Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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7 aprile 2013

LIBERI DI COSTRUIRE

Pietro Pagliardini

Il titolo non è mio ma è quello del nuovo libro di Marco Romano che consiglio vivamente di leggere con animo sgombro da pregiudizi. E’ un libro disinibito, dissacrante, libertario, liberatorio e perfino libertino, tanto è anti-moralista e quindi controcorrente in questa fase della nostra storia così grevemente moralista e giacobina, e lo è con spirito leggero e divertito. Leggendolo viene da immaginarsi la sottile e irridente perfidia dell’autore nello scrivere quelle parti più politicamente scorrette, col gusto per la provocazione intellettuale che ci ha messo, ben sapendo che sarebbe stato sottoposto alle critiche più feroci. Probabilmente andando volontariamente a sollecitarle.

Ma detto questo, il libro è serio, anzi serissimo, fondato sulla profonda conoscenza non solo delle città ma della storia e delle sue pieghe più nascoste, quasi da erudito topo di biblioteca.
Il contenuto è letteralmente politico perché affronta il tema città dal punto di vista della civitas, cioè dei cittadini, ribaltando completamente la visuale rispetto a quella che è la regola generale da sempre: la città europea come noi la conosciamo e come a noi è giunta, è il frutto dell’opera dell’uomo da mille anni a questa parte ed è cresciuta e si è trasformata guidata da una precisa volontà estetica non imposta dall’alto bensì cresciuta in un clima di democrazia e libertà, e quindi il metro con cui leggerla e giudicarla è l’uomo stesso in quanto cittadino, senza divinizzare i manufatti se non in funzione del soddisfacimento dei desideri, oltre che dei bisogni, dell’uomo in quanto appartenente alla civitas. Il valore simbolico dei temi collettivi e dei temi individuali trova la sua ragion d’essere nell’essere stati scelti come tali dai cittadini con l’intento di rendere più bella l’urbs.

Da questo assunto storico, che fa perno sul diritto di cittadinanza garantito dal possesso di una casa, le cui origini Romano spiega con dovizia di particolari, nasce Liberi di costruire, che va preso proprio in senso letterale, almeno di primo acchito, per entrare dentro l’argomento, salvo poi riportarlo entro l’alveo delle regole le quali però hanno sempre come faro il rispetto del diritto dei cittadini a costruirsi una casa secondo le aspettative e le possibilità di ciascuno.
Le regole infatti sono informate, riprendendo quello che sempre l’autore ha sostenuto, dal principio di garantire un godimento della città il più possibile egualitario, a prescindere dalle possibilità economiche dei singoli. Ciò può avvenire, secondo Romano, disegnando piani regolatori che non pongano limiti quantitativi al “dimensionamento” del piano (immagino i funzionari-urbanisti della Regione Toscana saltare sulla seggiola alla lettura di questa parte, ammesso che non sia già messo all’indice e che tutti i dipendenti non vengano perquisiti per evitare che il virus si diffonda), strutturati con rete stradale costituita da boulevard e viali che partano dal centro della città o comunque da luoghi centrali, affinchè la città sia una presenza per tutti gli isolati che affacciano su di essi e per tutte le case allineate lungo le strade, creando così una condizione tale per cui, anche chi non può permettersi di abitare in centro, abbia la percezione fisica di essere comunque parte integrante di quella civitas. E’ la visione tradizionale che Marco Romano ha del disegno della città, che in questo libro si evolve e si arricchisce di indicazioni politiche più ampie.
Leggiamo i titoli dei capitoli che lo compongono:
-Il cittadino europeo e la sua casa
- Limiti alla libertà di costruire
- La democrazia della civitas e la bellezza dell’urbs
- Che fare?
- Liberarsi dalle commissioni edilizie
- Liberarsi dalle norme edilizie
- Una libera casa di vacanza
- Liberiamoci dallo Stato.

