Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


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13 aprile 2013

PIAZZE 1 - LUDWIG HILBERSEIMER

Pietro Pagliardini

Comincio questa mini-serie sulle piazze in negativo, con un autore, Ludwig Hilberseimer, che è l’antitesi stessa dell’idea di piazza e che ha dato il suo contributo alla dissoluzione della città.

Leggere i suoi testi di analisi storica della città e confrontarli con la sua produzione urbanistica, i disegni, i progetti realizzati e la sua teoria per la città contemporanea è come leggere la storia di una dissociazione mentale, di una schizofrenia. Poi, riflettendo e rileggendo alcuni passi de La natura della città, 1955, l’idea della dissociazione non si annulla ma si stempera nella consapevolezza che ad un certo punto della storia del novecento appare come ineluttabile la ricerca di dominare la modernità con gli strumenti propri della modernità stessa E’ come se un velo fosse entrato nella mente di ognuno e avesse fatto da filtro tra la realtà e le aspettative del futuro, non riuscendo a mettere a fuoco insieme e a collegare le due diverse fasi temporali.
La forza della realtà presente al momento, con un atteggiamento certamente influenzato anche dalle categorie della struttura e della sovrastruttura, sembra avere impedito di riuscire perfino ad immaginare di opporsi ad una organizzazione tecnologica della società ritenuta inesorabilmente vincente, probabilmente a ragione, e di dedurne che la città coerentemente avrebbe dunque dovuto adattarsi ad essa attraverso lo strumento e il simbolo primo della modernità, cioè l’automobile. Questa viene considerata allo stesso tempo un pericolo (per la salute e la vita in Hilberseimer) ma anche, per massimo paradosso, la generatrice stessa del disegno della città che si piega a quell’oggetto malefico. Si noterà leggendo l’inizio del brano riportato di seguito, la straordinaria analogia di temi e di linguaggio, a distanza di 60 anni, con quelli che potremmo avere letto in un quotidiano di oggi.

Hilberseimer: particolare del piano di ristrutturazione dell'area commerciale di Chicago

A questo proposito, una breve digressione dal tema: mi sembra che lo stesso errore, in maniera simmetricamente ribaltata, venga compiuto oggi, con l’idea largamente prevalente di chiudere tutti i centri storici, e anche oltre, alle auto. C’è un problema irrisolto con l’auto, non solo dal punto di vista strettamente tecnico, ma direi a livello inconscio, la quale, in entrambe i casi, riesce a diventare il carnefice della città. Una città senz’auto è un’utopia e un errore pari ad una città disegnata per l’auto, una fuga dalla realtà che rischia di accentuare le differenze tra le parti di città e l’artificialità dei nostri centri storici. L’auto è un problema da risolvere non un nemico da combattere e per risolverlo, o attenuarne gli indiscutibili problemi che crea, occorre liberarsi da quella specie di riflesso condizionato di negazione che finisce per produrre ideologie sbagliate qualitativamente simili a quelle di Hilberseimer.

Riporto alcuni brani tratti da La natura della città, scritto nel 1955 da Hilberseimer e che illustra principi e criteri del suo piano per Chicago, che porterà tra l’altro al suo progetto realizzato più conosciuto, Lafayette Park.

Il capitolo finale, Problemi di pianificazione, quello delle proposte e del progetto, ci mostra tutto il senso della fiducia nel progetto e nelle proprie idee di una nuova visione di città. Ci indica anche una buona dose di ottusità e di infinita distanza tra le proposte progettuali e gli esiti che, con un minimo di senso critico e di dubbio, si sarebbe potuto prevedere sfociare nella creazione di un ambiente totalmente artificiale e astratto. In pochi come in questo, proprio perchè non ha l'aspetto dell'utopia ma quello della fattibilità di piano, si misura la separazione dell'uomo dalla natura, in quel processo di astrazione cominciato in maniera sistematica con le il razionalismo dei primi anni del 900 ma le cui radici sono evidentemente ben più lontane. Ottusità tanto più grave in chi, come l’autore, nelle pagine precedenti dimostra invece sensibilità e conoscenza dei processi che hanno determinato la nascita o lo sviluppo delle città nel corso della storia. E’ questo il velo di cui parlavo prima. Certo dobbiamo tenere conto che si parla di Chicago, una città dominata e probabilmente sopraffatta dal traffico già negli anni 50, che, risulta bene dal testo, era probabilmente tale e tanto da mettere in secondo piano altri aspetti.
Ma qui non si parla di aggiustamenti, qui si disegna una sorta di “città ideale” che ha aspetti a dir poco allucinati, tutti trattati con uno spirito razionalistico e positivista che prevede effetti sicuri, che non ammette dubbi o incertezze, con descrizioni anche di dettaglio che oggi fanno perfino sorridere per la loro mediocre ingenuità.

Eppure, anche se non al livello ossessivo in cui Hilberseimer sembra aderire e indulgere in modo del tutto acritico, quei criteri hanno fatto scuola e sono diventati cultura dominante. Basti pensare alle strade a cul de sac, o alla ossessione delle funzioni con la loro rigida divisione.
L’unico aspetto positivo, per assurdo, è che la parola “piazza” non viene citata nemmeno una volta. Di questo Hilberseimer era evidentemente consapevole: niente rete urbana, niente piazze.

