Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


6 settembre 2012

ROGER SCRUTON: LA COMMISSIONE POTEMKIN

Roger Scruton, filosofo inglese, ha pubblicato su Il Foglio del 5 agosto 2012 un articolo dal titolo:


L’articolo, che invito a leggere, affronta un argomento, l’Europa e l’euro, che in questo blog appare “fuori tema”. Appare e lo è, ma non del tutto.

Intanto la foto a corredo dell’articolo, quella pessima figura di donna che innalza orgogliosamente il simbolo dell’euro, è anche l’immagine di un’Europa priva di bellezza. L’Europa non ha trovato un’arte e un’architettura capace di celebrare se stessa almeno ad un livello paragonabile, se non uguale, a quello dei singoli stati che ne fanno parte.
Basti dire che il laboratorio spaziale atterrato qualche giorno fa su Marte reca, nel pur improbabile incontro con i marziani, un disegno di Leonardo da Vinci, e non il $ di Paperone (dollaro che in verità è parte integrante della storia, della cultura e dell’anima americana).
Chissà se lo stesso laboratorio l’avesse lanciato l’Europa cosa ci avrebbe messo! Un Certificato di Credito tedesco, o una omogeneizzante Direttiva comunitaria di 200 pagine, suppongo.

Ma soprattutto il nesso con l’architettura e con l’urbs esiste nel momento in cui Scruton scrive:
E fornisce un’immagine di questa crisi europea: la fine di Bruxelles. “Gli Alleati hanno evitato che la città venisse bombardata durante la guerra, perché doveva essere il luogo della parata della vittoria e il simbolo della rinascita europea. Tuttavia, le istituzioni europee hanno colonizzato la città, distrutto la sua bellezza e dignità, sfigurandola con blocchi di edifici di cemento e vetro, simboli del vuoto morale che c’è dentro. Quando il progetto europeo fallirà, la città tornerà alle Fiandre, ma sarà una città senz’anima”.

Saranno tutte senz’anima le città europee, non solo Bruxelles, perché l’Europa cancella le tradizioni culturali dei tanti popoli che, sempre più forzosamente, ne fanno parte, ne omogeneizza i comportamenti non in forza di una nuova cultura vincente e assimilata ma con l’imperio delle leggi imposte da non eletti, con la violenza impersonale della burocrazia.

Dice ancora Scruton:
l’Europa deve far suo il patriottismo repubblicano di Machiavelli, Montesquieu e Mill, una forma di lealtà nazionale non patologica come il nazionalismo, bensì un amore naturale per il paese, per i connazionali e per la cultura che li accomuna”.

E Leonardo Benevolo inizia il suo La città nella storia d’Europa, Laterza, 1993, primo volume di una collana dal titolo “Fare l’Europa”, un libro scritto dunque tutto in chiave europea, con queste parole:
Le città europee nascono con l’Europa e in un certo senso fanno nascere l’Europa; sono una ragion d’essere, forse la principale, dell’entità storica distinta, continuano a caratterizzare la civiltà europea quando essa assume un posto dominante nel mondo, e danno un’impronta – positiva, negativa, ma in ogni caso preponderante – alle città contemporanee in ogni parte del mondo …. la storia degli organismi urbani è per sua natura una storia di casi particolari, che devono essere considerati in primo luogo uno per volta, e quasi tutte le città europee grandi e piccole sono state studiate in questo modo, di solito dai loro stessi cittadini: il senso dell’appartenenza a ciascuna di esse ha sollecitato, in diverse epoche, la ricostruzione letteraria o scientifica delle vicende materiali che hanno plasmato il loro volto.
Le vicende della forma fisica , derivanti dalle più varie combinazioni di fattori geografici e storici, formano una casistica ancor più differenziata che le vicende economiche, sociali, culturali, riconducibili più facilmente ad alcune caratteristiche concettuali
”.

La casistica delle città di questa Europa rischia di non essere più differenziata, di non avere più quei “casi particolari che hanno caratterizzato la civiltà europea” per il fatto che l’Europa insegue “progetti politico-morali universali” e perché “l’euro dei trattati firmati obbliga i paesi membri a far convergere i propri comportamenti, l’euro della visione politico-morale doveva obbligare gli stati a mutare la propria natura”.

Se l’Europa non cambia rotta, se non ritrova le proprie radici, che hanno molto in comune ma nella diversità e nelle differenze anche sostanziali, che hanno dato origine alla più grande civiltà urbana della storia dell’uomo, se non si abbandona il progetto politico-morale universale, cioè del “salvataggio del pianeta dal degrado, del contrasto alla povertà del terzo mondo, della diffusione dei diritti umani, di tutto ciò che si può ammantare della parola “sociale”, il potentissimo aggettivo capace, come diceva Hayek di ridurre tutte le idee alla vacuità”, se l’essenza della città sarà ridotta ad aspetti di funzionalità tecnologica adornata di principi “green”, del perbenismo verde cui è stato assegnato il ruolo di salvare il globo dall’uomo cattivo che lo popola in maniera esagerata, del nevrotico salutismo obbligatorio che anche i nostri governanti hanno "recepito" con il maldestro tentativo delle tasse sulle bollicine, se non ritroverà le ragioni stesse per cui sono nate, cresciute e modificate le città, ciascuna legata al proprio territorio e alla sua situazione geografica e morfologica, cioè quella di vivere in comunità, temo che non ci sarà solo la fine definitiva della città europea, già ampiamente martoriata negli ultimi sessant’anni, ma che si alimenterà l’odio tra i popoli europei (sempre gli stessi peraltro) e un nazionalismo patologico come reazione alla negazione delle nazioni.

2 commenti:

ettore maria ha detto...

caro Pietro,
non mi sembra affatto "fuori luogo", e le tue riflessioni le ritengo assolutamente condivisibili.
In particolare quelle sulle finte politiche "green" e le altre idiozie di facciata.
Se vogliamo dirla tutta, è tutto stramaledettamente simile ad un certo tipo di mentalità americana, non di tutti gli americani ovviamente, ma di quelli che hanno rovinato quel Paese prima dell'Europa

Pietro Pagliardini ha detto...

Hai ragione Ettore: proprio ieri ho comprato un libro di Robert Hughes, un giornalista australiano che viveva negli USA e che nel suo "La cultura del piagnisteo" descrive per filo e per segno la nascita del politicamente corretto, p.c. Il libro è stato scritto nel 1992. Ho scritto viveva perchè è morto pochi mesi fa. Ciò che descrive è esattamente quanto adesso sta avvenendo in Italia e in Europa. Non è stato profetico in questo perchè lui riteneva che l'Europa fosse esente da questa malattia.
Hughes era un polemista e non era di sicuro un conservatore (lo ricavo dalla lettura del libro che è snello nella lettura), attaccando indifferentemente repubblicani e democratici, ciascun gruppo portatore di linguaggio e idee politicamente corretti.
C'è anche un richiamo all'architettura, al che ho trovato ulteriore conferma al fatto che la città e l'architettura c'entra quasi sempre.
Ciao
Pietro

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