Come si capisce, questo è un libro sulla libertà, che non va considerata in alcun modo anarchia o scambiata, ancora peggio, per una bieca visione speculativa, perché Romano non solo non rifiuta l’idea di progetto della città, ma anzi auspica un ritorno al piano disegnato, al piano all’antica, contro la pratica della pianificazione come fonte di corruzione:

E su questo terreno incerto [cioè sulle infinite regole scritte da presunti esperti, Ndr] serpeggia un’endemica corruzione, che non va fatta risalire alla disonestà dei singoli – spesso coperti dai partiti – ma alle stesse procedure della pianificazione: una corruzione che i piani regolatori correnti fino a mezzo secolo fa, con le loro strade tracciate seguendo un’indiscutibile coerenza d’insieme e con una semplice norma regolativa dell’edificabilità, rendevano minima (...)

E se dobbiamo oggi levare una bandiera di difesa della libertà del cittadino nella propria casa, alla nostra generazione toccherebbe abolire subito tutte le norme che concernono il suo interno, dove ciascuno dovrebbe essere libero di ridurre l’altezza dei locali ai quei 2,26 metri che Le Corbusier considerava il modulo perfetto –o beninteso a qualsiasi misura ciascuno creda migliore – di scegliere la dimensione delle stanze, dei corridoi, dei bagni e di quant’altro giudichi confacente alla sua personalità, di decidere se e come illuminarli o arearli, e chissà che una casa senza finestre non faccia riparo alle crescenti polveri inquinanti sparse nell’aria cittadina. (…) La vera difficoltà che incontra questa proposta non è tanto quella concettuale, perché tutti dovrebbero convenire su quanto sia connaturata a una società libera la libertà di conformare la propria casa secondo i propri desideri e non secondo le arbitrarie prescrizioni di quegli esperti che i principi totalitari infiltrati tra noi hanno legittimato, quanto dal semplice fatto che a controllare il rispetto di codeste norme sono impegnati gli uffici tecnici dei Comuni, che spesso non saprebbero a cos’altro venire destinati. Ma se il governo di questo paese vorrà seriamente impegnarsi nella spending review ecco un campo dove il taglio non soltanto sarebbe indolore ma verrebbe salutato con vero entusiasmo da quanti sono quotidianamente impegnati – gli architetti e i loro clienti – ad aggirare queste assurde disposizioni spesso con umilianti sotterfugi: gli attentati alla nostra libertà evocano in ogni campo un popolo di abusivi, e le quotidiane e innocue trasgressioni alle norme più stravaganti consolidano la convinzione che tutte le norme siano di fatto trasgredibili”.

Come si capisce bene, il gusto del paradosso, accompagnato da osservazioni assolutamente vere e a tutti note, serve a provocare una reazione forte nel lettore, a dare una scossa al torpore, al massimo all’indignazione, con cui oramai subiamo ogni tipo di assurde e inutili vessazioni.

Ma allora, c’è un limite alla libertà del cittadino? Il limite c’è e “la civitas è legittimata a porre limiti soltanto quando viene intaccata la sua sfera simbolica, e la sua sfera simbolica non è un campo aperto alle coercizioni dei pianificatori ma può essere soltanto quella sedimentata nei secoli dalla sua democrazia e dalla sua libertà”. La sfera simbolica è, secondo Romano, lo spazio pubblico con i suoi temi collettivi.

Sull’architettura, sulla forma che le abitazioni potrebbero avere, Romano pensa che: “E’ vero che la tradizione moderna pretende che l’architettura abbia il dovere morale di rispecchiare nei suoi progetti il linguaggio estetico appropriato ai tempi nuovi, quello di Gropius e di Le Corbusier, e non di replicare gli stili del passato, ma questa pretesa è anch’essa riconducibile ai principi di una pianificazione che pretende di formare un uomo nuovo piuttosto che soddisfare i bisogni degli uomini in carne e ossa; e se qualcuno tra costoro crederà di essere felice in un paese costruito con un aspetto antiquario è legittimo che trovi un architetto capace di disegnarlo – speriamo con un disegno più sapiente di quello corrente degli outlet , un disegno che del resto va già in qualche caso comparendo – ed è anche legittimo che codesto architetto non debba avvertire alcun senso di colpa per questa sua rara capacità”.