La città contemporanea è diversa da tutte le città del passato. L’industria e i trasporti meccanici hanno provocato una trasformazione, mentre l’incapacità di prevedere gli effetti di questi nuovi mezzi ha permesso alla città di espandersi in modo così abnorme che ne è risultata una condizione di caos. I pericoli del traffico, il rumore, l’inquinamento dell’aria, le aree degradate aumentano continuamente e, con essi, aumenta il pericolo per la salute e la vita dell’uomo. E’ strano pensare che lo straordinario progresso della tecnologia non ha fatto altro che distruggere la città: tuttavia non bisogna rifiutare il progresso tecnologico in quanto tale. La causa reale della nostra attuale condizione è l’incapacità di adeguarsi al processo di sviluppo tecnologico. La città, costruita per i pedoni, non ha saputo adattarsi alle esigenze delle civiltà motorizzate; e questa incapacità è messa in evidenza dalle innumerevoli indagini e statistiche sul traffico, gli incidenti, la congestione, le aree degradate, le abitazioni, le malattie, i crimini. Ma la città appare ancora incapace di invertire il suo corso disastroso.
Le limitazioni di traffico, e di parcheggio, l’eliminazione delle esalazioni nocive, la ristrutturazione delle zone degradate e altre misure sono solo palliativi, che non possono risolvere in alcun modo il problema che stiamo affrontando, il quale richiede l’intera città. La sua soluzione richiede la riorganizzazione delle parti costitutive della città stessa, e la capacità di collegarle in modo razionale; richiede inoltrel’integrazione della città con i suoi immediati dintorni.
Il sistema di strade e di lotti secondo cui sono costruite le nostre città è vecchio quanto la storia, e forse, addirittura, anche più. La sua funzione è sempre stata la stessa: raggruppare le case in blocchi e collegare questi con le altre parti della città per mezzo di una rete viaria. Questo sistema ha funzionato relativamente bene fin quando è comparsa l’automobile che lo ha reso inattuale e pericoloso. La velocità dell’automobile ci spinge a sostituire quet’impianto con uno che elimini, per quanto è possibile, gl’incroci di strade, che costituiscono un attentato alla vita. […] Le arre residenziali, quelle di lavoro e quelle per il tempo libero sono gli elementi principali di ogni città. Il problema consiste nell’organizzare ogni area secondo la funzione alla quale è destinata, nel dare a ciascuna la propria collocazione rispetto alle altre aree e a tutto l’insieme, in modo che nessuna possa influenzare negativamente l’altra. Se si rispettano queste due condizioni, si avrà come risultato un’unità perfettamente funzionale in cui la distanza fra diverse zone sia tale da rendere minaima o eliminare l’esigenza di trasporti meccanizzati a livello locale.

L’unità che noi proponiamo soddisfa queste necessità e contiene, al suo interno, tutte le parti essenziali di una piccola comunità. La sua dimensione sarà determinata da distanze percorribili a piedi che, per essere tali, non dovranno mai superare i 15 o 20 minuti di cammino. Il nuemro di abitanti sarà determinato dal numero di posti di lavoro negli uffici e nelle fabbriche che fanno parte dell’unità; la densità varierà in modo analogo.


Seguono sezioni che affrontano l’inquinamento, i diagrammi del vento, i valori architettonici, i problemi del traffico. Passa poi a simulare l’applicazione di quei principi espressi ad alcune città campione:
Questa rete di strade secondarie dovrebbe collegare tutte le strade residenziali le quali, verso la città, dovrebbero essere a fondo cieco”.

Si passa infine a Chicago:
L’eliminazione del traffico di attraversamento nelle zone residenziali e della possibilità di accesso diretto a ogni casa, è un problema importante e difficile. Qui potrebbe essere risolto semplicemente chiudendo le strade. E’ possibile ottenere che soltanto le strade centrali delle unità future consentano ancora il traffico di attraversamento; mentre tutte le altre son chiuse, come, eliminando alcuni blocchi tra le unità future, si può creare un parco, una area libera naturale in cui potrebbero essere localizzate le scuole e gli edifici pubblici che dovrebbero essere accessibili senza attraversare strade di traffico: in tal maniera, pertanto,i bambini potrebbero andare a scuola senza risultare in nessuna maniera esposti ad alcun pericolo”.

Queste ultime righe sono la descrizione efficace e quasi pittorica della fine della città, attraversata da autostrade a livello inferiore, una distesa di verde su cui si ergono edifici pubblici staccati l’uno dall’altro e poi una scuola, staccata anch’essa, più lontano gli edifici, ognuno rigorosamente separato dall’altro.
Distanza e separazione sono le cifre di questo schema, prossimità e connessione sono quelle della città tradizionale .

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1 aprile 2013

PIAZZE

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Pietro Pagliardini

Piazza pulita, mettere i propri affari in piazza, fare una piazzata, piazza telematica, scontri di piazza, mi sono messo sulla piazza, Piazza Italia, scendere in piazza, processi di piazza, riempire le piazze, Piazza Affari: il linguaggio comune e quello politico e giornalistico ci racconta che la piazza è rimasta nell’immaginario collettivo, anche con valenze negative, il luogo pubblico per eccellenza, il luogo in cui si condensano i rapporti sociali tra gli individui e si esprime l’appartenenza di ciascun individuo ad una civitas. Piazza è il simbolo di comunità, locale il più delle volte ma anche nazionale, in occasione di grandi manifestazioni pubbliche e addirittura universali nel caso di Piazza San Pietro, luogo di riferimento per milioni di persone di ogni continente.

In piazza si commercia, si discute, si manifesta, ci si mette in gioco, più nelle intenzioni e nei ricordi che nei fatti però. Nel linguaggio comune, ma anche nella pratica urbanistica, la piazza è mitizzata oltre ogni misura e quasi trasfigurata fino a perdere ogni connotazione fisica, ogni aggancio con la realtà urbana. Il significato metaforico prevale largamente su quello di luogo fisico e storico della città.

Questa frase di Baricco è sintomatica in questo senso:

"Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a essere felice rimanendo immobile. Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. Andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada? Sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto".

Il posto per eccellenza è la piazza, anche se poi in piazza non ci sta quasi mai nessuno, se non in particolari eventi e circostanze. Un collega, Danilo Grifoni, osservava che le piazze sono affollate ai bordi, quasi mai al centro. Si prenda Piazza del Campo a Siena: chi sta al centro, a parte i turisti? La vita si svolge ai margini, cioè lungo la strada, laddove ci sono attività o edifici pubblici importanti. E Baricco sembra non tenere conto del fatto che le piazze senza le strade non esistono. Se è lecito in letteratura, non è invece lecito nella lettura della città, che esiste anche in assenza di piazza, e non solo nei paesi extra-europei, come spiega Marco Romano che attribuisce alla storia urbana europea “l’invenzione” della piazza, ma anche da noi, dove esistono borghi lineari che non hanno piazza. Ma non solo borghi lineari: Arezzo, la mia città, spiegava con gusto del paradosso il prof. Piero Ricci “è quella città che ha come unica piazza un semaforo”, per il fatto che la gente si concentrava e si concentra tutt’ora, nell’incrocio tra le due strade più importanti, una pedonalizzata, la strada del passeggio, dello struscio, e l’altra carrabile, dove c’è un semaforo ma, incredibilmente, non c’è una piazza.

La piazza risiede più che mai nella mente: in quella di sindaci che dichiarano di volerne 50 o 100 ad ogni campagna elettorale, e in quella degli architetti, che ad ogni concorso attribuiscono il nome di piazza ai luoghi più improbabili: interni di edifici, edifici senza interni, vuoti destrutturati, ma molto ben renderizzati, residuali tra edifici messi a caso secondo un “gusto” geometrico-astratto, spiazzi marginali aperti delimitati dal vuoto intorno.

