 appartamenti in più significano 41 famiglie o nuclei abitativi in più da collocare e quindi una densità nettamente superiore di quasi il 40% in più dell’isolato rispetto al grattacielo. Ho preso poi in considerazione una soluzione mista, cioè una città ad isolati con qualche grattacielo, che sarebbe la soluzione più realistica, dato che tenderei ad escludere vi sia chi auspica la soluzione estrema del tutto grattacieli (Figura 5). Ebbene, è proprio questo il caso che mostra l’inutilità del dato di minore occupazione di suolo per optare per i grattacieli, dato che l’aumento di verde nel territorio urbanizzato è solo del 3,50%, una quantità insignificante per il verde, molto significativo invece per il peggioramento della qualità della città. Conclusioni Dai dati esposti, che sono un'astrazione ma significativa per quanto riguarda i valori trovati, risulta una autentica minore occupazione di suolo della città tradizionale, perché il suolo occupato non è la mera superficie coperta degli edifici bensì la superficie complessiva del territorio urbanizzato, cioè quanto una città è espansa nel piano orizzontale e una serie di grattacieli che “vogliono” mantenere quella maggiore superficie di verde di differenza rispetto all’isolato tradizionale produce una città molto più estesa: il 20% in più della città ad isolati. In verità il dato è molto superiore, perché non tiene conto del fatto che su quella superficie inferiore del 20% ci possono abitare il 40% di famiglie in più, e con edifici di soli 3 piani. Portando i piani a 4, si liberano a piano terra spazi per attività commerciali, artigianali, fondi, magazzini, garage e quant'altro; funzioni queste del tutto assenti nella soluzione con grattacieli e che, una volta inserite, come necessario, occuperebbero ulteriore spazio a detrimento del "verde". Una città di grattacieli consuma molto più suolo, sottraendolo a quello agricolo, di una città tradizionale. O meglio, più realisticamente: la scelta di costruire grattacieli in una città, valutando la scala urbana, consuma più suolo, sottraendolo dunque al territorio agricolo. Si dirà: d’accordo, ma in città c’è più verde! Non è vero, ed è qui che l’assioma si dimostra ancora fallace, ambiguo, vero solo se valutato sul singolo oggetto (tipico atteggiamento dell’urbanistica e del’architettura contemporanea) piuttosto che nell’insieme, perché nella soluzione ad isolati è possibile prevedere grandi parchi urbani esterni al centro abitato che non sono urbanizzati, che sono a diretto contatto con il verde agricolo e che svolgono quella funzione igienica di filtro, oltre che di limite tra città e campagna, di attività ricreativa e sportiva che il parco assolve. In verità il verde tra un grattacielo e l’altro è un non-luogo insicuro e destinato a rapido degrado, come ci insegna l’esperienza di molte aree residenziali e come ha scritto con grande lucidità e preveggenza Jane Jacobs fin dal 1961. Invece il verde all’interno dell’isolato, che sia condominiale, o di uso pubblico o privato, svolge una grande funzione sociale, perché i bambini possono giocarvi, gli anziani possono frequentarlo senza pericoli, chiunque ne può godere affacciandosi alla finestra di casa, ad un tiro di voce per fare sentire la propria presenza o richiamare i figli a casa piuttosto che sporgersi dal 20° piano e guardarli con il binocolo e chiamarli con il megafono. Che poi nessuna persona di buon senso lascerebbe il proprio figlio da solo in quel grande vuoto. Un esempio in questo senso è il progetto del Borgo Corviale di E.M. Mazzola che trasforma un grattacielo orizzontale in un quartiere con corti verdi. Ma anche tutti questi calcoli dicono solo una parte della verità, che consiste nel dato essenziale, da chiunque intuibile, e cioè che una sequenza di grattacieli nel verde è la negazione, la dissipazione, l’inesistenza della città stessa, il suo esatto contrario: una vita alienante in casa, perché segregata completamente da quella degli altri condòmini e alienante fuori casa, perché segregata dentro un’automobile per poter svolgere qualsiasi elementare funzione che non sia un’abitare segregato. E’ lo sprawl verticale, sicuramente peggiore di quello orizzontale, perché astrae completamente dalla natura, dalla percezione di vivere sulla terra, e astrae dalla società, cioè dai normali rapporti quotidiani tra persone.

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