Molti altri sono i temi di grande interesse affrontati da Marco Romano, che conclude il suo libro con una intrigante, anche se di difficile architettura istituzionale, proposta di una Europa delle città, anziché quella di una Europa delle nazioni, sempre fondata su argomentazioni e interpretazioni storiche non certo estemporanee. Questo è il senso del titolo dell’ultimo capitolo, Liberiamoci dallo Stato, non quello di un grido anarchico o di un becero lassismo come qualcuno certamente penserà.
Un libro i cui assunti non tutti possono essere condivisi e tanto meno che se ne ritenga possibile la facile attuazione, ma che tuttavia riporta tutta la materia della città e dell’architettura alla sua fonte originaria, cioè l’uomo come cittadino parte della civitas con i suoi desideri e i suoi bisogni, sottraendo l’urbs alle grinfie dei presunti esperti. Chi mi ha letto un po’ sul blog sa che ho sempre sostenuto che per ridare legittimità all’architettura non c’è altra strada che rimetterla al giudizio dei cittadini. Forse è questa l’unica vera “terza via”, vale a dire quella di tornare alla prima.

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25 marzo 2012

DANILO GRIFONI: LA NATURA DELLA CITTA'

Pubblico una autentica Lectio magistralis sulla Natura della città, di Danilo Grifoni, architetto e urbanista, autore di numerosi piani regolatori in Provincia di Arezzo, .
Si tratta di 4 video registrati sabato 22 marzo, nell'ambito di un ciclo di incontri organizzati dai giovani del Partito Democratico, finalizzato a dare una preparazione in campo urbanistico ai giovani del PD per un loro eventuale futuro impegno politico nelle amministrazioni. Un'ottima iniziativa durata 4 pomeriggi.
Non ho partecipato alle prime tre, ma quello di ieri è stato un finale con il botto.
Danilo Grifoni ha tenuto una vera lezione di oltre un'ora sulla nascita, lo sviluppo e la natura della città, in cui Arezzo era, in fondo, solo l'esempio utile a trovare riscontri su quanto raccontava.
Si tratta di quattro video della durata complessiva di circa 70 minuti, un tempo molto lungo per poter essere seguiti con attenzione in internet, a differenza della realtà dove Grifoni ha inchiodato i presenti alle poltrone.
Il tema della giornata era "Chi l'urbanistica", che voleva indicare il rapporto che esiste tra i cittadini e la città, i cittadini e l'urbanistica. Anche questo argomento è stato toccato, cavallo di battaglia di Grifoni che è stato anche amministratore al Comune di Castiglion Fiorentino, ma è solo uno dei tanti punti da lui toccati.

Consiglio chi avesse tempo e voglia di seguirle tutte perchè si tratta davvero di merce rara, e questo giudizio non è inquinato o falsato dall'amicizia, che direi anzi l'amicizia essere nata in conseguenza della stima.



GUARDA GLI ALTRI 3 VIDEO

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5 settembre 2010

STRADE - 4°: MARCO ROMANO E CAMILLO SITTE

Questo post è dedicato al prof. Marco Romano, cui il tema strada è particolarmente caro e congeniale, e a Camillo Sitte. Il brano del prof. Romano riportato è, al solito, limitativo rispetto alla ricchezza dei contenuti espressi dall'autore nei numerosi saggi che ha scritto, ma lo scopo di questa sorta di antologia a puntate è una segnalazione, o un pro-memoria, da prendere come invito a leggere il testo complessivo. Ho inserito anche Camillo Sitte, con il suo celeberrimo, L'arte di costruire le città, Jaca Book, 1981, nonostante l'argomento principe del libro sia la piazza; tuttavia il brano che riporto di seguito ha attinenza con un commento lasciato da un collega aretino al post precedente. Non è la risposta ad un quesito ma la riproposizione di un aspetto problematico della strada contemporanea, anche se il libro appartiene alla fine dell'800. Il titolo stesso del capitolo è di grande attualità, purtroppo.