Non esiste invece, dicevo prima, una città senza strade e infatti le nostre periferie post-belliche non sono città proprio per la programmatica prima, abitudinaria adesso, mancanza di strade, nell’accezione tradizionale del termine. E se non esistono le strade non possono esistere nemmeno le piazze, quindi è inutile fare concorsi per piazze che non possono esserci laddove non esiste un organismo urbano con un sistema circolatorio strutturato in grado di alimentare i vari organi vitali. Inutile anche, anzi dannoso, laddove le piazze già esistono, proporre interventi di così detta riqualificazione, la quale si risolve in vacuo arredamento d’esterni generalmente estraneo e dissociato dai caratteri del luogo, esercizi di fantasie grafiche con supponenti ambizioni artistico-decorative, sempre ben renderizzate, che fanno perdere il sapore originario senza riuscire a sostituirlo con uno nuovo che non sia di astratto design da stand fieristico: segni di pura grafica nella pavimentazione del tutto priva di significato, accostamento di materiali da pavimentazione diversi, immancabile fontana e panchine e poi le scale affollatissime, nei rendering, di giovani, qualche stento alberello perché il verde arreda e scaccia l’horror vacui.

Se qualcuno volesse riconoscere in questa descrizione una piazza a lui nota si metta in pace, non è così. E’ che sono tutte eguali e non c’è bisogno di pensare a qualcuna in particolare. Ne vedi una, le hai viste tutte. Le piazze storiche invece sono tutte diverse tra loro e tutte riconoscibili perché diversa è la loro conformazione spaziale rispetto alla città, diversa è la forma, diverse le cortine degli edifici che le circondano.

Il verbo della piazza è stare, quello della strada andare. La vita è andare (in poesia e in letteratura è stare) e andando lungo una strada si può capitare in una piazza dove eventualmente stare. La piazza è per i giorni di festa o per le occasioni speciali, la strada è per la quotidianità, per i giorni feriali. Con molte eccezioni, come la piazza del mercato. Ma la piazza non può essere in un luogo qualsiasi, in base alla volontà di arredare un vuoto o di destinarvi una funzione. Le funzioni passano ma la piazza resta e se non è nel posto giusto tornerà rapidamente ad essere solo un vuoto.

Scrive Marco Romano nel suo libro appena uscito Liberi di costruire, Bollati Boringhieri:
I sostenitori dei principi sui quali riposa la pianificazione rimarranno sconcertati dal fatto che il piano di una nuova città non abbia nulla a che vedere con la destinazione d’uso degli isolati tracciati dalla nuova rete di strade e di piazze, dove tuttavia non sussistono motivi per stabilire le famose prescrizioni funzionali che sono il loro pane quotidiano. Che la città possa venire immaginata come un complesso di funzioni, alla guisa del corpo umano, è precisamente la metafora organicista che ha legittimato la pianificazione moderna, ma le cose non stanno con ogni evidenza così, perché la consistenza materiale dell’urbs – quella che ne incorpora la sfera simbolica e il significato civile – viene disegnata e costruita con la pretesa di durare per sempre, proprio perché alla sicurezza della nostra appartenenza alla civitas e alla presunzione della sua durata nel tempo noi ancoriamo la speranza di sopravvivere nella memoria dei nostri discendenti (…) mentre l’utilizzazione dei fabbricati che oggi ne occupano le aree intercluse tra strada e strada, tra una sequanza e l’altra, è destinata a durare molto meno, sostituita nel tempo da altre utilizzazioni, com’è stato in questi ultimi mille anni…”.

Per inciso, credo che la metafora che Romano chiama organicista riferita alla pianificazione moderna, sia in verità una metafora meccanicista, in pieno accordo con il dettato del capo, Le Corbusier. Ma è solo una questione nominalistica.
Per cercare di ripassare l’essenza e il significato del luogo piazza, cercherò di mettere insieme, in post successivi, brani significativi di vari autori, senza la minima pretesa sistematica tanto meno didattica, ma come pro-memoria. Spero anche di fare ricorso ad autori e architetti moderni e contemporanei, per cercare di capire cosa essi intendano per piazza ma soprattutto come, su quali presupposti, essi arrivino a collocarla nello spazio urbano.


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12 gennaio 2013

LE GRANDI SPERANZE PER L'ANNO NUOVO DI LPP

Pietro Pagliardini

Con la leggerezza necessaria a non prendere troppo sul serio l’inizio di un nuovo anno, che può anche essere un periodo simbolicamente importante per la speranze di ciascuno di noi ma che collettivamente diventa l’operazione mediaticamente più retorica e ripetitiva tra le molte che ci tormentano lungo le varie tappe di ciascun anno, mi accingo al commento di una proposta di inizio anno.

Mi riferisco al Manifesto per l’Architettura, addirittura, di Luigi Prestinenza Puglisi con la sua AIAC. Ho già scritto altre volte di provare molta simpatia per la persona perchè è intelligente, spiritoso, garbato e sempre dialogante. Poi ha quel dolcissimo , beffardo e blasè accento catanese, a me caro per vecchie consuetudini familiari, che riesce a sfumare i contrasti più forti. Inoltre anche le iniziali contano, e potersi riferire ad una persona semplicemente chiamandola LPP, beh, è una qualità impagabile e da fare invidia a chiunque.

Ma ciò detto, se ci trovassimo nell’antica Atene a dover votare su di lui, scriverei il suo nome sul coccio per decretarne l’ostracismo, non territoriale ma dal consesso della critica, con la motivazione di “corruzione di giovani architetti”.
Non nel senso in cui venne decretato per Socrate, per carità, anche perché qualche differenza tra LPP e l’ateniese oggettivamente esiste, e non me ne vorrà di certo per questo confronto, ma perché ritengo che egli blandisca i giovani inducendoli al facile peccato dell’orgoglio, convincendoli che siano la creatività e la innovazione le chiavi per diventare bravi architetti. E a scorrere le dodici tesi del Manifesto ve ne sono di ragioni per poterlo affermare. Vediamole (per il testo delle tesi rimando al link):


1)Recuperare il grado zero.
Già, senza entrare nel merito, come si può recuperare ciò che non esiste? Perché il grado zero è il Nulla che ha prodotto il Nulla di oggi. Quindi il Nulla non è recuperabile perché non esiste, per definizione, ma dal punto di vista di chi lo propone, esiste già, ossia è vecchio. Nella migliore delle ipotesi è una visione….nostalgica e conservatrice dello status quo.

2)Contenuti-linguaggio
Trovare nuovi linguaggi è l’esatto contrario della prima tesi, cioè azzerare il linguaggio. Francamente non capisco.

3)La critica
Problema irrilevante questo su cosa debba essere la critica perché interessa solo quindici persone. Siamo nell’autoreferenzialità non molto diversa da quella, criticatissima,dei politici che si parlano addosso.

4)Contro le derive del disegno
Scritta com’è lascia il tempo che trova ma, se la critica “prefigura prospettive”, LPP non può tacere che il parametricismo di Hadid (con tutto il suo seguito di cloni e imitatori) è la sola essenza di quell’architettura e quindi il nostro dovrebbe stroncarle tutte senza se e senza ma. Non mi sembra che lo faccia.

5)Bisogno di utopie
Abbiamo già dato ed è stato un fallimento, in architettura, in urbanistica, in politica e nella società in genere. Almeno tre generazioni di giovani ci sono caduti: già non trovano lavoro, non continuiamo a prenderli in giro anche con questa fuga dalla realtà.

6)Liberare
E qui siamo alla teorizzazione dell’astrattezza pura, allo svincolo cioè dell’architettura dalla sua realtà che è la prefigurazione dello spazio entro cui abita, agisce e vive l’uomo, come individuo e come parte della società, da cui non può essere disgiunto.

7)Sconfiggere l’ossessione del controllo
Sorvolo perché non l’ho capita. Come nuovo linguaggio si comincia male.

8)Il paesaggio si costruisce
Questa mi sembra il regno dell’ambiguità: c’è del vero e del falso insieme. Insomma viola il principio di non contraddizione ma soprattutto è in assoluta controtendenza rispetto all’unica concreta e ragionevole novità di questo periodo, vale a dire la netta separazione tra città e campagna, la riscoperta dei limiti unita al blocco dell’espansione – e possibilmente alla contrazione - della città nel territorio agricolo. Il tutto in nome, sempre, della libera espressione architettonica, questo feticcio che ci portiamo dietro da quasi un secolo.

9)Ecologie
Come sopra quanto ad ambiguità.

10)Recuperare e trasformare
Avrebbe potuto essere intitolata questa tesi come “L’ossessione del falso storico”. Non nel senso che se ne stiano facendo troppi, ma nel senso che non si fanno e si deve continuare a non farli. Non mi metterò certo a contestare ancora una volta questo tabù, questo pregiudizio, questo ostacolo mentale a valutare il mondo reale, mi limito a dire che d’ora in poi chiamerò quelli che altri chiamano “falso storico” come “vero attuale”.

11)Innovare
Vedi risposta a tesi 9

12)Pensare a una nuova geografia e definire il livello di intelligenza
Non esiste alcuna interazione apprezzabile tra le reti di comunicazione e la rete urbana. Esiste solo, o meglio esisterebbe se venisse applicata dovrebbe esistere, una analogia tra i principi che devono guidare il disegno e la costruzione della rete urbana e quelli delle reti di comunicazione: accessibilità, permeabilità, interazioni, nodi e connessioni, ottenuti mediante la costruzione della strada tradizionale, le connessioni, e le piazze (e non solo) come luoghi nodali. L’esatto opposto di quanto si sta facendo da decenni, un indistinto non-disegno urbano, un quadro astratto svincolato dal territorio, privo di connessioni, caratterizzato da specializzazione per aree non comunicanti tra loro, da strade nel vuoto, da vuoti che accolgono oggetti sparsi fuori da ogni relazione con l’intorno e con gli altri edifici, cui corrisponde il vuoto sociale, la destrutturazione delle relazioni umane. La non-città, la periferia, il suburbio. Cercare una interazione tra le reti di comunicazione e la città, immaginando che le prime debbano o possano modificare la seconda è un errore e una esercitazione intellettuale, buona solo a utilizzare ogni tre per due e a sproposito il termine smart-city.

Conclusioni
LPP ha decisamente fiuto e intelligenza e ha scelto il momento opportuno per proporre un Manifesto. Sa che non c’è più niente in giro, nel suo giro, degno di appartenere alla categoria architettura e in verità anche di edilizia. Sa che c’è una ripetitività assoluta, una moltiplicazioni di cloni uguali a se stessi, impostati su tre o quattro filoni figli delle genialate di alcune famose ma ormai imbolsite e sterili archistar e quindi cerca un nuovo target, un nuovo ordine. Non credo riuscirà a trovarlo basandosi sulle Tesi, perché propone le stesse cose di adesso, sostanzialmente. Sarebbe come ripetere la stessa tappa del giro. Siamo arrivati al paradosso della copia esatta di progetti di archistar, cioè dei veri attuali di modelli contemporanei.

Se invece allargasse il suo orizzonte, se riuscisse a Liberare (Tesi n°6) la mente da pregiudizi, forse potrebbe vedere che il mondo è grande, che esistono soluzioni meno appariscenti e più ecologiche (Tesi n°9), molte opportunità di Recuperare e trasformare (Tesi n° 10) per concentrare la città riempiendo i vuoti al suo interno, ridando forma alla città con la definizione dei limiti e liberando spazio alla campagna, più possibilità di Innovare (Tesi n° 11) tornando a costruzioni più tradizionali, ormai abbandonate da decenni e quindi realmente nuove.
Questo non accadrà quasi certamente, ma LPP continuerà ugualmente a rimanermi simpatico, anche se alla prima occasione saprei fare un uso giusto del mio coccio.

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19 dicembre 2012

SULLA PRESUNTA "RIQUALIFICAZIONE ARCHITETTONICA E ARTISTICA"- PIAZZA VERDI A LA SPEZIA

Sulla presunta "Riqualificazione Architettonica e Artistica" Piazza Verdi a La Spezia
di
Ettore Maria Mazzola



Premessa

Nello sconfinato patrimonio artistico italiano non v’è manifestazione artistica che non risulti passata in rassegna. Dalle opere rupestri dei popoli preistorici a quelle delle popolazioni italiche preromane, dall’impressionante mole di opere lasciateci dai romani fino alle manifestazioni futuriste, il nostro Paese vanta un patrimonio che nessun altro luogo del pianeta può avvicinare!

… Ciò nonostante, un certo genere di artisti e architetti suppone che il nostro patrimonio necessiti di una riqualificazione!