MARCO ROMANO


Strade e piazze tematizzate
Quel che abbiamo fin qui dimostrato è che le facciate delle case nella città europea manifestano una volontà estetica ignota alle altre contrade del mondo, sottolineando poi come a loro volta i temi collettivi siano stati voluti quanto più fastosi possibile. E se il loro diverso radicamento nell’orgoglio civico – dei cittadini in quanto individui nelle facciate delle loro case e come civitas nei temi collettivi – anziché nel desiderio di magnificenza di un sovrano ne modifica il significato, è anche vero che codesta differenza non incide in modo immediato sul nostro apprezzamento. Sicchè le guide turistiche possono senza inconvenienti assimilarli al medesimo universo delle “cose da vedere”, agli edifici monumentali che punteggiano in tutte le grandi città il fondo magmatico delle case, nei quali viene comunque espresso un costante desiderio estetico, sicché dal punto di vista di chi per questo le apprezza non vi sarebbe grande novità.

Ma, accanto a quei temi collettivi, gli europei hanno inventato tutta una gamma di strade e di piazze tematizzate senza riscontro altrove , che hanno consentito di fare davvero della città intera il campo di una pervasiva volontà estetica.
Mentre per Sant’Agostino l’urbs era l’indifferente scenario terreno dove eravamo nati per guadagnarci la vita eterna in una civitas i cui reggitori seguissero la guida dei loro pastori spirituali – per principio liberi dalle umane passioni dei governanti mondani, nella città del Mille l’urbs è la manifestazione materiale della consistenza morale della civitas, perché non si dà cittadino conjurato senza il possesso di una casa, e reciprocamente ogni casa è la famiglia di un cittadino, mentre ogni tema collettivo è a sua volta l’espressione materiale dell’esistenza della civitas come organismo olistico con una propria volontà di forma – una Kuntswollen, diranno secoli dopo – e dunque civitas ed urbs sono unite come il palmo e il dorso della mano: sicché nell’ordine simbolico l’urbs è anche la manifestazione della sfera politica in tutta la sua articolazione e complessità.

Nel XI secolo le città europee consistevano in un aggregato di case fitte fitte, allineate lungo vicoli nei quali spesso incontrare un asino era un problema, circondato dai primi abbozzi delle mura e spesso senza neppure una chiesa, ché la gerarchia diocesana era fondata su pievi di campagna a servizio di una popolazione contadina dispersa in nuclei di poche famiglie.
Quando la struttura politica delle corporazioni verrà rispecchiata nell’urbs distribuendo i molti mestieri in strade diverse, compare una strada principale dove concentrare le case dei mercanti, riconosciuto nerbo della società e tramite della sua ricchezza: perché soltanto i mercanti possono trasformare nelle fiere lontane i prodotti degli artigiani e dei contadini in denaro sonante e soltanto i mercanti possono trarre dal commercio con le altre città quel guadagno che in definitiva alimenta il benessere dell’intera civitas.

Come le case degli artigiani hanno sulla strada i loro laboratori e ai piani superiori o nella corte interna la loro abitazione, così le case dei mercanti hanno al piano terreno le loro botteghe ma ai piani superiori, insieme all’abitazione, altri locali aziendali, uffici o magazzini duplicati talvolta, come a Berna, nei seminterrati.
La forma più ricorrente della strada principale, d’essere affiancata da portici, è a sua volta maturata col tempo: sarà soltanto nel Trecento che alle tende, da decenni montate davanti alle botteghe per proteggere le merci esposte in strada, verrà richiesto un qualche ordine, verranno prescritti dapprima portici in legno e in seguito in muratura, sopra i quali i mercanti amplieranno le loro abitazioni……

CAMILLO SITTE (1843-1903)