Il motivo di questa supposizione risiede nel disastro accademico post bellico che, specie a partire dai primissimi anni ’60, ha portato l’insegnamento a divenire profondamente ideologico … nonostante le promesse libertarie, ergo profondamente ignorante. Ecco quindi che la storia, laddove sia stata insegnata, risulta esser stata vergognosamente manipolata a tutto vantaggio di una presunta élite colta che ha gradualmente acquistato un potere infinito in materia decisionale. In questo contesto, la gente comune è dunque stata costretta a subire ciò che quell’élite le imponeva dall’alto (o dal basso … fate un po’ voi) delle proprie conoscenze!

Tutto ciò ha gradualmente generato tre categorie di persone: 1) coloro i quali restano spaesati ma accettano passivamente; 2) coloro i quali – per snobismo – per non sentirsi estromessi da quell’élite, fingono di comprendere ciò che non ha alcun significato; 3) quelli che si ribellano a questi soprusi unendosi in comitati di quartiere, e/o in associazioni a difesa del patrimonio artistico e ambientale, scendendo in piazza per manifestare contro le violenze che si intendono infliggere al territorio.

Rendering del progetto per Piazza Verdi a La Spezia. Artista: Daniel Buren _ Architetti: Arch. Giannantonio Vannetti (Capogruppo) con Arch. Christian Baglioni, Arch. Elena Ciappi, Arch. Claudio Dini, Arch. Franca Cecilia Franchi. Collaboratore: Emiliano Lascialfari

Volendo dare una definizione a queste tre categorie potremmo definire la prima quella degli abulici i quali – con il loro immobilismo – consentono all’élite di fare i propri sporchi interessi; la seconda categoria è invece quella degli intellettualoidi che fingono di intendere ciò che non ha alcun significato; l’ultima è invece quella degli intellettualii quali, per ovvie ragioni culturali, rifiutano che una presunta élite, arrogante ed ignorante, possa sfregiare a proprio piacimento il patrimonio.

C’è da dire che molti architetti, specie quelli più giovani, agisce in totale buona fede! Essi infatti, si sono formati in Facoltà Universitarie dove l’omogeneità dei corsi ha praticato una sorta di lobotomia che impedisce loro di poter divergere dalla “cultura egemone”.

Per meglio comprendere il significato di questo concetto è utile, per analogia, rileggere un breve passaggio della lettera scritta nel 1885 da Giulio Magni a Raimondo D’Aronco: «[…] colui che deve lavorare si trova nel bivio difficilissimo se cioè fare come la ragione lo guida o come il generalizzato sentimento gli impone […] affrontare l’impopolarità è certo un eroismo e chi si sente forte nella battaglia da combattere, scenda in campo con quel coraggio che dà la sicurezza della vittoria. E noi giovani che coltiviamo questo ideale nella nostra mente, dobbiamo difenderlo e sostenerlo con tutte le nostre forze, studiando alacremente con la ferrea volontà di riuscire!»

… Peccato quindi che i giovani di oggi non abbiano alcuna voglia di combattere. A differenza dei tempi di Magni e D’Aronco infatti, la nostra società è permeata dal consumismo a tutti i livelli, sicché anche l’arte e l’architettura vengono intenzionalmente confusi con manufatti usa e getta che non richiedono alcuno sforzo intellettuale (anche se poi ci si costruisce intorno una spiegazione, pseudo-intellettuale, atta a far credere che sia bella e sostenibile un’opera orrenda e insostenibile). Niente regole, siamo artisti contemporanei! Se non ci capite non è colpa nostra … siete ignoranti!

In un clima del genere, va da sé che chi ami confrontarsi con le regole classiche e col rispetto dei luoghi dia fastidio e debba essere condannato al silenzio per evitare che la gente comune possa fare un confronto. Ma la gente comune è stufa di queste battaglie ideologiche!

L’intervento di La Spezia

La Spezia può, senza ombra di dubbio, definirsi una capitale dell’Italia Liberty e Decò, una splendida realtà dove gli ultimi grandi episodi dell’arte e dell’architettura che possano annoverarsi nei libri di storia hanno generato un incantevole unicum italiano. In questo unicum sorge anche la Piazza Verdi, un luogo che, a causa delle trasformazioni del 1933, risulta difficile poter ancora definire “piazza”. Tuttavia, data la forza del carattere, unitario ma non uniforme, degli edifici che la definiscono, è senz’altro un luogo che possiamo ritenere abbondantemente “qualificato”.

Di qui lo stupore, e la rabbia, dei tanti cittadini spezzini che hanno appreso della prossima realizzazione di un intervento di "Riqualificazione Architettonica e Artistica".

L’ipocrisia delle parole che hanno accompagnato il progetto, parole che meritano di essere discusse con la cittadinanza per comprenderne la veridicità, non ha fatto altro che ingigantire il senso di rifiuto da parte della cittadinanza rispetto a quest’opera inutile quanto brutta.

Sebbene nel testo si parli di “ridurre drasticamente il carico del traffico veicolare urbano” (unico argomento condivisibile), guardando il progetto si comprende che la “piazza” verrebbe a configurarsi come una lunga isola delimitata dal traffico veicolare: quantunque si possa supporre una limitazione al solo transito del trasporto pubblico, ci si troverebbe comunque davanti ad un’esplanade più che a una piazza, che non presenta alcuna protezione totale dai veicoli su almeno uno dei suoi lati; una spianata che non presenta alcun senso di contenimento dello spazio stesso, ovvero priva del senso ultimo della piazza italiana. Il progetto, più che ad una piazza italiana è assimilabile a quegli orribili spazi sconfinati che gli americani chiamano “plaza”.

La Spezia - due immagini storiche che ritraggono il Teatro Politeama di Pontremoli demolito nel 1933 quando fu realizzato l’edificio postale di Mazzoni. Il teatro, facendo da sfondo all’asse di via Chiodo, creava uno spazio concluso che definiva la piazza

Prima della demolizione del Politeama, teatro che faceva da fondale a via Chiodo, e nonostante le dimensioni della strada, lo spazio veniva a configurarsi come una piazza ottocentesca italiana, risultando perfettamente coerente con l’urbanistica e l’architettura del periodo. Perché quindi ignorare aprioristicamente il passato?

I progettisti, piuttosto che trincerarsi nella loro visione, personale e distorta, della modernità, e affermare di voler dare a quel luogo una “definizione di ordine spaziale non monumentale ma ludica”, oppure di sottolineare che “nella nuova immagine del progetto non vi è nostalgia del passato ma fiducia nel tempo che avanza rinnovandosi”, avrebbero potuto riflettere sul codice genetico delle piazze italiane … il che non equivale ad essere nostalgici del passato – se mai questo fosse un problema – ma realizzare uno spazio decoroso per quel luogo e riconoscibile come piazza!

La piazza dovrebbe essere un luogo accogliente e protetto, un luogo coerente con l’intorno, dove viene ad instaurarsi un rapporto privilegiato di relazione tra lo spazio aperto e uno o più edifici emergenti lungo il suo perimetro.

La decisione di non rispettare l’ordine spaziale esistente, creandone uno nuovo “ludico” (ove 14 discutibili portali verdi e rossi – all’interno dei quali ci saranno dei nebulizzatori d’acqua – e vasche allagate intransitabili se non con sistemi di guado), trasformerà questo simbolico luogo spezzino in un pessimo esempio di kitsch, degno dei peggiori outlet che infestano l’Italia … e menomale che i progettisti avevano voluto ribadire di non voler scadere nella falsificazione storica e nella “nostalgia”! Ma cos’è più falso?

Piuttosto che temere di essere “nostalgici”, i progettisti avrebbero potuto immaginare come rendere maggiormente fruibile e sicuro lo spazio pedonale, magari limitando lo stesso volume di traffico veicolare che intendono mantenere lungo il lato mare, proteggendo quindi la piazza lungo il lato dell’ufficio postale mazzoniano; soprattutto, se avessero studiato meglio lo spazio dotato di fondale prima del 1933, avrebbero potuto trovare l’ispirazione (non nostalgica) per comprendere come oggi risulti indispensabile frazionare quello spazio a monte e a valle, creando degli episodi costruiti che facciano da quinta scenica – ovviamente aperta per mantenere l’importanza dell’asse strutturante di via Chiodo/via Vittorio Veneto – alle tre piazze, delimitate dalle vie Niccolò Tommaseo, Pietro Micca e XX Settembre, tre piazze che risulterebbero relazionate agli edifici prospettanti su di esse.

La verità è che, nella totale incapacità di dialogare con il passato, certi progettisti preferiscono intraprendere delle battaglie – perse in partenza, agli occhi della stragrande maggioranza della gente – nelle quali giustificano, in maniera poco credibile, delle opere fini a se stesse come opere di “riqualificazione”. Nel caso in oggetto, la giustificazione vedrebbe La Spezia come “la rappresentazione di una profonda aspirazione alla modernità” … Ma la modernità è ben altra cosa che non il modernismo! … non è che questa aspirazione risulti solo appannaggio dei progettisti?

Nell’infinita serie di punti discutibili di questo progetto, c’è la scelta di coinvolgere Daniel Buren, un “artista” già resosi responsabile di numerosi scempi in giro per il mondo, primo tra tutti l’abominevole serie di rocchi di colonne scanalate bianche e nere, disposti nel cortile d’onore del Palais Royale di Parigi, un’opera orrenda che nessun parigino sano di mente ha mai compreso, né amato; una sorta di pista con paracarri per svolgere una gimkana con i go-kart all’interno di un luogo splendido della Ville Lumière. … Ma che in Italia non avevamo artisti disponibili?
Parigi – Il cortile d’onore del Palais Royale ormai inutilizzabile grazie all’orribile e costosa installazione di Daniel Buren

In pratica, come già accaduto per il Palais Royale, l’operato di questo artista, coadiuvato dagli esterofili progettisti nostrani, porterà Piazza Verdi a non essere più fruibile dagli esseri umani, perché ridotta ad una spianata utile solo alla mostra dei 14 portali – 7 prima e 7 dopo la “piazza scavata” davanti all’edificio postale.

Nella Piazza, i progettisti dicono di voler realizzare una “interpretazione dell’assenza come segno morbido scavato per un teatro centrale” … è arduo comprendere il senso di questa frase, ma è facilissimo capire due cose: 1) i progettisti non conoscono la differenza tra un teatro e un anfiteatro, visto che quello che propongono è un ambiente rettangolare gradonato su tutto il perimetro, ovvero non assimilabile né al primo, né al secondo, e che semmai potrebbe avvicinarsi all’idea di quest’ultimo; 2) un disabile non potrà mai più pensare di potersi avvicinare al centro dell’ambiente, a meno cha non intenda sfracellarsi cadendo dalle gradonate!

… Ma una “piazza” non dovrebbe essere accessibile a tutti?? … E dire che i progettisti hanno perfino affermato che “nel nostro progetto l’arte è intesa come utile, cioè non come pura immagine ma come strumento di realizzazione di spazi fruibili e contemporanei in grado di creare nuove percezioni e riconnessioni ambientali”.

Peccato che il progetto risulti esattamente l’opposto delle loro stesse parole! Ma, si sa, tra i progettisti autoreferenziali non c’è alcun bisogno che tra le parole e i fatti esista una corrispondenza, l’essenziale è poter dire di aver detto certe cose. Del resto loro, in quanto appartenenti all’élite colta, sono i depositari del motto cogito ergo sum, tutti gli altri devono solo assistere al loro essere!

Sempre in materia di mistificazione della realtà, un’ultima annotazione risulta indispensabile. Sebbene infatti sarebbe utile far notare l’assurda affermazione che vedrebbe la nuova Piazza Verdi possedere una “scala tagliata sull’uomo, i cui intenti sono quelli di ricreare un luogo stimolante e di cui riappropriarsi per l’abitare”, è preferibile soffermarci sull’assurda ed ipocrita sostenibilità del progetto.

Nel capitolo intitolato “Comfort Ambientale E Sostenibilità” i progettisti affermano: “Non si dà un progetto di uso se non si realizza allo stesso tempo un livello adeguato di comfort ambientale. L’uso degli elementi naturali: tappeti erbosi, specchi d’acqua e nuove alberature per l’aumento dell’ombreggiatura, contribuiscono al miglioramento del microclima estivo locale secondo i principi della bioclimatica applicata agli spazi esterni. Altri criteri di sostenibilità applicabili sono: - il risparmio idrico attraverso l’uso delle superfici pavimentate per la raccolta e il riuso delle acque piovane per le fontane e l’irrigazione del verde; - l’uso di materiali naturali e locali per le pavimentazioni; - il controllo dell’inquinamento luminoso e l’uso di fonti a basso consumo (led incassati nel pavimento); - progetto sonoro e riduzione dell’inquinamento acustico; - uso di tecniche attive per il raffrescamento estivo (nebulizzatori inseriti nel percorso d’arte)” … Tutto qui? Un po’ pochino per definire il progetto sostenibile!