I limiti dell'arte nei moderni piani regolatori delle città
Nel campo dell'urbanistica, i limiti delle possibilità artistiche si sono di molto ristretti e un capolavoro come l'Acropoli è diventato addirittura inconcepibile. Per ora simili realizzazioni appaiono impossibili: anche se disponessimo dei soldi necessari per costruirle, sarebbe impossibile realizzarle. Infatti a noi manca il principio estetico fondamentale e la visione del mondo comune a tutti, cioè quella che vive nell'anima del popolo e che dovrebbe trovare nell’opera la sua manifestazione concreta. Anche se fosse priva di ogni contenuto ed avesse un valore puramente decorativo, com’è appunto l'arte moderna, una simile impresa sarebbe ancora d’una grandezza eccessiva per l'uomo realistico del nostro secolo. L’urbanista di oggi deve, prima di tutto, esercitarsi alla nobile virtù della modestia e, cosa bizzarra, vi è costretto non tanto per mancanza di risorse finanziarie, quanto piuttosto per ragioni interne e puramente obiettive.

Supponiamo che nel quadro di un nuovo complesso si decida di realizzare, a fini puramente decorativi un paesaggio urbano, insieme grandioso e pittoresco, che dovrebbe servire unicamente alla rappresentazione e glorificazione del comune. La regola e il rigoroso allineamento delle facciate sarebbero, perciò, degli strumenti perfettamente inutili. Infatti, per ottenere gli effetti degli antichi maestri, dovremmo disporre anche dei loro colori sulla nostra tavolozza. Bisognerebbe integrare artificiosamente nel progetto ogni specie di curvature, di angoli e di irregolarità, cioè, tutta una «naturalezza» forzata e delle “eventualità calcolate”. Ma è possibile immaginare e costruire sulla carta le forme che la storia ha prodotto nel corso dei secoli? Si potrebbe godere davvero di questa ingenua finzione, di questa spontaneità artificiale? Certamente no. Le serene gioie dell’infanzia sono negate ad un’epoca che non costruisce più spontaneamente giorno per giorno, ma che organizza i suoi spazi razionalmente sul tavolo da disegno. L’evoluzione è irreversibile e, senza dubbio, una buona parte delle bellezze pittoresche che abbiamo enumerate, sono definitivamente perdute per noi.

La vita moderna, come le nostre tecniche di costruzione, non permette una fedele imitazione dei complessi urbani antichi e bisogna riconoscerlo se non vogliamo perderci in vane fantasticherie. Le esem¬plari creazioni dei maestri d'altri tempi devono restare vive, ma non mediante un’imitazione senza anima. Occorre esaminare quello che d'essenziale in quelle opere e adattarlo, in modo significativo, alle condizioni moderne. Soltanto allora riusciremo ad ottenere una nuova fioritura da un terreno apparentemente sterile.

Nonostante tutti gli ostacoli, questa impresa dovrebbe essere tentata. Bisognerà rinunciare a molte bellezze pittoresche e tenere in gran conto le esigenze delle attuali tecnche urbanistiche dell'igiene e della circolazione. Ma non si dovrebbe perdere il coraggio e rinunciare puramente e semplicemente a cercare la soluzione artistica, per accontentarci della semplice tecnica come se si trattasse di costruire una strada od una macchina. Infatti, anche nell’affannarsi della nostra vita quotidiana, non possiamo fare a meno degli alti sentimenti suscitati in noi dalla contemplazione delle forme d’arte. Abbiamo il diritto di pensare che l'arte deve avere un suo posto preciso nell’urbanistica, perché la città è un'opera di arte che esercita quotidianamente e in ogni momento la sua azione educatrice sulle masse, mentre il teatro ed il concerto non sono accessibili che alle classi più abbienti.
I poteri pubblici dovrebbero accordare particolare attenzione a questo punto e dimostrare in quale misura i principi degli Antichi possono accordarsi con le esigenze moderne. Appunto a questo studio saranno consacrati gli ultimi capitoli......

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