Come potete comprendere, anche in questo caso, non v’è alcun motivo per cui tra le parole e i fatti debba esserci alcuna corrispondenza … del resto quello della “sostenibilità” è l’argomento più abusato tra i progettisti di oggi. Per un “depositario del verbo” (l’architetto dell’élite colta), ovvero uno abilitato a dire le cose in quanto appartenente alla categoria di “quelli che sanno”, basta usare un termine per farsi bello e fingersi rispettoso. Quando il tempo dimostrerà il fallimento del progetto sotto tutti i profili, come abbiamo visto con altre progettazioni ideologiche in giro per il Paese, la responsabilità non sarà mai del progettista, ma di chi ha realizzato l’opera, oppure degli abitanti ignoranti che non ne comprendono il significato, oppure dell’Italia più in generale!

Ciò di cui non ci si capacita è l’atteggiamento della classe politica … sull’ottusità intellettualoide delle Soprintendenze che danneggiano il patrimonio storico consentendo e incentivando le cosiddette “contaminazioni” siamo ormai rassegnati.

C’è da chiedersi infatti come possa un sindaco, che dovrebbe mirare al più ampio consenso di pubblico, consentire che una sparuta minoranza di persone, senza alcuna cultura ed amore per la città da lui amministrata, possa violentarla a proprio piacimento strafregandosene del malcontento generale.

Eppure anche in Italia, finalmente, sarebbe necessario che per i progetti urbanistici venisse adottato il processo partecipativo con la cittadinanza tutta: dov’è quindi il rispetto della vox populi nel caso di Piazza Verdi?

E non si venga a dire che c’è stata una regolare commissione che ha aggiudicato il vincitore di un concorso, perché i concorsi, chi fa questo mestiere lo sa bene, sono una truffa-culturale gestita dalla presunta élite colta che se li fa e se li canta in nome dell’ideologia egemone.

Oggi come oggi la gente è stufa dei soprusi di questa casta! Se si vuol dare credibilità e consenso ad un progetto del genere, che si faccia una esposizione pubblica di ogni genere di progetto per quel luogo, creando una commissione esaminatrice che rappresenti le volontà popolari, e non solo e soltanto quelle degli architetti e artisti (o presunti tali) … solo allora si potrà vedere chi risulterà il reale vincitore! È sarà con grande sorpresa di tutti scoprire che nessun comitato anti-progetto nascerà più dal nulla.

Italia Nostra, facendosi portavoce del malcontento tra gli spezzini, ha scritto al sindaco invitandolo a comprendere le ragioni del movimento anti-progetto, l’augurio è che il Primo Cittadino si ricordi di essere il Sindaco di tutti i cittadini.

Speriamo quindi che il Sindaco faccia sapere ai suoi cittadini a quale delle tre categorie elencate precedente ritiene di appartenere: Signor Sindaco, Lei è un abulico, un intellettualoide, o un intellettuale?

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15 agosto 2012

GATTAPONE, OVVERO DELLE REGOLE V/S LA CASUALITA'

Il post precedente, immediata risposta a quello di amatelarchitettura su Gubbio, merita un approfondimento, anche alla luce di un primo commento, molto ideologico, lasciato in quel blog.

In particolare è dell’architettura del complesso del Palazzo dei Consoli, costituito dal Palazzo dei Consoli vero e proprio, dalla piazza posta a livello della via dei Consoli, che costituisce copertura per un edificio di due piani, e il Palazzo dei Priori, che mi interessa sottolineare la grande “modernità”, elemento questo che può avere tratto in inganno l’autore del post di amatelarchitettura.
Certo bisogna intendersi sul termine modernità, non quella legata al periodo storico di sviluppo della società industriale, che ha trovato la sua espressione architettonica nel Movimento Moderno, rimasto congelato in un modernismo d’antiquariato e conservatore che ha perso ogni rapporto con la realtà dell’abitare individuale e collettivo, con l’architettura e la città, che ha mummificato l’idea della “tabula rasa” rispetto ai canoni di cui si era alimentata la tradizione, che ha perduto la spinta originaria, sbagliata ma comprensibile per le mutate condizioni economiche e sociali e l’impetuoso urbanesimo, e che ha perduto la percezione stessa del motivo per cui esiste la città e le parti che la compongono, cioè l’ambiente di vita più adatto all’uomo, al suo creatore cioè.


Per modernità, riferita all’architettura, intendo ciò che ancora oggi è attuale e vitale, indipendentemente dall’età anagrafica del manufatto, e che risponde alle varie esigenze della vita individuale e collettiva: modernità dell’essere e non dell’apparire.

Ebbene io credo che l’autore del post di amatelarchitettura, Qfwfq, abbia avuto una suggestione, abbia intuito la modernità del Palazzo dei Consoli, ma abbia avuta questa intuizione guardando il progetto di Koolhaas a Porto e, da questo abbagliato per puri motivi formali, abbia sentito il bisogno di giustificare quel progetto, diversamente privo di alcun significato se non di pura autoreferenzialità, appoggiandosi alla modernità di Gattapone, l’architetto del 1300. Ha insomma voluto fornire un sostegno di dignità storica e culturale alla Casa della Musica, ha compiuto un’operazione inversa, forse per non sentirsi troppo fuori moda, e ha ribaltato la realtà, facendo di Gattapone una archistar ante literram, piuttosto che di una archistar un improbabile seguace di Guattapone. Avrebbe cioè finito per dare dignità culturale al Palazzo dei Consoli grazie a…Rem Koolhaas. Io credo che Rem Koolhaas sarebbe il primo a contestare del tutto questa idea, intanto perché è ideologicamente indifferente al contesto, “’fanculo il contesto” è la sua cifra, e poi perché non credo sia affatto ignorante o stupido e saprebbe leggere con maggiore acume il complesso del Palazzo dei Consoli.

In vero, la forma vagamente psicanalitica di questa mia analisi, è solo un artificio retorico per esprimere in maniera discorsiva un concetto, rimanendo cioè nel rapporto dialogico tra due persone e tra due idee, e quindi non è riferita direttamente a quella specifica persona, Qfwfq, ma ad una forma mentis diffusa tra gli architetti, una rappresentazione di due modi opposti di attribuire significati alle medesime architetture. Nè vale discutere troppo sulla forma ironica e/o provocatoria di quel post, ancorchè stimolante, perchè ciò che emerge chiaro anche dai commenti è una interpretazione molto "seria" di quanto affermato.

Perché dunque il Palazzo dei Consoli “è” e “appare” moderno, tanto da meritare un confronto - e resto nel gioco surreale del ribaltamento dei meriti - con la Casa della Musica?
Cominciamo “dall’apparire moderno".
Se si astrae il complesso dal suo contesto, come nella foto iniziale, un plastico tratto da l’Italia in miniatura ed elaborato al computer per ridurlo alle sue linee essenziali, privarlo di decorazione, smaterializzarlo insomma per renderlo astratto secondo il gusto modernista, si può comprendere che:
si tratta di una “piastra” di due piani dalla quale spiccano due “torri” parallelepipede - e pure con poche finestre, che è il massimo per l’architettura del purismo - e con una decorazione misurata in una delle due e quasi assente nell’altra.
Quanti progetti moderni, in senso cronologico, di questo tipo esistono! Due esempi famosi, la Lever House di SMO, con una sola torre, e la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, con quattro torri.
Il complesso “Palazzo dei Consoli” è tipologicamente una piastra ridotta ai suoi elementi essenziali e quindi niente di strano che questo insieme offra suggestioni all’architetto modernista, anche se di questo suo aspetto tipologico colpisce più il parallelepipedo che emerge e svetta su tutta Gubbio piuttosto che il sistema nel suo insieme.

E veniamo “all’essere moderno".
Se è vero che il progetto è una piastra, è però vero che la forma in cui si presenta oggi questa tipologia è del tutto diversa ed opposta. Si faccia una ricerca su google con le chiavi “edifici a piastra immagini” e appariranno: ospedali, sedi di grandi aziende, università, grandi complessi commerciali, edifici fieristici, vale a dire edifici specialistici. Ma non basta, perché tutti presentano una caratteristica comune: sono complessi unitari a sé stanti, sono oggetti “calati dall’alto”, questi sì, come scrive Qfwfq nel suo post, che vivono di vita propria e potrebbero essere collocati ovunque. E’ l’idea stessa di piastra a richiederlo: il piano terra, la piastra vera e propria, contiene la distribuzione e tutti i servizi comuni necessari e al servizio delle funzioni svolte negli edifici specializzati a torre.
Il Palazzo dei Consoli no, perché la piastra non è una scelta tipologica coscientemente teorizzata ma è la risoluzione straordinaria di un problema urbano e architettonico che appartiene a quel luogo e solo a quello. La piastra di due piani è utile ad assorbire il forte dislivello tra la strada maestra superiore e quella parallela inferiore e per creare una piazza pubblica pianeggiante, e allo stesso tempo terrazza panoramica sulla città, al livello di via dei Consoli, nel luogo centrale in cui convergono le due strade principali e dove, per questo, si incontrano tutti i quartieri. Non solo: al piano strada inferiore vi sono fondi di servizio alla strada stessa, più che agli edifici sovrastanti.

Quello è il luogo sacro, - in senso civile - della comunità, è lo spazio pubblico in cui tutti si potevano riconoscere e si riconoscono tutt’ora, che meritava due palazzi che eccellessero anche in dimensioni, con uno spazio pubblico aperto, la piazza, e uno pubblico interno, l’Arengo al piano primo del Palazzo dei Consoli, una vera e propria piazza al coperto unita a quella all’aperto dalla splendida scalinata:
A questo punto passiamo al termine di paragone, alla Casa della Musica di Rem Koolhaas.

Architettonicamente siamo in presenza di un’astronave, oggetto quindi caduto dall’alto, che ha aperto il portello e ha allungato la scala. Mi pare sia del tutto evidente la simbologia, chiamiamola così, l’idea guida. La forma esterna suggerisce certamente la presenza al suo interno di almeno una sala pubblica (che sia musica, o convegni o altro bisogna saperlo, ovviamente). Ma dove è atterrata questa astronave? In uno spazio indifferenziato, come se avesse scelto quello più adatto ad un atterraggio sicuro. La sua unica relazione è con il terreno, nel senso letterale del termine, perché sembra esserci letteralmente penetrata con la carena.

Questa la descrizione che ne fa l’autore nel suo sito:
La localizzazione della Casa della Musica è stata la chiave dello sviluppo del pensiero di OMA; abbiamo scelto di non costruire la nuova sala concerti sull’anello di vecchi edifici che definiscono la Rotonda, ma di creare un edificio isolato che si appoggia su un piano di travertino davanti al Parco della Rotonda, confinante con un quartiere operaio. Con questo concetto, i problemi del simbolismo, la visibilità e l'accesso sono state risolte in un solo gesto”.
Fantastica descrizione! Nella prima parte è chiara la volontà di non trovare alcuna relazione con la Rotonda e con la città, di rifiutare cioè l’anello, l’elemento urbanistico forte di quell’area. Nella seconda mi sembra vi sia una fumosa accondiscendenza al “sociale” non ben comprensibile, mentre è chiarissimo l’atteggiamento progettuale riassumibile nel “gesto”. Quindi inutile perdersi in discussioni sull’inserimento perché, quand’anche non ce lo avesse spiegato l’autore, basta questa foto a spiegarla.
Sull’edificio che altro dire! E’ instabile, come si conviene ad una astronave senza gambe appena atterrata e conficcatasi al suolo.
Siamo agli antipodi di Gubbio, proveniamo da un altro pianeta e qui non ci troviamo molto a nostro agio.
Perché andare a cercare relazioni inesistenti e impossibili quando lo stesso progettista le rifiuta per scelta? Siamo nella modernità apparente, nella modernità modaiola il cui valore sta al massimo nella funzione che vi si svolge, merito questo, e onere, del committente e del gestore, non dell’architetto, cui è demandato il compito, che spero sia stato assolto, di risolvere la funzionalità interna. Siamo nel campo del rifiuto preconcetto della città a favore dell’oggetto singolare e “diverso”. Siamo nel campo dell’immagine, dell’effimero, del provvisorio.
Il Palazzo dei Consoli invece sta là da 700 anni, saldamente ancorato al suolo e legato alle strade, alla città, alla comunità; funziona ancora, è il simbolo di una città per i suoi cittadini e per chi la visita.
Ma di cosa stiamo parlando, in effetti?


Credits:
Immagini tratte da:
Italia in miniatura, Bings map, Sito ufficiale OMA

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